27 dicembre 2009
A un anno dal massacro di Gaza
Presentata a Roma dal Forum Palestina la "Gaza Freedom March" - "140 italiani forzeranno il blocco della striscia di Gaza"
Si è svolta nella mattinata di sabato 19 dicembre, presso la sala stampa dei Gruppi consiliari del Comune di Roma, la conferenza stampa indetta dal Forum Palestina per la presentazione della “Gaza Freedoom March”, promossa dall’associazione statunitense Code Pink e a cui hanno aderito decine di associazioni e comitati che in tutto il mondo si battono per la libertà del popolo palestinese. Più di 1500 attivisti da tutto il mondo raggiungeranno la Striscia di Gaza a un anno dall’operazione militare israeliana “Piombo Fuso”, che ha provocato più di 1400 vittime tra la società civile palestinese e migliaia di feriti, con l’obiettivo di lanciare un messaggio all’opinione pubblica e alla politica internazionali sulla situazione insostenibile in cui vive la popolazione palestinese, determinata dalle politiche dell’occupazione israeliana e da un embargo, attuato da Israele con il consenso dei governi occidentali, che limita la possibilità di sopravvivenza di un milione e mezzo di palestinesi della Striscia di Gaza. Il Forum Palestina, che parteciperà alla marcia con più di 80 attivisti insieme alla delegazione di Action for Peace, consegnerà la seconda tranche di fondi raccolti in Italia per l’ospedale Al Awda di Jabalya, per l’acquisto di una TAC. “Vogliamo rompere questo assedio – ha affermato il Forum Palestina – per offrire concretamente il nostro sostegno politico non solo alla popolazione di Gaza, ma alla lotta e alla resistenza di tutto il popolo palestinese contro l’occupazione. Per questo parteciperemo alla manifestazione che il 31 dicembre raggiungerà, dal nord di Gaza City, il valico di Eretz, con la promessa di proseguire in questo impegno politico – ha concluso il Forum Palestina – anche nel nostro paese, che è il primo alleato di Israele in Europa”.
Per contattare la delegazione italiana della Gaza Freedom March sono stati diffusi i riferimenti telefonici (0097/2599198969 - 0097/2597604700).
Si è svolta nella mattinata di sabato 19 dicembre, presso la sala stampa dei Gruppi consiliari del Comune di Roma, la conferenza stampa indetta dal Forum Palestina per la presentazione della “Gaza Freedoom March”, promossa dall’associazione statunitense Code Pink e a cui hanno aderito decine di associazioni e comitati che in tutto il mondo si battono per la libertà del popolo palestinese. Più di 1500 attivisti da tutto il mondo raggiungeranno la Striscia di Gaza a un anno dall’operazione militare israeliana “Piombo Fuso”, che ha provocato più di 1400 vittime tra la società civile palestinese e migliaia di feriti, con l’obiettivo di lanciare un messaggio all’opinione pubblica e alla politica internazionali sulla situazione insostenibile in cui vive la popolazione palestinese, determinata dalle politiche dell’occupazione israeliana e da un embargo, attuato da Israele con il consenso dei governi occidentali, che limita la possibilità di sopravvivenza di un milione e mezzo di palestinesi della Striscia di Gaza. Il Forum Palestina, che parteciperà alla marcia con più di 80 attivisti insieme alla delegazione di Action for Peace, consegnerà la seconda tranche di fondi raccolti in Italia per l’ospedale Al Awda di Jabalya, per l’acquisto di una TAC. “Vogliamo rompere questo assedio – ha affermato il Forum Palestina – per offrire concretamente il nostro sostegno politico non solo alla popolazione di Gaza, ma alla lotta e alla resistenza di tutto il popolo palestinese contro l’occupazione. Per questo parteciperemo alla manifestazione che il 31 dicembre raggiungerà, dal nord di Gaza City, il valico di Eretz, con la promessa di proseguire in questo impegno politico – ha concluso il Forum Palestina – anche nel nostro paese, che è il primo alleato di Israele in Europa”.
Per contattare la delegazione italiana della Gaza Freedom March sono stati diffusi i riferimenti telefonici (0097/2599198969 - 0097/2597604700).
IL PCL CRESCE E SI ESTENDE
Negli ultimi mesi il nostro partito ha registrato nuove acquisizioni collettive e una nuova estensione della propria presenza . La nascita di due nuove sezioni provinciali rispettivamente ad Alessandria e a Trieste, col relativo ingresso del PCL, in forma organizzata, nella realtà regionale del Friuli. L’entrata di metà del direttivo del circolo del PRC di Monterotondo ( 50.000 ab. In provincia di Roma) seguito da buona parte degli iscritti. La confluenza, in forma individuale, di una piccola organizzazione nata dalla rottura con la setta burocratica del PDAC, l’Organizzazione Comunista Alternativa Proletaria ( su cui daremo a breve un’informativa specifica) presente essenzialmente in Veneto e in Sicilia, con quadri operai e sindacali rivoluzionari di indubbia capacità ed esperienza: ciò che significa la nascita della sezione provinciale del PCL a Messina, e un sensibile rafforzamento complessivo e diffuso del nostro partito in Veneto. A tutto questo si aggiungono nuove forme di interesse per il PCl in alcuni settori operai, a partire dall’Alfa di Arese, e un nuovo avvicinamento di giovani, in diverse situazioni locali.
