iniziative in corso

Tesseramento 2014

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2014

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2014

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2014

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2014

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

24 luglio 2014

Contro la retorica antifascista

Di falaghiste

Il fascismo fu la massima espressione della crisi del liberalismo fra le due guerre mondiali. Quando  settori maggioritari delle classe operaia si mobilitarono sotto le bandiere del socialismo contro lo sfruttamento del lavoro e l’ingiustizia sociale, tutta la borghesia (dagli industriali ai grandi proprietari terrieri) si accodò all’espressione reazionaria dei ceti medi travolti dalla crisi economica.

Al di là delle similitudini e delle differenze con la situazione attuale, dove alla crescita delle destre sotto varie forme non corrisponde una crescita del movimento operaio, il fascismo fu la soluzione estrema per il mantenimento del sistema capitalista.
Una volta eliminate manu-militari le opposizioni politiche e sociali, non fu difficile ottenere un consenso di massa anche attraverso provvedimenti di redistribuzione delle risorse con l’istituzione della previdenza sociale, dell’opera nazionale maternità e infanzia ecc.

Una politica  di stampo Keinesiano che ancora oggi suscita argomentazioni a favore del ventennio fascista, ignorando l’assoggettamento del lavoro,la repressione violenta del dissenso, oltre che naturalmente l’alleanza con il nazismo, le leggi razziali e l’olocausto della guerra.
Il consenso di massa al fascismo fu un consenso passivo e ci volle la sconfitta militare e la resistenza per ripristinare fra le masse una cultura antifascista attiva.
Ma quasi subito nel dopoguerra l’antifascismo si istituzionalizzò in una liturgia costituzionalista che identificava il fascismo con le sue espressioni formali: monopartitismo, militarizzazione sociale, razzismo e violenza arbitraria di Stato, camice nere  e gagliardetti, ignorando volutamente che il regime fascista modernizzò lo stato  adeguando le sue istituzioni alle nuove esigenze della borghesia.

Infatti lo stato repubblicano che emerge nel dopoguerra mantiene intatta la struttura  del fascismo: riconosce i patti Lateranensi con il Vaticano, mantiene gran parte delle leggi di ordine pubblico come il ”Foglio di via“  e il potere dei prefetti, ricertifica la sacralità della proprietà privata dei mezzi di produzione, messa in discussione dal movimento operaio antifascista durante la Repubblica di Salò (mentre i padroni se la passavano in Svizzera), mantiene intatti i servizi segreti e le strutture militari. 

Nessuno delle classi dirigenti complici del fascismo, esclusi i gerarchi più in vista, viene rimosso: rimangono gli stessi prefetti, docenti universitari, generali, commissari, giornalisti asserviti. E rimane la stessa borghesia, gli stessi padroni che si erano arricchiti con il sangue dei proletari italiani.

Il primo colpo di maglio all’antifascismo reale viene da una direzione inaspettata e quindi è quanto di meglio per non sembrare tale. Non già dalla Democrazia Cristiana, il nuovo partito in cui le classi sociali complici del fascismo si sono lestamente riciclate, ma proprio da PCI, il partito che maggiormente si è opposto al fascismo, fornendo la maggioranza dei combattenti partigiani.

Infatti nel 1946 Palmiro Togliatti  leader maximo del partito comunista italiano, in veste di  Ministro della giustizia, promulga l’amnistia per i fascisti: è la pietra tombale della memoria del fascismo reale. Al contrario di altri paesi, Germania in testa, l’Italia sceglie di nascondere gli scheletri negli armadi. Le conseguenze di quella scelta scellerata permetteranno le peggiori operazioni di revisionismo,  a scredito della resistenza, della verità storica e dell’antifascismo reale. 


Nel 1948 inizia la farsa della repubblica democratica fondata sul lavoro (che di per se non vuole dire niente) e sulla Resistenza, mentre si ristrutturano e adeguano alle nuove esigenze democratiche i poteri reali della borghesia.
Il tradimento della Resistenza, come lotta di classe per la giustizia sociale, inizia da allora, da quando i partigiani per essere ricevuti da una qualsiasi autorità del nuovo stato democratico devono fare ore di anticamera mentre l’industriale, l’ex repubblichino, il politico riciclato, il Cardinale che aveva benedetto i pugnali e i moschetti, vengono accolti con tutti gli onori.

Intanto ex capi e capetti repubblichini riallacciano i rapporti e le complicità con gli ex camerati e si accomodano, come pulcini  sulla bambagia,  nelle pieghe clandestine  del nuovo Stato Repubblicano in attesa di tempi migliori. Altri di loro vengono eletti deputati al parlamento italiano nel nuovo partito Fascista (MSI) di Giorgio Almirante, ex capo di gabinetto della Repubblica di Salò. Palmiro Togliatti, tanto solerte nel reprimere i comunisti e gli anarchici del POUM, su ordine di Stalin in Spagna, non pensò nemmeno d’inserire nel provvedimento di amnistia la proibizione, per gli ex gerarchi, di essere eletti parlamentari nella Repubblica fondata sulla Resistenza.

Tuttavia, sull’onda lunga della Resistenza, l’antifascismo reale non si arrende e costringe l’antifascismo costituzionale guidato dalla CGIL, dal PCI e in parte dal PSI e sinistra DC, a seguirlo sulla strada delle lotte operaie. Già nel 1960 il proletariato industriale si mobilita contro il governo Tambroni che vuole aprire il governo alle forze politiche del fascismo reale (MSI).
Poi nel biennio rosso 1969-1970 le lotte raggiungono il massimo. Alle lotte operaie seguono quelle studentesche. Non si tratta solo di mobilitazioni che rivendicano miglioramenti salariali o dei diritti ma che anelano a un’altra democrazia, a un’altra società dove le masse partecipino attivamente alle scelte produttive, si parla esplicitamente di socialismo. Allora le forze del fascismo reale secernono dai gangli clandestini dello Stato la strategia della tensione: il 12 dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, causando una strage.

L’intenzione occulta è quella di creare un clima di tensione tale da costringere le forze dell’antifascismo costituzionale ad approvare leggi repressive  contro il movimento antifascista reale. Già dopo pochi mesi per tacitare le lotte operaie e riportarle nell’alveo e sotto l’influenza dell’antifascismo costituzionale, il governo Nenni (Partito Socialista e Democrazia Cristiana) approva lo statuto dei lavoratori (20 maggio 1970).
Ma questa è una vittoria anche dell'antifascismo reale che cresce sotto l’influenza  delle forze politiche dell’estrema sinistra, del movimento studentesco e di settori minoritari  ma  influenti, soprattutto nelle grandi fabbriche del nord, del movimento operaio.
Settori dell’ultra sinistra del movimento antifascista reale decidono di rispondere alla strategia della tensione con la lotta armata: i primi attentati delle Brigate Rosse avvengono nel 1970.

