iniziative in corso

Tesseramento 2015

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2015

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2015

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2015

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2015

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

25 gennaio 2015

Il PCL Romagna al Corteo Nazionale Antifascista di Cremona


Anche il PCL Romagna era presente al Corteo Nazionale Antifascista di Cremona.
Solidarietà al compagno Emilio e al CSA Dordoni.

Antifascisti sempre!









22 gennaio 2015

Fermare le aggressioni fasciste

L'aggressione fascista del compagno Emilio e dei compagni del CSA Dordoni a Cremona ripropone il tema dell'autodifesa come diritto democratico elementare.
Di fronte al dilagare di aggressioni di ambienti neofascisti contro comunita' immigrate, centri sociali, sedi di movimento, e' necessario che ogni realta' minacciata appronti strutture di autodifesa,democraticamente designate e controllate''. Per capire la gravità del momento, basterebbe ricordare le decine di sedi della CGIL colpite a dicembre dalle azioni fasciste nel Nord Italia,le costanti aggressioni subite dai militanti di sinistra e i sempre più frequenti raduni fascisti negli ultimi mesi passati nel silenzio mediatico e nella indifferenza da parte delle forze dell’ ordine.

I teorizzatori delle ronde, in mezza Italia hanno di fatto legittimato l'auto-organizzazione della forza. L'hanno fatto la Lega, An, ambienti del centrosinistra, a partire dalle regioni del Nord.
Nessuno puo' ora contestare che sul versante opposto si proceda ad analoghe strutture di vigilanza e azione di autodifesa. O forse l'unica forza legittima e' quella dei forti contro i deboli?
Il Pcl porra' quindi la tematica dell'autodifesa, alla luce del sole in ogni istanza di movimento: perche' nessun immigrato o antifascista si senta indifeso da violenze squadriste, teppismi, soprusi.
E' necessaria la più ampia e determinata mobilitazione antifascista di tutte le sinistre politiche, sindacali e di movimento per impedire ogni agibilità politica a tutte
le organizzazioni neofasciste e xenofobe.

Nell'esprimere la nostra solidarietà ai compagni del Centro sociale Dordoni di Cremona aderiamo e partecipiamo con queste considerazioni alla manifestazione di sabato 24 gennaio.

21 gennaio 2015

PROGRAMMA DEL PARTITO COMUNISTA D' ITALIA - 21 GENNAIO 1921

Il Partito Comunista d'Italia (sezione della Internazionale Comunista) è costituito sulla base dei seguenti principi:

1. Nell'attuale regime sociale capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive e i rapporti di produzione, dando origine all'antitesi di interessi e alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.
2. Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l'organo per la difesa degli interessi
della classe capitalistica.
3. Il proletariato non può infrangere nè modificare il sistema dei rapporti capital istici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l'abbattimento violento del potere borghese.
4 L'organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il Partito politico di classe.
Il Partito Comunista, riunendo in se' la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati
contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.
5. La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l'imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in
cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le classi lavoratrici e il potere degli stati borghesi.
6. Dopo l'abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell'apparato statale borghese e con l'instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello Stato sulla sola classe
produttiva escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.
7. La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei consigli dei Lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione
proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.
8. La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi controrivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia e ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni
mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con l'organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.
9. Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quel le successive misure di intervento nei rapporti dell'economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema
capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.
10. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, eliminando-si la divisione della società in classi, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

19 gennaio 2015

Islam Act: gli insostenibili giorni dei mostri

Di Partigiano stanziale

Continua la campagna di unità globale contro il terrorismo, per la libertà di stampa e contro gli estremisti islamici. Anche l’Europa borghese sembra avere trovato, per il momento, una ragione per giustificare la propria esistenza.

Se ne vedono di tutti i colori. Per esempio: domenica scorsa la Lazio, la squadra di calcio notoriamente più di destra, è scesa in campo con scritto sulla maglietta: “je suis Charlie”. Cosa avrebbe fatto se l'episodio avesse riguardato la religione cattolica? Robe da matti!

E poi ci dobbiamo sorbire le prevedibili inchieste sul campo, cioè le interviste ai giovani delle banlieue parigine, dalle quali emerge che della strage o non gliene frega niente o sono più o meno d’accordo, nel senso che quelli di Charlie Hebdo “se lo dovevano aspettare”.


Orrore! Il nemico è fra noi.

Qualche giorno fa, tanto per accennare anche a piccoli eventi, in una via di Forlì hanno appiccicato un foglio con scritto: “Infedeli stiamo per arrivare!”. Una cazzatina, ma scommetto che qualcuno l’ha presa sul serio.

Del resto, a forza di umiliazioni, un popolo senza patria coglie qualsiasi occasione per affermare la propria dignità, anche la peggiore.

E infatti il punto è proprio questo: quando vengono meno fra le masse popolari le idee di progresso e si regredisce alla “repubblica delle banane”, dove regnano corruzione e sfruttamento del lavoro, anche un ideale arcaico e brutale, ma comunque un ideale, può essere coinvolgente.

Sennò chi glielo farebbe fare ad alcuni giovani europei, non solo di origine araba, di convertirsi all’Islam e partire per la Jihad? Pare incredibile vero? Ma il vuoto può essere solo riempito e il primo che arriva può ficcarci di tutto, anche una montagna di schifezze.

E poi, scusate, fascismo e il nazismo dove sono nati? A Bagdad? Oppure a Roma e Berlino? E gli integralisti non sono forse i fascisti dell'Islam?

Così fra fascisti di qua e fascisti di là, che fanno a gara a buttare sterco sul fuoco (lo sterco è un ottimo combustibile ma è sempre merda), ci dimentichiamo le questioni che contano veramente e che sono la causa di tutto.