Si tratta naturalmente di sviluppi limitati, e molto disomogenei, ma anche preziosi e significativi. Nel loro insieme dimostrano che il nostro piccolo partito- nonostante l’esiguità dei mezzi e l’attuale censura mediatica- dispone di uno spazio importante di crescita e di radicamento : direttamente proporzionale alla coerenza del suo programma anticapitalista e al duro lavoro controcorrente dei suoi militanti. La recentissima “svolta” della Federazione della sinistra in direzione del CLN con Bersani e Casini, e soprattutto la sua ulteriore compromissione negli accordi regionali di centrosinistra alla vigilia delle elezioni di marzo, potranno chiarire una volta di più le ragioni di fondo delle nostre scelte e del nostro progetto a un nuovo settore di militanti, iscritti ed elettori di quei partiti . Sta a tutto il nostro partito cercare di trasformare queste potenzialità in un salto in avanti della nostra costruzione, nell’interesse generale dei lavoratori e della loro avanguardia.
Si tratta naturalmente di sviluppi limitati, e molto disomogenei, ma anche preziosi e significativi. Nel loro insieme dimostrano che il nostro piccolo partito- nonostante l’esiguità dei mezzi e l’attuale censura mediatica- dispone di uno spazio importante di crescita e di radicamento : direttamente proporzionale alla coerenza del suo programma anticapitalista e al duro lavoro controcorrente dei suoi militanti. La recentissima “svolta” della Federazione della sinistra in direzione del CLN con Bersani e Casini, e soprattutto la sua ulteriore compromissione negli accordi regionali di centrosinistra alla vigilia delle elezioni di marzo, potranno chiarire una volta di più le ragioni di fondo delle nostre scelte e del nostro progetto a un nuovo settore di militanti, iscritti ed elettori di quei partiti . Sta a tutto il nostro partito cercare di trasformare queste potenzialità in un salto in avanti della nostra costruzione, nell’interesse generale dei lavoratori e della loro avanguardia.
24 dicembre 2009
Apprendiamo dal giornale telematico RomagnaOggi che sarebbero apparse delle scritte minatorie contro Nervegna.
Apprendiamo oggi (24 dicembre) che il giornale telematico RomagnaOggi ha collegato (non senza un notevole sforzo di ignoranza politica) il simbolo del Partito Comunista dei lavoratori ad alcune scritte minatorie contro Nervegna che sarebbero apparse in un muro (zona ferrovia), a Forlì.
La minaccia "Nervegna attento" (scritta in verde!) sarebbe, citiamo dall'articolo "corredata da alcuni simboli della sinistra radicale, due falce e martello, la A cerchiata simbolo dell'anarchia, un'altra scritta minacciosa ("fasci al muro") e lo slogan "contro la guerra imperialista: rivoluzione comunista" vicino alla sigla del Partito comunista dei lavoratori." (Leggi)
Balza all’occhio che l’autore dell’articolo, probabilmente troppo occupato a cercare qualcosa con cui riempire i vuoti del suo giornale online, non è in grado di cogliere il fatto che sui muri le scritte recenti si sovrappongono a quelle vecchie, e ciò nonostante la foto, di cui l’articolo è stato corredato. In alternativa, possiamo dedurre che la volontà di trovare “qualcosa da scrivere” ad ogni costo, lo spinga ad affermazioni palesemente calunniose. Fatto quest’ultimo assai grave, che valuteremo per eventuali azioni nei confronti della redazione, insieme all'altrettanto grave disabilitazione dei commenti all'articolo in questione, che non ci permette il diritto di replica.
Detto questo, ci preme innanzitutto chiarire che la confusione politica non ci appartiene e che non solo non siamo responsabili della scritta, ma neppure sappiamo perché Nervegna “dovrebbe stare attento”.
È evidente che articoli come questo si inseriscono perfettamente nel progetto, attualmente in corso, di creare ad arte un clima di tensione con l'evidente scopo di zittire l'opposizione di classe.
Per quanto ci riguarda non abbiamo alcuna intenzione di farci intimidire da queste pagliacciate e a muso duro, prendendo ugualmente le distanze dall'infantilismo e dal piagnisteo, diciamo con Trotsky che se noi ci opponiamo agli atti terroristici è solo perché la vendetta individuale non ci soddisfa. Il conto che noi dobbiamo sistemare con il sistema capitalista è troppo grande per poter essere presentato a qualche funzionario di regime.
Per quanto ci riguarda Nervegna può stare tranquillo, è l'intero sistema capitalista che vogliamo estirpare e i metodi con cui intendiamo farlo sono chiaramente espressi nel nostro programma.