Fino al 1973 la lotta per l’egemonia sul movimento (operaio e studentesco) dell’antifascismo reale, fra le direzioni riformiste dell’antifascismo costituzionale (PCI e CGIL) e le varie organizzazioni politiche dell’antifascismo reale, (Lotta Continua fondata nel 1969, Avanguardia Operaia Attiva dal 1968, Potere Operaio che nasce nel 1969, Autonomia Operaia e quelle clandestine della lotta armata, Brigate Rosse e Prima Linea, tutte in aspra concorrenza fra loro) continua ininterrottamente fra scioperi, manifestazioni, attentati e scontri di piazza.
L’antifascismo reale è diviso, manca una strategia e un progetto politico unificante per le classi lavoratrici: in molti casi prevale l’ideologia sui programmi.

Intanto per l’antifascismo costituzionale delle burocrazie del Partito Comunista e della CGIL, la crescita dell'antifascismo reale non può più essere tollerata.
Del resto, con “la svolta di Salerno”  il PCI togliattiano, in ossequio al trattato di Jalta e alla politica del compromesso stalinista con le borghesie nazionali nell’Europa dell’Ovest, già nel 1944 aveva intrapreso la  via riformista. Con l’accettazione implicita dell’economia di mercato, tutto ciò che andava oltre non poteva essere tollerato.
È il 1973 quando il segretario del PCI Enrico Berlinguer (con una serie di articoli sulla rivista Rinascita) propone al presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, il completamento del compromesso costituzionale del 1948 attraverso un' alleanza fra: “le due grandi tradizioni popolari del socialismo e del cattolicesimo democratici“. Tale politica passerà alla storia come compromesso storico. Qualcuno, più concretamente, la chiamerà la seconda svolta di Salerno. 

Al di là della mistificazione ideologica (le tradizioni popolari a cui si richiama  il compromesso storico non esistono in Italia se non circoscritte a minoranze ininfluenti nei rispettivi ambiti politico-ideologici), Berlinguer propone  un patto di governo fra l'apparato  del PCI e il partito della borghesia, del Vaticano e della malavita organizzata.
Concretamente: in cambio della fine della strategia della tensione, egli offre al fascismo reale la testa del movimento antifascista reale. Inizia così, fra ambiguità reciproche e tentennamenti (sia nel PCI che nella DC vi sono tendenze che si oppongono) la rottura definitiva fra l'antifascismo reale e l'antifascismo costituzionale.

Nel 1974, il fascismo reale colpisce ancora, con le stragi di Piazza della Loggia e del treno Italicus.
Nel maggio del 1975 il Governo Moro, con il sostegno  del PCI, approva la legge Reale che introduce l'arresto senza flagranza di reato. Inizia la repressione di massa, basta un semplice sospetto per venire arrestati e trattenuti come probabili terroristi; di lì a qualche anno, migliaia di militanti dell'antifascismo reale verranno incarcerati senza alcuna prova.
Contemporaneamente, nelle fabbriche,  i sindacati (CGIL in testa)   d'accordo con i padroni reprimono con ogni mezzo i militanti delle organizzazioni dell'antifascismo reale, mentre le organizzazioni terroristiche del fascismo reale, responsabili delle stragi, sotto la copertura dei servizi segreti dello Stato, rimangono indisturbate.
Ma il PCI prosegue l'alleanza con la DC. La nuova formula si chiama solidarietà nazionale, non più  un governo PCI-DC, ma il sostegno esterno del PCI al nuovo corso democristiano (1976 governo Andreotti: monocolore DC).
Il 16 marzo del 1978, contro l'alleanza fra PCI e DC, le Brigate Rosse rapiscono e uccidono Aldo Moro.

Il movimento dell'antifascismo reale è in rotta, ormai le masse attive del movimento operaio subiscono l'influenza dell'antifascismo costituzionale.
Si svolgono enormi manifestazioni di massa “contro il terrorismo”, dove  si mescolano le bandiere storiche con la falce e il martello alle bandiere crociate. È l'inizio della fine del decennio sessantottino, le masse proletarie si sono schierate, più o meno consapevolmente, al fianco del fascismo reale mascherato da antifascismo democratico.
Alle forze del fascismo reale, una volta separate dalle masse le organizzazioni politiche dell'antifascismo reale (studentesche, di estrema sinistra, operaie e della lotta armata), non rimane che attaccare il movimento operaio che, pur avendo aderito in maggioranza all'antifascismo costituzionale, non è ancora disposto a cedere nella lotta di classe per il controllo della produzione industriale.

L'attacco è portato su due fronti. Il 10 agosto del 1980  scoppia una bomba alla stazione di Bologna facendo decine di morti e centinaia di feriti.
In un momento in cui si credeva la situazione pacificata ricomincia la caccia alle streghe: l'opinione pubblica viene di nuovo predisposta ad accettare soluzioni autoritarie.
È  l'occasione  per aprire il secondo fronte e chiudere definitivamente con il centro della resistenza operaia: la FIAT.
Prima la direzione annuncia il licenziamento di decine di operai per attività terroristiche, poi il licenziamento di 14.000 operai. Il consiglio di fabbrica decreta lo sciopero ad oltranza, ma dopo trentacinque giorni una manifestazione di impiegati e tecnici (detta la marcia dei quarantamila ma in realtà erano molti di meno) rivendica il diritto di tornare al lavoro.
Gli operai comunque non ne vogliono sapere di rimuovere i picchetti ai cancelli, ma le direzioni sindacali si schierano di nuovo contro il movimento antifascista reale.
Infatti, nonostante l'opposizione degli operai, Luciano Lama, segretario generale della CGIL firma l'accordo con l'azienda accettando licenziamenti e cassaintegrazione. È la Waterloo del movimento operaio italiano; da allora sarà un continuo rifluire della classe operaia verso il dominio del fascismo reale.

Il ruolo dell'antifascismo costituzionale in questa vicenda rappresenta il culmine della doppiezza politica del PCI.
Qualche giorno prima della firma del famigerato accordo, Berlinguer dichiara che, qualora gli operai avessero  occupato la FIAT, il partito li avrebbe sostenuti. La malafede è evidente, la verità è che il PCI delega il tradimento  alla burocrazia sindacale CGIL per non compromettere l'immagine del partito di fronte al movimento operaio. Del resto, è impensabile che Luciano Lama (iscritto al PCI come la maggioranza dei  sindacalisti CGIL) si sia mosso  senza l'assenso implicito di Berlinguer.

