iniziative in corso

Tesseramento 2015

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2015

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2015

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2015

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2015

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

25 maggio 2015

Sindacato pugile suonato

di Falaghiste e Bukaneros


Le burocrazie sindacali si stanno comportando come quel pugile suonato che, dopo una serie di sconfitte umilianti, esibisce i muscoli, tira pugni nel vuoto e poi sorride a quelli che lo hanno ridotto in quelle condizioni, non avendo la minima intenzione di tornare a combatterli sul ring.
Infatti, con gli scioperi dal 18 al 22 maggio, la CGIL, la UIL ma soprattutto la FIOM di Forlì (ignorando la richiesta della minoranza “Il sindacato è un’altra cosa - Opposizione in CGIL” di una manifestazione credibile contro il governo Renzi) hanno toccato il fondo.

Le segreterie CGIL e UIL e i loro segretari territoriali (da tempo compagni di merende!), Amanti e Foschi, hanno vergognosamente delegato alle singole RSU le modalità dello sciopero, mettendole in seria difficoltà, con buona pace della stessa FIOM territoriale.

Anche dopo l’attivo dei delegati CGIL e i vari direttivi FIOM (dove diversi lavoratori hanno evidenziato il carattere retorico e autoreferenziale delle iniziative proposte), i dirigenti burocrati non hanno avuto la volontà di creare una vera opposizione a Renzi, al PD e soprattutto all’attacco che stanno subendo tutti i lavoratori, penalizzati dall’ennesimo tentennamento.

È stato uno sciopero di propaganda scoordinato, frammentato e privo di un programma di lotte.

Per esempio, le quattro ore scioperate venerdì pomeriggio all’ Electrolux saranno servite al massimo ad accorciare la settimana lavorativa. Inoltre, a beffa dei lavoratori, è quasi certo che l’azienda chiederà di recuperarle con ore di lavoro straordinarie, e probabilmente con il consenso degli stessi sindacati che hanno indetto questo sciopero assurdo ma soprattutto inutile.

In quanto alle altre iniziative, che nel volantino sindacale vengono velleitariamente definite con lo slogan “riprendiamoci i diritti”, sembrano fatte apposta per non disturbare nessuno a partire dal solito penoso presidio davanti alla Prefettura (lunedì 18 maggio) e dalla passeggiata in difesa della scuola pubblica di martedì scorso, fino all’iniziativa sullo Statuto del lavoratori in Piazzetta della Misura di giovedì 21. Quest'ultima patrocinata dal Comune di Forlì e con relatore quel Roberto Balzani ex sindaco di Forlì ed esponente di spicco del PD, cioè dello stesso partito che sta distruggendo i diritti del lavoratori. Grottesco!

Precisiamo: non siamo certo contro gli scioperi anzi, ma critichiamo quelli fatti esclusivamente per autopromozione dalle burocrazie sindacali e con il sostegno dei nemici dei lavoratori.
Se davvero si vuole ottenere qualcosa è necessario preparare uno sciopero generale a oltranza: per il ritiro del Jobs Act, della riforma della scuola, e per la cacciata del Governo Renzi, il peggiore della storia della Repubblica.

24 maggio 2015

Dalla “buona scuola” al Jobs Act

Un contributo di Gabriele Turci

E così stiamo arrivando alla fine, a bere l'ultimo calice avvelenato. Le ultime dichiarazioni imbelli e penose di Bersani già dicono come si muoverà la finta pattuglia della cosiddetta opposizione interna del PD al Senato: la solita manifestazione di inconcludenza e di masochismo.
Quindi sulla scuola piomberà definitivamente una cappa di oscurantismo e di autoritarismo come non si conosceva da decenni.
Neppure a Bottai idee simili erano saltate in testa. Consiglio, a questo proposito, se riusciste a rintracciarlo, a leggere il suo saggio “Disciplina della squadra” dove egli illustrava le sue proposte per la scuola italiana, in pieno regime fascista. Sono illuminanti e assai più liberali di quelle renziane, ma questa non è una sorpresa.
Il prossimo anno quindi entrerà in funzione l'umiliante sistema della carità di stato ai “pochi ma buoni”, che, nella più fantasiosa delle ipotesi sarà contrattata con una rappresentanza dei docenti.
Una assoluta porcheria che, come ho già fatto osservare in passato, va contrastata, rifiutando collettivamente l'ingresso dei docenti nelle squadre dei “kapò” del preside. Non si tratta di adeguarsi ad una legge dello stato, si tratta di avanzare una precisa forma di obiezione di coscienza ad una serie di normative odiose e falsificanti che mettono, fra l’altro, la parola fine alla libertà educativa che l’assemblea costituente aveva posto tra i fondamenti.
Sarà comunque, non nascondiamocelo, un sistema che, a cascata, introdurrà una mentalità competitiva tra i docenti, un appiattimento sui nuovi "desiderata" della filosofia politica della scuola dove il primo imperativo del nuovo verbo sarà quello del “Fund raising”, ottica peraltro che sta già assumendo l'intero orizzonte dei primari impegni nelle nostre scuole.
A che scopo si fanno grandi iniziative, feste, incontri, altro, se non per quello di garantire quei finanziamenti che uno stato marcio nelle sue strutture organizzative e nella sua filosofia di riferimento non vuole e non sa più garantire? Certo il tutto è sempre imbellettato con qualche foglia di fico dal vago sapore pedagogico, ma il fine ultimo che tutto disegna e modella è quello descritto e la cosa è poi tanto feroce che  ci si trova in questo vortice senza poter altro fare perché è da lì che promanano i veri fondamentali finanziamenti per gli istituti.
E così le scuole finiranno per lavorare solo intorno a due scopi: addestrare gli allievi ai test Invalsi  e inserire  questi stessi e le loro famiglie in un meccanismo di finanziamento dove  assumeranno il ruolo di attori principali. Una visione distorta e con parecchio pelo sullo stomaco della sussidiarietà, utile però a costruire una società di utili soldatini e di ubbidienti api operaie del sistema.
Questo adeguamento al nuovo vangelo sarà devastante perché, stante la struttura emozionale e culturale dei lavoratori della scuola, assai poco usi alla lotta e al conflitto, ne seguirà un appiattimento sociale e di senso che trasmigrerà a cascata nella prassi di lavoro scolastico, quindi su allievi e famiglie.
E così si chiuderà il cerchio, realizzando a rovescio l'acuta osservazione di Mario Lodi (“Il paese sbagliato”), secondo la quale “ognuno diventerà secondino di se stesso...”.
Che dire? Rimane uno spazio per agire? A mio parere scarsissimo se non nullo dentro la scuola pubblica (sia statale, sia parificata), tanto forte sarà la gabbia istituzionale. Di più, ma sarà una lotta di lunga lena, potrà forse annunciarsi fuori di essa, nei “monasteri del nuovo millennio”, della Home Schooling o di istituzioni che rifiutano il riconoscimento statale perché dopo la calata dei nuovi barbari, solo nei monasteri-castello, fuori dalle palude dalle plaghe corrose dalla peste del pensiero unico, c'è da augurarsi che possa crescere e maturare una generazione di donne e uomini nuovi. Tutto questo perché solo se vi saranno punti di riferimento all'esterno potrà essere possibile mantenere la visione di una rotta nuova possibile, di un orizzonte su cui ricostruire un percorso ed una narrazione educativa.

