di Falaghiste e Trotsko E’ iniziata l’offensiva mediatica governativa per farci digerire la riforma degli ammortizzatori sociali. Di primo acchito salta agli occhi la contraddizione fra la necessità dichiarata di sostenere il reddito dei disoccupati con il mantra liberale della riduzione della spesa.
Come al solito la truffa ai danni dei lavoratori è in corso d’opera. Nei particolari la conosceremo meglio quando anche i sindacati avranno trovato la via per sostenere il governo senza sputtanarsi agli occhi dei lavoratori. Il terreno comunque è scivoloso perché il sistema degli ammortizzatori sociali fa effettivamente pena, e quindi la propaganda filogovernativa, totale e totalizzante, ha molti argomenti a suo favore. I lavoratori delle grandi e piccole imprese godono della cassa integrazione ordinaria e straordinaria che può prolungarsi per anni; essa viene pagata da imprese e lavoratori, insomma fa parte del costo del lavoro.
Non esiste nelle piccole imprese artigiane sotto i quindici dipendenti che usufruiscono della cassa integrazione in deroga, pagata regionalmente, con fondi tratti dalla fiscalità generale. La cassa in deroga dura molto meno, al massimo un anno e dopo, se il lavoratore viene licenziato, usufruisce per un anno di un sussidio di disoccupazione uguale, più o meno, alla metà del salario.
Considerando che nelle imprese artigiane è ancora più facile licenziare, l’iniquità e ben chiara. Se poi si va nel mondo del precariato, la CIG, non esiste affatto e i lavoratori sono totalmente in balia del mercato e dei padroni. In ogni caso finiti gli ammortizzatori sociali, se non si trova lavoro, non è prevista nessuna ulteriore fonte di reddito.
Altro aspetto è dato dal fatto che la cassa integrazione viene utilizzata, non per lasciare il tempo all’impresa di ristrutturarsi per poi riutilizzare tutti i lavoratori ma, spesso e volentieri, come flessibilità e metodo di pacificazione sociale per liberarsi progressivamente di una parte di lavoratori: in genere di quelli più combattivi e coscienti.
E’ quindi nel giusto il governo quando afferma che non si può continuare a spendere soldi per aziende decotte, ma questo è solo un discorso teorico, il vero fine è l’intenzione di rendere più facili i licenziamenti, colpendo nei fatti i dipendenti delle aziende che non investono in ricerca.
Le intenzioni del governo, sono quelle di riconoscere un sussidio di disoccupazione, uguale per tutti, la cui entità sarà però (e qui è la fregatura) molto inferiore di quanto percepito con la cassa integrazione. La ciliegina sulla merda del sussidio di disoccupazione (governativo) servirà senz’altro a dividere i lavoratori fin’ora tutelati, da quelli che attualmente non percepiscono nulla e contemporaneamente a ridurre complessivamente la spesa di sostegno ai redditi, a favore delle imprese, delle banche e in generale dei profitti.
La demagogia governativa non si limita a questo, ma investe il sistema del collocamento che dovrebbe seguire i lavoratori con “corsi di formazione”, “percorsi di reintroduzione al lavoro” ecc. Questa è un’altra bufala clamorosa, che comunque può impressionare perché, in effetti, i centri per l’impiego sono un concentrato di inutilità, in particolare in un momento di crisi: l’occupazione in regime capitalista può aumentare solo quando le imprese aumentano il giro d’affari e non quando la produzione cala e l’economia si avvia alla stagnazione, come ci dicono le previsioni.
Insomma l’occupazione non si crea con gli uffici per il collocamento ma con un piano d’emergenza contro la crisi che solo un governo dei lavoratori può realizzare, a partire dalla parola d’ordine: lavorare meno, lavorare tutti!
Secondo la stampa borghese (tutta) il nuovo modello del ricollocamento dei disoccupati si ispirerebbe a quello vigente in alcuni paesi del nord Europa: i disoccupati che percepiscono l’indennità di disoccupazione, qualora gli venga offerto un lavoro, non possono rifiutarlo per più di due volte, pena la perdita del sussidio.
