23 maggio 2013

Perchè aderire al PCL


Di Onide.
Care Amiche e Cari Amici,

Care Compagne e cari Compagni,

Tante persone che conosco, nonostante le differenze culturali e sociali, hanno molto che li accomuna: una situazione economica in via di peggioramento, tanto da risultare insopportabile. 
Non è solo un problema di mancanza di lavoro, o di denaro, ma di scarsa qualità della vita. Anche  tanti  lavoratori,  pur avendo un reddito sufficiente per vivere, hanno una grossa difficoltà nell’affrontare la vita: tale svilimento della persona fa sì che la solitudine diventi l’identità sociale del nostro tempo.

In una società ampiamente secolarizzata dove la religione, nella quale in passato si identificavano ampie masse popolari è ridotta a puro conformismo, l’apparato pubblicitario Vaticano ripropone la solita via della preghiera e della tolleranza nella speranza dell’aldilà “ dei giusti “, proprio mentre  si aggravano le basi stesse della convivenza civile.

La stessa speranza viene riproposta in forma laica dal nuovo governo di unità nazionale  : “ l’illusione di una ripresa economica che ridarà benessere e lavoro a tutti, anche attraverso una pulizia all’interno della stessa classe politica”, proprio mentre si apprestano ancora a varare leggi che aggraveranno la condizione di milioni di Italiani.

Gli industriali e i banchieri, i veri responsabili della crisi in quanto agenti del sistema capitalistico,  appaiono anche loro come le vittime della crisi  .

Questa sceneggiata, per chi ha memoria, si è già ripetuta nei decenni passati, tutte le volte che l’economia italiana e mondiale è entrata   in crisi.

Di fronte a questo, tanti di noi sentono un senso di confusione ed incertezza nel futuro: ma che fare?

Intanto occorre sgombrare il campo da speranze e illusioni convincendoci che il sistema economico che ci governa è in crisi: il capitalismo non ha più niente da dare, ma solo da togliere .E’ necessario risvegliare in noi lo spirito della lotta, la dignità e il coraggio per il bene nostro e delle future generazioni.

Rottamiamo l’illusione di una borghesia illuminata o di una classe dirigente buona per ricondurre tutte le nostre forze  verso  il socialismo:” A ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i proprio bisogni “. Questo è il nostro obbiettivo: senza privilegi, senza burocrati, senza sfruttati né sfruttatori ed il nostro programma lo rappresenta, come passaggio verso una società di liberi ed uguali.

Uniamoci e trasformiamo le lotte, ancora divise e frammentate: per il lavoro, per l’ambiente, per la scuola, per i diritti civili, per una vita dignitosa per tutti, in una grande ribellione di massa fino Socialismo.

Aderire al Partito Comunista dei Lavoratori è la risposta alla necessità della Rivoluzione Sociale
Costruire il Partito della Rivoluzione è l’alternativa al capitalismo:
se ne vadano via tutti! Governino i Lavoratori!

21 maggio 2013

Incredibilmente .....


Oh perbacco ! Chi l’avrebbe mai detto; cazzo !
I giovani disoccupati italiani sarebbero disposti a cambiare città o paese
e a fare lo spazzino, anche i laureati…..  pur di lavorare.
Questo secondo l’ultima ricerca: disposti a dar via il lato oscuro, pur di lavorare !
Ma che scoperta ! Ma che intuizione! Hanno scoperto l’emigrazione ( pur di lavorare)
Letta, forte di questo, ha detto che si darà da fare.

……A parte  che a pulire le strade….  non ce niente di male.

Rossosconclusionato  

Sinistra, unisciti contro Beppe Grillo e Casaleggio


Articolo tratto dal "Manifesto" 18-05-13

Il nuovo attacco di Beppe Grillo allo ius soli non rappresenta una battuta infelice, per quanto odiosa. Come non è una battuta la promessa elettorale del candidato sindaco del M5S a Roma di «far sgomberare il Teatro Valle occupato per riportare la legalità». Queste posizioni rivelano in realtà, una volta di più, la natura reazionaria del grillismo.
Un soggetto politico che fa proprio l'armamentario ideologico razzista delle destre, e le sue campagne d'ordine, al servizio di un unico disegno: la scalata del potere politico, nel nome di un progetto plebiscitario. Un progetto che apertamente rivendica l'abolizione del sindacato in quanto tale, la soppressione «di tutti i partiti», una Repubblica fondata sulla rete, sotto il controllo dei suoi guru (Casaleggio e Grillo). Il regime dispotico interno al M5S è solo la prefigurazione del regime politico per cui M5S si batte. In questi mesi troppi sono stati (e sono), a sinistra, i silenzi, le ambiguità, e addirittura i pubblici elogi al M5S come movimento di «sinistra e progressista». Con pochissime eccezioni, le più diverse sinistre politiche e sindacali hanno ripetutamente assunto e ricercato il M5S come possibile interlocutore e alleato delle «comuni battaglie democratiche e sociali».
Questa politica non solo è priva di ogni fondamento nella realtà. Non solo nasconde ai lavoratori lo stesso progetto sociale di Casaleggio (abbattimento di pensioni e stipendi pubblici per regalare ai padroni l'abolizione dell'Irap, con un miserabile reddito di cittadinanza quale ammortizzatore della spoliazione del lavoro). Ma è stata usata da Grillo e Casaleggio come leva del proprio sdoganamento politico ed elettorale nel movimento operaio e nel popolo della sinistra. Alla ricerca di uno sfondamento populista in tutte le direzioni. E col cinismo calcolato di chi può impugnare ogni bandiera, dall'immagine democratica di Rodotà al razzismo più becero, pur di allargare il consenso per il proprio disegno di potere.

Questa politica di avallo suicida del grillismo, ora deve finire. Il partito comunista dei lavoratori in questi mesi, controcorrente, ha retto da solo, a sinistra - assieme ad alcune personalità e intellettuali come i Wu Ming - l'onere del contrasto a M5S, con un'azione di controinformazione in ogni ambito di movimento e di confronto. Ora facciamo appello a tutte le sinistre - politiche, sindacali, associative, di movimento- perché cessi ogni ambiguità e reticenza sul grillismo. E perché possa svilupparsi, finalmente, su questo terreno un'iniziativa unitaria.