Gabriele Turci

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La scuola dell'autonomia è la scuola del mercato
da “SenzaTregua”
16/05/2015
Con l'approvazione dei primi articoli della riforma della scuola promossa dal governo Renzi si conduce davvero a termine un ciclo ventennale di riforme della scuola. Non è semplice retorica, ma un'analisi reale dell'impatto che questa riforma ha nell'ordinamento scolastico, in relazione con le precedenti riforme ed un intero percorso di modifica del funzionamento delle scuole. Non a caso il Ministro Giannini ha scritto sul proprio profilo twitter parole chiarissime, affermando che con l'approvazione dell'art 1 della riforma della scuola «finalmente si potrà dare piena attuazione all'autonomia».
In questi anni, a partire dalla riforma Berlinguer, dei governi di centrosinistra tutte le riforme della scuola sono state orientate nella direzione dell'autonomia delle scuole, rispetto ad un sistema centralizzato. Il problema è che come spesso accade la presentazione delle riforme può apparentemente sembrare positiva. Lo stesso concetto di autonomia richiama immediatamente all'idea di maggiore efficienza rispetto agli sprechi, alle lungaggini ed inefficienze burocratiche tipiche di un sistema centralizzato, ad una maggiore aderenza alle esigenze degli studenti, alle caratteristiche specifiche del territorio, all'idea di una maggiore libertà nell'insegnamento e nella valorizzazione delle specificità e delle capacità individuali.
È su questo presupposto, che non si confronta e non parte dalla realtà obiettiva della scuola italiana e in generale del sistema nel quale questo concetto viene immerso, che in realtà non si coglie l'impatto devastante che l'autonomia scolastica ha nel sistema formativo italiano. Oggi il governo Renzi spinge alle estreme conseguenze il ragionamento iniziato da Luigi Berlinguer, e proseguito senza soluzione di continuità dalla Moratti, da Fioroni, dalla Gelmini con varie riforme più o meno attuate negli anni.
Per l'autonomia scolastica valgono gli stessi identici ragionamenti dell'economia di mercato, ossia il presupposto che nella concorrenza si raggiungano livelli migliori di servizio e di efficienza. Chi concepisce la riforma della scuola oggi, ragiona a partire da questo assunto. Le scuole in autonomia vengono di fatto messe in competizione, come se fossero imprese concorrenti per l'appunto, e non parti di un unico grande sistema nazionale finalizzato alla formazione degli studenti. Le stesse distorsioni che l'economi di mercato genera si verificheranno, ed in parte già si verificano, nelle scuole. L'idea della scuola azienda di berlusconiana memoria, che poi altro non era che la conseguenza inevitabile del concetto di autonomia immerso in un sistema economico di mercato, trova con Renzi la piena attuazione. La figura del preside-manager in questo senso è l'emblema non solo del dirigismo interno alle scuole, da oggi imperante e senza freni, ma della necessità strutturale di porre a capo della scuola-azienda una figura che operi appieno in un contesto di vero e proprio mercato. È a partire da questo ragionamento che crolla il mito dell'autonomia scolastica e si rivela in tutta la sua portata disastrosa e profondamente distorsiva rispetto all'idea di un sistema di formazione nazionale.
Il presupposto anche qui è di natura economica: lo Stato non finanzia interamente le necessità delle scuole, che devono provvedere al reperimento di fondi in modo autonomo. A farne le spese sono le famiglie – grandissime assenti dal dibattito di questi giorni, perché nessuna forza politica ha messo in rilievo il ruolo del contributo -  che pagheranno di tasca propria servizi essenziali, prima coperti dallo Stato, e tutta l'offerta formativa autonoma. Anche il dibattito sul 5×1000 – tanto per fare un esempio  -  dimostra come il governo cerchi in tutti i modi fonti alternative al finanziamento statale, che si convertono nella realtà in prospettive differenti. Dove prima c'era la certezza di un finanziamento statale, oggi c'è l'incertezza di una potenziale contribuzione volontaria, che sta sulla carta ma che non c'è nella realtà e che soprattutto si basa sui livelli di reddito differenti, e quindi sarà inevitabilmente distribuita in modo discriminatorio tra aree del paese. A risorse certe se ne sostituiscono di potenziali, alla omogeneità del finanziamento di base – garanzia di uno standard al di sotto del quale non si può scendere – si apre alla differenziazione dell'autonomia, che potrà generare livelli di eccellenza ma naturalmente anche e soprattutto livelli dequalificati. Per ogni scuola di eccellenza, quante saranno quelle dequalificate? E soprattutto quale differenziazione di classe, territoriale (la questione meridionale è una realtà amplificata dalla crisi), genererà tutto questo?
Visto che il concetto di autonomia si ispira al mercato, guardiamo ai risultati dell'economia di mercato, ossia il termine eufemistico con cui viene definito il capitalismo. Si ripete qui la stessa illusione della "concorrenza perfetta" quel meccanismo che ci propinano a reti unificate ma che in realtà non esiste, se non sui libri di testo. I magnifici risultati della concorrenza perfetta si convertono nella realtà nella disuguaglianza, nel meccanismo che genera grandi concentrazioni monopolistiche, imprese che soccombono e imprese che crescono. Tutto questo è assolutamente paragonabile a quello che accade con la scuola dell'autonomia, lì dove in concorrenza è messo il livello formativo. In questo caso le scuole probabilmente non soccomberanno in modo formale, ma il loro livello formativo sarà dequalificato.