Leggi anche: Perchè i marxisti si oppongono al terrorismo individuale
La minaccia "Nervegna attento" (scritta in verde!) sarebbe, citiamo dall'articolo "corredata da alcuni simboli della sinistra radicale, due falce e martello, la A cerchiata simbolo dell'anarchia, un'altra scritta minacciosa ("fasci al muro") e lo slogan "contro la guerra imperialista: rivoluzione comunista" vicino alla sigla del Partito comunista dei lavoratori." (Leggi)
Balza all’occhio che l’autore dell’articolo, probabilmente troppo occupato a cercare qualcosa con cui riempire i vuoti del suo giornale online, non è in grado di cogliere il fatto che sui muri le scritte recenti si sovrappongono a quelle vecchie, e ciò nonostante la foto, di cui l’articolo è stato corredato. In alternativa, possiamo dedurre che la volontà di trovare “qualcosa da scrivere” ad ogni costo, lo spinga ad affermazioni palesemente calunniose. Fatto quest’ultimo assai grave, che valuteremo per eventuali azioni nei confronti della redazione, insieme all'altrettanto grave disabilitazione dei commenti all'articolo in questione, che non ci permette il diritto di replica.
Detto questo, ci preme innanzitutto chiarire che la confusione politica non ci appartiene e che non solo non siamo responsabili della scritta, ma neppure sappiamo perché Nervegna “dovrebbe stare attento”.
È evidente che articoli come questo si inseriscono perfettamente nel progetto, attualmente in corso, di creare ad arte un clima di tensione con l'evidente scopo di zittire l'opposizione di classe.
Per quanto ci riguarda non abbiamo alcuna intenzione di farci intimidire da queste pagliacciate e a muso duro, prendendo ugualmente le distanze dall'infantilismo e dal piagnisteo, diciamo con Trotsky che se noi ci opponiamo agli atti terroristici è solo perché la vendetta individuale non ci soddisfa. Il conto che noi dobbiamo sistemare con il sistema capitalista è troppo grande per poter essere presentato a qualche funzionario di regime.
Per quanto ci riguarda Nervegna può stare tranquillo, è l'intero sistema capitalista che vogliamo estirpare e i metodi con cui intendiamo farlo sono chiaramente espressi nel nostro programma.
Leggi anche: Perchè i marxisti si oppongono al terrorismo individuale
Combattere l'ipocrisia di Stato

Riceviamo e pubblichiamo - Venerdì 11/12/09 mi sono recato c/o la G.di F. di L’Aquila per la verifica dei documenti richiesti x l’assegnazione. La mia casa è classificata E e si trova in zona rossa. Tutto ok, però mi è stato detto di avere pazienza perché per avere l’assegnazione, ci sarebbe voluto un po’ di tempo, visto la mancanza di alloggi e l’alto numero di famiglie richiedenti.
Mi sono messo l’anima in pace e siamo ritornati sulla costa, dove ci troviamo dal 6 aprile. Dopo 5 giorni rivengo contattato e mi dicono di recarmi a L’Aquila per la firma del contratto di assegnazione. In quel momento non sapevo se essere contento o no. Ci siamo chiesti “ma 5 giorni fa le case non c’erano, come mai ora ce ne assegnano una?" Il “bel regalo di Natale” l’ho avuto al momento della firma.
Ci è stato assegnato, siamo in due, uno “stupendo monolocale” anzi “monoloculo” di ben 25mq, si avete capito bene 25 mq dove vivere per i prossimi 10 anni nell’attesa che sia ricostruito il centro storico. Una stanza di 25mq con:
– divano letto
– cucina
– armadio nella cucina
– bagno.
Vi assicuro che questo Natale come potete immaginare era già tristissimo, ma in questa situazione mi sento veramente deluso, avvilito, sfiduciato…
Questa è la situazione mia e di altre coppie e famiglie e non quello che fanno vedere in tv o sui giornali dove dicono che la consegna delle case va avanti e che a Natale la maggior parte delle persone avrà un tetto sulla testa.
Sapete cosa mi è stato risposto dalla Protezione Civile alle mie giustificate rimostranze?
Che entro il 31/12/09 devono infilare dentro le C.A.S.E. il maggior numero di gente possibile e quindi o firmi o rinunci e se non firmi esci dal progetto C.A.S.E.
Tutto questo andando anche contro la legge perchè il Decreto Ministeriale Sanità del 5 luglio 1975 all’ART.3 stabilisce quanto segue : “l’alloggio
monostanza, per una persona,deve avere una superficie minima, comprensiva dei servizi, non inferiore a mq 28, e non inferiore a mq 38, se per due persone .”
Cordiali saluti e Auguri di Buone Feste se possiamo chiamarle così.
A.G.
22 dicembre 2009
Finanzia la lotta
Come sapete, il PCL è impegnato a rilanciare in Italia un progetto politico comunista e rivoluzionario.
E’ un impegno straordinariamente gravoso, perché deve fronteggiare ostacoli enormi: il peso delle sconfitte del movimento operaio per responsabilità preminente delle sue direzioni politiche e sindacali; la demotivazione di tante disponibilità militanti prodotta dalla crisi verticale delle cosiddette “sinistre radicali”dopo il loro coinvolgimento distruttivo nel governo Prodi; la chiusura di spazi di presenza e comunicazione mediatica, aggravata dall’ irrigimentazione berlusconiana e dalle nuove tendenze repressive; una drammatica penuria di mezzi materiali e disponibilità finanziarie. E tuttavia non solo non siamo scoraggiati, ma siamo più determinati di prima a continuare la nostra impresa. Per la ragione più semplice: perché tutto ciò che accade attorno a noi, in Italia e nel mondo, conferma ogni giorno, nel modo più clamoroso, la necessità di un’alternativa rivoluzionaria all’ordine presente delle cose, e dunque di un partito che la persegua.
