iniziative in corso

Tesseramento 2015

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2015

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2015

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2015

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2015

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

7 luglio 2015

Intervista a una lavoratrice CISA - Tutto in nome del profitto


Pubblichiamo l'intervista a Sara Cavina, lavoratrice CISA.
Per approfondire la questione CISA vi invitiamo anche a leggere il post di Sara "Uno sguardo da dentro CISA"

Qual è l'attuale situazione della CISA?

Per raccontarti qual è l'attuale situazione CISA, devo farti un breve excursus storico: la CISA, storica azienda nata nel 1926 a Firenze, produttiva su suolo faentino dal 1944 e sempre gestita da imprenditori faentini, è stata comprata una decina di anni fa dalla multinazionale Ingersoll Rand e, a dicembre 2013, è fuoriuscita da essa per essere inglobata nella Allegion, una società quotata in borsa che raduna tutti i brand che si occupano di sistemi di sicurezza e che precedentemente facevano capo a Ingersoll Rand.
Stiamo parlando, dunque, di meno di due anni fa, e l'operazione ci venne raccontata con toni propagandistici, che esaltavano la posizione di assoluta centralità di Faenza in questa nuova avventura commerciale.
A tal proposito, allego un articolo uscito su Settesere nel marzo 2014, che, ad oggi, suona assai beffardo. Che qualcosa non stesse andando proprio come ci raccontavano, in fabbrica, abbiamo cominciato a sospettarlo ad inizio anno.
Fino ad allora, infatti, l'imperativo categorico era stato non fare magazzino, per nulla al mondo, poichè un magazzino pieno di merce invenduta è un capitale fermo che grava sulle spalle dell'azienda.
E invece, all'improvviso, abbiamo ricevuto ordine di cominciare a fare scorte.
Sollecitata dalla nostra RSU, la direzione ha dichiarato che questa nuova condotta era dovuta alla necessità di velocizzare il processo di consegna del prodotto finito al cliente, dato che negli ultimi anni la scelta di non fare magazzino ci aveva molto penalizzato in tal senso.
Ci abbiamo creduto?
Fra il sì e il no.
Diciamo che abbiamo peccato di ingenuità e di troppa fiducia nei confronti della direzione, ma il timore che qualcosa stesse andando pesantemente storto aleggia in fabbrica da mesi.

C'è da dire che la Allegion ha scelto con estrema cura le tempistiche di comunicazione delle sue volontà: ha addirittura rimandato l'incontro con cui ha informato i delegati sindacali a dopo le elezioni comunali (anzi, ad essere più precisi, addirittura a dopo il ballottaggio) per essere ben sicura che nessun candidato sindaco in piena campagna elettorale andasse a tirarla per la giacchetta pretendendo impegni per il futuro CISA.
Quindi ci siamo ritrovati a metà mese con la direzione che ha comunicato di aver richiesto l'apertura di un tavolo di trattative al Ministero dello Sviluppo Economico per il 23 giugno, cosa a dire il vero parecchio strana, visto che di solito non sono le aziende a rivolgersi al ministero, ma le rappresentanze sindacali.
C'è anche da dire che la procedura di ristrutturazione aziendale è stata annunciata, ma ad oggi non è ancora stata ufficialmente aperta (una volta aperta, l'azienda ha 45 giorni per portarla a termine).
E' previsto per il 16 luglio un secondo incontro al ministero, in cui l'azienda dovrebbe presentare il piano industriale (cosa che fino ad ora non ha fatto, limitandosi a comunicare l'intenzione di delocalizzare all'estero la maggior parte della produzione e di liberarsi dei lavoratori in esubero).
Insomma, ad oggi è ancora tutto abbastanza indefinito.
Basandomi sulle informazioni in mio possesso oggi, io vedo solo due possibilità:
- che tutto sia già pronto per la delocalizzazione, e in tal caso non c'è più nulla da fare tranne cercare di spuntare un buon trattamento economico
- che l'azienda, agevolata dalle leggi in vigore, che consentono praticamente di tutto all'imprenditore, abbia sparato un numero ben più alto di esuberi rispetto a quelli che ci sono in realtà e che abbia in mente di ottenere dalla politica le cifre necessarie per ammodernare e rimettere in pista gli stabilimenti faentini, facendo passare l'intera operazione come un salvataggio in extremis di posti di lavoro ma, di fatto, spostandone per intero i costi sulla collettività.
In tal caso, chi ci garantisce che fra qualche anno, sfruttate tutte le agevolazioni economiche possibili, l'azienda non decida comunque di portare via il lavoro da Faenza, protetta dall'alibi del "noi abbiamo fatto tutto il possibile, avete visto come abbiamo collaborato, ma davvero non ce la si può fare a rimanere in Italia"?

Qual è l'attuale situazione sindacale/di coordinamento degli operai all'interno della fabbrica?
La maggior parte dei tesserati presenti in azienda, come in quasi tutte le realtà metalmeccaniche, fa capo alla CGIL, ma in azienda è presente una rappresentanza sindacale unita che ha sempre lavorato in sinergia, incurante delle divisioni registrate a livello nazionale negli ultimi anni.
 
Quali sono le iniziative di lotta in programma? Ti soddisfano le iniziative proposte dai sindacati?