A questo proposito: la Fiat di Melfi ha annunciato 1200 nuove assunzioni. La Fin-Cisl, due secondi dopo la diffusione della notizia, ha esaltato il Jobs Act (che loro hanno sostenuto) al quale, secondo loro, si dovrebbe il merito delle suddette assunzioni a tempo indeterminato.

Marchionne li ha subito sputtanati dichiarando che le assunzioni ci sarebbero state lo stesso: “solo che con il Jobs Act è meglio”.

Certo che è meglio, per i padroni. Se prima avevi un contratto precario, eri sicuro di lavorare fino alla scadenza. Ora invece sei a tempo indeterminato, nel senso che possono tenerti fino a che gli servi ma anche che ti possono licenziare quando gli fa comodo.

Finalmente i padroni hanno realizzato il sogno di sfruttare i lavoratori a loro piacimento, ma possiamo stare sicuri che fra non molto vorranno di più (non oso pensare cosa), magari l'abolizione delle ferie o della liquidazione, chissà?

Intanto la CGIL dopo lo sciopero generale tace. A cosa è servito? Susanna Camusso aveva parlato di fare ricorso alla corte europea contro il Jobs Act, cosa che più ridicola non si può, ancora peggio del referendum annunciato a suo tempo (sempre dalla CGIL) contro la riforma Fornero.

A questo punto sorge spontanea la domanda: che fine farà la CGIL? Una risposta piuttosto inquietante è emersa nell'incontro con i sindacati qualche settimana prima dell'approvazione del Jobs Act.

Il Presidente del Consiglio avrebbe proposto loro di trasformarsi in una specie di agenzia di Stato per la gestione del mercato del lavoro.

Niente di più plausibile, vista l'inutilità conclamata degli uffici per il lavoro (ex collocamento). I sindacati invece con un radicamento diffuso presso le imprese sarebbero l'ideale per gestire il mercato del lavoro.

CISL e UIL si sono dichiarati subito disponibili, mentre la CGIL si è opposta ma solo per opportunità contingenti.

Del resto, in questi tempi di concorrenza atroce sulla pelle dei lavoratori, come può giustificarsi un sindacato che non ha nessuna intenzione di mettere in discussione l'economia di mercato e che viene umiliato sistematicamente in ogni sua iniziativa?

Tutto sommato va a finire che per i lavoratori sarà meglio così: senza sindacato chissà che non sia possibile rifondare un vero sindacato di classe, anche se fino ad allora bisognerà battersi perché ciò non accada.

In conclusione e nonostante tutto, sono tempi interessanti, anche se questo non vuol dire che saranno tempi tranquilli e nemmeno pacifici.

La storia va e le contraddizioni crescono; se si acquietano ad est risorgono ad ovest in forme inedite ed imprevedibili e proprio per questo fra di esse possono aprirsi improvvisamente spazi inediti anche per le forze comuniste rivoluzionarie.

Pazienza! Ancora pazienza compagni! Non è giunta l'ora di consegnarsi, placati e consonanti, all'armonia della generale imbecillità.

PCL contro la repressione del carcere e del video-controllo

Fanno male le parole dell'assessore Lisi: è una chiara conseguenza della volontà di tutte le amministrazioni PD (a Rimini come a Cesena) di cavalcare l'onda delle stragi di Parigi.
Sull'emotività dei tragici accadimenti, lo Stato non risponde con la comprensione del problema sociale, ma con la repressione. Non vuole risolvere il disagio, ma vuole controllarlo. Dello stesso segno sono il potenziamento del video-controllo a Rimini (come a Cesena), nonostante i dati del ministero non siano allarmanti.
L'assessore Lisi sta strumentalizzando non solo le parole dell'Associazione Papillon, ma anche il disagio dei detenuti, più volte sanzionato dalla comunità europea. L' analfabetismo politico è il problema: non si tratta di indennità ma di libertà.
Noi siamo ben consci del ruolo dello Stato e delle sue strutture di repressione utili ad "accogliere" solo il proletariato e mai la classe dirigente, che veste volentieri le medesime casacche di partito degli amministratori.
La repressione protegge chi vuole conservare lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo: pertanto noi comunisti non tiriamo la gonna a nessuno, tanto meno alla classe dirigente assetata di repressione per poter meglio concludere i propri affari.


Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)
sezione "D. Maltoni" - Romagna - Rimini Forlì Cesena Ravenna

17 gennaio 2015

MISTICA E MITOLOGIA DEL PARTITO

Massima crisi del capitalismo, massima crisi di direzione del movimento operaio.
Da sette anni la più profonda crisi capitalista degli ultimi 80 anni sconvolge lo scenario mondiale seguendo una direttrice di sviluppo diseguale e combinato che conosce picchi e rallentamenti in modo disomogeneo in tutto il mondo.
L'economia mondiale è immersa in una potente crisi contraddittoria che la pone di fronte ad un impasse che non può risolvere, come già negli anni '30, con l'aumento della spesa pubblica e che ci lascia come eredità immediata, per quel che concerne il baricentro europeo della crisi, il recente passato di politiche di austerità, che sono un modo elegante per dire aggressione padronale al mondo del lavoro, ai suoi diritti e ai suoi salari. La risposta del proletariato internazionale a questo stato di crisi permanente del capitalismo è stata caratterizzata da una dinamica particolarmente difforme da continente a continente, da stato a stato, con una peculiare combinazione di processi di ascesa in alcune zone e di profonda crisi e di regresso in altre, ma con un filo rosso fondamentale: l'assenza di un progetto comunista, la consapevolezza della necessità del superamento rivoluzionario del capitalismo e dell'apertura della transizione al socialismo.
Di fronte alla crisi storica del capitalismo, il proletariato si mostra completamente invischiato nella più profonda crisi della sua direzione che segna ad un tempo la perdita dell'egemonia sulla globalità delle masse oppresse, lo sviluppo di populismi reazionari di massa e infine lo sviluppo di movimenti di massa democratico-progressisti che si caratterizzano anzitutto per la marginalità della presenza del movimento operaio organizzato al loro interno, come il movimento anti-Erdogan in Turchia o i movimenti di massa sviluppatisi in Brasile.
La crisi del capitalismo si mischia quindi alla crisi storica del movimento operaio internazionale, che è in primo luogo la crisi della direzione del movimento operaio stesso.