L'attacco razzista di Grillo allo ius soli non può essere senza conseguenze: può e deve diventare un punto di svolta nel rapporto con il M5S per tutte le forze del movimento operaio. L'azione centrale di opposizione politica e sociale al governo Letta-Alfano - che deve essere radicale e di massa - va sviluppata in piena autonomia dal M5S e combinata con la battaglia aperta al populismo reazionario e razzista, già a partire dall'importante mobilitazione di oggi a Roma promossa dalla Fiom. Ogni ambiguità sul grillismo, se era prima un errore, ora diverrebbe un crimine politico.
MARCO FERRANDO

16 maggio 2013

Per il rilancio di una lotta anticlericale di massa



"Non sono alla marcia per la vita perché non voglio strumentalizzare politicamente un’iniziativa giusta”1. Questa dichiarazione di Ignazio Marino, che ritiene "giusta" la manifestazione reazionaria antiabortista di oggi, promossa dal Vaticano e dalle principali organizzazione fasciste (tra cui Forza Nuova e Militia Christi) non ci stupisce, perché siamo consci e denunciamo da sempre il carattere clericale del PD e del centrosinistra in quanto forza borghese; in particolare a Roma, teatro dell'enorme traffico affaristico del Vaticano, che costituisce una buona fetta del capitalismo locale e nazionale. Ciò che invece chiediamo è: cosa hanno da dire in merito alle dichiarazioni di Marino i principali dirigenti delle organizzazioni di sinistra (in primis di SEL) che sostengono la sua candidatura a sindaco, e che magari oggi erano presenti alla manifestazione in memoria di Giorgiana Masi e contro la marcia reazionaria "per la vita"? Il fatto è che o si occupano le poltrone insieme al PD clericale, o si sta dalla parte dei diritti delle donne e delle minoranze sessuali. In mezzo non si può stare! Anche ciò conferma una verità elementare: che la sudditanza della sinistra riformista al polo del PD e della borghesia liberale è un tradimento non solo della classe lavoratrice, ma persino dei diritti democratici più elementari, quali il diritto all'aborto, al divorzio e all'autodeterminazione della donna. Tanto più nel quadro di un attacco senza precedenti alla legge 194 e al diritto di aborto su vasta scala. Su questo tema chiamiamo alla riflessione chi oggi ha fiducia nei gruppi dirigenti della sinistra riformista, a partire da SEL che sostiene Marino; ma anche a chi ha cercato in tutti i modi possibili l'alleanza di governo nazionale col PD, e che governa di fatto ancora in molte regioni con esso (vedi Rifondazione e la FdS). Come PCL rivendichiamo, come abbiamo sempre fatto, una battaglia anticlericale di massa contro la reazione oscurantista, che coniughi alla difesa dei diritti civili (a partire dall'applicazione della legge 194) una lotta radicale contro il Vaticano in quanto parte del capitalismo italiano: a partire dall'annullamento del concordato, dall'abolizione dei privilegi fiscali della Chiesa, dall'esproprio dello IOR e delle immense proprietà immobiliari della chiesa, misura indispensabile in una situazione che vede migliaia di proletari e poveri senza una casa. Soltanto in questo modo è possibile creare un percorso di mobilitazione massa contro il Vaticano e l'oscurantismo, una mobilitazione anticlericale che coinvolga chi soffre delle terribili condizioni sociali imposte dalla crisi. Ma tutto ciò è possibile soltanto rompendo col centrosinistra filo-clericale e nel quadro di una battaglia di classe frontale contro ogni governo borghese. Tertium non datur.

1 - Fonte: : http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/marcia_vita_roma/notizie/278778.shtml

Partito Comunista dei Lavoratori – Roma

Volantino distribuito dal PCL alla manifestazione per Giorgiana Masi del 12 Maggio:

IN RICORDO DI GIORGIANA MASI, LA CUI LOTTA DI ALLORA E' LA NOSTRA OGGI.



CONTRO IL CLERICALISMO E IL VATICANO.



PER L'AUTODETERMINAZIONE E IN DIFESA DELLA 194.





Oggi 12 maggio 2013 cade il trentaseiesimo anniversario della morte di Giorgiana Masi, studentessa e militante femminista diciottenne uccisa da un proiettile vagante durante il sit-in per celebrare il referendum sul divorzio, a tre anni dalla sua vittoria.

La Questura di Roma non ha concesso l'autorizzazione per un corteo in suo ricordo per i soliti motivi di ordine pubblico: ha infatti deciso di dare spazio alle istanze del Movimento per la Vita, condivise anche dalla destra, che oggi si troverà a sfilare per le strade di Roma. Esattamente come trentasei anni fa, la repressione viene esercitata in nome e per conto del "bene del Paese", ieri con il Compromesso storico DC-PCI, oggi con il governo di unità nazionale PD-PdL.



Tutto ciò in un Paese in cui, a trentacinque anni dall'entrata in vigore della legge 194, gli obiettori di coscienza si rifiutano di praticare l'aborto (solo nel Lazio gli obiettori, tra i ginecologi, sono il 91,3%) e di vendere la pillola del giorno dopo (venduta, nel caso, a prezzi proibitivi); in cui la violenza di genere, fisica e psicologica, è all'ordine del giorno; in cui anche la scuola pubblica è territorio di dominio della Chiesa cattolica (che impedisce l'insegnamento dell'educazione sessuale); in cui i tagli ai servizi pubblici e al welfare hanno colpito soprattutto le donne (che vengono usate dallo Stato come ammortizzatori sociali per svolgere i tradizionali lavori di cura).
Concedere spazio a istanze che vogliono negare alle donne la libertà di scegliere per se stesse è chiaramente una decisione politica.

Davanti ad un attacco frontale ai diritti delle donne portato avanti da almeno un decennio dalle destre e tollerato omertosamente - se non addirittura condiviso - dal centrosinistra, il Partito Comunista dei Lavoratori rivolge un appello a tutte le sinistre associative e di movimento per unirsi in una lotta che sappia essere non solo difensiva e di mettere in campo una forza ed una determinazione tanto radicale quanto quella di chi nega la nostra libertà ed autodeterminazione.



Partito Comunista dei Lavoratori
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - ROMA

12 maggio 2013

LETTERA APERTA ALLE SINISTRE:

E' ORA DI RIMUOVERE COMPIACENZE E AMBIGUITA' SUL GRILLISMO
Il nuovo attacco di Beppe Grillo allo IUS SOLI non rappresenta una battuta infelice, per quanto odiosa. Come non è una battuta la promessa elettorale del candidato sindaco del M5S a Roma di “far sgomberare il Teatro Valle occupato per riportare la legalità”. 

Queste posizioni rivelano in realtà, una volta di più, la natura reazionaria del grillismo. Un soggetto politico che fa proprio l'armamentario ideologico razzista delle destre, e le sue campagne d'ordine, al servizio di un unico disegno: la scalata del potere politico, nel nome di un progetto plebiscitario. Un progetto che apertamente rivendica l'abolizione del sindacato in quanto tale, la soppressione “di tutti i partiti”, una Repubblica fondata sulla rete, sotto il controllo dei suoi due guru ( Casaleggio e Grillo). Il regime dispotico interno al M5S è solo la prefigurazione del regime politico per cui M5S si batte. 

In questi mesi troppi sono stati (e sono), a sinistra, i silenzi, le ambiguità, e addirittura i pubblici elogi al M5S come movimento di “sinistra e progressista”. Con pochissime eccezioni, le più diverse sinistre politiche e sindacali hanno ripetutamente assunto e ricercato il M5S come possibile interlocutore e alleato delle ”comuni battaglie democratiche e sociali”. Questa politica non solo è priva di ogni fondamento nella realtà. Non solo nasconde ai lavoratori lo stesso progetto sociale di Casaleggio ( abbattimento di pensioni e stipendi pubblici per regalare ai padroni l'abolizione dell'IRAP, con un miserabile reddito di cittadinanza quale ammortizzatore della spoliazione del lavoro). Ma è stata usata da Grillo e Casaleggio come leva preziosa del proprio sdoganamento politico ed elettorale nel movimento operaio e nel popolo della sinistra. Alla ricerca di uno sfondamento populista in tutte le direzioni. E col cinismo calcolato di chi può impugnare ogni bandiera, dall'immagine democratica di Rodotà al razzismo più becero, pur di allargare il proprio bacino di consenso in funzione del proprio disegno di potere. 