Al momento, e per tutta la durata del tavolo di trattative, l'azienda si è impegnata a non far uscire macchinari nè lavorazioni dagli stabilimenti, dunque le iniziative in programma per il momento sono volte alla sensibilizzazione della cittadinanza verso il problema, alla ricerca della maggior visibilità mediatica sulla questione e alla sorveglianza attenta di quanto succede in azienda.
Per il momento abbiamo le mani abbastanza legate per quanto riguarda iniziative di sciopero: l'azienda non sta vendendo granchè, dunque i magazzini traboccano di prodotto finito (che, come già detto, per l'azienda è un costo). Se facessimo sciopero, faremmo solo un gran favore alla Allegion: niente prodotti in più che vadano ad intasare i magazzini e dipendenti a cui non dover corrispondere un salario...sarebbe oggettivamente un gran risparmio.
Dunque, in questo momento, si dà un fastidio maggiore continuando a lavorare regolarmente, a quanto pare.
E' ovvio che, in caso di interruzione della trattativa o di qualunque altro avvenimento che giustifichi una reazione in tal senso, i lavoratori sono pronti a qualunque forma di protesta, inclusi lo sciopero prolungato e il picchettaggio dei cancelli per impedire il trasferimento dei macchinari e dei prodotti finiti, ma in questo momento siamo in attesa di ulteriori evoluzioni.

Cosa vuoi dire ai tuoi compagni, qual è la strada da seguire secondo te?
La situazione, a mio avviso, richiede nervi saldi e una visione lucida e globale della situazione.
Io sono fumantina, d'istinto sarei per le barricate, ma mi rendo conto - e lo dico con estremo scorno - che la risoluzione di questa situazione è in buona parte in mano alla politica.
La stessa politica che a livello nazionale vara leggi che permettono la delocalizzazione selvaggia è poi quella che viene chiamata a tentare di risolvere il problema a suon di incentivi economici e defiscalizzazioni in extremis, a spese dell'intera collettività.
Non credo di essere la sola a cogliere la profonda malattia di questo sistema e mi chiedo per quanto ancora sarà sostenibile.
Ciò che mi auguro è che, man mano che la vertenza andrà avanti, si riesca a mantenere la stessa unità fra dipendenti che ci contraddistingue in questo momento.
E' importante che si continui a tenere presente che è necessario lottare per tutti, anche per chi non ha mai partecipato ad uno sciopero, anche per chi non si è mai visto durante un'assemblea, anche per chi, una volta comunicati i nomi dei sacrificabili, magari si sentirà al sicuro e abbandonerà la prima linea: è necessario non dimenticare che chiunque si salvi a questo giro non ha comunque il posto di lavoro garantito in eterno, sempre perchè la legge è dalla parte dell'imprenditore in queste azioni di massacro sociale, e un domani l'azienda potrebbe essere semplicemente chiusa in nome del profitto.

In che modo possono aiutarvi gli altri lavoratori?
Ciò che chiediamo agli altri lavoratori è di non perdere di vista il fatto che oggi sta capitando a noi, ma tutti i lavoratori dipendenti sono potenzialente a rischio.
Oltre a questo, mi preme mettere l'accento su un risvolto del problema 'licenziamenti' che spesso viene lasciato un po' a margine: il problema non ce l'hanno solo quei 238 che si ritroveranno senza lavoro.
In una cittadina piccola come Faenza, il problema diventa di tutti: degli artigiani e delle piccole aziende che campano lavorando per la Cisa, dei tre servizi mensa in cui i dipendenti Cisa spendono quotidianamente il buono pasto, dei facchini che lavorano nei nostri magazzini e, non ultimi, di tutte le attività commerciali faentine, perchè se non ci sono stipendi da spendere nei negozi chi ci va?
I grandi datori di lavoro a Faenza erano quattro:
l'Omsa (e sappiamo come è andata a finire)
il Polo Ceramico, che versa in pessime condizioni ormai da anni
l'Ospedale, che si sta smembrando
e la Cisa.
Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che il problema Cisa non è solo il problema di chi ci lavora, ma il problema di un'intera cittadina.
A fronte di questo, chiediamo che ci vengano risparmiate almeno le polemiche e che tutta la cittadinanza supporti le nostre iniziative, fosse anche solo condividendo le notizie che ci riguardano su social network e canali comunicativi, tenendo viva l'attenzione e partecipando attivamente a ciò che decideremo di fare man mano che la vertenza andrà avanti.

4 luglio 2015

Il PCL Romagna contesta Landini a Faenza


Il PCL Romagna è accanto ai 238 lavoratori CISA sotto minaccia di licenziamento. Oggi Landini, a Faenza in occasione delle manifestazione, ha espresso pubblicamente la sua disponibilità a venire incontro all'azienda su diversi terreni purché mantenga l'occupazione. La storia di Electrolux, Dometic, Croci e delle altre aziende del territorio ha insegnato che quando si tratta con il padrone è sempre il lavoratore a perderci.
Noi del PCL mettiamo fin da ora in guardia i lavoratori dalle fallimentari politiche concertative delle burocrazie sindacali.
Solo una lotta senza tentennamenti, unita, che non si ferma neanche davanti all'occupazione della fabbrica può salvare il posto di lavoro.



2 luglio 2015

Dal moderno al post-moderno

Di Falaghiste

Secondo l'ideologia post-modernista, l’odierna civiltà atomizzata, tanto da non poter essere considerata nemmeno società e studiata come tale, ma piuttosto come una rete di relazioni provvisorie, collaborative o conflittuali, fra individui separati ma egualitariamente omologati e soggiacenti all’imperativo economico globale, viene considerata la realizzazione naturale della storia umana.

In questo presunto caos dove il “culturale” diventa naturale e perciò immutabile, la rappresentazione del “principe” si concentra in figure simboliche, la cui abilità è quella di saper riproporre “il sempre uguale” con modalità sempre nuove. In tale contesto i conflitti di classe non avrebbero nessuna possibilità di emergere in quanto “il potere” risiederebbe ovunque come in ognuno di noi e quindi in nessun posto e le uniche colpe possibili sarebbero inefficienza, pessimismo e corruzione, considerate come conseguenze del periodo “sociale” precedente.