La crisi della direzione del movimento operaio

Che cosa si intende nello specifico con questa formulazione?
La direzione del movimento operaio non è questa o quella soggettività d'avanguardia che si proclama in tal senso, ma è chi materialmente guida la maggioranza della classe operaia. L'attualità della fase italiana mostra distintamente questa dinamica e la sua tragedia. Il vuoto politico impostosi a sinistra dopo anni di tradimenti e compromissioni da parte delle principali organizzazioni politiche che si richiamano al comunismo ha consegnato la guida del movimento operaio nelle mani della CGIL e della FIOM, che hanno di fatto assunto negli ultimi anni il ruolo di supplenti, stante l'assenza di una guida politica. Ruolo per altro che assolvono in modo del tutto inadeguato, da un lato perché la CGIL è condizionata dalla strategia concertativa di fondo, funzionale alla sopravvivenza della sua burocrazia e della sua maggioranza, dall'altro perché la FIOM è condizionata dall'egemonia della sua burocrazia, capace di terribili tradimenti anche nel recente passato (Termini Imerese ad esempio). Nonostante ciò la FIOM ancora gode di un discreto prestigio tra le masse operaie, prestigio che però non ha voluto investire in una svolta radicale della sua azione o della sua prospettiva, ma che utilizza invece per tenere ancora a freno e “raffreddata” la disponibilità operaia alla mobilitazione di massa e ad una svolta radicale sui metodi stessi di mobilitazione, come dimostra la recentissima vicenda della AST di Terni. L'implosione dello stalinismo se da un lato ha aperto un enorme spazio politico, liberandolo dalla guida dei partiti stalinisti e dai sindacati da loro controllati, dall'altro, rilanciando la questione cruciale della direzione e del progetto comunista, inevitabilmente ha aperto spazi anche a riformisti e centristi. Le questioni cruciali della presa del potere e del governo operaio sono state sistematicamente rimosse per rigetto, le sinistre riformiste hanno imbarcato integralmente la critica liberale e borghese allo stalinismo, traducendola nell'eguaglianza tra bolscevismo e stalinismo e ripudiando quindi ogni prospettiva della presa del potere. In Italia, questa linea ha segnato profondamente tutta l'esperienza di Rifondazione Comunista, da Bertinotti a Ferrero.
La debolezza delle sinistre politiche e la pochezza delle loro proposte politiche riformiste, indebolite ancor di più da anni di tradimenti e di svendita in cambio di ministeri o assessorati e l'inadeguatezza delle direzioni sindacali, strette intorno ai loro interessi di bottega, sono una combinazione letale, che rischia di segnare la prossima fase con un indelebile segno negativo.
Questo quadro non fa che mostrare la crucialità della questione della direzione del movimento operaio, che prima ancora di essere il problema di avere materialmente qualcuno alla guida del movimento operaio (perché questo, eventualmente, è un vuoto che si riempie), è il problema di avere una proposta di guida del movimento operaio che sia un progetto politico di superamento rivoluzionario del capitalismo, di governo dei lavoratori e di apertura della fase transitoria al socialismo.

Perché un Partito


La contraddizione tra capitale e lavoro è il cuore delle dinamiche che si esplicano intorno al modo di produzione capitalista, dando forme specifiche tanto al sistema produttivo, quanto a tutte le forme sovrastrutturali. L'accumulazione capitalista tramite l'estrazione del plusvalore da un lato e la difesa dei salari da parte dei lavoratori dall'altro sono il nocciolo centrale del modo in cui il mondo funziona nella società capitalista. La struttura stessa del capitalismo, fatta di cicli e di crisi, porta i padroni a tagliare i salari e a peggiorare le condizioni di lavoro e di conseguenza gli operai a scontrarsi con loro per difendere le proprie condizioni di vita.
Questa lotta però non evolve automaticamente nella costruzione di un nuovo modello di società, non si muta spontaneamente in una socializzazione del lavoro. La struttura produttiva del capitalismo lavora incessantemente per trasformare se stessa, per rivoluzionare continuamente i mezzi di produzione, in prima istanza per aumentare il profitto, ma che come conseguenza porta con se anche lo stravolgimento della composizione della classe e della sua identità sociale. I capitalisti usano tutto il potere a loro disposizioni, economico, sociale, culturale, politico, per imporre la riproduzione e l'estensione del modo di produzione capitalista. Ma se la lotta di classe non si traduce automaticamente in lotta per il superamento del capitalismo non è solamente per l'azione continua volta alla riproduzione che il capitalismo esercita su se stesso e dunque su tutti gli esseri umani che vivono dentro il suo recinto.
La consapevolezza della necessità della trasformazione in senso socialista della società non è un dato che sorge spontaneamente dalla lotta di classe, ma un progetto che si costruisce politicamente.
Lo strumento per costruire questa consapevolezza è il partito della rivoluzione, il partito comunista.

Mitologia e mistica del partito

Di fronte al vuoto politico che si è creato e alla necessità di una guida alternativa, rivoluzionaria, della classe operaia, il tipo di risposte che organizzazioni politiche, singole avanguardie o compagni coscienti senza collocazione danno sono le più diversificate, molte delle quali rimuovo, aggirano, ignorano o ancora peggio affrontano la questione del partito con un atteggiamento che oscilla tra il mistico ed il mitologico.