Questa politica di avallo suicida del grillismo, ora deve finire. Il Partito Comunista dei Lavoratori in questi mesi ha retto da solo, a sinistra, controcorrente, l'onere del contrasto del M5S, con un'azione di controinformazione e chiarificazione politica in ogni ambito di movimento e di confronto. Ora facciamo appello a tutte le sinistre- politiche, sindacali, associative, di movimento- perchè cessi ogni ambiguità e reticenza sul grillismo. E perchè possa svilupparsi, finalmente, su questo terreno un'iniziativa unitaria. L'attacco razzista di Grillo allo IUS SOLI non può essere senza conseguenze: può e deve diventare un punto di svolta nel rapporto con il M5s per tutte le forze del movimento operaio. L'azione centrale di opposizione politica e sociale al governo Letta/Alfano- che deve essere radicale e di massa- va sviluppata in piena autonomia dal M5S e combinata con la battaglia aperta al populismo reazionario e razzista, già a partire dall'importante mobilitazione del 18 Maggio a Roma promossa dalla FIOM. Ogni ambiguità sul grillismo, se era prima un errore, ora diverrebbe un crimine politico.

09 maggio 2013

Di quale sinistra hanno bisogno i lavoratori ? Le illusioni su Vendola e la socialdemocrazia europea.


Testo del volantino che verrà distribuito dal PCL alla manifestazione del SEL  dell' undici Maggio a Roma.

Cari/e compagni/e, 
chi è venuto oggi in questa piazza cerca giustamente un'alternativa di riferimento al disastro della sinistra italiana. Può trovarla in gruppi dirigenti che sono parte di questo disastro? Lo chiediamo col rispetto dovuto ai compagni e alle compagne con cui condividiamo, quotidianamente, tante battaglie comuni sul fronte del lavoro, dei diritti democratici, dell'ambiente. Ma anche con la schiettezza che proprio quel rispetto richiede.

LA CRISI DEL PD E DI CHI LO HA INSEGUITO

In questa fase non si consuma solamente la crisi profonda del PD, di un partito nato dalla rottura col movimento operaio e con la sinistra, e infine approdato all'abbraccio esplicito con Berlusconi (su comando degli industriali, delle banche, del Vaticano). Si consuma anche il fallimento di quella sinistra cosiddetta “radicale” che per 20 anni ha perseguito e praticato l'alleanza col PDS/DS/.. PD: sempre con la pretesa formale di condizionarlo a sinistra, sempre col risultato di subordinarsi alle sue politiche confindustriali e ai suoi disastri politici. Come è avvenuto con la corresponsabilizzazione nei due governi Prodi, e il voto conseguente alla precarizzazione del lavoro, alla detassazione dei profitti, persino alla guerra. La parabola autodistruttiva del lungo ciclo di Rifondazione comunista è l'esito ultimo di questo fallimento.


SINISTRA E LIBERTA': LE GIRAVOLTE ALLA CORTE DEL PD

Ma questo fallimento interroga tanto più Sinistra e Libertà e il suo gruppo dirigente. Il gruppo dirigente di SEL ha reagito alla disfatta di Rifondazione, di cui è stato partecipe, portando alle estreme conseguenze proprio la politica che ne ha originato la disfatta: la subordinazione ai liberali e il governismo coi liberali. Giungendo non solo a realizzare una coalizione elettorale di governo con un PD sostenitore di Monti e delle sue politiche antioperaie su lavoro e pensioni. Ma addirittura (sino a poche settimane fa) a rivendicare una propria possibile unificazione col PD: ciò che avrebbe dissolto SEL in un partito liberale, trasformando Vendola in un concorrente scalatore della sua leaderschip.

Si dirà che quell'ipotesi ora è archiviata e che ora “si rilancia la sinistra”. Ma QUALE sinistra si rilancia? Questo è il punto.
E' vero: non è più possibile unificarsi col PD perchè il PD è in agonia, e dunque si punta a raccogliere forze occupando un campo alla sua sinistra. Ma subito si precisa che la sinistra che si vuole costruire è una sinistra “di governo”; che la sua collocazione sta nella “socialdemocrazia europea”; che non si vuole alcuna rottura col PD ed anzi si punta in prospettiva alla ricomposizione del centrosinistra ( persino con Renzi); che di conseguenza l'opposizione al governo Letta/ Alfano sarà “costruttiva” e “responsabile”, al fine di non rompere il cordone ombelicale con gli alleati di ieri e di domani.
La candidatura al governo in alleanza col PD resta la stella polare del gruppo dirigente di SEL. Persino di fronte all'alleanza tra PD e Berlusconi.


LA SOCIALDEMOCRAZIA EUROPEA: UN GOVERNO DEI SACRIFICI

“Sinistra di governo!” si esclama. E si rivendica la socialdemocrazia europea. Ma la socialdemocrazia in Europa governa contro i lavoratori. Lo ha fatto in Germania con Schroeder e poi in coalizione con la CDU, attaccando le vecchie conquiste del Welfare. Lo ha fatto in Spagna con Zapatero, allargando ulteriormente la precarizzazione del lavoro. Lo ha fatto in Grecia col Pasok, gestendo le politiche di rapina del capitale finanziario. Lo fa oggi in Francia con Hollande, che sta liberalizzando i licenziamenti ( e precipitando nei consensi), in perfetta coerenza con la tradizione della socialdemocrazia francese. E' questo il futuro che si vuole offrire al movimento operaio e alla giovane generazione?

La verità è che il capitalismo in crisi non ha più niente da dare ma solo da togliere alla maggioranza della società. E che ogni governo di questo sistema, quale che sia il suo colore, è solo un gestore di sacrifici al servizio degli industriali e dei banchieri.


PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA

C'è bisogno, è vero, di “ricostruire la sinistra”. Ma una sinistra che si liberi da ogni illusione. Che rompa coi partiti liberali. Che si batta per sviluppare un'opposizione radicale e di massa al padronato e ai suoi governi. Che si batta per unire il movimento operaio e tutti gli sfruttati contro il capitalismo per un alternativa di società. Che si batta insomma per un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione: l'unico governo che possa bloccare i licenziamenti; nazionalizzare le aziende che licenziano; ripartire il lavoro fra tutti con la riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga; dare un salario dignitoso ai disoccupati che cercano lavoro; abolire il debito pubblico verso le banche e nazionalizzarle senza indennizzo per i grandi azionisti... Fuori da questa prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria, c'è solo la rassegnazione all'imbarbarimento sociale, e il rischio di derive populiste e reazionarie.( Magari a 5 Stelle: con un comico milionario che vuole abolire il sindacato in quanto tale e realizzare una Repubblica plebiscitaria).