Ma questa visione non è soltanto l'autorappresentazione apologetica della borghesia e dei suoi intellettuali (cosa che dovrebbe essere scontata) ma viene data per buona anche dai movimenti sedicenti antagonisti di area anarco-movimentista.

Nell'articolo su questo blog ”Problemi di fondo e inviti alla lettura”, Trotsko sostiene giustamente che: ”Estetizzazione politica e immediatismo non sono tendenze recenti, ma in assenza di un progetto anticapitalista internazionale finiscono per raggiungere il proprio apogeo nella nostra epoca; ed è la postmodernità la vera madre del neo-nichilismo.”

E continua più avanti:”Possiamo dire che il postmodernismo dilagò agli inizi degli anni ’70 come parte generale di una guerra al sociale, rappresentando una risposta ai sommovimenti successivi al ’68; probabilmente non è azzardato sostenere che sia stato anche una conseguenza di questo periodo.”

E poi:C’è da chiedersi se nella sinistra anticapitalista internazionale si sia consumata una frattura simile a quella che avvenne tra Bakunin e Marx. Questa esaltazione dell’aspetto culturale ha ribaltato i temi del confronto, producendo un ostinato analfabetismo nella critica dell’economia politica.”

Per quel che si intende trattare, queste tre affermazioni sono le più significative dell’intero articolo.

Sulla prima: in effetti l’anarchismo nel suo DNA mantiene al suo centro l’individuo non avendo mai praticato una rottura con l’idealismo, cioè la concezione che la realtà sia la conseguenza delle idee e non della dialettica fra queste (la cultura dominante o prevalente) e l’ambiente sociale (i rapporti reali di produzione) in cui ogni individuo si trova ad operare. Ne viene così l’esaltazione dell’atto eroico volontaristico come presunta rottura dell’esistente, che assume a sua volta una ridondanza sociale moltiplicata nell’immediatezza meta-storica dell’irrazionalismo post-moderno.
Tuttavia, il presunto irrazionalismo è soltanto apparente. In realtà è nelle tecniche assolutamente reali di organizzazione della produzione, cioè nel riverbero sociale della fase di valorizzazione del prodotto (prima che esso da bene d'uso si trasformi in merce), che sono da cercare i fondamenti di forza e debolezza della post-modernità.
Per questo chiedere al variegato mondo dell'antagonismo di prenderle in esame è come chiedere ad un muto una pronuncia perfetta.
Con il dovuto rispetto verso molte idee di vita e aspirazioni che coincidono, la lotta per l'egemonia fra le masse sfruttate fra anarchismo e marxismo rivoluzionario non può che essere condotta senza titubanze: chi vuol capir capisca, se no c'è poco da fare.
È una questione di punti di partenza e di arrivo e su questi non è mai opportuno trattare, pena la perdita di se stessi (vedi Rifondazione). Rimane però la ferma distanza con gli atteggiamenti piccolo borghesi e perbenisti che gli opportunisti rifondaroli nutrono nei confronti del pensiero e delle pratiche libertarie, per quanto esse siano controproducenti per l'opposizione al sistema.


In quanto alla seconda e terza tesi, possono trattarsi come un discorso unico; a partire dalla trasformazione dell'operaio-massa del ciclo taylorista-fordista nell'operaio autonomo (ma solo formalmente) del ciclo toyotista.
Ma, per proseguire il discorso, sarebbe necessario approfondire le differenze fra i due sistemi che nonostante le apparenze sono rilevanti, come rilevanti sono le trasformazioni da esse indotte in tutte le sfere della vita sociale.
Per capirci qualcosa, senza immergersi in un trattato sulle differenze fra un sistema e l'altro e sulle relative ricadute in tutte le branche dei rapporti sociali di produzione e scambio (impossibile in queste poche righe), basti considerare il punto focale del processo di valorizzazione, ovvero quel luogo dove, con una serie di operazioni programmate, si realizzano i beni d'uso, che poi diventano merce “indistinta” sul mercato: la vecchia e odiosa “catena di montaggio”.
Essa non è più quella di “Tempi moderni” dove un alienatissimo Charlot veniva trascinato dentro gli ingranaggi della macchina perché non riusciva a seguirne il ritmo.
Dagli anni Ottanta la catena di montaggio è cambiata, non solo tecnicamente ma concettualmente.
Se dai tempi di Charlot agli anni Settanta si trattava di un flusso continuo di operazioni da eseguire ognuna in un tempo uguale su un nastro trasportatore, con il nuovo sistema a “spinta” ogni fase (è cosi che si chiamano) può essere eseguita in un tempo diverso che dipende dalla complessità di ogni lavorazione e dalle qualità del singolo operatore.
In questo modo è possibile sfruttare meglio le capacità di ogni addetto che
teoricamente ha un margine personale di tempo di riserva in quanto, una volta concluso il compito previsto, spinge manualmente in avanti (verso la fase successiva) la colonna dei pezzi in lavorazione.
Naturalmente questo sistema vale per i prodotti di massa e peso ridotto.
Ma il principio non cambia (basta che la spinta sia decisa dal singolo, più o meno automatizzata che sia); si attua comunque una separazione che non è solo funzionale ma personale all'interno del processo di produzione con conseguenze facilmente immaginabili sulla solidarietà fra i lavoratori.
In conclusione, quando si abbandonano i capisaldi dell'autonomia di classe perdendo la critica ai sistemi di organizzazione produttiva (oltre che all'economia), si comincia anche a credere che essi significhino solo una maggiore efficienza. Al contrario essi esprimono un affinamento dei sistemi di controllo della borghesia sul proletariato nella sorgente di riproduzione del capitale.