«Dobbiamo riunirci tutti in un grande partito»

Il sentimento del bisogno di una cosiddetta unità a sinistra nasce molto spesso dalla dogmatica convinzione che "più grande è meglio". Questo tipo di impostazione è un retaggio del togliattismo e della dottrina del partito di massa che riesce ancora oggi ad avere una grande influenza sull'immaginario persino delle più recenti generazioni dei militanti della sinistra italiani. L'idea è che il partito di massa, il cosiddetto "partito nuovo", in sostanza il modello del PCI togliattiano, sia il metodo universale di costruzione di un partito comunista. In realtà quel metodo, quella costruzione, era integralmente al servizio di un progetto di compatibilità con la repubblica italiana, un progetto di riforme all'interno del capitalismo e in definitiva un progetto di competizione elettorale con l'altro grande partito repubblicano di massa, ossia la Democrazia Cristiana. La struttura stessa del PCI serviva a rimuovere la questione dell'egemonia sulla maggioranza della classe lavoratrice, a rimuovere in ultima istanza, la questione della presa del potere. Questa concezione va combattuta non per una difesa consolatoria dei piccoli numeri o per atteggiamento settario, ma perché una diversa impostazione è necessaria per un diverso obbiettivo. L'anelito alla unificazione dei partiti che legittimamente o meno si rifanno al comunismo è un dato caratterizzante per converso gli ultimi anni della storia recente segnata da una progressiva frammentazione del quadro delle organizzazioni comuniste o sedicenti tali, a partire dalla crisi inarrestabile di Rifondazione Comunista. Questa richiesta di unità a sinistra è un dato che non può essere trattato con sufficienza o con presunzione, perché è sintomo del grande disorientamento politico che domina lo scenario delle avanguardie operaie e politiche in Italia. Fuori da ogni retorica, tutti i progetti di riunificazione portati avanti negli anni passati si sono contraddistinti per l'essere poco più di un mero cartello elettorale (Arcobaleno, Ingroia, Tsipras) o la riproposizione di un progetto politico identico, senza bilancio degli errori del passato, senza una rottura con le dirigenze compromesse, senza, soprattutto, una svolta sulle prospettive politiche, come è stata la Federazione della Sinistra. Partiamo da un punto: la prospettiva della confluenza delle varie sigle in un unico partito è un falso problema o, in altre parole, è una domanda mal posta. L'unità dei comunisti si fa sul programma a partire dall'indipendenza di classe. Non c'è fusione possibile tra chi ha un programma rivoluzionario e chi ha un programma riformista o neokenesyano, non c'è fusione possibile tra chi è compromesso in modo irrimediabile con la borghesia, avendo assunto ministeri su ministeri, sostenuto governi borghesi nazionali e locali e continuando ad avere una linea di alleanza con i partiti della borghesia ancora oggi, dove questi, in modo del tutto opportunista, continuano a concedergli spazio. Il punto non è solamente una questione di retaggio politico che le organizzazioni compromesse si portano dietro, è anche una questione di prospettiva. L'apertura di percorsi unificatori dei partiti rivoluzionari è senza dubbio un percorso più che auspicabile, ma non si può derogare su questo. La proposta di fondere i partiti che in modo più o meno confuso si rifanno al comunismo è molto spesso poco più che un'operazione di nostalgia, quando non è un vero e proprio tentativo di sopravvivenza di un ceto dirigente esautorato attraverso il tentativo di ingrossare le maglie dell'organizzazione che intendono continuare a dirigere. L'eventuale percorso di unificazione deve confrontarsi con il progetto, con la prospettiva, con il programma: il programma è per noi l’obbiettivo della rivoluzione e della conquista del potere, la dittatura del proletariato e la democrazia consiliare, il progetto di una transizione ad un modo di produzione socialista. Compito principale dei comunisti in questa specifica fase storica è quello di raggrupparsi attorno a questo programma, conquistare ad esso l’avanguardia della classe operaia e in prospettiva la sua maggioranza.
La costruzione del Frente de Izquierda y de los Trabajadores in Argentina, che ha posto all'interno di un processo riunificatore ben tre partiti rivoluzionari, con un programma che non fa sconti al riformismo e non deroga sulle questioni fondamentali che abbiamo qui ricordato, dimostra che tali processi sono oltre che auspicabili anche reali là dove vi sono le condizioni (prima fra tutte l'esistenza di più partiti disponibili a condividere un programma di rivoluzione). Che il FIT superi al più presto la sua attuale struttura federativa e apra un percorso di reale costruzione di un grande partito rivoluzionario è un punto di svolta per la lotta di classe internazionale che non può più essere rinviato.

«Il vostro partito non mi rispecchia al cento per cento»