Il dirigente scolastico potrà scegliere insegnanti, programmi formativi, stringere accordi con imprese locali alle quali affidare la formazione lavorativa e stabilire programmi di reperimento delle risorse. In sostanza l'amministratore delegato della scuola dovrà far funzionare la società. Ora però il punto è capire la missione che viene affidata alle singole scuole in autonomia, la formazione degli studenti. Sono in grado singole istituzioni scolastiche, private di qualsiasi programmazione nazionale seria, di realizzare questa funzione in concorrenza tra loro, nel mondo dell'economia di mercato? Questo è il punto dell'autonomia renziana, estrema conseguenza del concetto di autonomia scolastica. Ovviamente le scuole tecniche e professionali risulteranno più colpite, o più soggette ad influenza delle imprese reali, e con queste tutte le scuole delle periferie delle città e delle zone più difficili del Paese. Senza mai dimenticare poi che grazie al centrosinistra la scuola pubblica in Italia è composta da scuola "statale" e scuola "paritaria" che compartecipano in modo paritetico al sistema nazionale di istruzione pubblico, e che quindi possono competere liberamente, a tutto vantaggio delle scuole "paritarie" eufemismo per dire "private".
Alle scuole si affida sulla carta la missione impossibile di modificare la realtà sociale in cui operano, con uno Stato che rema contro nel peggiore dei casi e nel migliore ostenta un interessato disinteresse, con le scuole costrette a fare da esattori di tasse dalle famiglie, e gettarsi nelle mani dei privati. Una riprova dell'ipocrisia è il tweet della Giannini sull'articolo 6 della riforma. Twitta il ministro: «Con articolo 6 #labuonascuola per istituti tecnici superiori fondi sempre più collegati a livelli occupazione diplomati». In che modo le scuole del sud Italia, ormai ridotto ad un deserto industriale, potranno riuscire ad operare in questo contesto? I livelli occupazionali di intere aree geografiche del paese possono essere attribuiti alla responsabilità delle scuole e non alle politiche imprenditoriali delle imprese, alla crisi di sistema che stiamo attraversando, alla posizione dell'Italia nel quadro economico internazionale? Quale può essere la responsabilità delle scuole di fronte alla delocalizzazione e alla perdita di posti di lavoro? È chiaro che si tratta di un meccanismo perverso che innesca una spirale che ha un'unica uscita. Una parte delle scuole, immerse nel mercato, dovranno legarsi a quelle imprese che nel mercato risultano vincenti. I sistemi scolastici collaterali ai grandi gruppi monopolistici sono i soli nell'ambito della formazione tecnica e professionale a poter garantire la sopravvivenza degli istituti scolastici, a tutto danno ovviamente dello studente/lavoratore. Alla formazione scuola/lavoro viene destinata la miseria di 100 milioni di euro a livello nazionale, ossia l'equivalente di un paio di caccia F.35.
Le sfide che un sistema d'istruzione deve affrontare oggi, specialmente di fronte alla crisi economica, pongono di fronte ad una scelta netta. Da una parte la scuola dell'autonomia, come scuola del mercato, della competizione, della netta divisione tra eccellenza per pochi e mediocrità per tanti; dall'altra l'idea di un massiccio intervento di risorse statali nel selezionare obiettivi formativi che garantiscano un sistema di istruzione qualificato per tutti, indipendentemente dalle condizioni di classe e dalle differenze territoriali che affliggono il nostro Paese. In questo contesto l'autonomia non può che essere rigettata, perché non si tramuta in una reale potenzialità migliorativa del sistema d'istruzione, ma in un suo peggioramento. Lo sviluppo di progettualità autonoma deve partire da una base di gratuità dell'istruzione e di finanziamento statale che riesca a garantire il finanziamento della scuola. Su questo presupposto, e su una pianificazione reale, a livello nazionale, badando alle necessità di ogni territorio, e con un piano specifico per le aree più difficili del Paese, a partire da questo si potrebbe sviluppare pienamente la potenzialità creatrice degli insegnanti, degli studenti e della scuola nel suo complesso, liberandola dal ricatto capitalistico della concorrenza. Ma questa prospettiva di sviluppo delle capacità e dell'interesse, che rompe burocratismi, lentezze e corruzione, non ha nulla a che vedere con l'autonomia della scuola prospettata dai governi nell'ambito di questo modello economico. È l'autonomia della compartecipazione diretta di lavoratori e studenti alla definizione di obiettivi che solo con il socialismo si potrà sviluppare. Ed è un'autonomia vincolata ad obiettivi reali e concreti, in un contesto di omogeneità e universalità, che prevede anche aree di eccellenza specifica in settori (musicali, sportivi, artistici…) ma a partire dal presupposto che tutti partano da condizioni eguali di partenza.
Una parte della sinistra e dei sindacati studenteschi ha per anni visto illusoriamente questa possibilità nell'autonomia dimenticando il contesto e l'importanza delle condizioni economiche nelle quali questo concetto viene sviluppato. L'autonomia nel capitalismo non sarà mai questo, quindi è inutile sognare ad occhi aperti, non partendo dal potere reale che le differenze economiche e sociali hanno in questo sistema. Non a caso è sulla collegialità che questa illusione cade immediatamente, perché la definizione dei ruoli e la separazione del lavoro, e con essa del potere decisionale è strutturalmente collegata alla natura economica della scuola di mercato. Il preside amministratore delegato della scuola impresa, il decisionismo della competizione, contro il modello collegiale della compartecipazione delle componenti alle decisioni delle scuole, non solo a livello di singolo istituto, ma anche negli organismi provinciali e statali di decisione.
L'autonomia scolastica è oggi un concetto da rifiutare totalmente senza nessuna illusione, dalla riforma Berlinguer alla sua estrema portata data dal governo Renzi. Rigettare l'autonomia  - e con essa il contributo scolastico –  è l'unica mossa per limitare i danni arrecati ad un sistema di istruzione che certamente meriterebbe di essere riformato, ma nella direzione esattamente opposta rispetto a quella proposta oggi da Renzi.