30 giugno 2015

IMPARARE DALLA LEZIONE DELLA OMSA: PER UNA LOTTA DURA E SENZA COMPROMESSI CONTRO I PADRONI DELLA CISA

La multinazionale proprietaria della CISA, azienda produttrice di serrature del faentino, ha annunciato la bellezza di 238 esuberi su 524 lavoratori.

Tuttavia, l’impatto sull’occupazione, già altissimo, potrebbe ulteriormente peggiorare se si considerano le piccole aziende fornitrici e appaltatrici. Un colpo durissimo per un territorio già messo a dura prova dalla chiusura di importanti realtà industriali, con 1700 posti di lavoro bruciati dal 2008 ad oggi nel settore manifatturiero, tra cui quelli della Omsa.

La storia si ripete: l’azienda produce utili, ma si sceglie di delocalizzare, in modo da massimizzare i profitti, che ai padroni non bastano mai.

I lavoratori sono entrati in stato di agitazione, insieme ai sindacati, e la vertenza è finita sul tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico. Il presidente della regione Bonaccini promette di interessarsi alla vicenda affermando che “si tratta di capire cosa vuole fare l’azienda” e dichiarandosi disponibile a sostenere la “riconversione” proposta dalla dirigenza (cioè a dare soldi pubblici al padrone purché resti a produrre qui, bontà sua) oppure, in caso di delocalizzazione, di “essere al fianco del lavoratori” (come? Come con l'electrolux e la Titan, con perdita di posti di lavoro e peggioramento del contratto?).

È a questo punto che occorre smascherare da subito le vere intenzioni degli attori che prendono parte a questo dramma, che ovviamente è tale solo per i lavoratori. E per farlo occorre imparare dagli errori commessi nelle altre vertenze del territorio, che si sono concluse con la sconfitta dei lavoratori.

Il copione è sempre lo stesso: sfruttando il momento di crisi e di debolezza del fronte operaio, il padrone chiede 100, i lavoratori protestano, si giunge ai tavoli istituzionali, dove poteri forti, burocrazie sindacali e padroni si mettono d’accordo per 50. E la soluzione viene presentata anche come una grande vittoria! Certo una vittoria del padrone, che si mette in tasca 50 senza difficoltà. E chi paga? I lavoratori, ovvio.

L’unico strumento veramente efficace per preservare il posto di lavoro si chiama LOTTA ed è nelle esclusive mani dei lavoratori. Il posto di lavoro si difende solo lottando uniti e senza tentennamenti contro il piano proposto dall’azienda e i successivi accordi al ribasso che verranno proposti in sedi istituzionali e che verranno accettati passivamente dalle burocrazie sindacali.

Impariamo dalle altre vertenze! I lavoratori devono unirsi e organizzarsi per resistere un minuto più del padrone, ricorrendo anche all’occupazione dello stabilimento. Non ci sono altre strade, o si lotta o si viene venduti!

Noi del Partito Comunista dei Lavoratori siamo a fianco di tutti i lavoratori della Cisa e delle altre aziende che rischiano il posto di lavoro. Saremo presenti alla manifestazione del 4 luglio per rivendicare la centralità dei lavoratori stessi nella vertenza.

UNIRE TUTTE LE LOTTE!

CREARE UNA CASSA DI RESISTENZA PER UN SOSTEGNO CONCRETO E DURATURO AI LAVORATORI IN AGITAZIONE!

OCCUPAZIONE DEGLI STABILIMENTI A RISCHIO CHIUSURA ED ESPROPRIO SENZA INDENNIZZO SOTTO IL CONTROLLO OPERAIO!

SE UN’AZIENDA RICEVE SOLDI PUBBLICI, PUBBLICA DEVE ESSERE LA SUA PROPRIETÀ!

29 giugno 2015

Il furbacchione


Di rossosconclusionato


Nuovo leader di sinistra
è or ora entrato in pista

La notizia in ogni dove
dà speranza a masse prone

Da millenni in reazione
Papa grida: "rivoluzione!"

Rivoluzione, ma “culturale”
che nessuno la prenda a male

Diventeremo tutti buoni
nel baciare i suoi chiapponi

Ricchi e poveri affratellati
coi pensieri consacrati

E l’espressione un po’ demente
da cervello inesistente.

27 giugno 2015

Da Dott. Jekyll a Mr. Hyde: così Zimbardo spiega il carcere


di Peppone

1971, Stanford University – Stanford, USA.

Philip Zimbardo (psicologo) conduce un esperimento in un carcere fedelmente simulato.



"La nostra ricerca, la cui durata prevista era di due settimane,

dovette essere interrotta dopo soli 6 giorni a causa del forte impatto

che la situazione ebbe sugli studenti universitari che vi presero parte.

In pochissimi giorni, infatti, le nostre guardie divennero sadiche

mentre i nostri prigionieri mostrarono segni evidenti di depressione e stress."


-Philip Zimbardo-



A seguito di un'annuncio su un giornale locale, circa 70 persone risposero al Dott. Zimbardo in merito ad un esperimento psicologico in cambio di 15 dollari al giorno. Vennero sottoposti a dei test al fine di escludere soggetti "inabili al fine" (ex detenuti, tossicodipendenti, persone con problematiche psicologiche invalidanti ecc..). 24 fortunati, scelti tra studenti canadesi e statunitensi. Secondo Zimbardo, il conduttore, alla spiegazione del test reagirono in maniera più che normale (pensando sarebbe stata una piacevole esperienza).

Mediante il lancio di una moneta, Zimbardo divise il gruppo, omogeneo in principio, in 12 secondini e 12 detenuti.

La prigione, realizzata nei sotterranei dell'Università, venne architettata da uno staff di esperti, tra cui anche ex detenuti.