L'idea diffusa che l'adesione ad un partito si misuri con la sovrapposizione al millesimo delle proprie convinzioni politiche con l'insieme delle posizioni del partito stesso dimostra ancora una volta come l'eredità dello stalinismo in salsa italiana sia ancora molto forte. Il PCI si fondava sulla strenua limitazione del dibattito interno e del diritto al dissenso e sullo strapotere della segreteria generale. Molti compagni storici, ma anche nuove avanguardie di recente formazione, per non contare di un numero indefinibile di compagni inattivi, ritiratisi dalla militanza dopo anni di tradimenti delle dirigenze riformiste, sono ancora immersi in un immaginario che vede la tacita sottomissione alla linea della segreteria (quando non del segretario) uno dei punti centrali del funzionamento di un partito. Nell'immaginario il partito comunista è un blocco granitico senza alcuna dialettica interna ne esterna, in cui la rivoluzione proletaria è un richiamo tanto costante quanto vuoto e retorico. Questa tendenza si esprime anche in un forte leaderismo, in cui il capo incarna il programma – molto spesso più su un principio di fiducia che di condivisione politica – e l'adesione si misura nell'identificazione delle aspirazioni e delle convinzioni del singolo militante con quanto il capo riesce ad evocare. Ma c'è di più. C'è una forte distorsione nella percezione di quello che è il ruolo del partito in rapporto alla coscienza rivoluzionaria. C'è infatti in questa impostazione un forte idealismo: si concepisce la coscienza rivoluzionaria come qualcosa di astratto e astorico a cui aderire individualmente prima di prendere contatto con il partito rivoluzionario. Ma il partito non è il luogo in cui la coscienza della necessità del superamento in senso socialista del capitalismo viene gelosamente custodita da vestali e sacerdoti; al contrario, è il luogo in cui questa coscienza si definisce e attraverso cui si riverbera sulla classe. Ogni deviazione da questo principio porta a diverse nefaste conclusioni: da un lato una chiusura settaria del partito, eternamente in attesa che le coscienze rivoluzionarie si sviluppino spontaneamente e si avvicinino già integralmente formate al partito. Dall'altro, all'esterno, il rifiuto del contatto con il partito da parte di gruppi, singoli o collettivi, spaventati all'idea che alcune delle loro posizioni possano non trovare condivisione nella maggioranza del partito. A questa concezione occorre opporre un metodo organizzativo realmente centralista e democratico. Il centralismo democratico, lungi dalla deformazione stalinista che lo pretende come una sorta di tirannia della maggioranza (o della segreteria) è la combinazione di due elementi che sono ben più che caratterizzanti il partito rivoluzionario, due elementi che sono fondativi della stessa ragion d'essere rivoluzionaria del partito, la centralizzazione e la democrazia. Il centralismo politico è uno strumento essenziale, perché il partito centrato su un programma di rivoluzione deve muoversi in tutte le dinamiche che gli si pongono di fronte per riuscire ad adempiere al suo compito storico di elaboratore e divulgatore della coscienza socialista e in queste dinamiche non può lasciarsi travolgere da pulsioni federaliste o da particolari punti di vista contingenti di fase. Il centralismo politico poi è strumento di garanzia del programma e dell'indipendenza di classe. Per anni abbiamo assistito e continuiamo ad assistere all'opportunismo delle sinistre riformiste (SEL e PRC in primis) che oscillano continuamente tra il sostegno e la opposizione ai governi borghesi, anche simultaneamente: all'opposizione del governo centrale, non mancano di allearsi con gli stessi partiti che lo compongono sul piano locale, talvolta capita poi che rompano una giunta comunale o regionale per una opposizione maturata magari anche in modo sincero e in rottura, ma contemporaneamente riallaccino rapporti con gli stessi partiti padronali a livello centrale quando questi gli prospettino ministeri e sottosegretariati.
Il partito poi ha bisogno della democrazia interna come dell'ossigeno. La parodia stalinista del centralismo democratico ci ha lasciato un macigno molto difficile da rimuovere dall'immaginario collettivo della sinistra italiana: la limitazione del dibattito, della libertà di discussione e di confronto e della espressione di posizioni diverse dalla maggioranza sono stati assunti non solo come strumento di controllo, ma anche come strumento di vanto, contro posizioni anarcoidi o movimentiste delle organizzazioni dell'estrema sinistra. Lo stalinismo ha storicamente reagito con le scomuniche e le maledizioni all'opposizione di sinistra (oltre che con la persecuzione, l'esilio e lo sterminio dei suoi militanti). Questo è un punto cruciale. Un partito centralista democratico deve insindacabilmente garantire il diritto all'espressione del dissenso interno, anche fornendo gli strumenti organizzativi a compagni o gruppi di compagni che decidano di costituirsi in una vera e propria tendenza organizzata e centrata su posizioni divergenti. Massima libertà di discussione, massima fermezza nei principi uniti alla massima unità d'azione nel terreno della lotta di classe. Il partito è il luogo in cui si discute, ci si confronta, si elabora la produzione del partito. Una volta arrivati ad una risoluzione, tutti i militanti del partito si muovono in quella direzione. Solo in questo modo il centralismo democratico può riconquistare il suo significato originario e non assumere il volto della deformazione stalinista di strumento di repressione interno.

«Entrerei in un partito rivoluzionario, se esistesse. Ma non esiste.»