Ed ora una notizia interessante che dice tanto sull'aria che tira...

Confindustria espelle chi viola il Jobs Act
Il caso. Scomunica per la Trelleborg di Tivoli: fuori dall'associazione perché ha garantito l'articolo 18 a 69 nuovi assunti. Filctem Cgil: "Siamo tornati all'olio di ricino"
Antonio Sciotto
La Trel­le­borg si è trin­ce­rata nel silen­zio asso­luto, e a due giorni dalla cac­ciata decisa da Unin­du­stria Lazio (ramo regio­nale della Con­fin­du­stria) non ha pro­fe­rito parola: gli impren­di­tori illu­mi­nati hanno vita dura in Ita­lia, e ad affer­marsi è il pugno duro deciso dall’associazione indu­striali. Mer­co­ledì è arri­vata la sco­mu­nica di Mau­ri­zio Stirpe, pre­si­dente di Unin­du­stria, che ha dichia­rato l’azienda metal­mec­ca­nica di Tivoli «fuori dalla nostra asso­cia­zione». E que­sto, per non aver appli­cato «il Jobs Act del governo di Mat­teo Renzi».
Il 18 mag­gio, infatti, la Trel­le­borg Wheel Systems, che come dice il nome pro­duce ruote per mac­chine agri­cole e fore­stali, ha fir­mato un accordo con Filc­tem Cgil, Femca Cisl, Uil­tec Uil e Ugl Chi­mici. L’intesa pre­vede una nuova orga­niz­za­zione interna dello sta­bi­li­mento, con orari e fun­zioni che aumen­tano la pro­dut­ti­vità, anche gra­zie alla poli­va­lenza degli addetti. Nel con­tempo, si è miglio­rata la sicu­rezza dei pro­cessi interni e del con­trollo macchinari.
In più, e que­sto ha fatto sal­tare su tutte le furie Stirpe, si sono pre­vi­ste 69 assun­zioni, che — udite udite — hanno dis­sep­pel­lito l’ormai vetu­sto (gra­zie alla riforma Renzi-Poletti) arti­colo 18: l’accordo dice infatti che nono­stante la firma sia avve­nuta dopo il 7 marzo 2015, con il Jobs Act già in vigore, «in via del tutto ecce­zio­nale» alle 69 new entry ver­ranno appli­cate «le tutele dell’articolo 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori (come modi­fi­cato dalla legge 92 del 2012)».
Non è bastato il fatto che si par­lasse di una misura appli­cata «in via del tutto ecce­zio­nale», né che si appli­casse l’articolo 18 rima­neg­giato e già depo­ten­ziato dalla riforma For­nero (quella del 2012 appunto, ma tor­nare a quello del 1970 forse sarebbe sem­brato troppo): la sco­mu­nica è arri­vata lo stesso, per­ché a poco più di due mesi dall’approvazione del ver­bum ren­ziano si è osato vio­lare il sacro tem­pio del Jobs Act.
«Rite­niamo che i con­te­nuti di que­sto accordo ledano for­te­mente i prin­cipi di soli­da­rietà e di comu­nione di inte­ressi che sono alla base del nostro sistema asso­cia­tivo», scrive Stirpe. Inflessibile.
«Siamo all’olio di ricino, alle puni­zioni, alle espul­sioni — com­menta il segre­ta­rio gene­rale Filc­tem Cgil Emi­lio Miceli — Da que­sto si capi­sce quanto grande sia la distanza tra la poli­tica, anche nella ver­sione di Con­fin­du­stria, e i luo­ghi di lavoro e di produzione».
«È incre­di­bile che Con­fin­du­stria cacci via imprese che fun­zio­nano, ven­dono sia al mer­cato interno che a quello estero, e sono cor­rette, men­tre ogni tanto sen­tiamo di aziende un po’ meno tra­spa­renti su cui non viene spesa una sola parola», aggiunge Ilvo Sor­ren­tino, segre­ta­rio Filc­tem Cgil di Roma e Lazio.

Sor­ren­tino spiega che «non è stato dif­fi­cile otte­nere l’articolo 18 anche per i nuovi assunti», anche per­ché, nota con una punta di iro­nia roma­ne­sca, «a un’impresa che fun­ziona e che vuol far star bene i pro­pri dipen­denti, di quello non gliene può frega’ di meno». «Intendo dire — spiega — che a tutti noi inte­res­sava tro­vare un accordo sullo svi­luppo: e lo abbiamo fatto con la poli­va­lenza, la pro­dut­ti­vità e la sicu­rezza, ampliando l’organico da 330 a 400 addetti. Noi ci abbiamo aggiunto le tutele, l’articolo 18, per due motivi: intanto per­ché la trat­ta­tiva era ini­ziata diversi mesi prima dell’entrata in vigore del Jobs Act, e poi per­ché ci pia­ceva che tutti i lavo­ra­tori potes­sero par­tire dagli stessi diritti di base, i vec­chi come anche i nuovi».

23 maggio 2015

CHI SI NASCONDE DIETRO GLI SGOMBERI… IL CAPITALE, OVVERO IL PD

Non ci meravigliamo per quello che è successo: non ci meravigliamo affatto. È successo a Milano (Pisapia); è successo a Roma (Marino) ed in tante altre città. Tutte di centro sinistra, tutte a guida PD + altri… Succede ovunque. L'offensiva a suon di 6 sfratti al giorno a Bologna (giunta Merola – PD) ne è il caso più grave e importante in Emilia-Romagna. Ricordate la manifestazione del movimento per la casa del 12 aprile 2014? ci caricarono e ci arrestarono. Poi fu applicato il decreto Lupi ed arrivò lo sgombero di migliaia di senza casa.
Di questi soggetti socialdemocratici (PD+altri) non ci si può fidare. Il recente sgombero di due stabili occupati a Rimini sono la riprova di quello che noi comunisti diciamo da sempre. Questo Stato e tutte le sue istituzioni non sono altro che il comitato di affari della classe dirigente: sono i ricchi, i banchieri e i palazzinari a dettar legge. Sono loro che legiferano a prescindere dai principi più o meno corrotti di una carta costituzionale ed a prescindere dai partiti più o meno progressisti in campo.
La sinistra si limita a difendere dei diritti, noi del Partito Comunista dei Lavoratori abbiamo una prospettiva più ampia: un modo diverso di vivere la società e di gestire le risorse, che siano il lavoro o la casa. Una società senza padroni e senza privilegi. Questa lotta deve quindi avere una prospettiva. Occupare tutto può essere anche utile, ma prepariamoci anche a cacciare via i voltagabbana, i politici corrotti e chi nei consigli comunali da una parte ti stringe la mano e dall’altra ti colpisce con il manganello.
La nostra proposta è una proposta di rottura con il PD e con tutti quelli che portano l’acqua a quel mulino. Non si può stare a metà tra due barricate, non si può votare per quel partito e poi dopo anni schierasi contro come nulla fosse.
Questo non vuol dire alzare il livello dello scontro, ma significa alzare il livello qualitativo della lotta. Ogni equilibrio, chiamiamolo “riformatore” o “progressista”, si può spezzare solo con una prospettiva rivoluzionaria, altrimenti il disincanto finirà per alimentare un effetto reazionario, capace solo di cancellare le minime conquiste acquisite.
Lo vediamo nello scenario mondiale, lo vediamo nello scenario europeo e nazionale. Lo vediamo qui, nella piccola realtà riminese. Non a caso chiediamo che la risposta sia forte quanto la repressione dello Stato. Altrimenti siamo destinati a fallire.