Nel 1987 Mario Moretti e Renato Curcio dichiarano conclusa l'esperienza delle Brigate Rosse. Un anno dopo Bruno Trentin, subentrato a Lama alla guida della CGIL sigla un accordo con il governo e la controparte per l'abolizione della scala mobile dei salari dando il via alla politica di concertazione: il sindacato non è più un organismo di rappresentanza autonoma delle classi lavoratrici ma, per conto del governo e delle organizzazioni padronali, diventa uno strumento di controllo e repressione delle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Inizia la trasformazione del più grande sindacato italiano in un organismo burocratico di Stato. Con la firma degli accordi interconfederali, il 23 luglio 1993, la concertazione diventa modello ufficiale di relazioni sindacali: il salario  è una variabile dipendente dai profitti della borghesia.  

Con la sconfitta del movimento operaio, dopo quello studentesco  e della lotta armata, l'antifascismo reale scompare fra le masse popolari nel giro di pochi anni, mentre l'antifascismo costituzionale sopravvive nelle liturgie e nella  retorica  ipocrita delle ricorrenze.
Nel frattempo il fascismo reale avanza in ogni ambito: nell'economia, nella cultura nella politica e nella forma che via via assumono le istituzioni della repubblica.
Alle fine degli anni ottanta tutto è pronto per l'avvento della seconda repubblica. Il fascismo reale trionfa e avanza nella mentalità, nella cultura, nei modelli di riferimento. Si chiude una storia e ne inizia un'altra: l'antifascismo reale, dopo oltre vent'anni, deve trovare una nuova via, senza tradimenti, senza illusioni, senza retoriche  velleitarie, ma nella consapevolezza che solo la rivolta degli sfruttati potrà dargli una nuova identità.


19 luglio 2014

Fermare l'aggressione di Israele. Via le truppe di occupazione da Gaza. Via lo stato sionista. Per una Palestina libera, laica, socialista.

Più rivoltante ancora del massacro in atto contro i palestinesi, è l'ipocrisia odiosa di chi lo giustifica e il silenzio di chi non si oppone. Magari mascherati da qualche parola preoccupata o richiesta di “pace”.

Non vi sarà mai pace tra uno Stato coloniale e un popolo oppresso. Tra uno Stato fondato sulla cacciata di un popolo e il popolo cacciato. Tra uno Stato basato sull'espropriazione di una terra e chi in quella terra ha diritto a tornare. Tra uno Stato confessionale e i principi più elementari di uguaglianza, laicità e democrazia. Tra uno Stato armato sino ai denti, che si regge su 60 anni di terrore, e una popolazione di profughi nella propria stessa terra, privati di acqua, cibo, medicinali, e persino del diritto a vivere. Chi rivendica la pace tra oppressi e oppressori milita al fianco degli oppressori, al di là di ogni (eventuale) intenzione.

Il sionismo non è l'ebraismo. Si è costruito contro la grande tradizione democratica e socialista dell'ebraismo. Usa l'ebraismo per farne scudo del colonialismo e del razzismo, anti palestinese e anti arabo. Lo Stato sionista d'Israele è nato su queste fondamenta. Per questo non sarà mai “democratico”. Solo la distruzione delle basi giuridiche, confessionali, razziali, militari, di questo Stato abusivo, può liberare la Palestina. Consentire ai palestinesi il ritorno nella propria terra. Restituire agli ebrei quella identità che il sionismo ha loro sequestrato. Solo la distruzione del sionismo può creare pace tra arabi ed ebrei. Una Palestina unita, democratica, laica, socialista rispetterà i diritti della minoranza ebraica. Ma non contro il diritto storico alla autodeterminazione dei palestinesi. Che è pieno e incondizionato.

Non abbiamo nulla a che spartire con le borghesie arabe complici del sionismo. Nè con L'ANP guidata da Abu Mazen, di fatto polizia anti palestinese per conto di Israele, da questi corrotta e foraggiata . Nè con Hamas erede (e oggi in parte orfana) dei Fratelli musulmani, unicamente preoccupata di conservare il proprio regime confessionale reazionario a Gaza. Abbiamo tutto a che spartire col popolo palestinese, con la sua domanda di libertà, con la sua resistenza storica all'oppressione sionista, col suo diritto a selezionare una nuova direzione della propria causa nazionale, autonoma, democratica, socialista.

In queste ore “siamo a Gaza” , al fianco di chi spara sulle truppe di occupazione, di chiunque resista all'invasore. Lo siamo con la nostra bandiera di comunisti e di rivoluzionari, convinti oggi più di ieri, che la lotta per una Palestina libera, laica, socialista, sia inseparabile dalla prospettiva storica di liberazione dell'umanità dal capitalismo, dall'imperialismo, dal colonialismo sionista. E innanzitutto dalla liberazione della nazione araba.

La prospettiva di una Federazione socialista araba è l'unico reale sbocco storico progressivo dell'attuale disgregazione dei vecchi equilibri in Medio Oriente e dei vecchi confini imposti dalla riga e dal compasso del colonialismo un secolo fa. L'alternativa è la continuità e l'espansione della potenza sionista, unita all'espansione del peggiore fondamentalismo islamico integralista.

Per questo la bandiera palestinese e la bandiera della rivoluzione socialista internazionale sono destinate ad incontrarsi. A Gaza, e in tutta la terra araba.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

17 luglio 2014

Marxismo rivoluzionario n. 10

Ecco il sommario dell'attuale numero di Marxismo Rivoluzionario:

1) FENOMENOLOGIA DEL RENZISMO
Di M. Ferrando

2) DOPO SETTE ANNI LA CRISI DEL SISTEMA CAPITALISTA CONTINUA LE CONTRADDIZIONI INTERIMPERIALISTE
SI ACCENTUANO IL SOCIALISMO RIMANE L’UNICA USCITA PROGRESSIVA
Di A. Marceca

PRIMA GUERRA MONDIALE
3) A cento anni dall’inizio della prima guerra mondiale
Il grande macello imperialista, il tradimento della socialdemocrazia e la battaglia dei marxisti rivoluzionari.
Di F. Grisolia
4) Nota su testi prima guerra mondiale.
Di F. Grisolia
5) La Guerra e la socialdemocrazia russa
Di V. Lenin (1914)
6) La Situazione e i compiti dell’Internazionale Socialista
Di V. Lenin (1914)
7) La Ricostituzione dell’Internazionale
Di R. Luxemburg
8) La Guerra e l’Internazionale
Di L. Trotsky
9) Il Nemico principale è in casa nostra!
Di K. Liebknecht

INTERNAZIONALE
UCRAINA
10) PER UNA SOLUZIONE SOCIALISTA DELLA CRISI UCRAINA
Di M. Ferrando

A Santarcangelo di Romagna non atti vandalici ma arte di strada

Notiamo con dispiacere che le scritte sui muri, apparse nei giorni scorsi a Santarcangelo, critiche nei confronti del Festival, siano state ridotte da tutti a meri "atti vandalici", quando lo stesso festival promuove un laboratorio attorno al "lessico urbano dei writers e al panorama, storico e geografico, delle scritte sui muri delle città".