Le promesse liberali dell’89, dopo il crollo dello stalinismo, sono state sbugiardate dai fatti. Il capitalismo attraversa la crisi più grave degli ultimi 80 anni con devastanti conseguenze sociali sulle condizioni della maggioranza dell’umanità; si approfondisce come mai in passato, sotto la dittatura del profitto, la crisi ambientale del pianeta; ritornano le guerre coloniali; decine di milioni di uomini e di donne sono condannati a drammatiche migrazioni in tutti i continenti. Eppure , proprio in questo contesto, la sinistra internazionale è connivente o muta: e per questo consuma la crisi più profonda della sua storia, mentre la disperazione sociale diventa brodo di coltura di tendenze xenofobe e reazionarie.
Lo scenario italiano è un microcosmo della situazione mondiale. Da un lato il governo più reazionario che l’Italia abbia conosciuto dal 1960. Dall’altro la decomposizione e il trasformismo dei gruppi dirigenti della sinistra: sia di quelli che dal PCI hanno finito con l’approdare nello scimmiottamento, mal riuscito, di un partito Democratico all’americana ( PD), col contorno di industriali e banchieri; sia di quelli che dovevano rifondare “il comunismo” e sono finiti a governare con Padoa Schioppa , a votare missioni di guerra, ad inseguire ancor oggi accordi col PD e relativi assessorati in tutta Italia. Gli uni e gli altri responsabili, con ruoli diversi, dell’aver prima spianato la strada a Berlusconi, e di aver poi rimosso una opposizione coerente al suo governo.

Il PCL è nato controcorrente rispetto alle politiche della disfatta. E si batte per costruire una sinistra vera, autonoma e alternativa a centrodestra e centrosinistra, basata su un programma di governo dei lavoratori. Una sinistra che rifiuti di fare la costola minore del liberalismo, e si candidi invece a un ruolo anticapitalista. Una sinistra impegnata a cacciare Berlusconi, incondizionatamente, ma non per ritornare al centrosinistra che gli ha aperto la strada, bensì per una prospettiva di alternativa vera. Una sinistra impegnata a rilanciare il progetto comunista su scala internazionale, al fianco delle organizzazioni rivoluzionarie presenti nei vari paesi e continenti.
Su queste basi la costruzione del PCL è in pieno corso sull’intero territorio nazionale. Nelle lotte quotidiane dei lavoratori, a partire dalle aziende in crisi e che licenziano, nelle lotte a difesa della scuola e dell’università pubblica, nei movimenti antifascisti e antirazzisti, nelle mobilitazioni ambientaliste e per i diritti civili. Cercando di portare in ogni lotta proposte di unificazione del fronte sociale dell’opposizione, di autorganizzazione democratica dei movimenti, di prospettiva anticapitalistica. Da qui la nostra campagna per l’unità d’azione delle sinistre politiche e sindacali attorno un programma indipendente di mobilitazione; e la nostra proposta di “un Parlamento dei lavoratori e delle sinistre” quale luogo democratico di confronto pubblico e di azione comune tra i diversi soggetti politici e sociali della sinistra.
Questo lavoro sta rafforzando la nostra presenza nel mondo del lavoro e tra le nuove generazioni. Il nostro partito, pur tra enormi difficoltà, sta conoscendo un’indubbia espansione territoriale e di presenza sociale, in controtendenza col quadro di disgregazione e disimpegno ancora dominante.
Ma anche per questo stiamo vivendo una difficoltà finanziaria sempre più soffocante. I costi di affitto delle nuove sedi locali, dei pur modestissimi progetti editoriali, delle riunioni dei nostri organismi e dei quadri politici nei vari settori, del sostegno all’attività internazionale, dei viaggi dell’unico funzionario di cui disponiamo, dei materiali minimi necessari delle campagne politiche ed elettorali di costruzione, sono sempre più difficilmente sostenibili per un’organizzazione di operai, senza contributi istituzionali, per di più in una fase di crisi sociale. Il divario tra le potenzialità crescenti del nostro sviluppo e la nostra penuria di mezzi rischia di compromettere la nostra crescita ulteriore, con un danno considerevole al progetto anticapitalista.
Per questo chiediamo, con questa lettera, un sostegno finanziario per la nostra attività nel 2010 a tutti coloro che guardano con simpatia la nostra impresa. A tutti coloro che, anche non identificandosi compiutamente nel nostro progetto, ritengono tuttavia importante la presenza in Italia di una sinistra anticapitalista e rivoluzionaria. A tutti coloro che, più semplicemente, vogliono aiutare la “sinistra che non ha tradito” e che non tradirà.
L'aiuto di ognuno di voi sarà per noi un sostegno materiale e morale di grande significato.
Marco Ferrando
Portavoce nazionale del
Partito Comunista dei lavoratori
Potete inviare il contributo che sceglierete di darci tramite bonifico o bollettino di versamento postale, sul nostro conto corrente postale
n. 89867907 -cin s – abi 07601 – cab 02400 – iban IT09S0760102400000089867907
intestato a “Partito Comunista dei Lavoratori”
specificando la causale “sostegno finanziario 2010”.