Mobilitare tutte le forze nel mondo del lavoro e della scuola. Ritrovare l’unità tra studenti e lavoratori, solo questo potrà abbattere questa democratica dittatura che non fa che colpire costantemente la classe lavoratrice negli aspetti fondamentali della vita: lavoro, casa, scuola, sanità. La lotta di classe non è un concetto fuori moda è una realtà quotidiana: è la lotta dei ricchi contro i poveri, della borghesia contro il proletariato. È tempo di opporre agli sfruttatori una forza uguale e contraria. Con una prospettiva rivoluzionaria.

22 maggio 2015

È FINITA PER I 32 LAVORATORI DELLA CROCI SPA: INTERVISTA A UN LAVORATORE

da Forlitoday
di Frecciarossa Volodia


Il 7 maggio si è conclusa la vicenda dei lavoratori Croci (Bertinoro), già in cassa integrazione per fallimento (qui si riepiloga l’intera vicenda).
Riflettiamo con un compagno appartenente ai 32 lavoratori licenziati sull’epilogo e sulle conseguenze a livello economico, personale ed emotivo di questa vertenza.

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D. Compagno, il 5 maggio hai firmato il tuo licenziamento. Come ci si sente?
R. Da lavoratore è una sconfitta, perché l’unico licenziato doveva essere il padrone, non i lavoratori. Il padrone è infatti l’unico che, pur essendosi arricchito grazie alla nostra fatica, non si è fatto scrupoli, come sempre avviene in questi casi, di scaricare sulle spalle dei dipendenti le sue decisioni sbagliate.
Il profitto è sempre privato e mai redistribuito, mentre le perdite sono sempre collettive. Ogni licenziamento determina problemi in ogni famiglia. Problemi economici, psicologici e pratici.

D. Spiegati meglio.
R. Da un punto di vista economico, perdere il lavoro significa subire gravi perdite in un bilancio famigliare già non roseo in precedenza, come per tutte le famiglie di lavoratori salariati. Gli ammortizzatori sociali comportano comunque una grave perdita di potere d’acquisto rispetto al salario, già basso.

D. E da un punto di vista psicologico?
R. Quando si esce dal mondo del lavoro a un’età non più tenera diventa praticamente impossibile trovarne un altro.
E le riforme di questo governo bonapartista e filopadronale hanno ulteriormente peggiorato la situazione, regalandomi la precarietà a vita e la costante spada di Damocle di un nuovo licenziamento anche senza giusta causa, grazie alla cancellazione dell’articolo 18.

D. E da un punto di vista pratico? Hai cercato altri lavori?
Sì, per tre mesi ho lavorato in somministrazione in un’altra azienda, nella quale il ritmo della produzione non ti lasciava il tempo di poter apprendere la mansione richiesta. Si pretendeva la massima produttività fin da subito. I profitti, per i padroni, non possono mai fermarsi.

D. Come mai la lotta nel tuo stabilimento è fallita e si è arrivati ai licenziamenti?
R. La lotta è fallita perché alcuni lavoratori paraculati hanno tradito gli altri.

D. Cosa intendi?
R. Durante le lotte, alcuni lavoratori (fortunatamente non tutti) hanno fatto il gioco del padrone. In altre parole, finiti gli scioperi, andavano a riferire alla dirigenza le strategie di lotta e le future mosse dei colleghi in agitazione. Poi una grossa fetta di responsabilità spetta anche ai sindacati.

D. Perché? Non vi hanno sostenuto?
R. Erano presenti, ma di fatto non avevano nessuna strategia conflittuale. A mio avviso hanno ammorbidito molto la lotta dei lavoratori, venendo sistematicamente incontro alle richieste dell’azienda. Hanno ignorato la volontà di scontro dei lavoratori, privilegiando tavoli istituzionali su cui, giocoforza, hanno ceduto al padrone, lasciando i lavoratori in lotta privi di qualsiasi strumento.

D. Cosa dovevano fare i sindacati secondo te?
R. Istituire casse di resistenza, in modo che ogni lavoratore avesse la possibilità di continuare la lotta a oltranza, senza firmare nessun licenziamento collettivo.
Avrebbero dovuto prevedere un’escalation di lotte fino all’occupazione della fabbrica sotto controllo operaio. I sindacati hanno dimostrato tutte le lacune possibili nei confronti di chi dovevano tutelare, hanno completamente rinunciato al proprio ruolo, tradendo i lavoratori che si fidavano di loro.
Avevano annunciato che non avrebbero mai firmato dei licenziamenti: non è andata così.

D. Quanto hai lavorato in quest’azienda?
R. Alla Croci ho lavorato vent’anni. La mia intera giornata lavorativa si svolgeva a contatto con persone umanamente molto valide, che alleggerivano la durezza del lavoro.
In particolar modo vorrei ringraziare un lavoratore che mi ha dato tanto, a livello affettivo e lavorativo, l’amico e compagno Sauro, che non scorderò mai.

D. Ritorneresti a lavorare lì se ti richiamassero?
R. No!!

21 maggio 2015

La Romagna fascista del giro d’Italia

di Falaghiste

Siamo oramai abituati ad ogni nefandezza mediatica ma l’undicesima puntata della rubrica di Edoardo Camurri “Viaggio nell’Italia del giro”, in occasione della tappa Forlì Imola, ci è sembrata andare oltre il limite della normale indecenza.
In questa, il suddetto non ha trovato nulla sulla storia della città di Forlì oltre che essa sia stata nota come la città del Duce.
Non contento di tale caratterizzazione, dichiarando “di farsi manipolo sulla bicicletta”  ci ha condotti poi a Predappio (paese natale di Mussolini) dove, con presunta ironia e dovizia di  particolari, ha mostrato l’interno di uno dei tanti negozi di gadget mussoliniani che deturpano il paese, chiudendo poi la scena con l’esposizione in primo piano di una  riproduzione del “sacro” manganello.
Da uno che scrive su “Vanity fair” e sul “Sole ventiquattro ore” non ci aspettiamo certamente una sensibilità antifascista, ma considerando la crescita capillare delle organizzazioni più o meno dichiaratamente fasciste, un minimo di responsabilità sarebbe d’obbligo anche per lui.
Evidentemente la superficialità e l’ignoranza, se non proprio la complicità, hanno invaso i piani alti della comunicazione di massa.
Se non fosse che potrebbe essere scambiato per una minaccia, lo andremmo a cercare per spiegargli la storia della Romagna sotto il giogo fascista.
Perciò lo invitiamo soltanto a documentarsi in merito, oltre che a non scherzare sul sacrificio delle centinaia di combattenti antifascisti caduti durante la Resistenza, che qui fu particolarmente sanguinosa, specialmente nel gelido inverno del 1944.
A loro e alla popolazione che li sostenne, anche questo giornalista deve la possibilità di sprecare i soldi pubblici mettendo in onda la sua stupida trasmissione.
Lo invitiamo inoltre a leggersi il libro di Walter Zanotti ”Romagna Rossa-Dalla democrazia liberale al regime fascista” (Società editrice” Il ponte vecchio”). Se non lo trova glielo possiamo fornire noi.
Si tratta di una ricostruzione storica corredata da una vasta documentazione, dalla quale emerge che il regime fascista per imporsi in Romagna fu costretto a deporre manu-militari le amministrazioni comunali elette, in stragrande maggioranza comuniste, socialiste e repubblicane.