Ci sentiamo quindi in dovere di tentare di analizzare più a fondo il motivo delle scritte: è inutile che un' amministrazione del PD straparli di cultura quando è la diretta esecutrice di tagli all' istruzione, ai musei e alle manifestazioni artistiche, o addirittura la promotrice della sussidiarietà, vecchia bandiera del movimento ciellino.

Si badi bene che la nostra posizione non è contraria assolutamente alla manifestazione in sé. Siamo lontani dal sostenere le posizioni di politici "destri" che acclamano il "teatro classico" contro il teatro di avanguardia, sempre che questa avanguardia non si limiti ad un' esposizione di ideologie borghesi.

Da comunisti non possiamo che essere vicini a tali manifestazioni di dissenso, sempre attenti però a ribadire che la liberazione della cultura e dell'arte dal profitto e dalle disparità sociali potrà realizzarsi solo con una società strutturata su basi socialiste dove anche la vita culturale sia libera dalla dittatura di pochi, garantendo un diritto reale alla scuola ed alla cultura.

Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione Romagna

16 luglio 2014

Cena - Festa di sezione - 26 luglio ore 21.00

Care compagne e compagni,

per il 26 luglio è stata organizzata la cena di autofinanziamento della Sezione PCL Romagna: primo di pasta + insalata di riso, grigliata di carne, contorni, dolce e vino € 15,00.

È OPPORTUNA LA PRENOTAZIONE ENTRO IL 19 luglio (effettuabile tramite mail o tramite sms al numero di cellulare sottostante) .
Ricordo a tutti che la cena ha lo scopo non solo di autofinanziare la nostra sezione, ma soprattutto di trascorrere qualche ora in allegria con i tutti i compagni. La cena è aperta anche ai parenti, amici e compagni di altre organizzazioni.

L'appuntamento è per il 26 luglio dalle 19.00.

La cena inizierà per le 21.00.

Tel. 329-6084576

14 luglio 2014

Palestina libera e rossa


Solo una sollevazione rivoluzionaria del popolo di Palestina, dentro una più generale sollevazione araba contro il sionismo e contro le borghesie nazionali arabe sue alleate, può garantire la liberazione della Palestina e il diritto di piena autodeterminazione del suo popolo. Solo questa prospettiva di lotta può sbarrare la strada al fondamentalismo integralista islamico, vecchio e nuovo, tra le stesse fila dei palestinesi. Solo questa prospettiva può realizzate uno Stato Palestinese laico, democratico, socialista dentro una Federazione socialista araba e del Medio Oriente.

Video del presidio di solidarietà davanti all'ambasciata palestinese a Roma del 6/7/2014




13 luglio 2014

La IV° Internazionale dopo Trotskij - #FormazioneQuadri

Seminario sulla Quarta Internazionale dopo Trockij con relazione del compagno Franco Grisolia.
#FormazioneQuadri

07 luglio 2014

Spunti di antirazzismo

Razzismo e capitalismo: le carenze della sociologia borghese

di Fabiana Stefanoni (da Marxismo Rivoluzionario, ottobre 2005, anni III, nr. 7)

Cercare di abbozzare alcune linee guida nell’interpretazione del cosiddetto fenomeno razzista richiede, in via preliminare, lo sgombrare il campo da un vizio di fondo di gran parte delle indagini sociologiche contemporanee: la tendenza a considerare il razzismo come una teoria, una concezione del mondo suscettibile di tramutarsi in pratiche e politiche di esclusione più o meno violente. Sfogliando la copiosa letteratura sull’argomento, ci s’imbatte in una ridda di periodizzazioni e ricostruzioni storiche che, nella migliore delle ipotesi, considerano le determinanti storiche e sociali come elementi meramente di contorno, da prendere in considerazione senza assegnare ad essi un reale valore esplicativo. Uno dei quesiti con cui, più di frequente, si confrontano gli accademici di tutto il pianeta ben evidenzia la tendenza a trattare il razzismo come un concetto che passa immune tra le tempeste della storia; che, nonostante l’evoluzione della struttura economica e dei rapporti tra le classi, può legittimamente attribuirsi a questo o quel fenomeno appartenenti a contesti tra loro decisamente eterogenei. Mi riferisco alla domanda che spesso funge da prologo ai trattati sull’argomento: “quando si afferma la nozione di razza”?

Un classico sull’argomento, II razzismo in Europa di G. L. Mosse, scritto negli anni Settanta, situa l’origine del “pensiero razzista” nell’epoca dei Lumi: il razzismo si riduce ad un sottoprodotto del razionalismo illuminista, con le prime esplicite teorizzazioni della superiorità della razza bianca rispetto ai neri e agli ebrei. La ricostruzione storica - o filastrocca d’opinioni - che ne segue prende in considerazione il fenomeno esclusivamente dal lato delle concezioni filosofiche, religiose, culturali. Bussano all’orecchio le parole di Marx ed Engels che, due secoli fa, nell’Ideologia tedesca, stigmatizzavano la mistificazione della realtà che si gen­era quando “nel considerare il corso della sto­ria si svincolano le idee della classe dominante dalla classe e si rendono autonome, se ci si limita a dire che in un’epoca hanno dominato queste o quelle idee, senza preoccuparsi delle condizioni della produzione e dei produttori di queste idee”.

Speculare e l’errore di chi, pur ritenendo superato l’approccio suddetto, di fatto ne riproduce il vizio di fondo andando alla ricerca, nel corso della storia dell’umanità, di atti razzisti: e cosi che finiscono in uno stesso calderone la conversione degli ebrei di Minorca del 417 d.C. e il nazionalsocialismo, fenomeni che appartengono a contesti tanto diversi da rendere bizzarro qualsiasi tentativo di comune classificazione. Ciò che manca e l’inquadrare il fenomeno del razzismo contemporaneo nella specificità del contesto capitalistico in primo luogo, nelle specifiche fasi storiche del capital­ismo in seconda istanza.