Ma quale lavoro, è istintivo chiedersi e con quali diritti (con quale tipo di contratto) e soprattutto con quale salario? Forse con un salario minimo garantito? Cioè una miseria? Insomma per quanto riguarda il sussidio di disoccupazione (per coloro che cercano lavoro) se lo chiamassimo reddito garantito sarebbe sicuramente una cosa molto positiva per i lavoratori licenziati, i disoccupati, precari ecc. ma solo se il suo importo equivalesse alla media salariale; diciamo: almeno mille euro al mese, ma questo non rientra certo nelle intenzioni del governo.
Ugualmente il discorso varrebbe per il livello salariale che, nel lavoro procurato da queste nuove funzioni del collocamento pubblico, non dovrebbe essere inferiore alle necessità per una vita dignitosa. Politicamente, la questione della riforma degli ammortizzatori sociali sollevata dal governo, chiarisce il vero obbiettivo dell’attacco all’art.18 che da solo era difficilmente giustificabile, visto che ormai le aziende, anche quelle grosse, licenziano quando vogliono. Unendo le due cose si profila allora il vero obbiettivo del governo: creare un sistema integrato di massima flessibilità in uscita, con l’eventuale reimpiego, a condizioni molto peggiori per il lavoratore.
Un esercito industriale di riserva, ricattato e a basso costo, per rilanciare i profitti e la competitività del sistema produttivo, anche in grado di attrarre investimenti dall’estero e calmierare il conflitto di classe. L’idea del governo poi mette i sindacati alle strette accusandoli, qualora non l’accettino, di voler tutelare solo gli operai industriali che ormai nel complesso sono una minoranza, ma contemporaneamente darebbe la possibilità agli stessi sindacati di far bella figura di fronte ai lavoratori precari, ai disoccupati, ai lavoratori delle imprese artigiane e a tutti quelli che temono di perdere il lavoro, cioè la maggioranza.
Ovviamente nel condurre una doverosa battaglia difensiva delle conquiste acquisite, non ci limitiamo a difendere l’attuale situazione ma al contrario, rivendichiamo l’eliminazione del parassitario profitto dei padroni, perché è ora che si esca dalla crisi del capitalismo uscendo dal capitalismo stesso.
Come al solito la truffa ai danni dei lavoratori è in corso d’opera. Nei particolari la conosceremo meglio quando anche i sindacati avranno trovato la via per sostenere il governo senza sputtanarsi agli occhi dei lavoratori. Il terreno comunque è scivoloso perché il sistema degli ammortizzatori sociali fa effettivamente pena, e quindi la propaganda filogovernativa, totale e totalizzante, ha molti argomenti a suo favore. I lavoratori delle grandi e piccole imprese godono della cassa integrazione ordinaria e straordinaria che può prolungarsi per anni; essa viene pagata da imprese e lavoratori, insomma fa parte del costo del lavoro.
Non esiste nelle piccole imprese artigiane sotto i quindici dipendenti che usufruiscono della cassa integrazione in deroga, pagata regionalmente, con fondi tratti dalla fiscalità generale. La cassa in deroga dura molto meno, al massimo un anno e dopo, se il lavoratore viene licenziato, usufruisce per un anno di un sussidio di disoccupazione uguale, più o meno, alla metà del salario.
Considerando che nelle imprese artigiane è ancora più facile licenziare, l’iniquità e ben chiara. Se poi si va nel mondo del precariato, la CIG, non esiste affatto e i lavoratori sono totalmente in balia del mercato e dei padroni. In ogni caso finiti gli ammortizzatori sociali, se non si trova lavoro, non è prevista nessuna ulteriore fonte di reddito.
Altro aspetto è dato dal fatto che la cassa integrazione viene utilizzata, non per lasciare il tempo all’impresa di ristrutturarsi per poi riutilizzare tutti i lavoratori ma, spesso e volentieri, come flessibilità e metodo di pacificazione sociale per liberarsi progressivamente di una parte di lavoratori: in genere di quelli più combattivi e coscienti.
E’ quindi nel giusto il governo quando afferma che non si può continuare a spendere soldi per aziende decotte, ma questo è solo un discorso teorico, il vero fine è l’intenzione di rendere più facili i licenziamenti, colpendo nei fatti i dipendenti delle aziende che non investono in ricerca.