Infine,  nonostante la coscienza del passato antifascista e anticlericale dei romagnoli sembri sepolta nel regno del perenne presente, invitiamo il dott. Camurri a non illudersi di poter offendere in tal modo la verità senza suscitare alcuna reazione.

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20 maggio 2015

Grilli alla ricerca (impossibile) di un’identità

di Volodia

Come facciano, proprio non si capisce.  La schizofrenia a cinque stelle ha raggiunto vette che potrebbero definirsi comiche, se non fosse che ammorba gran parte del proletariato italiano.
Nella Livorno “rossa”, la maggioranza grillina vuole intitolare la via principale della città a Che Guevara.
Sì, è lo stesso partito alleato di Farage e della destra xenofoba in Europa, che se la prende con gli immigrati. Sì, è lo stesso partito che spalanca le braccia ai “ragazzi” di Casapound.
Un partito-azienda di un padrone miliardario che decide epurazioni e comportamenti da tenere. Ma soprattutto un partito privo della seppur minima linea politica: ovvio, al netto dei vaffanculo, deve tenere insieme comunisti e fascisti, ovviamente per amore dei clic (e dei relativi proventi) sul sacro blog. Un partito che non potrebbe definirsi tale perché è un marchio registrato privo di qualsiasi organo di garanzia. Un partito che, nonostante la percentuale di voti ottenuta, è insignificante e inconcludente come pochi.  Una formidabile macchina da bufale, che vanno dalla biowashball, alla restituzione degli stipendi (in un bel fondo per le piccole medie imprese, tra cui alcune vicine proprio ai 5 Stelle), all’elemosina di cittadinanza (una favoletta che smaschera anche un bambino di prima elementare con poche operazioni).
Allora ci sorgono alcune domande che vorremmo porre ai cosiddetti “compagni” grillini di Livorno.
Siete consapevoli di voler tagliare l’IRAP ai padroni con conseguente collasso del sistema sanitario nazionale che l’IRAP finanzia?
Sapete di aver chiesto l’abolizione del sindacato in quanto tale?
Siete consapevoli che il vostro “movimento” non si è mai “mosso” per i lavoratori? Non si vede in nessuna vertenza, in nessuna lotta?
Sapete che i vostri “portavoce” si incontrano con i papaveri di Confindustria (senza streaming)?
Siete consapevoli di voler uscire dall’euro senza toccare il capitalismo?
Avete sentito Grillo parlare di “peste rossa”?
No, perché francamente non si riesce a capire come, collegando quattro neuroni, qualcuno possa credere di stare in un partito che ha vagamente a che fare con Che Guevara.

Oh, e a proposito del cambio toponomastico… per  Guevara rispondiamo noi: “Anche no, grazie“. Provate invece con Hitler. Fate un bel sondaggio sul Web.

19 maggio 2015

L’ANTIFASCISMO È SOLO DI CLASSE


“L’obiettivo è di evitare danni a cose o persone impedendo scontri tra chi non avrebbe fatto nulla (anzi) per evitarli.”

Il Sindaco di Rimini Gnassi ha perso un’altra occasione per tacere: ormai conosciamo la sua cattiva abitudine di straparlare sia in occasione di qualche squallida festa modaiola rivierasca (che lui definisce “evento”), sia quando si trova a dover tagliare un nastro in qualche inaugurazione. Ebbene, anche in questo caso ha tagliato un nastro eccezionale, sdoganando una bella parata fascista. Criminalizza gli antifascisti, che si trovano pacificamente in piazza riproponendo la solita minestra marcia (“ma a km 0”) degli “opposti estremismi”.

È del tutto evidente che da queste istituzioni nessuno può aspettarsi nulla di più: malaffare e clientelismo sono il loro marchio di fabbrica. In questo contesto l’antifascismo delle parole e delle liturgie ormai ha fallito: delle istituzioni non ci si può più fidare. Non solo: hanno esplicitato da che parte stanno.

In funzione degli insegnamenti della storia, anche italiana, il Partito Comunista dei Lavoratori invita a non frammentare il fronte antifascista purché sia autonomo da qualunque figura collusa con il PD: chiediamo un’assunzione di responsabilità a chi fa da ruota di scorta al PD che non è solo il Partito di Renzi e dei suoi servi, ma anche del Jobs Act, della Tav, della “Buona scuola”, delle guerre, degli sgomberi delle case occupate e delle manganellate.

Bisogna scegliere da che parte stare.

Come Partito Comunista dei Lavoratori affermiamo da sempre che il movimento antifascista o è supportato dal movimento operaio e dei lavoratori o è destinato a fallire. Le vittorie nel campo dei diritti sono arrivate non da un’iniziativa autonoma di una manciata di burocrati, ma da un forte movimento di lavoratori che comprende tutti gli sfruttati e gli immigrati, che chi si ritiene comunista deve richiamare sul campo.

Proprio per questo mai ci "ritireremo sull'Aventino".