Il PCL rivendica il più ampio fronte unitario di lotta di tutte le sinistre- politiche, sindacali, associative, di movimento- in contrapposizione al governo Letta e a tutti i partiti che lo sostengono, sulla base di un programma di svolta.
E al tempo stesso si candida a raccogliere e organizzare attorno a un progetto rivoluzionario tutti i compagni e le compagne della sinistra che vogliono rompere coi gruppi dirigenti della disfatta e con le loro politiche fallite. E che non vogliono rassegnarsi all'orizzonte del governo dell'esistente.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

03 maggio 2013

"LAVORARE PER IL MONDO" n°2: Sull'espressione "dal basso"



Pubblichiamo un articolo del compagno Gianfranco Pala tratto dalla rivista "La contraddizione", numero 139 (www.contraddizione.it)


TRAVOLTI DALLE FRANE: “DAL BASSO”
uno slogan privo di coscienza marxista
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Una volta che si è visto chiaro nei rapporti interni del tracollo,
tutta la fede teorica sulla necessità dello stato di cose attuale crolla,
prima che tale rovina abbia luogo nella pratica.
C’è qui dunque un interesse assoluto delle classi dominanti
a perpetuare questa confusione vuota di pensiero.
Il disgraziato non vede che, anche se nel mio libro non vi fosse
nessun capitolo sul “valore”, l’analisi dei rapporti reali, data da me,
conterrebbe la prova e la dimostrazione del reale rapporto di valore,.
Altrimenti perché sarebbero pagati i sicofanti ciarlatani, che non
hanno alcun’altra argomentazione scientifica da far valere se non
affermare che in economia politica è assolutamente vietato pensare!?
[Marx, lettera a Ludwig Kugelmann, 11 luglio 1868]


Ancora in tempi recenti è tornato presuntuosamente alla ribalta, con una spocchia prepotente degna di ben altre e articolate argomentazioni, lo slogan “dal basso”. Questa non è altro che una frase politica solo pubblicitaria e quasi priva di senso, se detta isolatamente e non invece in una connessione dialettica con la parola d’ordine “dall’alto”. In effetti quello slogan citato per primo si è diffuso del tutto malamente come se esso potesse rappresentare il “massimo di democrazia”, di contro all’invadenza e alla corruttibilità – presuntivamente attribuite alla burocrazia, e non alle reali cause profonde della crisi politica – delle dirigenze dei “partiti” borghesi, o di quelli modellati in pratica a loro immagine. Il problema è come si possa parlare realmente di democrazia in fasi storiche in cui occorre coscienza dei rapporti di proprietà esistenti, mentre ci sono rigurgiti del fascismo. Senza tali conoscenze la “vecchia” politica preesistente – il fascismo, il nazismo, il new deal guerrafondaio, razzisti “perbene” e “cacciatori di streghe”, di sicuro globalmente anticomunisti – torna sempre a galla. “Grossi ratti sgusciano da vicoli in sfacelo, seguendo in massa questo corteo: Viva la libertà – squittiscono – sì, libertà e democrazia!”, scriveva Brecht nel 1947 nella Germania nazista distrutta, ricordando il rogo dei libri e il patto di Monaco del 1938. Lui rappresentava quei topi di fogna – ogni stato borghese sa bene chi furono ieri e chi dopo e ancora oggi in chi siano raffigurati – come esponenti di oppressione, malattie, inganno, stupidità, omicidi e rapine, che perciò stridono pur cianciando di “libertà e democrazia”.
Senonché la pretesa sempre risorgente di supporre di ripartire unilateralmente, senza unità contraddittoria, dal basso, ipotizzando di dar-voce-a-tutti è decrepita e malamente abusata. Non occorre risalire alle epoche preborghesi, e per noi basta rifarsi alla critica marxista del modo di produzione capitalistico. Abbiamo rammentato più volte quanto scriveva Marx ad Annenkov, nel 1846: “rivolgersi ai lavoratori senza possedere idee rigorosamente scientifiche e teorie ben concrete significa giocare in modo vuoto e incosciente con la propaganda, creando una situazione in cui da un lato un apostolo predica, dall’altro un gregge di somari lo sta a sentire a bocca aperta; un simile gesto avrebbe affossato il movimento e gettato i lavoratori tra le braccia dei capitalisti, invece di conquistarli. Finora, infatti, nulla è stato realizzato se non fracasso ed esplosioni improvvise e dannose, se non iniziative che condurranno alla completa rovina la causa per la quale ci battiamo. L’ignoranza non ha mai giovato a nessuno!”.
Ora appare con evidenza che questi ammonimenti marxiani sono stati completamente dimenticati. Pertanto con sempre maggiore entusiasmo i “marxisti” – i “murksisti” per dirla con Brecht, non essendo in effetti marxisti – si sono buttati su atteggiamenti, parole, e parole d’ordine populistiche di altra tradizione. È così che la tendenza anarchica e anarco-sindacalista – fin alle sue manifestazioni individualistiche conservatrici, se non reazionarie – sia approdata oggi prevalentemente, come si vedrà, quale “autonomia”, se mai “operaia”. Ma essa è stata ripresa ineffabilmente da alcune componenti formalmente marxiste o pure comuniste – avvinghiate all’ambizione di voler rappresentare la “base” contro il prepotere delle dirigenze, vero o presunto – in nome della lotta alla “burocrazia”. Ma una tale burocrazia che, laddove ci sia e sicuramente c’è, è vista come un fenomeno che ha radici originarie, e non che invece dipende essa stessa dalla “impotenza del potere in un momento in cui è possibile non la realtà ma solo la parvenza di governo, con vecchi partiti evanescenti” [Marx].
Già nella Critica della filosofia hegeliana del diritto, Marx aveva scritto che “il potere governativo non è nient’altro che l’amministrazione,"burocrazia". La burocrazia ha come primo presupposto l’autogoverno della società civile [ossia borghese, secondo Marx] in corporazioni. La burocrazia si fonda sulla separazione dello stato e della società civile, e presuppone lo "spirito di corporazione". Le corporazioni sono il materialismo della burocrazia, e la burocrazia è lo spiritualismo delle corporazioni. Il medesimo spirito che crea nella società la corporazione, crea nello stato la burocrazia. Se prima la burocrazia ha combattuto l’e­sistenza delle corporazioni per far posto alla propria esistenza, ora essa cerca di mantenere a viva forza l’esistenza delle corporazioni per salvare lo spirito corporativo, il suo spirito. La burocrazia è il formalismo di stato della società civile. Essa è la "coscienza dello stato", la "volontà dello stato", la "forza dello stato", in quanto è una corporazione. La burocrazia è forzata a proteggere l’im­ma­ginaria generalità dell’interesse particolare, lo spirito di corporazione, per proteggere l’immagina­ria particolarità dell’interesse generale, suo proprio spirito: lo stato deve essere corporazione, finché la corporazione vuol essere stato”.
Perciò Marx conclude questa definizione e genesi constatando che “la burocrazia, in quanto corporazione perfetta, ha la vittoria sulla corporazione, burocrazia imperfetta. La burocrazia è lo stato immaginario accanto allo stato reale. La burocrazia si pretende ultimo scopo dello stato. Lo spirito generale della burocrazia è il segreto. I "delegati governativi" sono la vera rappresentanza politica non della ma contro la società civile. La polizia, i tribunali e l’amministrazio­ne sono delegati dello stato per amministrare lo stato contro la società civile. Mediante questi "delegati" l’opposizione non è soppressa, ma è divenuta opposizione legale, fissa. L’opposizione è fissata”.
Le circostanze per riprendere in séguito e sistematicamente, dunque, l’analisi della genesi materiale della burocrazia – e rispetto a ciò della critica dimidiata di essa attraverso il ricorso a un populismo spontaneo, cui il peso del potere stava diventando sempre più insopportabile ma privo di coscienza di classe – furono offerte a Marx dal colpo di stato di Napoleone iii. Anche allora il potere dello stato era centralizzato, con esercito, polizia, burocrazia, clero e magistratura, e aveva con il governo il controllo del parlamento: lo stato “sotto il controllo diretto delle classi possidenti, diventò una fabbrica di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti; con l’irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e delle protezioni esso diventò il pomo della discordia tra le frazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti. A misura che il progresso dell’in­dustria moderna sviluppava, allargava, accentuava l’antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro, il potere dello stato assumeva sempre più il carattere di potere nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per l’asser­vi­mento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe, un regime di terrorismo di classe aperto e di deliberato insulto della "vile moltitudine", poteri di repressione sempre più vasti”. Così poté svuotare la forza della società – l’una dopo l’altra, politica popolare e parlamentare – di tutti i suoi mezzi di difesa contro l’esecutivo. “La distruzione della macchina statale non metterà in pericolo la centralizzazione. La burocrazia non è che la forma bassa e brutale di una centralizzazione che è ancora inficiata del suo opposto, del feudalismo” [Marx, Il 18 brumaio; per quest’ultima frase cfr. solo la prima edizione del 1852].
Dunque nella “presa di possesso di questo colossale edificio dello stato, la burocrazia era soltanto un mezzo per preparare il dominio di classe della borghesia, fu lo strumento della classe dominante”. Lo stato sembrava aver acquistata piena autono­mia; la macchina dello stato si era talmente consolidata di fronte alla società civile, che fu per essa “sufficiente avere alla testa un cavaliere d’industria, innalzato sugli scudi dalla soldatesca ubriaca, comprata con acquavite, salcicce e salame. Un’enorme burocrazia, il dominio dei preti come mezzo di governo, la preponderanza del­l’e­sercito, maneggi di borsa, ecc: la parodia dell’imperialismo era neces­saria per elaborare nettamente il contrasto tra lo stato e la società”. Anni dopo, commentando La guerra civile in Francia, Marx per il secondo impero dello stesso Napoleone iii, “il piccolo”, ebbe facilità a osservare come “la speculazione finanziaria celebrò delle orge cosmopolite; la miseria delle masse fu messa in rilievo da un’ostentazione sfacciata di un lusso esagerato, immorale, delittuoso. Il potere dello stato, apparentemente librato al di sopra della società, era in pari tempo lo scandalo più grande di questa società e il vivaio di tutta la sua corruzione. La sua decomposizione, e la decomposizione della società che esso aveva salvato, vennero messe a nudo”: poté perciò dire che “l’imperialismo è la più prostituita e l’ultima forma del potere di stato”.