Oltre alle celle, i detenuti potevano godere del cortile "ossia un corridoio chiuso alle estremità da delle assi nel quale era loro permesso di camminare, mangiare o fare esercizi". Ogni qualvolta necessitassero del bagno, venivano scortati dalle guardie bendati, per evitare che imparassero ad orientarsi nel carcere.

Nel corridoio di detenzione, proprio di fronte alle celle c'era "il Buco", uno stanzino angusto, dove i cattivi detenuti venivano posti in isolamento.

Una particolarità della prigione, era la totale assenza di orologi o finestre, e dall'interno era impossibile rendersi conto del passare del tempo.

Per rendere realistico lo stato di detenzione, il Dipartimento di Polizia di Stanford aveva acconsentito ad arrestare e sottoporre alla metodica prassi i volontari "aspiranti detenuti".

Giunti alla loro destinazione, questi furono accolti dal "direttore" che spiegava loro il capo d'accusa e le regole della struttura, dopodichè venivano denudati e cosparsi di polvere anti-pidocchi (procedura molto simile a quella dei famosi carceri del Texas).

L'abbigliamento consisteva in una casacca bianca (con numero identificativo) da portare senza biancheria, sandali di gomma, con tanto di catena alla caviglia, ed un copricapo realizzato con calze in nylon. Secondo Zimbardo, la catena aveva lo scopo di ricordare ai detenuti il loro status, mentre l'uniforme doveva simboleggiare l'appartenenza al gruppo dei detenuti, inoltre, una delle regole fondamentali del carcere, era che ci si rivolgesse ai detenuti chiamandoli solo con numeri di matricola, questo, insieme al berretto di nylon aveva lo scopo di "spersonalizzare" i detenuti. Come nelle vere carceri, i prigionieri sapevano che avrebbero avuto delle razioni alimentari ridotte, che avrebbero subito una certa violazione della loro privacy e dei loro diritti civili.

I secondini, privi di uno specifico addestramento, avevano il solo scopo di far rispettare rigorosamente e con ogni mezzo il regolamento carcerario, oltre che a farsi rispettare dai detenuti.

La loro uniforme, identica per ognuno consisteva in un completo color cachi, fischietto e manganello, oltre che agli immancabili occhiali da sole "a specchio", utili a non far trasparire emozioni, oltre che a far vedere riflessa negli occhi dei carcerieri solo la desolazione dei detenuti.

All'inizio, l'esperimento fu condotto con 9 guardie e 9 detenuti, gli altri (3 per categoria) erano "riserve/jolly".

Mentre i detenuti erano tali giorno e notte, i carcerieri si organizzarono 3 ogni turno, con turni di 8 ore.

In ogni cella c'era spazio a malapena per 3 brande.

Più volte al giorno, spesso nelle ore di sonno, i detenuti venivano svegliati a fischi e colpi di manganello sulle sbarre per essere "contati", questa procedura aveva molteplici scopi, far memorizzare ai prigionieri il loro numero, far esercitare potere alle guardie mettendole in situazione di predominio, ed anche privare i prigionieri di un sonno duraturo, per aumentarne lo stress.

All'inizio i detenuti non prendevano seriamente l'esperimento, e questo fu all'origine delle prime diatribe tra carcerati e carcerieri.

Le guardie, per punire i detenuti, utilizzavano le flessioni, metodo che può sembrare "leggero" ma che veniva utilizzato anche nei Lager dagli aguzzini nazisti, e come costoro, ci furono episodi in cui le guardie salivano con entrambi i piedi sulla schiena dei prigionieri mentre questi eseguivano le flessioni, o facevano sedere o mettere in piedi gli altri prigionieri sulla schiena dei compagni mentre facevano le flessioni.

Passate le prime 24 ore senza incidenti rilevanti, i prigionieri già al secondo giorno strapparono i numeri dall'uniforme e barricatisi nel "braccio" si burlavano dei carcerieri, questi, all'arrivo del turno successivo e dovendosela cavare da soli, chiamarono i tre rimasti come riserva, e muniti di estintore a CO2 spruzzarono il contenuto contro i detenuti per placare la rivolta, dopo di che spogliarono i prigionieri, misero i "capi" in isolamento e minacciarono e insultarono gli altri. Questo solo al secondo giorno.

Onde evitare altre rivolte, e non potendo disporre di 9 guardie h24, la tecnica adottata fu di spezzare i legami di solidarietà tra detenuti.

Venne allestita una cella "privilegiata", dove i 3 detenuti meno coinvolti nella rivolta vennero collocati, con il permesso di vestire la casacca, dormire nelle brande, lavarsi, e mangiare, mentre agli altri non era consentito.

Passata mezza giornata, i 3 privilegiati vennero ricollocati tra gli altri, e 3 "rivoltosi" posti nella cella privilegiata, in questo modo, oltre all'iniziale situazione di caos, si iniziò a pensare che ci fossero delle spie tra i carcerati.


"Alcuni veri ex-detenuti che ci avevano aiutato nella realizzazione dell’esperimento,

ci informarono in seguito che le vere guardie si servono spesso di queste strategie allo

scopo di spezzare le alleanze tra i detenuti, mettendo, ad esempio, bianchi e neri

gli uni contro gli altri.

E in effetti nelle carceri la più grande minaccia alla vita di un prigioniero

viene proprio dagli altri detenuti. Dividendoli e creando queste barriere,

le guardie stimolano l’aggressività tra i prigionieri,

aggressività che non viene più rivolta contro di loro."

-Philip Zimbardo-

La rivolta, fece in modo che si instaurasse un rapporto di coesione tra le guardie, che vedevano i prigionieri come rivoltosi, e assunsero un atteggiamento astioso verso di loro.

Dopo le 22.00, allo spegnimento delle luci, i prigionieri erano obbligati a defecare ed urinare in secchi dentro le celle, che non sempre potevano essere svuotati, anche qui, venivano concessi privilegi a detenuti casuali, per fomentare la "regola del sospetto".