Razzismo e colonialismo 


Se è scorretto affermare che il razzismo nasce con il capitalismo - dato che fenomeni d’intolleranza razziale, com’è evidente, costellano l’intero arco della storia - e tuttavia vero che il razzismo assume un significato nuovo e assolutamente peculiare con l’instaurarsi del modo di produzione capitalistico. Come ho detto, l’errore che sta alla base di molte ricostruzioni storiche consiste nello sganciare il razzismo dal contesto capitalista che lo definisce, applicandolo illegittimamente a tutte le epoche della storia. Per azzardare un’analogia, e la stessa trasfigurazione della realtà che Marx imputa all’economia politica, che rappresenta i rapporti della produzione borghese (ad esempio, la rendita nell’analisi ricardiana) come categorie eterne. La proprietà privata dei mezzi di produzione e la connessa oppressione di classe rendono necessaria alla borghesia, in modo diverso nelle diverse fasi, l’utilizzo e la costruzione di una sovrastruttura ideologica per la conservazione del proprio dominio. II razzismo, in un contesto capitalistico, non può che sottostare a questa legge generale.

Non è un caso che il cosiddetto “razzismo scientifico”, cioè quelle teorie fondate sull’idea di una differenza essenziale inscritta nella natura dei vari gruppi umani, cominci a diffondersi con l’espansione coloniale europea prima, per poi conoscere un ulteriore successo con la successiva “fase imperialista”. Ovviamente, l’intolleranza razziale non e un fenomeno nuovo: già nelle colonie inglesi nell’America del Nord lo sfruttamento degli schiavi provenienti dall’Africa era prassi comune e si conciliava con le teorizzazioni di marca cristiana sull'inferiorità dei non convertiti. Ma è solo con il XIX secolo, con le grandi conquiste coloniali dell’Inghilterra prima, della Francia e della Germania poi, che si arriva alla giustificazione ideologica del fenomeno. Emblematico è il successo che nella seconda meta dell’Ottocento riscuote in Francia l’opera di Arthur de Gobineau, Sull’ineguaglianza delle razze umane, che elabora una teoria della decadenza in base alla quale l’umanità rischia la rovina totale a causa della mescolanza delle razze. Similmente, Gustave Le Bon propone una classificazione delle razze umane rigidamente divise in superiori (indoeuropee), intermedie (semitiche) e primitive; altri autori sponsorizzano un’antropologia positivistica e scientista basata sul rigetto del “diverso”. Al di fuori della Francia, sia in Inghilterra che in Germania, si diffondono teorie pseudoscientifiche che cercano nelle scienze naturali la gius­tificazione dell’oppressione coloniale, tentando di legittimare dal punto di vista teorico l’esistenza di “razze umane”. Il razzismo, nel XIX secolo, e l’ideologia dello sfruttamento selvaggio delle colonie.

Connesso alla lotta per la ripartizione coloniale è il trapasso, a partire dell’ultimo ventennio del secolo, alla fase propriamente imperialista del capitalismo. Come ha ben evidenziato Lenin in L’imperialismo come fase suprema del capi­talismo, “il trapasso del capitalismo alla fase di capitalismo monopolistico finanziario e collegato a un inasprimento della lotta per la ripar­tizione del mondo”. La formazione di monopoli permette la “definitiva sostituzione del cap­italismo moderno all’antico”, fa sì che l’esportazione di capitale assuma proporzioni gigantesche (in particolare agli inizi del XX secolo): l’epoca dei monopoli e l’espressione del dominio del capitale finanziario. Quest’ultimo, come sottolinea Lenin nello stesso scritto, pur essendo in grado di assoggettarsi anche paesi in possesso della piena indipendenza politica, trova maggiore comodità e maggiori profitti “allorché tale assoggettamento e accompagnato dalla perdita dell’indipendenza politica da parte dei paesi e popoli asserviti”. Quello del capitale finanziario e quindi un colonialismo sui generis, cui la “sovrastruttura extraeconomica” contribuisce acuendo l’impulso verso le conquiste coloniali. E in questo quadro che si spiega la diffusione del “darwinismo sociale”, dottrina in base alla quale la concorrenza tra i gruppi umani e sociali e regolata dalle stesse leggi della selezione naturale: è giusto che le classi oppresse e tutti gli esseri umani “inferiori” (neri, donne, omosessuali) soccombano per favorire la sopravvivenza dei “più adatti” ai fini della conservazione della specie. Nella sua variante più specificamente razzista, il darwin­ismo sociale - in realtà assai lontano dalle idee dello stesso Darwin - sostiene che il motore della storia sia la lotta per la sopravvivenza tra le differenti “razze”, lotta in cui ogni prevaricazione e permessa per l’autoconservazione. Trova quindi nuova linfa in questi anni, illegit­timamente trasponendo le teorie darwiniane sull’evoluzione alla sfera dei rapporti sociali, il cosiddetto razzismo scientifico, che cerca di dimostrare l’esistenza di “razze” le cui caratteristiche biologiche o somatiche corrisponderebbero ad attitudini mentali, comportamenti, costumi; tali razze, sono di conseguenza disposte gerarchicamente su una scala di valori.