L’opposizione è una “ribellione degli scheletri, notava Antonio Labriola, Per una democrazia militante. Ancora oggi è così. “Ma perché non viene fuori un’opposizio­ne seria, positiva? La camera è forse una riunione di impiegati o deve finire per essere una burocrazia, capace solo delle rivolte?”. Ecco come debba essere analizzata, dunque, la genesi storica – l’ontogenesi dello sviluppo (o per meglio dire l’inviluppo) dello stato borghese in rapporto alla società che lo integra – della burocrazia: ossia non rabbassandola a mero slogan, ma cercando di capire l’ori­gine nell’involuzione di un corpo sociale quale organismo vivente. L’impo­tenza di tutti i “vecchi” partiti (e tra essi il partito comunista non c’è neppure più, nonostante gli innumerevoli specchietti su cui rimirarsi e arrampicarsi, disposti da altrettanti gruppuscoli sedicenti “comunisti” o giù di lì) non si sconfigge con l’i­gnoranza ma con la politica come scienza.
“Guai a chi si perde nei vuoti giri di parole: parolaio! – spiegava Marx a Lafargue intorno al 1865 – Odiare a morte i politicanti da strapazzo e la loro ciarlataneria. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare! Mentre altri architettano piani per sovvertire il mondo e giorno dopo giorno, sera dopo sera s’inebriano con l’oppio del "domani è la volta buona!", noi "demonî", "banditi", "feccia dell’umanità" cerchiamo di approfondire la nostra preparazione e di approntare armi e munizioni per le lotte future. La politica è studio”. Ciò che manca ancora oggi è la formazione di una coscienza di classe, collettiva, per organizzare in “partito” la parte politicamente cosciente di tutta la classe operaia.
Viceversa tuttora la rivolta, il disagio e l’insofferenza di molti segue supinamente il cattivo senso comune che pretenderebbe di associare simili ribellioni all’odio individuale, disordinato – e tuttavia indiscutibilmente ovvio – contro lo stato di classe borghese. I movimenti che ne discendono hanno, così, la presunzione di ritenere che “un gregge di somari che sta a sentire un apostolo che predica” sia capace di esprimere cose sensate – “sensate”, si fa per dire, invece quanto ciò che allora frulla per la testa dell’“apostolo” di turno – “dal basso” della sua base di massa, per abolire lo stato burocratico e repressivo. Così facendo, il giusto astio rivolto a quello stato di classe rimane solo un’espressio­ne di livore individuale di massa, che sfocia non solo nell’indeterminazione storica della specificità dello stato borghese rispetto all’organo statuale in generale, ma altresì nella confusione tra il concetto scientifico di politica e la pseudopolitica praticata dei partiti. Pertanto la lotta contro l’arbitrarietà e la corruzione di questi si veste degli abiti della repulsione della politica tout court. Tutto ciò conferma complessivamente quanto detto sopra circa la totale mancanza di dialettica tra il “dal basso” e il “dall’alto”.
Non occorre ripetere ancora una volta la critica classica – di Marx, Engels e della Ail – dell’“anarchia” [cfr. Marx - Engels, Critica del­l’anarchismo, che include anche la raccolta dei documenti pubblicati dall’Ail, per il congresso del­l’Aja 1873, contro l’alleanza della democrazia socialista di Bakhunin], nella persona principale che appunto fu Bakhunin. Dietro “parole” decisamente estremiste, la tesi bakhuniana, che i due comunisti definivano tanto “semplice da imparare a memoria in cinque minuti”, risultava di un accesso così popolare che per essa era facile raccattare rapidamente degli aderenti, particolarmente tra “giovani avvocati, laureati e altri "intellettuali" dottrinari”. Ora qui non interessa discutere in ge­nerale sull’anar­chismo bakhuniniano, ma in maniera peculiare sottolineare la stretta relazione tra le posizioni anarchiche e il loro rigetto dell’“autorità” che proviene “dall’al­to”.
La tesi bakhuniana muoveva, infatti, dall’idea fissa che non debba esistere alcuna autorità, cioè in definitiva lo stato sans phrase in quanto male assoluto, confondendo fin dall’inizio autorità con autoritarismo. Secondo codesta idea, quella dei marxisti è una menzogna che nasconde il dispotismo della minoranza governante con l’“autorità” carpita dai rappresentanti popolari divenuti governanti dello stato; un governo imposto alla stragrande maggioranza delle masse popolari da parte di una minoranza privilegiata che “guarderà dal­l’alto dello stato tutti i lavoratori comuni; essi non rappresentano più il popolo”. Fa notare Engels che “una certa autorità, delegata, e una certa subordinazione si impongono come condizioni materiali in ogni organizzazione sociale”: tanto più quanto più grande essa sia, purché si possano controllare e revocare eventualmente tali deleghe. Certo che sotto il dominio del capitale è sulle basi della vecchia società che il proletariato “dà al movimento forme politiche, che più o meno le corrispondono”: ma a es., sostiene Marx, “la rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte con mezzi autoritari”. In quale altra maniera si potrebbe cercare di modificare il corso degli eventi? La “Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non ci fosse stata questa autorità del popolo armato”.
Allora è facile capire perché nelle fasi di crisi, in particolar modo se profonde, trovi facile ascolto la posizione anarchica contraria a ogni forma di delega e favorevole a una presunta “democrazia diretta”; non a caso fin da allora c’era chi invocava l’“azione diretta” (come ancora oggi fanno autonomi anarcosindacalisti, a imitazione dei francofoni, ma non solo). Era contraria all’autori­tà esercitata “dall’alto” in appoggio alla popolare autonomia “dal basso”, contro lo stato burocratico e per l’autonomia anarchica, contro ogni forma di partito organizzato e per i movimenti. “Forse che tutto il proletariato sarà a capo del governo?”, si chiedeva retoricamente Bakhunin, ironizzando sulla forma del partito secondo Engels e Marx: ma questi, con anche maggiore irrisione replicò osservando che “forse tutto il sindacato costituisce il comitato esecutivo? forse che, nell’ordina­mento di Bakhunin dal basso in alto, tutti saranno in alto?”, ossia tutti governerebbero direttamente senza delegare nessuno [critiche che, come si vedrà, saranno poi riprese puntualmente da Lenin]. Pertanto non è un caso che, a es. come adesso, di fronte alla devastante corruzione di partiti evanescenti che hanno reso inaccettabile qualsiasi delega a mestatori ladri e farabutti impresentabili, appaia più semplice accedere a un assoluto rifiuto spontaneo.