La presunta non esistenza del partito rivoluzionario è espressione frequente sia tra singole avanguardie sia come elaborazione di analisi di fase di numerosi piccoli gruppi o collettivi organizzati. "Il partito non esiste – dicono – servirebbe – si arrischia ad aggiungere qualcuno – ed è un vero peccato che non ci sia. Nel frattempo continuiamo il nostro lavoro di inchiesta o di lavoro settoriale". Questa impostazione ha una enorme quantità di limiti che è necessario affrontare perché la questione del partito non rimanga un tabù.
In primo luogo è una posizione completamente schiacciata su un oggettivismo quasi evoluzionista. Il partito è concepito come una categoria della storia necessaria ma astratta, la cui costruzione è costantemente rinviata ad un momento in cui le condizioni “saranno mature”. In questo modo, rimuovendo la progettualità, le conseguenze sono o di ritirarsi a pura testimonianza, o di rinchiudersi in vertenzialismo o settorialismo; quando non significa il completo abbandono della militanza e della prospettiva socialista. Certamente il rapporto della costruzione del partito con la cruda materialità della fase è una questione centrale. La tattica dell'entrismo è testimonianza importante di questo dato. I marxisti rivoluzionari, di fronte allo scenario di un movimento operaio internazionale largamente egemonizzato dallo stalinismo, scelsero la tattica dell'entrismo proprio per strisciare ventre a terra e raggruppare forze intorno a sé. Ma l'entrismo, come l'attendismo indeterminato, non possono diventare strategia. Di fronte allo fase attuale, alla più grande crisi del capitalismo degli ultimi decenni, la questione della ricostruzione di un partito della rivoluzione non è aggirabile su scala nazionale e ancora di più su scala internazionale. Abbiamo letto stormi di analisti che condannavano le primavere arabe in quanto espressione diretta o indiretta di interessi imperialisti, portando come riprova di ciò la mancanza di organizzazioni rivoluzionarie nei paesi sconvolti dalle rivolte. Mancando la guida rivoluzionaria, l'egemonia delle rivolte è stata immediatamente presa dai controrivoluzionari, dagli agenti degli imperialismi, che hanno lavorato per guidare e declinare la successione al potere ai loro interessi. La lezione che si deve trarre da questo è l'onnipotenza dell'imperialismo che tutto vuole e tutto può? Certamente l'imperialismo, pur all'interno di una profonda crisi di direzione, gode di rapporti di forza significativi in primo luogo da un punto di vista militare e di intelligence nei confronti di ogni prospettiva rivoluzionaria che si apra. Ma questo non fa che rilanciare l'urgenza della costruzione del partito della rivoluzione.
Il PCL con tutti i suoi militanti è impegnato dovunque in questa prospettiva, in Italia come sul piano internazionale attraverso la lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale.

Nicola Sighinolfi

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Il nuovo anno si apre con una sconfitta: l'articolo 18 è abrogato. Il governo e il PD hanno cancellato una conquista strappata con l'autunno caldo (1969). Renzi è riuscito dove aveva fallito Berlusconi. Licenziamenti senza giusta causa, demansionamento e controllo a distanza, contratti a termine senza causale (Poletti): è una condizione di lavoro diversa. Ogni “assunto” sarà molto più ricattabile. L'estensione ai licenziamenti collettivi peggiora il quadro. Confindustria ha ragione di brindare.
Il successo incoraggia l'arroganza. Colpiti i lavoratori e le lavoratrici del privato, Renzi estende l'attacco al pubblico. Il governo infatti procede con la tecnica del carciofo. Prima ha colpito le fabbriche, dicendo ai pubblici che non era il caso di scioperare per loro. Poi indirizza il colpo contro i pubblici (con il contratto bloccato da anni), cercando il consenso delle fabbriche contro “i privilegiati”. A tutti vende l'immagine di uomo del fare. Per il quale confeziona una riforma elettorale con cui controllare tutte le leve del potere. E' il progetto reazionario più pericoloso dal dopoguerra: un bonapartismo confindustriale coi voti del popolo.

OCCORRE ALZARE UN ARGINE, COSTRUIRE UNA OPPOSIZIONE VERA.

Lo sciopero del 12 dicembre (CGIL e UIL) si è dimostrato insufficiente. Una giornata di lotta “una tantum”, tradizionale, senza piattaforma, senza continuità, senza prospettiva, non poteva ottenere risultati. Non si può sperare nel dialogo con un governo che vuole lo scontro. Occorre voltare pagina: mettere in campo una forza uguale e contraria, con la volontà di vincere. E' necessaria una piattaforma generale unificante, che rivendichi non solo i diritti abrogati, ma la ripartizione fra tutti/e del lavoro esistente, la cancellazione della precarietà, un vero salario ai disoccupati, il rinnovo dei contratti, un grande piano di nuovo lavoro finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite. E’ necessaria una forza di massa per imporre questa piattaforma, una mobilitazione prolungata che punti a bloccare il Paese. E’ necessaria un’assemblea nazionale di delegati/e eletti nei luoghi di lavoro, che decida piattaforma e forme di lotta, che guidi democraticamente questa battaglia.
Il PCL si batte e si batterà ovunque per questa svolta. Il governo ha vinto una battaglia importante, non la guerra. La guerra è la lotta di classe. 16 milioni di lavoratori e lavoratrici di-pendenti sono una enorme forza. Ma sono circondati da avversari. Partiti che rappresentano i capitalisti amici di Renzi. Ciarlatani reazionari (Salvini e Grillo), che inzuppano il pane nella guerra fra poveri a tutto beneficio dei padroni. “Sinistre” che dicono agli operai che non contano nulla, e che devono aspettare il capitalismo “sociale e democratico”. Quello che non verrà mai. Occorre dare alla classe lavoratrice un suo partito indipendente, che le dia coscienza della sua forza, lavori alla sua unità, sia contrapposto al capitalismo, lotti per un governo dei lavoratori.
Il PCL è ovunque impegnato a costruire questo partito di classe, anticapitalista e rivoluzionario.

9 gennaio 2015

Non mi accodo….. eh no! che non mi accodo!

Di Rossosconclusionato

Non mi accodo agli intellettuali progressisti che ci spiegano, con espressione ferale,  che “Questo” è il frutto delle politiche sbagliate dell’occidente.
A proposito dov’era Massimo Cacciari, che oggi in televisione ce lo ha spiegato dottamente, quando i suoi soci di partito bombardavano Belgrado mentre i soci di Osama bin Laden tagliavano la teste ai serbi e le mostravano soddisfatti alle telecamere?

E altri intellettuali “maître à penser” come Luciano Canfora,  il quale ha detto alla radio che sono stati gli americani ad aver iniziato a finanziare l’estremismo islamico, cosa arcinota a tutti e condivisa da ogni governo occidentale per almeno un ventennio, dov’erano quando bombardavano Bagdad?  