Razzismo di stato


Col nazifascismo il razzismo acquisisce un senso nuovo, diventa ideologia di stato, innerva tutti i campi del sapere, con il beneplacito dello Stato: medicina, genetica, biologia, antropologia, psichiatria, storia. I popoli sono classificati in termini di razza, ogni disciplina diventa funzionale ad affermare la superiorità della razza ariana. Anche in questo caso, per comprendere il fenomeno nella sua peculiarità, occorre in via preliminare individuare la funzione storica del nazifascismo. Inteso come sistema statale al soldo del capitale finanziario, esso ha il compito di “spezzare l’avanguardia proletaria” e “mantenere tutta la classe in uno stato di forzata frammentazione”. In questo quadro s’inseriscono sia l’antisemitismo utilizzato nella propaganda nazista sia, più in generale, l’ideologia razziale del Terzo Reich: la crisi sociale genera una generale intolleranza verso il capitale finanziario la quale viene incanalata dai nazisti in odio antiebreo. La borghesia tedesca utilizza il nazismo e, quindi, l’antisemitismo come mezzi per affermare un dominio sulle masse tedesche ai fini del conseguimento degli scopi imperialisti su scala europea. Da un lato si annientano tutti i punti d’appoggio del proletariato - organizzazioni sindacali, partiti ecc. dall’altro si sfrutta la debolezza rivoluzionaria del proletariato tedesco (e delle sue direzioni) per volgere le masse contro obiettivi che non intaccano realmente il potere del capitale finanziario. L’antisemitismo nazista si comprende solo in questo quadro. Per questo, ben poco valore scientifico hanno invece quelle ancora oggi molto diffuse ricostruzioni che vedono nell’antisemitismo nazista l’apogeo di un movimento secolare fatto di atti di intolleranza religiosa. E il caso, per citare solo uno dei tanti esempi, della ricostruzione di Michel Wieviorka che, nel suo celebre saggio sul razzismo, cerca le origini del razzismo di stato del nazismo nell’antisemitismo della Spagna della Reconquista, quando gli ebrei furono espulsi da quel paese. Paragonando la Spagna della fine del Quattrocento alla Germania del Novecento si rischia non solo di commettere una leggerezza dal punto di vista storiografico, ma anche di avallare l’idea che l’ebreo rappresenti effettivamente un gruppo umano distinto, un’etnia appunto. Astrarre dal contesto storico e tuffarsi in ricostruzioni completamente dimentiche della lezione marxiana e una tendenza molto diffusa anche in altre branche della storiografia contemporanea: si tende troppo spesso a pensare che le idee siano il motore della storia e così si abbocca alla favola delle “guerre umanitarie” o della “lotta al terrorismo”. Durante la guerra dei Balcani, i conflitti interni alla ex Jugoslavia venivano spiegati come epifenomeno di contrasti religiosi, mentre altri brillanti intellettuali andavano a cercare nell’attentato di Sarajevo del 1914 le “origini culturali” del conflitto in corso. Il razzismo del Nazismo è quindi allo stesso tempo un prodotto e un mezzo della strategia della borghesia tedesca e dei suoi appetiti imperialisti: il fascismo italiano rappresentando gli stessi interessi di classe arriva ad assumere, sebbene con un po’ di ritardo, i medesimi paradigmi ideologici. Nel 1938 il Giornale d’ltalia pubblica un articolo dal titolo “Il Fascismo e i problemi della razza”, più noto come “Manifesto della razza”, che costituisce il principale documento teorico del razzismo di Stato italiano e che fungerà da base teorica delle successive leggi razziali. Il testo si basa su una concezione della razza fondata su dati biologici e si difende a spada tratta l’“arianità” del popolo italiano. Se già precedentemente, per supportare ideologicamente la politica coloniale in Africa, si erano diffuse teorie razzizzanti, è solo nel 1938 che si arriva ad una più esplicita “ebreizzazione” del nemico con la conseguente intensificazione delle politiche antisemite: il ritardo si spiega ovviamente con le caratteristiche peculiari del contesto socio- economico italiano. Non a caso, a differenza dello Stato tedesco, il tentativo italiano di dar vita ad uno “Stato razziale” incontrerà notevoli resistenze non solo per l’evoluzione negativa della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale: la presenza di comunità ebree in Italia e il loro ruolo nell’economia ha avuto un’incidenza minore che in altri paesi europei.

Neorazzismo?

Non è possibile in questa sede analizzare le specificità delle forme, più o meno istituzionali, di razzismo nei vari ambienti sociali: come dimostra lo stesso caso del fascismo italiano, il contesto sociale e politico di una nazione, le caratteristiche peculiari del capitalismo nelle varie regioni si traducono in articolazioni necessariamente diverse del fenomeno. Stati Uniti e Giappone, due paesi mossi da una comune politica imperialista, conoscono tuttavia artico­lazioni diverse del fenomeno razzista, strettamente collegate alle necessita di giustificare un particolare tipo di oppressione coloniale o una certa strategia di sfruttamento del lavoro. Voglio invece soffermarmi su un dibattito che, in particolare negli anni Ottanta, ha animato non solo il mondo accademico ma anche quello politico: la questione del cosiddetto neo­razzismo o razzismo culturale. La questione e stata posta da alcuni autori esplicitamente anticomunisti come Pierre-Andre Taguieff che hanno tuttavia avuto il merito di gettare un po’ di sconquasso nelle ipocrisie di tanta parte della “sinistra di governo” e non solo. Proprio in questi giorni, nella pagina culturale (se così è lecito chiamarla...) di Liberazione è comparso un articolo di Anna Maria Rivera che elogia la pluralità culturale, il rispetto della differenza, il carattere comunque progressivo del multiculturalismo di marca anglosassone. È un atteggiamento che si pone in continuità con la retorica tipica degli ambienti della sinistra sociale, ben disposta a chiudere un occhio sulle responsabilità dei governi di centrosinistra nell’elaborazione di leggi - come la Turco- Napolitano in Italia - decisamente escludenti nei confronti degli immigrati e invece “intransigente” nei riconoscere i diritti di ogni cultura ad esprimere la propria “differenza”.

In Inghilterra e in Francia, alcuni studiosi agli inizi degli anni Ottanta cominciano a parlare di “nuovo razzismo”, cioè di un avvenuto passaggio - a loro avviso irreversibile - dall’inferiorità biologica alla differenza culturale (presentata quale elemento positivo da valorizzare) come criterio di legittimazione del razzismo.
Taguieff, nel suo celebre saggio La forza del pregiudizio, analizzando le armi ideologiche più in voga negli ambienti della nuova destra francese, riscontra una “novità dei modi di razzizzazione”: non si tratta più, nei nazional-razzismo del Fronte Nazionale, “di riattivare il razzismo coloniale, autoritario e paternalista, ma di integrare in un discorso populista le tematiche della difesa del diritto dei popoli all’identità”. In altre parole, si assiste a un’esplosione di riformulazioni del razzismo su basi non espressamente biologiche: cultura, lingua, religione, tradizioni diventano gli elementi discriminanti per individuare la diversità. Soprattutto, la retorica connessa a questo nuovo razzismo non è, apparentemente, quella dell’esclusione ma quella del “rispetto delle differenze”: ciò che si rigetta è la mescolanza, mentre la diversità è valorizzata. II razzismo assume un volto apparentemente bonario presentandosi come volontà di preservare le varie tradizioni e culture nel loro “diritto alla differenza”. II concetto di razza lascia il posto a quello di cultura, l’ineguaglianza viene celebrata come differenza: il “nuovo razzismo” si esplicita in politiche di esclusione e segregazione, di sviluppo separato, dietro il paravento dell’elogio delle identità culturali (comprese quelle degli esclusi).