Dopo il versamento, se potete, vi preghiamo di mandarci una segnalazione, via e-mail a: info@pclavoratori o via fax allo 02700448199
E’ un impegno straordinariamente gravoso, perché deve fronteggiare ostacoli enormi: il peso delle sconfitte del movimento operaio per responsabilità preminente delle sue direzioni politiche e sindacali; la demotivazione di tante disponibilità militanti prodotta dalla crisi verticale delle cosiddette “sinistre radicali”dopo il loro coinvolgimento distruttivo nel governo Prodi; la chiusura di spazi di presenza e comunicazione mediatica, aggravata dall’ irrigimentazione berlusconiana e dalle nuove tendenze repressive; una drammatica penuria di mezzi materiali e disponibilità finanziarie. E tuttavia non solo non siamo scoraggiati, ma siamo più determinati di prima a continuare la nostra impresa. Per la ragione più semplice: perché tutto ciò che accade attorno a noi, in Italia e nel mondo, conferma ogni giorno, nel modo più clamoroso, la necessità di un’alternativa rivoluzionaria all’ordine presente delle cose, e dunque di un partito che la persegua.
Le promesse liberali dell’89, dopo il crollo dello stalinismo, sono state sbugiardate dai fatti. Il capitalismo attraversa la crisi più grave degli ultimi 80 anni con devastanti conseguenze sociali sulle condizioni della maggioranza dell’umanità; si approfondisce come mai in passato, sotto la dittatura del profitto, la crisi ambientale del pianeta; ritornano le guerre coloniali; decine di milioni di uomini e di donne sono condannati a drammatiche migrazioni in tutti i continenti. Eppure , proprio in questo contesto, la sinistra internazionale è connivente o muta: e per questo consuma la crisi più profonda della sua storia, mentre la disperazione sociale diventa brodo di coltura di tendenze xenofobe e reazionarie.
Lo scenario italiano è un microcosmo della situazione mondiale. Da un lato il governo più reazionario che l’Italia abbia conosciuto dal 1960. Dall’altro la decomposizione e il trasformismo dei gruppi dirigenti della sinistra: sia di quelli che dal PCI hanno finito con l’approdare nello scimmiottamento, mal riuscito, di un partito Democratico all’americana ( PD), col contorno di industriali e banchieri; sia di quelli che dovevano rifondare “il comunismo” e sono finiti a governare con Padoa Schioppa , a votare missioni di guerra, ad inseguire ancor oggi accordi col PD e relativi assessorati in tutta Italia. Gli uni e gli altri responsabili, con ruoli diversi, dell’aver prima spianato la strada a Berlusconi, e di aver poi rimosso una opposizione coerente al suo governo.

Il PCL è nato controcorrente rispetto alle politiche della disfatta. E si batte per costruire una sinistra vera, autonoma e alternativa a centrodestra e centrosinistra, basata su un programma di governo dei lavoratori. Una sinistra che rifiuti di fare la costola minore del liberalismo, e si candidi invece a un ruolo anticapitalista. Una sinistra impegnata a cacciare Berlusconi, incondizionatamente, ma non per ritornare al centrosinistra che gli ha aperto la strada, bensì per una prospettiva di alternativa vera. Una sinistra impegnata a rilanciare il progetto comunista su scala internazionale, al fianco delle organizzazioni rivoluzionarie presenti nei vari paesi e continenti.
Su queste basi la costruzione del PCL è in pieno corso sull’intero territorio nazionale. Nelle lotte quotidiane dei lavoratori, a partire dalle aziende in crisi e che licenziano, nelle lotte a difesa della scuola e dell’università pubblica, nei movimenti antifascisti e antirazzisti, nelle mobilitazioni ambientaliste e per i diritti civili. Cercando di portare in ogni lotta proposte di unificazione del fronte sociale dell’opposizione, di autorganizzazione democratica dei movimenti, di prospettiva anticapitalistica. Da qui la nostra campagna per l’unità d’azione delle sinistre politiche e sindacali attorno un programma indipendente di mobilitazione; e la nostra proposta di “un Parlamento dei lavoratori e delle sinistre” quale luogo democratico di confronto pubblico e di azione comune tra i diversi soggetti politici e sociali della sinistra.
Questo lavoro sta rafforzando la nostra presenza nel mondo del lavoro e tra le nuove generazioni. Il nostro partito, pur tra enormi difficoltà, sta conoscendo un’indubbia espansione territoriale e di presenza sociale, in controtendenza col quadro di disgregazione e disimpegno ancora dominante.
Ma anche per questo stiamo vivendo una difficoltà finanziaria sempre più soffocante. I costi di affitto delle nuove sedi locali, dei pur modestissimi progetti editoriali, delle riunioni dei nostri organismi e dei quadri politici nei vari settori, del sostegno all’attività internazionale, dei viaggi dell’unico funzionario di cui disponiamo, dei materiali minimi necessari delle campagne politiche ed elettorali di costruzione, sono sempre più difficilmente sostenibili per un’organizzazione di operai, senza contributi istituzionali, per di più in una fase di crisi sociale. Il divario tra le potenzialità crescenti del nostro sviluppo e la nostra penuria di mezzi rischia di compromettere la nostra crescita ulteriore, con un danno considerevole al progetto anticapitalista.