Comitato esecutivo di Sezione Romagna del Partito Comunista dei Lavoratori

15 maggio 2015

Dall’ “Ave Maria” di De Andrè alcuni spunti per una lettura di classe della questione femminile

di Leo Evangelista

L’analisi dell’Ave Maria di De Andrè può indurre al facile giudizio per cui, parlando di religione e prostituzione con lo stesso amore, con lo stesso tono, con la stessa chitarra, se ne esaltino sia le contraddizioni sia i parallelismi.
In verità l’Ave Maria di De Andrè ha poco di religioso. Tanti in chiesa la suonano come se fosse un canto di fede. Ma in realtà è tutt’altro. L’ Ave Maria di Faber sottolinea la contraddizione insita nella vita di tutte le donne: da un lato il loro desiderio di essere donne, che viene concesso per un solo giorno, ma comunque destinate ad essere madri per sempre.
L’ “Ave Maria” di Faber (Maria sta per donna e non come “vergine e santa”), seppur sembra che strizzi l’occhio al dogma della famiglia tradizionale, nella quale la donna “deve” necessariamente essere femmina ma soprattutto madre e moglie, in realtà vuole esaltare proprio altre contraddizioni .
La prima è quella che intercorre tra il desiderio interno della donna di essere “femmina ma anche madre”, imposta dalla società basata sull’istituto del matrimonio che vuole la donna asservita all’uomo (l’autorità della famiglia patriarcale), ma sottolinea l’altra contraddizione che vuole la donna capace di liberarsi individualmente da questo giogo maschilista, ed autonomamente ottenere una superiore condizione socio-economica.
Quindi il fondamento dell’Ave Maria di De Andrè naviga proprio in queste acque: critica della famiglia come istituzione sociale, del patriarcato, del maschilismo ma anche del femminismo piccolo borghese interclassista, cioè quello che considera come risoluzione della questione di genere, favorire l’individuale emancipazione della donna, pur conservando quel ruolo di “madre” che la società le impone in quanto dogmaticamente predefinito anche dalle icone religiose (tipo la “Madonna con bambino” avulsa dal ruolo maschile). Passa quindi il messaggio che il genere femminile possieda in sé capacità soprannaturali ( definito anche “senso femminile”).
Quindi confondere in maniera truffaldina il fardello delle responsabilità familiari (cioè il peso della cura della casa e dei figli) con il diritto “divino” di essere la genitrice principale è il peggior errore che si possa commettere. Questa non è una visione classista della questione femminile, non tiene in considerazione la dialettica tra la classe di appartenenza e la famiglia come istituto sociale.
Questo è l’errore del femminismo interclassista: confondere la lotta contro l’ideologia maschilista dominante con la lotta contro l’uomo in quanto tale. Definire le violenze di genere come un atteggiamento innato dell’uomo alla violenza nei confronti della donna e non come un prodotto dell’ideologia dominante.
Altrettanto deve fare l’uomo: deve liberarsi per primo dal desiderio di possesso della donna. Lo potrà fare solo attraverso la distruzione del suo ruolo di “pater familias”, impostogli dalla società e dalla sua famiglia di origine (spesse volte trasmesso anche dalle madri ossessivamente protettive verso il figlio, ma più severe verso le figlie). L’uomo deve considerare, non che la risoluzione dei problemi di genere siano un mero trasferimento di potere decisionale dall’uomo alla donna, ma che entrambi siano oggettivamente schiavi di una società basata sulla proprietà privata: un sistema che incatena la donna all’uomo, in quanto genitrice, e l’uomo alla donna in quanto produttore di ricchezza, nell’ortodosso rispetto del suo ruolo di capo famiglia.
A parti invertire, mi spiace dirlo, le cose non cambiano sostanzialmente: anzi la donna produttrice di ricchezza sarebbe ulteriormente sfruttata, perché dovrà ottemperare anche al suo ruolo di “focolare domestico”. Cambiando padrone, quindi, non si cancellano gli schiavi né tanto meno si cancella la schiavitù.
Proprio in questo senso va letta la strofa della canzone di De Andrè “Sai che fra un'ora forse piangerai, poi la tua mano nasconderà un sorriso: gioia e dolore hanno il confine incerto , nella stagione che illumina il viso.” La mano nasconde “un sorriso”: un sorriso di gioia o di dolore ? un sorriso che è il coronamento di un sogno che si avvera o la fine di una tortura? Non possiamo rispondere, tant’è che “gioia e dolore hanno confine incerto”.
Ed il tempo che passa, cioè le “stagioni”: prima illuminano il viso, poi “le stagioni non sente” (la maturità), quando ormai il viso della donna non è più luminoso. L’età della maturità nella quale, per l’ideologia dominante, decade anche il ruolo della femmina. La femmina diventa così moglie e madre, relegando la donna al ruolo di colei che deve provvedere solo alla famiglia.
Si badi però che il riscatto dalla maturità (alla decadenza del corpo)  non è l’evasione fanciullesca della donna matura, ma deve passare solo tramite la demolizione di questi ruoli predefiniti, con la distruzione dell’istituto del matrimonio, legame che non certifica alcun desiderio o sentimento, ma solo la proprietà, che sia di carne o di beni, che cristallizza sempre più il maschilismo, il patriarcato, l’ideologia borghese della famiglia, che fu l’antitesi della degenerazione settecentesca della società clerico-nobiliare.
Sono sempre più vicini tempi di una migliore e superiore società. Una società fondata sui bisogni e strettamente legata sul benessere collettivo. Che faccia piazza pulita della schiavitù, non intesa solo come lavoro male o per nulla pagato, ma come primitivo rapporto interpersonale tra donna e uomo. Pertanto la questione di genere si fonde con la questione di classe: la lotta di classe passa proprio tramite la distruzione dei rapporti di privilegio tra le persone, siano essi donne o uomini, e della proprietà privata. Per tutte queste ragioni è necessaria una Rivoluzione sociale.


14 maggio 2015

ASSEMBLEA PUBBLICA del Partito Comunista dei Lavoratori a FAENZA

25 maggio - ore 21,00
Presso Sede Quartiere Centro Nord Via Filanda Vecchia, 21 – FAENZA

Noi militanti del Partito Comunista dei Lavoratori invitiamo la cittadinanza a partecipare all’assemblea pubblica dove sarà esposto il nostro programma politico.

La crisi economica continua a persistere, non è una crisi temporanea. È la più grande crisi economica del capitalismo, più aspra di quella del 1929. In quegli anni, fame e povertà investirono tutto il mondo, declassando i ceti medi e proletarizzando sempre di più la classe lavoratrice. Il fascismo ed il conseguente razzismo portarono a convogliare l’odio inconscio e naturale verso lo sfruttamento generato dal capitalismo contro il solito capro espiatorio: ebrei, oppositori politici, stranieri, diversi. Da qui nacquero i campi di sterminio e i genocidi nelle guerre coloniali in Etiopia, Eritrea, Libia. 

Oggi ci troviamo in una situazione molto simile: grave crisi economica, impoverimento delle classi sociali medie e ulteriore proletarizzazione della classe lavoratrice. Ma non c’è una risposta di classe. Sulla scena politica italiana non vi sono movimenti anticapitalisti che possano mettere in discussione lo strapotere bonapartista di Renzi, naturale prodotto del capitalismo di Agnelli e Marchionne. 