La riflessione sul neorazzismo è anche al centro dell’opera di Etienne Balibar e Immanuel Wallerstein, Razza nazione e classe, una raccolta di saggi scritti nel corso degli anni Ottanta: gli autori accettano la tesi di fondo di Taguieff - pur sforzandosi di ripulirla dagli accenti eccessivamente polemici nei confronti del marxismo - e parlano dell’avvenuta cristallizzazione di un “razzismo senza razza”, che ha per tema dominante non l’eredita biologica ma l’irriducibilità e la positività delle differenze culturali.
Si tratta indubbiamente di letture unilaterali, che in primo luogo assolutizzano l’elemento linguistico: il razzismo si riduce quasi esclusivamente ad un pratica discorsiva, per cui l’utilizzo di un certo tipo di linguaggio diventa il discrimine essenziale. Ne deriva, in Taguieff, la grottesca equiparazione di “discorsi d’intenzione razzizzante e discorsi di antirazzismo militante” a causa dell’utilizzo dei medesimi giochi linguistici, della stessa celebrazione delle differenze culturali. L’errore anche in questo caso sta nel considerare la teoria - nel caso specifico, più in particolare, il linguaggio - come qualcosa che sussiste in sè, anziché come ideologia in senso propriamente marxiano: il linguaggio, le teorie sono piuttosto lo specchio delle condizioni socio-economiche e dei rapporti tra le classi.
La sicurezza di Taguieff e Balibar nell’affermare la tendenza inesorabile ad una nuova forma di razzismo differenzialista - che forse nasconde l’intento di celebrare la strategia francese di gestione dei fenomeni migratori in contrapposizione allo “stile” multiculturale britannico che tanto piace alla Rivera - è stata smentita dai fatti: l’imperialismo, con la recente esplosione di conflitti intercapitalistici su scala mondiale, ha dimostrato di poter ancora volgere ai suoi scopi le strategie classiche di razzizzazione.
L’arma ideologica della guerra al terrorismo si coniuga, infatti, con politiche di segregazione violenta ed espulsione delle minoranze musulmane, politiche che ben poco hanno a che fare con l’elogio della preservazione delle comunità tipico della retorica degli ambienti “culturali” della nuova destra. Anche la destra populista francese, che per un po’ ha civettato con il comunitarismo, oggi, nel nuovo clima internazionale, ritorna a far sfoggio degli elementi più classici del discorso razzista. Se ieri erano ebrei e neri gli avversari principali, oggi è il “musulmano” il nemico per eccellenza: si creano degli stereotipi che ricordano la teoria classica delle razze, sebbene il fattore che confusamente li definisce sia religioso “naturalizzato” e non quello prettamente biologico. L’atteggiamento nei confronti del musulmano non ha nulla a che vedere con la “valorizzazione” della cultura dello stesso: l’lslam è il male da debellare, la difesa degli interessi nazionali (talvolta anche contro quelli americani) si traduce nella volontà di annientare il diverso, non certo di valorizzarlo.
Al di là della concezione unilaterale che sta alla base delle teorie sul neorazzismo, è indubbio che esse hanno avuto il merito di smascherare il carattere illusorio di certe rivendicazioni delle direzioni dei movimenti antirazzisti di questi anni: spesso ci si è limitati a richiedere un “diritto di asilo” o “di cittadinanza” che non mette in discussione l’esclusione e lo sfruttamento selvaggio della forza-lavoro degli immigrati. In Italia, anche nelle città dove e maggiormente presente un’attività di sensibilizzazione sulle tematiche dell’immigrazione, perlopiù ci si limita a fornire un supporto legale o un sostegno caritatevole alle comunità di stranieri. La retorica del multiculturalismo, della convivenza e del sostegno reciproco tra italiani e immigrati talvolta non è altro che l’altra faccia della medaglia del rifiuto di inserire le rivendicazione relative ai diritti dei migranti in una più generale piattaforma anticapitalista. Lo stesso utilizzo del termine “migrante” è servito alle direzioni riformiste dei movimenti per relegare le rivendicazioni su un piano meramente simbolico e, appunto, culturale.
Al contrario, per pensare ad una possibile strategia antirazzista, occorre partire dal presupposto che il razzismo, nelle sue varianti “culturaliste” e “biologiche”, è parte organica del capitalismo, per questo la lotta contro il razzismo deve essere vista come una parte della lotta per il rovesciamento del sistema capitalistico: imprescindibile sarà quindi la connessione con le lotte della classe operaia. Le specifiche rivendicazione di chi subisce la discriminazione razziale deve diventare parte delle rivendicazioni del movimento operaio.

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G. L. Mosse, II razzismo in Europa, Roma-Bari, Laterza 1980.

K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti 1993, p. 36.

Si vedano, come esempio di tale deformazione teorica, i saggi contenuti in AaVv, II razzismo e le sue storie, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 1992.

A. de Gobineau, Sull’ineguaglianqa delle razze, Milano, Longanesi 1965.

G. Le Bon, Lois psychologiques de l’évolution des peuples, Paris, Alcan 1894.

V. Lenin, L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, in V.Lenin, Opere scelte, Edizioni Progress, Mosca 1976.

L. Trotsky, E ora? in L. Trotsky, Scritti 1929 1936, Milano, Mondatori 1970, p. 326.

M. Wieviorka, Il razzismo, Roma-Bari, Laterza 2000.

P. A. Taguieff, La forza del pregiudizio, Bologna, Il Mulino 1994.

M. Barker, The new racism, London, Junction Books 1981.

E. Balibar, I. Wallerstein, Razza nazione classe, Roma, Edizioni Associate 1996.

Per comunitarismo s’intende la tendenza a considerare i vari gruppi sociali e culturali come entità distinte, da preservare nella loro peculiarità. Per un certo periodo, almeno prima della recente fase di nuova esplosione dei conflitti imperialisti, la cosiddetta Nuova destra a fatto dell’elogio della comunità il proprio cavallo di battaglia: ne derivava la proposta politica di garantire la separazione (di fatto segregazione) dei vari gruppi “etnici”, presentata come mezzo per conservare le varie culture e religioni (cristiana, islamica ecc) di fronte ai pericoli di un livellamento di stampo americano. Anche per questo, la retorica comunitarista si e spesso connessa all’antiamericanismo tout-court, che tal­volta si ritrova anche in alcuni settori (minoritari) della cosiddetta sinistra anticapitalista.

04 luglio 2014

Lotta di classe, di cielo di acqua e di terra

Di rossosconclusionato

L’altro giorno Papapovero ha detto che chi non adora Dio (non ha specificato quale Dio ma è intuitivo) inevitabilmente sarà preda del male.

Mi viene in mente uno, di cui non farò il nome perché non sta bene, che faceva l’operaio in una grossa azienda. Un giorno, suo malgrado, fu costretto per lavoro a trascorrere un intero pomeriggio sotto un’acqua che Dio la mandava.