Particolare, era il prigioniero 5401 (capo-rivolta), accanito fumatore, controllato dalle guardie con il numero di sigarette fornitegli, che (come scrisse in una lettera) oltre a voler strumentalizzare lo studio, voleva vendere la storia ad un giornale.

E' interessante sapere che la maggior parte dei prigionieri era convinta che i soggetti selezionati per il ruolo di guardia fossero stati scelti per la loro mole, più imponente rispetto alla propria. In realtà, non c’era alcuna differenza relativamente all’altezza media dei due gruppi.

Qui accade una cosa interessante: il diario dell'esperimento del Dott. Zimbardo inizia ad essere molto caotico e, come da lui ammesso, nonostante dovesse solo "osservare, nel pieno rispetto del metodo sperimentale" cominciò a ragionare come un vero direttore carcerario.

Il prigioniero 8612 inizia a manifestare uno stato alterato della coscienza, stati emotivi acuti e disturbi del pensiero logico. L'idea dello staff di Zimbardo, come già detto calato nel ruolo, fu che fingesse per essere escluso dall'esperimento e rimandato a casa.

Durante un colloquio subito seguente, le guardie proposero a 8612 di diventare loro informatore in cambio di un trattamento privilegiato (cella singola, razioni abbondanti, biancheria).

Durante la conta successiva, un detenuto si rivolse ad una guardia dicendo "siamo volontari, se vogliamo, ce ne possiamo andare", a queste parole, 8612 iniziò una crisi di rabbia, urlando che non potevano andarsene e porre fine a tutto. I prigionieri furono colpiti dalle parole di 8612 e si sentirono evidentemente in gabbia, perchè nessuno se ne andò.

Nella notte 8612 si comportò come un pazzo, tant'è che dovettero liberarlo.

Nei giorni successivi, si sparse tra i detenuti la voce che 8612 sarebbe tornato coi rinforzi per liberare i compagni, le guardie, ma anche lo staff di psicologi reagirono preoccupandosi esclusivamente della sicurezza della prigione.

Decisero di piazzare un'informatore nella cella dell'ex detenuto 8612, questo avrebbe dovuto informare staff e guardie su enventuali nuove sull'evasione.

Il Dott. Zimbardo si recò invano al Dipartimento di Polizia di Palo Alto, dal direttore del loro carcere domandando se potevano portare per pochi giorni i loro finti detenuti nel vero carcere. Al diniego di questo, Zimbardo si alterò mostruosamente sostenendo che "in fondo erano colleghi e dovevano aiutarsi".
 

Interessante notare che definì "collega" il direttore del Carcere di Palo Alto, a simboleggiare il suo coinvolgimento nel ruolo di carceriere.

Il piano fu diverso, avrebbero bendato e incatenato i prigionieri in un'aula al quinto piano, e quando 8612 con i suoi rivoltosi liberatori sarebbe arrivato, sarebbe stato informato della fine prematura dell'esperimento, poi ricatturato e messo in isolamento.

Inutile dire 8612 non stava affatto cospirando ai danni dell'esperimento.

Un collega di Zimbardo, a Stanford per una conferenza, gli chiese se non fosse troppo coinvolto emotivamente per portare avanti l'esperimento, questo rispose arrabbiato e lo cacciò.

"Con mia sorpresa, mi scoprii arrabbiato con lui. Dovevo far fronte da solo ad una possibile fuga di massa, la sicurezza dei miei uomini e la stabilità della mia prigione erano in gioco e, invece, dovevo occuparmi di questo sensibile, liberale, logoro accademico che stava lì a preoccuparsi della variabile indipendente! Solo molto tempo dopo mi resi conto di quanto, a quel punto dello studio, fossi entrato a piè pari nel mio ruolo: stavo ormai pensando come un responsabile di prigione piuttosto che come un ricercatore sociale."

-Philip Zimbardo-

Ovviamente non ci fu l'irruzione di 8612, e la frustrazione dellle guardie fu tale che intensificarono le conte e le umiliazioni, alcuni detenuti, furono costretti a pulire i gabinetti con le casacche, che poi avrebbero indossato.

Il giorno seguente, un ex cappellano del carcere di Palo Alto fece visita nella finta prigione, alla domanda "come ti chiami" metà dei detenuti usarono il numero, e molti una combinazione nome-numero (es. Mario Rossi, detenuto 1234).

Il cappellano (in accordo con Zimbardo) si offrì di contattare dei legali, per ottenere uno sconto di pena, questi accettarono. (Interessante sapere che nessuno di loro disse al cappellano che la prigione era finta e che loro erano volontari in un esperimento psicologico).

Il prigioniero 819 rifiutò di vedere il cappellano, egli voleva un medico, rifiutava cibo e acqua, Zimbardo lo mandò a riposare nella stanza al di la del cortile, mentre riposava, una delle guardie mise in fila gli altri prigionieri e fece loro cantare a voce alta:

“Il prigioniero 819 è un pessimo prigioniero.

A causa di quello che il prigioniero 819 ha fatto,

la mia cella è un letamaio, signor agente di guardia”.


Gridarono questa frase all’unisono una decina di volte.