Per tale strada la “populazione” neppure si pone il problema di conoscere le cause della crisi e quindi di come poter procedere, anziché lottare per raggiungere con sempre maggiori difficoltà la necessaria coscienza, e poi la coscienza di classe, buttando via invece la politica insieme all’acqua fangosa dei partiti in cui il “gregge senza idee” si è crogiolato. Di qui tutta la “copertura rivoluzionaria” dell’individualismo, appartenente interamente a un punto di vista nella società moderna determinato e dominato dalla borghesia e dalla religione, che spinge i lavoratori nelle braccia dei preti o dei borghesi. Allora tutto ciò serviva e serve ancora oggi allo scopo attraverso un populismo d’accatto: esso è stato messo lì per far ritenere che tutto il proletariato sarebbe stato a capo del governo, tutto il popolo avrebbe governato e non si avrebbero avuti altri governanti giacché, scriveva Bakhunin, se “un uomo si governa da sé, è soltanto sé stesso”.
Ma ricorda Lenin che “Engels aveva ragione quando, nelle sua critica al Programma dei comunardi blanquisti (1873) derideva la loro dichiarazione: "Nessun compromesso!". Questa non è che una frase, diceva, perché a un partito militante i compromessi sono spesso e ineluttabilmente imposti dalla circostanze”. Accedere ai compromessi, necessari in quanto le “circostanze” sono quelle poste dal potere padronale al proletariato sconfitto, è invece ritenuto da Bakhunin inaccettabile, perché “contrario ai principi eterni; piuttosto che violare i principi eterni è meglio che gli operai e le operaie non sappiano leggere, né scrivere, né far conti; meglio che l’igno­ranza e un lavoro quotidiano di 16 ore abbrutiscano le classi operaie, che ricevere l’istruzione da un maestro di scuola dello stato”. Così alla massa dei lavoratori ancora oggi [vedi le berciate di Grillo, da fuori dal sistema dei partiti, ma per poco tempo ancora, o le bischerate di Renzi da dentro, o i nonsense di “occupy”, “indignados” ecc.] il movimentismo populista predica l’astensione dalla politica: “gli operai devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti politici ed economici” – scriveva Bakhunin – e siccome sono “veramente religiosi e pieni di fede” preferiscono che la “classe sia crocifissa, la nostra razza perisca”, purché restino “immacolati gli eterni principi!". In quanto cristiani, devono “credere nella parola del prete e guadagnarsi il paradiso”. E così sia ...!
Occorre considerare che Lenin parlò dei compromessi volontari da fare in quanto rivoluzionari, addirittura (3 settembre 1917) poco più di un mese prima della presa di potere, rivolti ai partiti riformisti pseudo democratici, appena dopo sconfitti, che stavano al governo da sei mesi. “oggi è sopraggiunta una svolta così repentina e originale della rivoluzione russa che noi, come partito, possiamo proporre un compromesso volontario” [certo allora non “imposto dalle circostanze”]. Di contro all’idea fissa bakhuniniana dell’“abolizio­ne” (sic) dello stato in quanto espressione di un’autorità esercitata dall’alto, al quale contrapporre l’“autono­mia” dell’agitazione popolare dal basso, Marx e i marxisti videro che simili iniziative dal basso non potevano arrivare mai a un’azione coordinata e consapevole per la cronica inadeguatezza della coscienza di ciò. Pertanto per essi la questione dello stato (di classe) – che nel modo capitalistico di produzione è borghese per definizione – è logicamente da integrare con l’organizzazione del partito della parte cosciente della classe operaia: infatti i partiti, tutti i partiti conformi e adeguati allo stato borghese, costituiscono già di per sé organizzazioni più o meno coscienti delle varie fazioni della borghesia nella sua molteplicità di capitale, mentre non c’è un partito del proletariato: a meno che appunto non lo si formi in base alla coscienza e conoscenza della sua classe, altrimenti non si va da nessuna parte. Perciò la classe operaia ha essenzialmente bisogno di costituire un proprio partito, mentre la borghesia no, nelle sue multiformi sfaccettature avendo di fatto, tramite lo stato, tutto ciò che le occorre.
Ecco come da Marx si deduce, attraverso la critica all’anarchia, il nesso necessario tra la formazione del partito della classe proletaria e lo stato da conquistare e trasformare, la cui forma borghese è quella da abbattere a favore della dittatura (ossia, per dirla in termini che non tocchino la suscettibilità dei benpensanti, della “direzione”) del proletariato. Codesto nesso consiste appunto nella dialettica da stabilire tra la riflessione consapevole dall’alto (o dall’ester­no come anche si diceva) e la spontaneità immediata (non lo “spontaneismo”), carente di coscienza e priva di coscienza di classe, proveniente dal basso (dal­l’interno dei movimenti di lotta). Per fare un paragone economico alla portata della semplice intuizione, la produzione materiale in qualunque forma e da chiunque sia fatta è indispensabile per fornire l’oggetto del consumo, senza la quale cioè nessun consumo sarebbe pensabile e possibile – anche a dispetto di ciò che blaterano i solóni, accademici e sinistri. Ma a sua volta il “consumo” di tali oggetti fornisce l’esito finale a quanto sia stato “prodotto” non inutilmente: dovrebbe essere ovvio capire quale sia in questa relazione dialettica il momento produttivo fondante, la causa causante, e quale quello costituito dal consumo, l’ef­fetto. Di questo tipo è pure il rapporto di rango razionale tra alto e basso.