Per questo chiediamo, con questa lettera, un sostegno finanziario per la nostra attività nel 2010 a tutti coloro che guardano con simpatia la nostra impresa. A tutti coloro che, anche non identificandosi compiutamente nel nostro progetto, ritengono tuttavia importante la presenza in Italia di una sinistra anticapitalista e rivoluzionaria. A tutti coloro che, più semplicemente, vogliono aiutare la “sinistra che non ha tradito” e che non tradirà.
L'aiuto di ognuno di voi sarà per noi un sostegno materiale e morale di grande significato.
Marco Ferrando
Portavoce nazionale del
Partito Comunista dei lavoratori
Potete inviare il contributo che sceglierete di darci tramite bonifico o bollettino di versamento postale, sul nostro conto corrente postale
n. 89867907 -cin s – abi 07601 – cab 02400 – iban IT09S0760102400000089867907
intestato a “Partito Comunista dei Lavoratori”
specificando la causale “sostegno finanziario 2010”.
Dopo il versamento, se potete, vi preghiamo di mandarci una segnalazione, via e-mail a: info@pclavoratori o via fax allo 02700448199
21 dicembre 2009
PAOLO FERRERO: IL BERTINOTTISMO SENZA BERTINOTTI

L’intervista rilasciata da Paolo Ferrero a La Repubblica è clamorosa: l’iscrizione all’ipotizzato “CLN”con PD e UDC, l’annuncio di un blocco con PD e UDC in eventuali elezioni anticipate, la disponibilità ad appoggiare dall’esterno un governo Casini, ridicolizzano la cosiddetta “svolta a sinistra” solennemente promessa da Ferrero al suo popolo. La verità è che siamo al bertinottismo senza Bertinotti. Corredato non a caso dai più spregiudicati accordi di governo col centrosinistra in larga parte d’Italia, talvolta allargati alla UDC ( come in Liguria o nelle Marche), a obiettivo vantaggio, oltretutto, del populismo berlusconiano. La lotta di massa per cacciare Berlusconi è essenziale: ma nella prospettiva di un’alternativa vera, non di un governo Casini/D’Alema.
Il PCL conferma tanto più oggi la presentazione di proprie liste indipendenti alle prossime elezioni regionali. E fa appello a tutti i militanti onesti della Federazione a rompere col trasformismo dei propri gruppi dirigenti, e a raggrupparsi attorno al Partito Comunista dei Lavoratori: la “sinistra che non tradisce”.
Marco Ferrando -Esecutivo nazionale PCL
Leggi anche: Alcune domande alla Federazione della sinistra
Di capitalismo si muore... "se va bene" si finisce sdentati

Secondo l'indagine del CENSIS, quest'anno quasi il 18% degli italiani ha rinunciato a una o piu' prestazioni sanitarie (visite specialistiche, cure odontoiatriche, ecc.) per motivi economici. Il dato sale a circa il 21% tra i residenti nelle regioni del Centro, al 23,5% nel Sud, al 24,2% tra i 45-64enni, al 27,2% nelle grandi citta', al 31% tra i possessori di titoli di studio piu' bassi.
I capitalisti devono pagare la crisi.
I lavoratori devono prendere il potere!
19 dicembre 2009
Il Duomo volante e analogie inquietanti
Su Tartaglia e il duomino volante è stato detto e scritto fin troppo, noi ci limitiamo a riportare quanto segue.
Il reichstag brucia di nuovo? Prepariamoci ad affrontare l'ipotesi di una nuova strategia della tensione!
Compagni, il movimento reale del proletariato rivoluzionario italiano lo sta conducendo verso il punto da cui sarà impossibile - per lui e per i suoi nemici - ogni ritorno al passato. Mentre si dissolvono una dopo l'altra tutte le illusioni sulla possibilità di ristabilire la "normalità" della situazione precedente, matura per entrambe le parti la necessità di rischiare il proprio presente per guadagnarsi il proprio futuro. Di fronte al montare del movimento rivoluzionario, malgrado la metodica azione di recupero dei sindacati e dei burocrati della vecchia e nuova "sinistra", diviene fatale per il Potere rispolverare ancora una volta la vecchia commedia dell'ordine, giocando questa volta la falsa carta del terrorismo, nel tentativo di scongiurare la situazione che lo costringerà a scoprire tutto il suo gioco di fronte alla chiarezza della rivoluzione. Gli attentati anarchici del 1921, i gesti disperati dei sopravvissuti al fallimento del movimento rivoluzionario di allora, fornirono un comodo pretesto alla borghesia italiana per instaurare, con il fascismo, lo stato d'assedio su tutta la società. Forte - nella sua impotenza - della lezione del passato, la borghesia italiana del 1969 non ha bisogno di vivere la grande paura del moto rivoluzionario, né di aspettare la forza che solo dalla sconfitta di questo le può ancora derivare, per liberarsi delle proprie illusioni democratiche. Oggi essa non ha più bisogno degli errori dei vecchi anarchici per trovare un pretesto alla realizzazione politica della propria realtà totalitaria, ma tale pretesto cerca di fabbricarselo da sola, incastrando i nuovi anarchici in una montatura poliziesca, o manipolando i più sprovveduti fra loro in una grossolana provocazione. Gli anarchici, in effetti, offrono i migliori requisiti per le esigenze del potere: immagine staccata e ideologica del movimento reale, il loro "estremismo" spettacolare permette di colpire in loro l'estremismo reale del movimento.