"Non appena mi resi conto che il numero 819 avrebbe potuto sentire quel coro, mi precipitai di nuovo nella stanza in cui lo avevo lasciato. Vi trovai un ragazzo che singhiozzava in modo incontrollabile mentre in sottofondo i suoi compagni urlavano che lui era un pessimo prigioniero. Il coro non era più disorganizzato e giocoso come prima. Adesso era caratterizzato da totale conformismo e sottomissione, sembrava che un’unica voce stesse dicendo “il numero 819 è cattivo Gli suggerii di andarsene via, ma rifiutò. Con la voce rotta dal pianto, mi disse che non poteva andarsene perché gli altri lo avevano etichettato come un pessimo prigioniero. Pur stando male, voleva tornare per dimostrar loro che avevano torto.
A quel punto dissi: “Ascolta, tu non sei il numero 819. Tu sei [il suo nome], e io sono il dottor Zimbardo. Sono uno psicologo, non un responsabile di una prigione, e questa non è una vera prigione. E’ solo un esperimento, e quelli sono studenti, non prigionieri, proprio come te. Andiamo”.
Improvvisamente smise di piangere, guardò in alto verso di me con l’espressione di un bimbo svegliato da un incubo, e rispose “Ok, andiamo”.

-Philip Zimbardo-

Venne istituita una Commissione Rilascio, gestita da dottorandi in Psicologia e da un ex detenuto col ruolo di Presidente della Commissione.

Ai detenuti venne fatta un'intervista "tipo" della vera Commissione Istituzionale, la libertà venne negata a tutti. Quando fu ordinato di tornare alle celle, i detenuti, pur implorando di essere rilasciati -"una scena pietosa" è stata definita- non invocarono mai il loro diritto a lasciare l'esperimento.

Il Presidente/ex detenuto, si sentì male, dopo essersi calato nella parte, rendendosi conto di non essere intimamente diverso da "quello stronzo che me la negò per 16 anni".

Passò un'altro giorno, e dopo una diatriba con una sua dottoranda sull'eticità dell'esperimento, e resosi conto del livello di sadismo dimostrato dalle guardie, Zimbardo decise di interromperlo.

“Cominciai a rendermi conto che stavo perdendo la mia identità, che la persona che chiamavo Clay, la persona che mi condusse in questo posto, la persona che si offrì volontaria per entrare in questo carcere – perché per me era un carcere e lo è ancora – era lontana da me, così lontana che alla fine non aveva più nulla a che fare con me, io ero il 416. Ero il mio numero. Non lo considero un esperimento o una simulazione ma una prigione gestita da psicologi invece che dallo stato”.
 

 -Clay / detenuto 413-


“Sono stato da poco liberato dopo trentasette mesi di cella di isolamento. Mi è stato imposto il silenzio assoluto e se appena sussurravo qualcosa all’uomo della cella accanto venivo picchiato dalle guardie, cosparso di una sostanza chimica, sbattuto in una cella ancora più piccola, denudato e costretto a dormire su un pavimento in cemento, senza coperte, senza lavabo e senza water… E’ giusto che i ladri vengano puniti, e non giustifico il fatto di rubare sebbene io stesso sia un ladro. Una volta libero, non credo che tornerò a rubare. Questo non vuol dire però che mi abbiano riabilitato. Adesso penso solo ad uccidere – uccidere quelli che mi hanno picchiato e trattato come se fossi un cane. Spero e prego per il bene della mia anima e per la libertà futura, spero di riuscire a sconfiggere l’amarezza e l’odio che giorno dopo giorno mi corrodono l’anima. Ma so che non sarà facile”

-detenuto di un carcere dell' Ohio, da notare la similitudine.-


L'esperimento rivelò il processo di deumanizzazione del detenuto e della guardia. Il lavoro di Zimbardo consiste nel tentativo di confutare la fondatezza di una credenza assai diffusa, alla fine degli anni '60, secondo la quale i comportamenti degradati e violenti osservabili all'interno di un'istituzione come il carcere sono soprattutto dovuti a disfunzioni della personalità, innate o apprese, dei carcerati e delle guardie, dimostrando piuttosto come tali condotte dipendano dalle specifiche caratteristiche della situazione contestuale.


FONTI:

• "The Lucifer Effect: Understanding how good people turn evil" P. Zimbardo;

http://www.lucifereffect.com/

• "Simulated prison in '71 showed a fine line between 'normal' and 'monster.'" J. Schartz;

24 giugno 2015

È online il nuovo numero de La Voce dei Lavoratori

Il Renzismo sembra aver subito qualche battuta d’arresto: le proteste del mondo della scuola hanno dimostrato che il governo va avanti unicamente grazie alla passività dei suoi oppositori e viene invece messo subito in crisi se studenti, operai e sfruttati si organizzano. Il sindacato, invece di cogliere l’attimo, coordinare le lotte tra studenti e lavoratori e mettere in campo un fronte unico contro queste politiche reazionarie, se ne sta imbambolato come un pugile suonato, incapace di organizzare qualsiasi opposizione. E allora lo abbiamo fatto noi, con un presidio davanti alla sede forlivese del PD, manifestando apertamente il nostro dissenso verso il partito che sta attuando la peggiore macelleria sociale degli ultimi vent’anni.

Scaricate il N. 3

18 giugno 2015

Leon Trotsky - La politica comunista sull'arte

Arte socialista e rivoluzionaria

Non è ancora nata un’arte rivoluzionaria. Ci sono gli elementi di quest’arte, ci sono indizi e tentativi e, cosa più importante, c’è l’uomo rivoluzionario, che sta forgiando la nuova generazione a sua immagine e che ha sempre più bisogno di quest’arte. Quanto tempo ci vorrà perché quest’arte si riveli in modo chiaro? È difficile indovinare, poiché il processo è intangibile e incalcolabile, e siamo limitati alle congetture anche quando proviamo a determinare i tempi di processi sociali più tangibili. Ma perché quest’arte non dovrebbe, o almeno la sua prima grossa ondata, arrivare presto come espressione dell’arte della giovane generazione nata durante la rivoluzione e che la porta avanti? L’arte rivoluzionaria che riflette inevitabilmente tutte le contraddizioni di un sistema sociale rivoluzionario, non dovrebbe essere confusa con l’arte socialista per la quale ancora non sono state gettate le basi. D’altra parte, non bisogna dimenticare che l’arte socialista nascerà dall’arte di questo periodo di transizione.