Fin dall’inizio del secolo xx il tema dell’errata contrapposizione adialettica tra il “dal basso” e il “dall’alto” – della quale non si era colta la logica connessione della duplice necessaria “conservazione ed elevazione”, l’aufhebung hegeliano – tornò in auge. Lenin, seguendo la logica hegeliana di Marx, si trovò di fronte a una simile diatriba scoppiata decenni prima; ma la specificità, nella fase rivoluzionaria russa, fu determinata, molto più concretamente di quanto espresse Bakhunin il secolo prima rispetto al marxismo e all’Ail. La preoccu­pante novità della nuova fase rivoluzionaria fu che non pochi sedicenti “marxisti” ritennero, nella foga delle lotte, nella momentaneità della confusione e dello smarrimento, di fare proprie le superficiali e non soppesate parole d’ordine bakhuniniane. Così, “semplicemente imparandole a memoria in cinque minuti”, è facile pensare anche che non si avvidero dell’abissale distanza tra il comunismo e l’a­narchia, tra Marx e Bakhunin: fu quest’ultimo, nella ricordata sua folle sentenza sulla “abolizione dello stato”, che nel suo libro sull’anarchia disse espressamente “sono collettivista, e niente affatto comunista”.
Senonché il “dal basso” divenne uno slogan di molti opportunisti e riformisti e moderati, fino ai liberali. Non a caso anche il liberale Gobetti, vittima delle squadre fasciste, sognava la creazione dal basso di un nuovo stato attraverso il “liberalismo rivoluzionario” – ma noi diciamo corporativo – che doveva veder partecipare, appunto, “sia la borghesia capitalistica sia i consigli di fabbrica” [!], nella “coesistenza e collaborazione di tutti gli elementi produttivi ... contro i monopoli industriali e contro i rapaci sindacati operai burocratici”. Ma lo hanno fatto proprio anche i rivoluzionari-a-parole, per la lotta interna al partito comunista sovietico, privilegiando i punti di vista di “intellettuali imbevuti fino al midollo di individualismo borghese” [ricorda Lenin in Un passo avanti, due indietro (1904)] rispetto a quelli collettivi.
Il pretesto era che questi ultimi sarebbero provenuti “dall’alto”, e non che l’alto è il carattere della struttura organizzativa cosciente del partito – il cosiddetto “centralismo democratico”: ciò riguardava la forma-partito, perciò, quale che fosse di volta in volta al suo interno la linea vincente, con il sovraccarico di “burocratismo” (altro cavallo di battaglia degli anarchici del xix sec.). Fu poi di nuovo nella seconda metà del xx sec. che quella attitudine anarchica antimarxista, pure a séguito delle faide interne al partito sovietico, divenne emblema delle posizioni anche della parolaia “ala sinistra” del comunismo: essa si richiamava vagamente e variamente a posizioni luxemburgiane, trotzkiste, bordighiste o “autonome” (queste ultime con un riferimento molto più diretto all’a­narchia che non all’analisi marxista), tutte comunque decisamente antileniniste. Così – sotto l’influenza bakhuniniana, ... a loro insaputa – costoro predicavano per un’“orga­nizzazione sociale dal basso all’alto, mediante libera associazione, e non dall’al­to al basso mediante un’autorità qualsivoglia”. Ma l’“autoemanci­pazione delle masse” di cui Marx e Lenin spesso parlavano è tutt’altra cosa.
In tale àmbito è strettamente connessa a ciò la dibattuta questione della profonda differenza che sussiste tra sindacato e partito. Mentre il primo è espressione come movimento della spontaneità, poco o nulla cosciente, di tutta la base lavoratrice – la classe in sé, si diceva un tempo, a partire da quella dei “salariati”, ma non solo – il secondo incorpora l’organizzazione dell’avanguardia cosciente del proletariato – la classe per sé, per dirla con quello stesso linguaggio. Dunque in questo caso è dall’alto che solo può provenire la stessa coscienza razionale – il comunismo per il partito della classe, inteso in senso proprio, marxista – epperò una spontaneità ben strutturata ha tutti i requisiti per manifestare dal basso un’incessante lotta sindacale da parte di tutti i lavoratori. Questo tra l’altro significa che il partito, nella misura in cui per il proletariato abbia perso la battaglia e debba quindi muoversi ancora entro il modo di produzione capitalistico dominante, non può che sottostare a “compromessi necessari” con i partiti dello stato borghese. Ma ciò non vuol dire che non debba fare opposizione, limitarsi a una “ribellione degli scheletri” e scadere nel “cretinismo parlamentare”: proprio mentre il movimento sindacale, in quanto tale, è libero e anzi sospinto verso una lotta intransigente contro il potere esistente.
Insomma: “sindacato comunista” è un ossimoro ingiustificabile! È così che si “degrada la lotta comunista al livello della lotta per gli scioperi” [Lenin]. “È una verità indiscutibile che "in ogni sciopero si nasconde l’i­dra della rivoluzione socialista". Ma ogni verità astratta diventa vuota frase se la si applica in qualsiasi situazione concreta. È assurdo pensare che da ogni sciopero si possa sùbito passare alla rivoluzione” [è ozioso riportare qui i tanti riferimenti leniniani]. Che il sindacalismo, invece di costituire una palestra per sviluppare le conoscenze, possa imboccare anche strade sbagliate e pericolose, è stato dimostrato proprio all’inizio del xx sec. dall’anarco-sindacalismo di Geor­ges Sorel e Arturo Labriola, pronubi (... anche nel senso biologico degli insetti) del fascismo corporativo. Nel secolo precedente c’erano state le falsificazioni sindacali di Proudhon, della chiesa cattolica, del socialismo revisionista fino al successivo laburismo fabiano e a tutto il new deal keynesiano, con tanto di sindacati neocorporativi negli Usa e, a es., alle sue manovre nella “colonia” italica per pagare la scissione sindacale, sospingendola tutta verso forme parapartitiche (non a caso forti in Italia a partire proprio dal mondo cattolico).
La ripresa leniniana della critica marxenglesiana contro la genesi anarchica delle posizioni fin qui richiamate è esplicita. Significa la critica del privilegiare i movimenti spontanei contro la coscienza critica, e tutto ciò si fonda sull’“illu­sione di un presunto inevitabile crollo del capitalismo”. Ora si sa quanto sia una battaglia contro mulini a vento da parte marxista il biasimo scientificamente provato contro l’ideologia anarchica individualistica: sono sistemi separati e conflittuali, perciò una posizione analitica marxista è affatto incompatibile con l’i­deologia bakhuninista, e a quel punto non c’è motivo e spazio di discussione alcuna; ognuno per la sua strada. Senonché se l’attacco a Lenin ha altre motivazioni puntigliose da parte di sedicenti “marxisti”, è necessario sottolineare che tutte quelle sue posizioni furono già espresse da Marx stesso.