LA BOMBA Dl MILANO E' ESPLOSA CONTRO IL PROLETARIATO
Destinata a ferire le categorie meno radicalizzate, per allearle al potere, e a chiamare a raccolta la borghesia per la "caccia alle streghe": non a caso la strage fra gli agricoltori (Banca Nazionale dell'Agricoltura), solo la paura tra i borghesi (Banca Commerciale). I risultati, diretti e indiretti, degli attentati, sono il loro fine. Per il passato, l'atto terroristico - come manifestazione primitiva e infantile della violenza rivoluzionaria nelle situazioni arretrate, o come violenza perduta sul terreno delle rivoluzioni sconfite - non è mai stato che un atto di rifiuto parziale, e perciò vinto in partenza: la negazione della politica sul terreno della politica stessa. Al contrario, nella situazione attuale, di fronte all'ascesa di un nuovo periodo rivoluzionario, è il Potere stesso che, nel tendere alla propria affermazione totalitaria, esprime spettacolarmente la propria negazione terroristica. In un'epoca che vede rinascere il movimento che sopprime ogni potere separato dagli individui, il Potere stesso è costretto a riscoprire, fino alla prassi cosciente, che tutto ciò che esso non uccide lo indebolisce. Ma la borghesia italiana è la più miserabile d'Europa. Incapace oggi di realizzare il proprio terrore attivo sul proletariato, non le resta che tentare di comunicare alla maggioranza della popolazione il proprio terrore passivo, la paura del proletariato. Impotente e maldestra, nel tentativo di bloccare in questo modo lo sviluppo del movimento rivoluzionario e di crearsi ad un tempo artificialmente una forza che non possiede, rischia di perdere in un sol colpo entrambe le possibilità. E' così che le fazioni più avanzate del potere (interne o parallele - governative o d'opposizione) hanno dovuto sbagliare. L'eccesso di debolezza riporta la borghesia italiana sul terreno dell'eccesso poliziesco, essa comincia a comprendere che la sua sola possibilità uscire da un'agonia senza fine passa per il rischio della fine immediata della sua agonia. Così il Potere deve bruciare fin dall'inizio l'ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, doppia carta del falso "pericolo anarchico" (per la destra) e del falso "pericolo fascista" (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più, l'atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato. Per il proletariato dunque, non si tratta più evitarla né di incominciarla, ma di vincerla. Ed esso ha ormai incominciato a capire che non è con la violenza parziale che la può vincere, ma con l'autogestione totale della violenza rivoluzionaria e l'armamento generale dei lavoratori organizzati nei Consigli operai. Esso quindi sa ormai di dover respingere definitivamente, con la rivoluzione, l'ideologia della violenza insieme alla violenza dell'ideologia.
Compagni: non lasciatevi fermare qui: il potere e i suoi alleati hanno paura di perdere tutto; noi non dobbiamo avere paura di loro e soprattutto non dobbiamo averne di noi stessi: « non abbiamo da perdere che le nostre catene e tutto un mondo da guadagnare ».
Viva il potere assoluto dei Consigli operai!
GLI amici dell'INTERNAZIONALE 19 dicembre 1969
Il reichstag brucia di nuovo? Prepariamoci ad affrontare l'ipotesi di una nuova strategia della tensione!
Compagni, il movimento reale del proletariato rivoluzionario italiano lo sta conducendo verso il punto da cui sarà impossibile - per lui e per i suoi nemici - ogni ritorno al passato. Mentre si dissolvono una dopo l'altra tutte le illusioni sulla possibilità di ristabilire la "normalità" della situazione precedente, matura per entrambe le parti la necessità di rischiare il proprio presente per guadagnarsi il proprio futuro. Di fronte al montare del movimento rivoluzionario, malgrado la metodica azione di recupero dei sindacati e dei burocrati della vecchia e nuova "sinistra", diviene fatale per il Potere rispolverare ancora una volta la vecchia commedia dell'ordine, giocando questa volta la falsa carta del terrorismo, nel tentativo di scongiurare la situazione che lo costringerà a scoprire tutto il suo gioco di fronte alla chiarezza della rivoluzione. Gli attentati anarchici del 1921, i gesti disperati dei sopravvissuti al fallimento del movimento rivoluzionario di allora, fornirono un comodo pretesto alla borghesia italiana per instaurare, con il fascismo, lo stato d'assedio su tutta la società. Forte - nella sua impotenza - della lezione del passato, la borghesia italiana del 1969 non ha bisogno di vivere la grande paura del moto rivoluzionario, né di aspettare la forza che solo dalla sconfitta di questo le può ancora derivare, per liberarsi delle proprie illusioni democratiche. Oggi essa non ha più bisogno degli errori dei vecchi anarchici per trovare un pretesto alla realizzazione politica della propria realtà totalitaria, ma tale pretesto cerca di fabbricarselo da sola, incastrando i nuovi anarchici in una montatura poliziesca, o manipolando i più sprovveduti fra loro in una grossolana provocazione. Gli anarchici, in effetti, offrono i migliori requisiti per le esigenze del potere: immagine staccata e ideologica del movimento reale, il loro "estremismo" spettacolare permette di colpire in loro l'estremismo reale del movimento.