Un altro ci ha insegnato che l’islam è rimasto indietro, come la Chiesa cattolica del 1500: sempre pronta a maledire e bruciare ogni anelito di libero pensiero.
Cazzate! Se la chiesa odierna ha accettato la scienza e la ragione è perché ci è stata costretta ma, se fosse per i preti ci sarebbe la pena di morte per la “pugnetta”.
O sono stupidi o in malafede: quando mai  la religione è servita al progresso?

Non mi accodo ai pacifisti che cantano la marsigliese con le matite rotte nelle bianche manine e la vigliaccheria nel cuore. Come se i parigini la Bastiglia l’avessero presa a colpi di brioches e come se ”egalité” volesse dire che io magno e tu ogni tanto, ma devi stare buono lo stesso e gioire della mia libertà insieme a me.
E nemmeno mi accodo al luogo comune pseudo-democratoide per cui ci si deve appellare all’islam moderato, affinché sottragga agli estremisti la manovalanza guerriera  perché diventi, ma questo non lo dicono, obbediente forza lavoro a basso costo.

Sono tutti ipocriti e se credono, in questo modo, di sottrarre le masse dall’influenza del fascistume imperante, che come una nebbia mefitica ci sta avvolgendo, si sbagliano di grosso. Ci vuole ben altro! Le canaglie fasciste lo hanno capito bene che in tempi come questi la coscienza della maggioranza passiva, quella che in piazza non la vedi mai, si trasferisce dalla testa al buco del culo.

A chi ci accodiamo allora? Alla lotta di classe! Contro i padroni nostrani e contro l’altra faccia della medaglia, i padroni dell’Islam, che sotto la bandiera del riscatto delle masse arabe in miseria, contendono all’occidente le risorse  del Medio Oriente.
Insomma, se ti estranei dalla lotta sei un gran figlio di una mignotta.

………O no?

8 gennaio 2015

SIAMO TUTTI CHARLIE? UNITÀ NAZIONALE? MA ANCHE NO … COMMENTO A CALDO SULLA STRAGE DI PARIGI

Di Leo Astilegnave 

Le notizie scorrono velocemente: ieri il pluriomicidio nella redazione di Charlie Hebdo, poi stamattina un’altra sparatoria, poi un’esplosione di fronte ad un negozio di kebab vicino ad una moschea…

Tutto fa notizia: tutto viene mischiato insieme affinché aumenti la tensione, la voglia di vendetta e la preoccupazione, senza valutare la disconnessione tra gli accadimenti.

Chi invoca la guerra alla Jihad. Chi al terrorismo. Chi all’immigrazione clandestina. Chi parla di “11 Settembre europeo”. Facili sono le conclusioni e i commenti dei “migliori” intellettuali nostrani. Chi è contro ogni religione, chi contro qualsiasi ideologia: i commenti rozzi ma intellettuali si sprecano. Quello che fa notizia è commentare, commentare e commentare i “fatti”.

Ma nessuno ha “voglia” di analizzare le origini del problema, l’unico modo che può evitare facili strumentalizzazioni e terribili conseguenze. E qui, ovviamente, la fantasia si spreca : è colpa del Corano! No, è colpa di Sarkozy! No, di Le Pen, anzi no della Bibbia! NO DEGLI IMMIGRATI!

I tre assalitori sono tutti di origine francese: 2 sono nati a Parigi. Quindi la questione immigrazione non è la causa dei problemi. Chi conosce la parola “banlieu”? E chi conosce la parola “democrazia”? Chi la parola uguaglianza? Secondo voi la parola uguaglianza e democrazia vanno di pari passo? I “fatti” dicono di no.

La parola banlieu significa suburbio, periferia. Periferia viene dal latino peripheria cioè circonferenza, posta al margine.

Quindi una democrazia produce emarginazione? Non essendo capace di creare uguaglianza crea emarginati. Emarginati che puntualmente vogliono, pretendono. Pretendono di esistere e di essere ascoltati. Gli stessi sobborghi erano roccaforti della sinistra: in tutto il mondo la bandiera rossa era quella che sventolava più volentieri in quartieri periferici, e non malfamati, ma semplicemente abbandonati a loro stessi.

La risposta della politica borghese quale è stata negli anni passati, quando le periferie erano bacino elettorale della sinistra? Qualche riforma filo-capitalista capace di ritardare lo scoppio imminente di una rivoluzione: qualche diritto e garanzia in più.

E oggi, quando queste roccaforti sventolano più volentieri l’odio razziale e fascista (se di religione cristiana) o quella della “Jihad” (se di religione islamica), qual è la proposta dei governi? Il lutto e la guerra. Ma la guerra a chi? Alla povertà? All’emarginazione? Non potendo garantire un lavoro, una casa, la scuola, il governo (francese, italiano statunitense ecc.) garantisce polizia, controllo. Controllo e non risoluzione del conflitto. Lo Stato borghese chiede a tutta la nazione di stringersi “a coorte” affinché si catturino e si stanino i terroristi.

Per questo che oggi io non sono in lutto nazionale, ma rispetto le vittime. Non dichiaro guerra alla religione, ma alla povertà ed all’emarginazione, a favore degli sfruttati.