“La concezione del mondo degli anarchici è la concezione borghese capovolta. Le loro teorie individualistiche, il loro ideale individualistico sono diametralmente opposti al socialismo. Le loro opinioni esprimono il dominio del caso cieco sul piccolo produttore isolato. La loro tattica, che si riduce alla negazione della lotta politica, divide i proletari e in realtà li trasforma in compartecipi passivi di questa o quella politica borghese, poiché un’effettiva astensione dalla politica è per i lavoratori impossibile e irrealizzabile” [Lenin, Socialismo e anarchia]. Dunque la critica leniniana alle radici anarchiche bakhuniniane e all’erra­ta assunzione delle loro parole d’ordine – come il “dal basso” (o “dall’esterno”) – da parte di quei ricordati “marxisti”, di tutto il xx sec. e ancora di adesso, non ha assolutamente niente a che fare con il marxismo e con Marx, anzi ne costituisce una netta antitesi. Se costoro si reputano ancora tali, marxisti e non appena marxologi – nessuno obbliga a condividere l’analisi di Marx e la sua dialettica materiale, ché anzi noi siamo in netta minoranza – si deve tuttavia solo rammentare a costoro l’origine storica dell’intero processo.
“La classe operaia – scriveva Lenin fin da prima della prima rivoluzione russa, in Che fare? (1902) – con le sole sue forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza sindacale”. Perciò, siccome la coscienza politica di classe non riesce a sorgere spontaneamente dalle masse, essa può essere data “dall’ester­no”; si sa che i lavoratori, in quanto tali, non dispongono di condizioni materiali favorevoli, ma possono soltanto a mala pena, e non sempre, “percepire” il loro antagonismo verso i padroni. In effetti la coscienza sindacale è tale che i lavoratori si sentano, innanzitutto materialmente, “legati al capitale, e mai riescono a sviluppare la consapevolezza della necessità di un’"alternativa"”. Un’adeguata teoria rivoluzionaria – senza la quale, secondo un celebre aforisma leniniano, non può esserci una prassi rivoluzionaria – è quella che converge sulla protesta sindacale dei lavoratori portandoli contro il “rafforzamento dell’influenza dell’i­deologia borghese” verso la coscienza politica del comunismo e renderli “consapevoli dell’irriducibile antagonismo fra capitale e lavoro”; la loro “adesione immediata, istintiva” ha bisogno di essere “approfondita in sede scientifica” o altrimenti l’“ideologia borghese resuscita, non tarderà a imporsi spontaneamente alla coscienza dei lavoratori, resterà utopica, e la prassi velleitaria”. Gli intellettuali non comprendono queste circostanze e, fanno “anche senza volerlo, gli interessi del capitale”; può sembrare un paradosso ma il “movimento spontaneo conduce al rifiuto (inconsapevole) del socialismo”. Senonché, precisamente in base alla dialettica tra alto e basso, Lenin, che ha sempre criticato gli intellettuali che amano giustificarlo, spiega che non ha senso logico “accusare lo spontaneismo in sé”: sarebbe folle, perciò, ritenere che possa “maturare la coscienza solo "dall’esterno" e non anche "dall’interno"”.
“In sostanza gli opportunisti e la loro difesa di un’organizzazione di partito amorfa, non fortemente coesa e la loro ostilità verso l’idea ("burocratica") [evidenziazione di Lenin stesso – ndr] dell’edificazione del partito dall’alto in basso, e la loro tendenza ad andare dal basso in alto, dando a qualsiasi professore, a qualsiasi studente di ginnasio, a ogni scioperante la possibilità di annoverarsi tra i membri del partito, lo loro inclinazione verso la mentalità dell’intellettuale borghese e la loro facilità ad abbandonarsi all’elucubrazione opportunistica e alle frasi anarchiche, e la loro tendenza all’autonomismo contro il centralismo” – conclude Lenin nella prefazione di Un passo avanti, due indietro (1904) – “tutto ciò fiorisce oggi in modo lussureggiante”. È questo il significato autenticamente marxiano e marxista da dare al concetto di avanguardia della classe che non può coincidere con la coscienza politica, invero assai scarsa, di tutta la classe operaia e della popolazione; così Lenin denotò di “codismo” il pensare che, con il capitalismo, tutta la classe operaia fosse capace di elevarsi autonomamente alla coscienza necessaria, di contro all’esigenza di elevare – anche attraverso la militanza sindacale in strutture valide solo in sé – strati sempre più vasti al livello cosciente dell’avanguardia.
Perciò Lenin vedeva la controrivoluzione borghese in quei “rivoluzionari” che predicavano una rivoluzione guidata dal basso, in uno con la creazione di “università della coscienza popolare sotto la bandiera del­l’anarchia”. Pochi giorni prima della rivoluzione d’ottobre, in La catastrofe imminente e come lottare contro di essa (settembre 1917) notò che la fase prerivoluzionaria chiedeva di battere lo spontaneismo di alcune tendenze sedicenti marxiste. Ed è soltanto in tale fase che “il controllo veramente democratico, cioè dal basso, esercitato dai sindacati dei lavoratori” – dai sindacati! – possa essere considerato. Sulla situazione politica attuale (marzo 1918) Lenin, per le difficoltà del giovane potere sovietico diceva, dall’alto del partito, che “la parola d’ordine generale resta quella di prima: manovrare, ritirarsi, attendere, continuando con tutte le forze la preparazione”; i socialisti-di-sinistra e gli anarchici per l’“assoluta incomprensione di questa verità gran voce esigono comitati "insurrezionali" e gridano "alle armi", ecc. Queste grida e questi clamori sono il colmo dell’ottusità; ... senza la disciplina ferrea del proletariato non ci si può salvare né dalla controrivoluzione né dalla carestia”. Costoro, per costruire il socialismo dal basso attraverso la rivoluzione, non esitano a “contagiare con il loro isterismo” il proletariato.
Partito – autonomia; dall’alto – dal basso ... Ciao dialettica, ciao ciao - bah!!