Le intenzioni del governo, sono quelle di riconoscere un sussidio di disoccupazione, uguale per tutti, la cui entità sarà però (e qui è la fregatura) molto inferiore di quanto percepito con la cassa integrazione. La ciliegina sulla merda del sussidio di disoccupazione (governativo) servirà senz’altro a dividere i lavoratori fin’ora tutelati, da quelli che attualmente non percepiscono nulla e contemporaneamente a ridurre complessivamente la spesa di sostegno ai redditi, a favore delle imprese, delle banche e in generale dei profitti.
La demagogia governativa non si limita a questo, ma investe il sistema del collocamento che dovrebbe seguire i lavoratori con “corsi di formazione”, “percorsi di reintroduzione al lavoro” ecc. Questa è un’altra bufala clamorosa, che comunque può impressionare perché, in effetti, i centri per l’impiego sono un concentrato di inutilità, in particolare in un momento di crisi: l’occupazione in regime capitalista può aumentare solo quando le imprese aumentano il giro d’affari e non quando la produzione cala e l’economia si avvia alla stagnazione, come ci dicono le previsioni.
Insomma l’occupazione non si crea con gli uffici per il collocamento ma con un piano d’emergenza contro la crisi che solo un governo dei lavoratori può realizzare, a partire dalla parola d’ordine: lavorare meno, lavorare tutti!
Secondo la stampa borghese (tutta) il nuovo modello del ricollocamento dei disoccupati si ispirerebbe a quello vigente in alcuni paesi del nord Europa: i disoccupati che percepiscono l’indennità di disoccupazione, qualora gli venga offerto un lavoro, non possono rifiutarlo per più di due volte, pena la perdita del sussidio.
Ma quale lavoro, è istintivo chiedersi e con quali diritti (con quale tipo di contratto) e soprattutto con quale salario? Forse con un salario minimo garantito? Cioè una miseria? Insomma per quanto riguarda il sussidio di disoccupazione (per coloro che cercano lavoro) se lo chiamassimo reddito garantito sarebbe sicuramente una cosa molto positiva per i lavoratori licenziati, i disoccupati, precari ecc. ma solo se il suo importo equivalesse alla media salariale; diciamo: almeno mille euro al mese, ma questo non rientra certo nelle intenzioni del governo.
Ugualmente il discorso varrebbe per il livello salariale che, nel lavoro procurato da queste nuove funzioni del collocamento pubblico, non dovrebbe essere inferiore alle necessità per una vita dignitosa. Politicamente, la questione della riforma degli ammortizzatori sociali sollevata dal governo, chiarisce il vero obbiettivo dell’attacco all’art.18 che da solo era difficilmente giustificabile, visto che ormai le aziende, anche quelle grosse, licenziano quando vogliono. Unendo le due cose si profila allora il vero obbiettivo del governo: creare un sistema integrato di massima flessibilità in uscita, con l’eventuale reimpiego, a condizioni molto peggiori per il lavoratore.
Un esercito industriale di riserva, ricattato e a basso costo, per rilanciare i profitti e la competitività del sistema produttivo, anche in grado di attrarre investimenti dall’estero e calmierare il conflitto di classe. L’idea del governo poi mette i sindacati alle strette accusandoli, qualora non l’accettino, di voler tutelare solo gli operai industriali che ormai nel complesso sono una minoranza, ma contemporaneamente darebbe la possibilità agli stessi sindacati di far bella figura di fronte ai lavoratori precari, ai disoccupati, ai lavoratori delle imprese artigiane e a tutti quelli che temono di perdere il lavoro, cioè la maggioranza.
Ovviamente nel condurre una doverosa battaglia difensiva delle conquiste acquisite, non ci limitiamo a difendere l’attuale situazione ma al contrario, rivendichiamo l’eliminazione del parassitario profitto dei padroni, perché è ora che si esca dalla crisi del capitalismo uscendo dal capitalismo stesso.
1 commenti:
sono perfettamente d'accordo l'attacco all'articolo 18 è solament un fatto politico serve ad azzerare sempre più il potere contrattuale dei sinddacati e csì facendo ad azzerare le masse togliendo loro un punto di forza per quanto scalcinato.
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