Quando rientrò al coperto i colleghi lo videro correre nella sala mensa con un secchio pieno d’acqua piovana. Incuriositi, lo seguirono e videro che dopo aver staccato il crocefisso dalla parete lo aveva immerso e lo teneva giù sghignazzando come fa un aguzzino con un prigioniero politico. E mentre faceva questo, intercalando con bestemmie che facevano le sfiaccole, diceva: “Incù me am’ so infraidé ma, Dio………, tat’ bégn nenca tè” (1).

Un altro invece, che era il muratore del paese, fu chiamato dal prete in canonica per costruire un caminetto. Aveva appena finito di montare la cappa che si era fatta quasi l’ora di pranzo. La puntellò alla benemeglio e, siccome abitava li vicino, si diresse a casa di passo veloce, giacché la moglie le tagliatelle le buttava giù a mezzogiorno in punto e la pasta scotta proprio non gli andava giù.

Ma non aveva ancora attraversato la strada che lo raggiunse il sacrestano trafelato: “Uei! Gigèt, arturnì indrì cl’è vnu zo gnaquel. In te crulé, la capa la sé tireda drì neca e tètt” (2)

Gigetto però non fece una piega e gli rispose: “Sol’ e Signor u’ dura semper“ (3) e poi come se nulla fosse proseguì per la sua strada pensando“Valà che stavolta e pré, sun s’vo bagné, ui toca paghem”.

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(1) Oggi mi sono infradiciato ma (bestemmia) ti bagni anche te.

(2) Ohi! Gigetto tornate indietro che è caduto tutto. Nel crollare, la cappa, si è tirata dietro anche il tetto.

(3) Solo Dio è eterno.

(4) Va che stavolta, il prete, se non si vuole bagnare gli tocca pagarmi.

02 luglio 2014

Alziamo la bandiera palestinese

In queste ore lo Stato Sionista e il suo attuale governo Netanyahu stanno preparando l'ennesima rappresaglia contro il popolo palestinese. L'uccisione di tra ragazzi israeliani per mano di ignoti sequestratori è il nuovo pretesto dell' aggressione annunciata. In Cisgiordania sono in corso da settimane rastrellamenti, arresti, uccisioni di attivisti palestinesi dietro il pretesto della “ricerca dei responsabili”. Ora si annuncia al mondo la punizione di Gaza, dove i bombardamenti cosiddetti mirati hanno già prodotto morti civili e terrore. La memoria delle operazioni di guerra sionista “Piombo fuso”( 2008) e “Pilastro di Difesa” (2012) è ben impressa negli occhi e nel dolore della popolazione araba di Gaza e della Palestina.

I sepolcri imbiancati dell'imperialismo democratico occidentale già coprono preventivamente la nuova aggressione annunciata del sionismo. L'orrore ( reale) dell'uccisione a freddo dei tre ragazzi israeliani, diventa la bandiera della legittimazione della vendetta. Della comprensione preventiva dell'assassinio pianificato, rivendicato, esaltato, indiscriminato, di attivisti e civili palestinesi, donne, bambini, anziani. Dentro la rappresentazione capovolta del mondo e della verità che vede un popolo di profughi nella propria terra, privato di tutto, in veste di oppressore sanguinario; e uno Stato coloniale e gendarme, armato sino ai denti, che nega loro ogni diritto alla vita, nei panni di povera vittima della barbarie araba.

Contro questa rivoltante menzogna e ipocrisia che abbraccia tutte le forze politiche e intellettuali dello stesso imperialismo italiano, il PCL alza tanto più oggi la bandiera palestinese. Denuncia la natura reazionaria del sionismo, che calpesta la migliore tradizione democratica del popolo ebraico. Rivendica il diritto al ritorno dei palestinesi nella propria terra, da cui furono cacciati col più spietato terrore: e quindi la dissoluzione, per via rivoluzionaria, dello stato sionista d'Israele, della sua potenza militare, dei suoi fondamenti giuridici confessionali e razziali ( negazione del diritto al ritorno dei palestinesi; discriminazione giuridica degli arabi all'interno dello stesso Stato di Israele; diritto all'espansionismo permanente ebraico in Palestina attraverso l'automatica cittadinanza israeliana ad ogni ebreo che ne faccia richiesta; pratica sempre più ampia degli insediamenti coloniali nelle terre occupate; negazione dei diritti più elementari di terra, acqua, casa, per i palestinesi dei territori e dei campi profughi.).

Solo una sollevazione rivoluzionaria del popolo di Palestina, dentro una più generale sollevazione araba contro il sionismo e contro le borghesie nazionali arabe sue alleate, può garantire la liberazione della Palestina e il diritto di piena autodeterminazione del suo popolo. Solo questa prospettiva di lotta può sbarrare la strada al fondamentalismo integralista islamico, vecchio e nuovo, tra le stesse fila dei palestinesi. Solo questa prospettiva può realizzate uno Stato Palestinese laico, democratico, socialista dentro una Federazione socialista araba e del Medio Oriente. Solo questa prospettiva può dare una sponda progressiva e coerente a tutte le forze del mondo ebraico che vogliano liberare la stessa tradizione democratica e antifascista ebraica dal sionismo che l'ha sequestrata: i diritti nazionali della minoranza ebraica saranno salvaguardati entro il rispetto dei diritti storici di autodeterminazione dei palestinesi, non contro di essi .

E' imbarazzante su tutto questo il silenzio e il balbettio delle sinistre italiane ( SEL, PRC). Subalterne culturalmente all'opzione truffa “Due popoli, due Stati”, che le accomuna all'universo politico borghese. Subalterne alla attuali direzioni e rappresentanze politiche maggioritarie palestinesi, che sono o complici del sionismo ( Abu Mazen) o fondamentaliste reazionarie( Hamas). Ma soprattutto preoccupate del fatto che una propria opposizione al Sionismo, possa escluderle da ogni prospettiva di governo a braccetto col PD, o comunque dalla “comunità politica” della democrazia borghese, italiana ed europea.

Il PCL rifiuta questa subordinazione. Propone un'immediata mobilitazione sotto le ambasciate e consolati israeliani contro le annunciate operazioni di guerra. Denuncia le aggressioni squadriste che bande sioniste hanno ieri realizzato a Roma contro attivisti filo palestinesi, nel silenzio generale della “stampa democratica” e dei media. Rivendica il diritto di autodifesa delle azioni di protesta a fianco dei palestinesi contro ogni aggressione squadrista/sionista.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Il commento di Marco Ferrando sulla questione palestinese a margine della manifestazione di Torino il 30/11/2013