Le responsabilità del fallimento: le riforme di destra le compiono governi di centro-sinistra 

Ebbene sì: tanti elettori hanno creduto negli ultimi 25 anni che la sinistra risorgesse, con l’idea che un grande Partito potesse fare la differenza. Non importa cosa proponesse o effettivamente realizzasse al governo: l’importante era che la “gioiosa macchina da guerra” facesse da argine all’avanzata delle destre (più o meno fasciste o liberticide). Quasi come se fosse indispensabile un “grande feticcio”, ma non la sostanza. Come se le grandi conquiste sociali del ‘900 (le otto ore di lavoro, l’articolo 18 e la stessa Liberazione dal nazifascismo) fossero il prodotto di una misera riforma parlamentare. Tutti i più grandi progressi sono merito del movimento dei lavoratori, tutti uniti verso un unico obiettivo: abbattere lo sfruttamento e la sofferenza generati dal capitalismo. 

Oggi ci troviamo in una situazione di completo arretramento del movimento dei lavoratori che non inizia con la vittoria del secondo governo Berlusconi, né con la cancellazione dell’art.18 con il Jobs Act da parte del governo PD+NCD con i voti utili dei parlamentari di Berlusconi, ma nel 1980 con il licenziamento di 14.000 lavoratori della Mirafiori Fiat controfirmata da Luciano Lama della CGIL. Prosegue poi con la firma della parziale cancellazione della scala mobile anche da parte della CGIL con la firma di Bruno Trentin. Quindi, nonostante un grande sindacato ed un grande Partito, non si sono evitate le disfatte. Questo perché se si ostacola o si compromette l’autonomia del movimento operaio, se si intralciano le rivendicazioni dei lavoratori per una pura questione di consenso elettorale, si intraprende la via della sconfitta.

Renzi quindi non è un errore di percorso: è il normale prodotto di un Partito che non è più di sinistra, ma democristiano, in cerca di voti e di potere, non interessato alle sofferenze delle classi sfruttate.

Il PD di oggi non è solo Renzi: il centro-sinistra con il primo Governo Prodi sdoganò il lavoro precario con la Legge Treu, poi finanziò le missioni militari nella ex Jugoslavia e prese accordi per lo sviluppo degli F35, di cui l’acquisto sarà confermato sia dal Governo D’Alema che dal secondo Governo Prodi. 

In questi ultimi anni anche il PD ha avvallato la cementificazione del territorio: ne sono conseguenza i gravi disastri “naturali” che hanno interessato diverse regioni italiane. La natura si riprende, con forza, quello che l’uomo le ha sottratto. Ma chi ne paga le spese sono le famiglie dei lavoratori, che non avendo beneficiato della speculazione edilizia, si trovano senza una casa o con danni ingenti a cui non sanno come provvedere.

La risposta non è cacciare di casa i più poveri o sparare ai barconi. La risposta deve venire dal mondo del lavoro. La risposta deve avere al centro il movimento dei lavoratori.

La necessità di un partito rivoluzionario

Tanti ritornano quindi alla cantilena del “grande Partito”, ma la necessità è un’altra. Alla cancellazione dell’art. 18 con il Jobs Act i sindacati maggioritari CGIL e FIOM non hanno opposto resistenza. Le dirigenze CGIL e FIOM si dicono a parole contro lo sfruttamento e contro il lavoro precario, ma la CGIL ha firmato la deregolamentazione dei contratti per i lavoratori EXPO. 

Ma l’EXPO non che è il riflesso della politica della classi dominanti: corruzione, sfruttamento e doppiezza. Nei padiglioni potrete vedere Mc Donald’s, Coca Cola, Finmeccanica (produttore di armi, guerra e morte) e qualche grande chef (Eataly ad esempio): gli stessi che ogni giorno sfruttano brutalmente il lavoro dei propri dipendenti.

Pertanto è necessaria una sinistra che non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l'unico che si è sempre contrapposto ai governi di Prodi e agli inganni dei “progressisti” di regime come Pisapia a Milano, promotore dell’EXPO, è impegnato quotidianamente nella costruzione di un partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L'esigenza di un'altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE (Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro, di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale di classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

Diritto alla casa: esproprio degli appartamenti sfitti di proprietà dei grandi gruppi immobiliari, delle banche, dei fondi assicurativi e del clero, per distribuirli a chi una casa non ce l’ha o a chi è oggetto di sfratto o mutuo strozzino.

Fermare i licenziamenti, le chiusure o delocalizzazioni delle aziende: a sostegno delle lotte operaie, promuovere un’assemblea generale con delegati eletti e permanentemente revocabili da tutti i luoghi di lavoro con l’obiettivo di coordinare tutte le lotte in essere e costruire un fronte unico di tutti i lavoratori.

Esproprio senza indennizzo e nazionalizzazione sotto controllo operaio delle industrie che chiudono, licenziano o delocalizzano. Se si usano risorse pubbliche per salvare un’azienda, pubblica deve essere la sua proprietà.

Ripubblicizzazione di tutti i servizi, contro il profitto di pochi tra i quali banche e S.P.A., di trasporti, acqua, luce, gas, nettezza urbana, manutenzione stradale, istruzione e sanità, con tariffe proporzionali al reddito. Assunzione a tempo indeterminato di tutti i dipendenti. Tanti a sinistra hanno sostenuto il referendum per l’acqua pubblica, ma si sono resi responsabili della sua ulteriore privatizzazione.

Lavoro per tutti: lavorare meno, lavorare tutti. Ripartizione tra tutti del lavoro tramite la riduzione dell’orario giornaliero di lavoro a parità di paga. Stipendio di tutti gli incarichi pubblici pari alla paga di un impiegato.

Ecologia: produrre meno, produrre meglio ed il necessario. Basta con gli inceneritori! Per il riciclo totale dei rifiuti prodotti e per il controllo della produzione nelle mani di chi lavora e di chi vive il territorio.

DOVE PRENDERE LE RISORSE?

Dalla nazionalizzazione del sistema bancario senza indennizzo dei grandi azionisti, dalla cancellazione dei finanziamenti pubblici a scuola e sanità privata, in modo da finanziare un grande piano di opere di utilità pubblica (sicurezza sismica, messa in sicurezza del territorio, ferrovie).

Nessun partito, a parte il PCL, ha questo programma. Basta con i finti rivoluzionari che, a “sinistra”, cercano solo poltrone, avallando le peggiori politiche del PD.

Vi invitiamo quindi all’astensione a queste elezioni comunali, e ad unirvi alla nostra lotta anticapitalista.