Nell’insistere su tale distinzione, non siamo affatto guidati da una considerazione pedantesca di un programma astratto. Non a caso Engels parlava della rivoluzione socialista come un balzo dal regno della necessità al regno della libertà. La rivoluzione in sé non costituisce il regno della libertà; al contrario, sta sviluppando le caratteristiche della “necessità” al massimo grado. Il socialismo abolirà gli antagonismi di classe, così come le classi, ma la rivoluzione porta la lotta di classe alla sua tensione massima. Durante il periodo della rivoluzione, solo la letteratura che promuove la consolidazione degli operai nella lotta contro gli sfruttatori è considerata necessaria e progressista. La letteratura rivoluzionaria non può che essere imbevuta di uno spirito di ostilità sociale, che è un fattore storico creativo in un’epoca di dittatura proletaria. Sotto il socialismo, la solidarietà costituirà la base della società. La letteratura e l’arte risponderanno ad altri canoni. Tutte le emozioni che noi rivoluzionari, nel tempo presente, abbiamo timore di nominare (tanto sono state logorate da persone ipocrite e volgari) come l’amicizia disinteressata, l’amore per il prossimo e la comprensione saranno i potenti e squillanti accordi della poesia socialista. Tuttavia, non è forse vero che un eccesso di solidarietà, come temuto da Nietzsche, minacci di far degenerare l’uomo in un animale da branco sentimentale e passivo? Niente affatto. La forza potente della concorrenza che, nella società borghese, ha il carattere della concorrenza di mercato, non scomparirà dalla società socialista ma, per usare il linguaggio della psicoanalisi, sarà sublimata, ovvero acquisirà una forma più alta e fertile. Ci sarà da lottare per la propria opinione, per il proprio progetto, per il proprio gusto. Nella misura in cui la lotta politica verrà eliminata (e in una società dove non ci sono classi, non ci saranno simili lotte) le passioni liberate saranno incanalate in una tecnica, una costruzione che include anche l’arte. L’arte allora diventerà più generale, maturerà, acquisirà carattere e diventerà il metodo più perfetto della costruzione progressiva della vita in ogni campo. Non sarà semplicemente “bella” senza relazionarsi ad altro. 

Tutte le forme di vita, compresa la coltivazione della terra, la progettazione delle abitazioni umane, la costruzione di teatri, i metodi di educare socialmente i bambini, la soluzione di problemi scientifici, la creazione di nuovi stili, coinvolgeranno vitalmente ogni individuo. Le persone si divideranno in “partiti” sulla questione di un nuovo gigante canale, o sulla distribuzione delle oasi nel Sahara (esisterà anche una simile questione), sulla regolazione del tempo e del clima, su un nuovo teatro, su ipotesi chimiche, su due tendenze musicali in competizione, e su un miglior sistema sportivo. Tali partiti non saranno avvelenati dall’avidità di classe o di casta. E nutriranno un uguale interesse nel successo della comunità intera. La lotta avrà un carattere puramente ideologico. Non ci sarà nessuna corsa all’arricchimento, non ci sarà nulla di malvagio, nessun tradimento, nessuno degli elementi che compongono l’anima della “concorrenza” tipica di una società divisa in classi. Ma ciò non impedirà in alcun modo alla lotta di essere coinvolgente, drammatica e appassionata. 

E poiché tutti i problemi in una società socialista (i problemi della vita che prima venivano risolti in modo spontaneo e automatico, e i problemi dell’arte che venivano custoditi di caste clericali ben precise) diventeranno proprietà della comunità, si può dire con certezza che gli interessi collettivi, le passioni e la concorrenza tra gli individui avranno i più ampi obiettivi e le più illimitate opportunità. L’arte, dunque, non soffrirà la mancanza di una simile esplosione di energia collettiva e nervosa e di simili impulsi psichici collettivi che servono alla creazione di nuove tendenze artistiche e cambiamenti stilistici. I “partiti” si raccoglieranno attorno alle scuole d’estetica, ovvero associazioni di caratteri, gusti e umori. In una lotta così disinteressata e tesa basata in una cultura cui fondamenta si stanno innalzando solide, la personalità umana, con il suo inestimabile scontento continuo, crescerà e levigherà tutti i suoi aspetti. In realtà, non abbiamo motivo di temere un declino dell’individualità o un impoverimento dell’arte nella società socialista...

(1923)

13 giugno 2015

PRESIDIO SOTTO IL PD I - Foto e comunicato stampa

Venerdì 12, a Forlì, il Partito Comunista dei Lavoratori sezione Romagna “Domenico Maltoni” ha tenuto un presidio di protesta sotto la sede del PD, il circolo Karl Marx, insieme a esponenti dell’USI.

Il PCL è infatti l’unico partito che ha organizzato una protesta non contro generiche sedi istituzionali, ma sotto la sede del partito che, pur autodefinendosi “di sinistra”, ha messo in campo le peggiori politiche antioperaie degli ultimi trent’anni, nella totale indifferenza e passiva complicità di burocrazie sindacali conniventi e finte opposizioni, come Rifondazione, che poi localmente tessono alleanze con il PD a fini elettorali.

Noi del PCL riteniamo che i lavoratori debbano prendere coscienza del subdolo e enorme attacco a tutele e diritti operato dal PD e dal Governo Renzi, a vantaggio di industriali, clero e banchieri.

Solo con un fronte di lotta unico che riparta dai lavoratori stessi è possibile rispondere ai feroci attacchi delle classi dominanti, che ogni giorno ci tolgono casa, salute, lavoro e diritti.