A conclusione riporto un brano tratto da “Marxismo e anticlericalismo" (www.trotskysmo.blogspot.it):

...Le religioni, come la storia ci insegna, nascono per giustificare fenomeni naturali ancora sconosciuti all'uomo. E' l'uomo che crea la religione, non la religione che crea l'uomo. Il marxismo lotta da sempre contro l'idealismo, ma non lo fa abolendo la religione, ma superandola tramite la cultura e la scienza per la trasformazione della società… Basta appena gettare un'occhiata sulla cosiddetta Apocalisse di Giovanni per convincersi del fatto che non solo l'autore era esaltato, ma anche l'"ambiente culturale" nel quale si muoveva" - Friedrich Engels (1820 - 1895)

“La debolezza delle classi sfruttate nella lotta contro gli sfruttatori genera inevitabilmente la credenza di una vita migliore nell'oltretomba, allo stesso modo che la debolezza del selvaggio nella lotta contro la natura genera la credenza degli dei, nei diavoli, nei miracoli, ecc. La religione è una specie di acquavite spirituale, nella quale gli schiavi del capitale annegano la loro personalità umana e le loro rivendicazioni in una vita in qualche misura degna di uomini. La religione deve essere dichiarata un affare privato…E' inammissibile tollerare una sola differenza nei diritti dei cittadini che sia motivata da credenze religiose...”. (Lenin "Socialismo e Religione" del 1905)

6 gennaio 2015

AVANTI COMPAGNI ! ANZI NO… ORA C’E’ TSIPRAS…

di Louis Cyphre

Il 25 Gennaio i greci andranno alle urne per le elezioni parlamentari. La Grecia è stata un laboratorio dell’austerità imposta non “dall'Europa” bensì dalle banche europee. Non dalla “Europa ladrona” di “bossiana” memoria, bensì dalle leggi che governano tutti gli Stati membri dell’Unione e l’Europa stessa, che tutelano prima di tutto il diritto di sfruttare e depredare di industriali e banchieri.
Orbene: chi ha fatto queste leggi? I governi. Chi li ha “democraticamente” eletti? L’amante della “democrazia” direbbe “i popoli”. Di che si discute quindi: dell’illiceità delle politiche? Se questo fosse stato il tuo pensiero, caro lettore, ti stai sbagliando. Le leggi, tutte, sono state fatte da governi democraticamente eletti.
Quindi la questione sarà, semmai: chi fa le leggi ? Le leggi vengono scritte dai partiti e governi graditi dalla classe dirigente. “L'accesso al parlamento borghese (che mai nella democrazia borghese decide le questioni più importanti, che vengono decise dalla Borsa, dalle banche) è sbarrato alle masse lavoratrici da mille ostacoli, e i lavoratori sanno e sentono, vedono e intuiscono perfettamente che il parlamento borghese è un istituto a loro estraneo, un'arma di cui si serve la borghesia per opprimere i proletari, un istituto della classe nemica, della minoranza sfruttatrice.”(1)
Ricordi gli 800 invitati alla cena di finanziamento del PD? 800-1000 € a coperto? Chi ha ancora il coraggio di stringere alleanze con un partito politico di questo tipo? La risposta è facile: i partiti che fanno del “realismo” e della “politica concreta” una bandiera, uno stile di vita. Mi ricorderò per sempre, finché vivrò, le parole di Felix Morrow nel libro Rivoluzione e Controrivoluzione in Spagna: “Il «realismo» di oggi diviene la strada di domani per la collaborazione con la borghesia…”.
Pertanto chi si batte per il comunismo come potrà appoggiare politiche neo-keynesiane, di compromessi riformisti che la stessa classe dominante non vuole concedere? Oggi vige la moda comunistoide non del “comunismo a tappe” (made in Stalin), ma del “riformismo a tappe” (made in Keynes): si cerca in tutti i modi, anche buttando al cesso i simboli che ci hanno contraddistinto, di entrare nel parlamento, vendendo la propria dignità politica al peggior offerente. Rinuncia al programma, rinuncia alle poltrone, rinuncia al simbolo… però tanti militanti sono ancora lì che pendono dalle labbra del greco, certo parlo di Tsipras, colui che probabilmente vincerà le prossime politiche in Grecia. Ma che farà? Dirotterà miliardi di euro in lavori pubblici? O farà politiche “sociali”? Esproprierà le grandi ricchezze dei padroni e della chiesa? Metterà in discussione la “santa” proprietà privata? Ridistribuirà tutto in lavoro e case popolari per tutti, extracomunitari e non? NO, niente di tutto ciò: semplicemente vuole salvare il paese all’interno dell’Eurozona e magari si alleerà con i socialisti ed il KKE (partito stalinista che difendeva il parlamento insieme alla polizia nell’ottobre del 2011, ve li ricordate?).
L’illusione in cui in tanti credono è proprio questa : basta cambiare governo e la ruota gira. Basta cambiare il politico disonesto, con uno onesto affinché tutto cambi. Ma se si va nel profondo della questione, si nota che le istituzioni che ci governano, lo Stato e tutti i suoi strumenti sono falliti. Lo Stato borghese è fallito.
E quindi: quale sarà la prospettiva di un politico che, seppur di sinistra, non mette in discussione le istituzioni in quanto tali, ma ha la prospettiva del governismo, della concretezza cioè del “realismo” ? 
L’ Europa non ha un problema Euro o Merkel : ha un problema istituzionale. La domanda con cui ho iniziato l’articolo era: chi fa le leggi? Chi governa? Solo un Governo dei Lavoratori potrà mettere in discussione le istituzioni borghesi di tutti i paesi dell’Europa tramite la distruzione rivoluzionaria del potere borghese, tramite il potere esercitato dai lavoratori organizzati, in Europa come nel resto del mondo.
Per questo che noi marxisti rivoluzionari saremo vicini ai compagni dell’EEK , il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori di Grecia (sezione del Comitato per la Rifondazione della Quarta Internazionale - CRQI), che si presenteranno alle elezioni autonomamente tanto lontani dal KKE filo borghese, quanto dalla borghesia capitalista che ha imposto le politiche di austerità contro il proletariato greco.  La nostra prospettiva, come quella dei nostri compagni greci, rimane quella della lotta rivoluzionaria per il comunismo, niente meno.
Perché solo la Rivoluzione cambia le cose. Abbandona le illusioni “tsipriane” ed unisciti alla lotta.



(1)    – Lenin : la Rivoluzione Proletaria ed il rinnegato Kautsky – 1918