LA BOMBA Dl MILANO E' ESPLOSA CONTRO IL PROLETARIATO
Destinata a ferire le categorie meno radicalizzate, per allearle al potere, e a chiamare a raccolta la borghesia per la "caccia alle streghe": non a caso la strage fra gli agricoltori (Banca Nazionale dell'Agricoltura), solo la paura tra i borghesi (Banca Commerciale). I risultati, diretti e indiretti, degli attentati, sono il loro fine. Per il passato, l'atto terroristico - come manifestazione primitiva e infantile della violenza rivoluzionaria nelle situazioni arretrate, o come violenza perduta sul terreno delle rivoluzioni sconfite - non è mai stato che un atto di rifiuto parziale, e perciò vinto in partenza: la negazione della politica sul terreno della politica stessa. Al contrario, nella situazione attuale, di fronte all'ascesa di un nuovo periodo rivoluzionario, è il Potere stesso che, nel tendere alla propria affermazione totalitaria, esprime spettacolarmente la propria negazione terroristica. In un'epoca che vede rinascere il movimento che sopprime ogni potere separato dagli individui, il Potere stesso è costretto a riscoprire, fino alla prassi cosciente, che tutto ciò che esso non uccide lo indebolisce. Ma la borghesia italiana è la più miserabile d'Europa. Incapace oggi di realizzare il proprio terrore attivo sul proletariato, non le resta che tentare di comunicare alla maggioranza della popolazione il proprio terrore passivo, la paura del proletariato. Impotente e maldestra, nel tentativo di bloccare in questo modo lo sviluppo del movimento rivoluzionario e di crearsi ad un tempo artificialmente una forza che non possiede, rischia di perdere in un sol colpo entrambe le possibilità. E' così che le fazioni più avanzate del potere (interne o parallele - governative o d'opposizione) hanno dovuto sbagliare. L'eccesso di debolezza riporta la borghesia italiana sul terreno dell'eccesso poliziesco, essa comincia a comprendere che la sua sola possibilità uscire da un'agonia senza fine passa per il rischio della fine immediata della sua agonia. Così il Potere deve bruciare fin dall'inizio l'ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, doppia carta del falso "pericolo anarchico" (per la destra) e del falso "pericolo fascista" (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più, l'atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato. Per il proletariato dunque, non si tratta più evitarla né di incominciarla, ma di vincerla. Ed esso ha ormai incominciato a capire che non è con la violenza parziale che la può vincere, ma con l'autogestione totale della violenza rivoluzionaria e l'armamento generale dei lavoratori organizzati nei Consigli operai. Esso quindi sa ormai di dover respingere definitivamente, con la rivoluzione, l'ideologia della violenza insieme alla violenza dell'ideologia.
Compagni: non lasciatevi fermare qui: il potere e i suoi alleati hanno paura di perdere tutto; noi non dobbiamo avere paura di loro e soprattutto non dobbiamo averne di noi stessi: « non abbiamo da perdere che le nostre catene e tutto un mondo da guadagnare ».
Viva il potere assoluto dei Consigli operai!
GLI amici dell'INTERNAZIONALE 19 dicembre 1969
15 dicembre 2009
I LIBERALI SI INCHINANO A BERLUSCONI. LE SINISTRE ASSUMANO UN’INIZIATIVA DI MOBILITAZIONE.
Pur di ottenere la benedizione dei salotti buoni, le opposizioni liberali (PD e UDC) si inchinano di fronte alla sacralità del premier Bonaparte, nel momento stesso in cui il suo governo aggredisce le opposizioni e annunciano "leggi speciali". Le stesse sinistre sembrano oscillare tra il balbettio e il silenzio per paura di essere “scaricate” da un eventuale CLN.
Più ancora del gesto di uno psicolabile, è questa cultura suicida della subalternità e della resa a rafforzare Berlusconi (e il populismo dipietrista).
E’ necessaria e urgente una reazione. L’intera sinistra italiana deve assumere, unita, una propria iniziativa di mobilitazione, svincolandosi dalla soggezione al PD o all'Italia dei Valori. Proponiamo a tutte le sinistre, politiche e sindacali, un incontro urgente per discutere su come fronteggiare l’emergenza.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La grande forza motrice della oligarchia è la convinzione di far bene.
Jack london "Il tallone di ferro" (Leggi)
E ora vietato fischiare! La trovata di La Russa
di Iaia Vantaggiato su il manifesto del 15/12/2009
Che il lancio del «Duomo» contro il volto di Silvio Berlusconi sia stato il gesto isolato di un folle, a Ignazio La Russa appare un fatto assodato.
Nessun mandante nascosto, nessuna occulta regia. Almeno non nel senso tradizionale del termine: «Nessuno mi leva dalla testa - ha spiegato il ministro della difesa - che la persona che ha aggredito il premier sia stata agitata da quel centinaio di persone che per tutto il comizio hanno minacciato e fischiato il presidente del consiglio. Un'ora di contestazioni ha influito sulla psiche di chi ha agito in quel modo».
Scatta così la tolleranza zero nei confronti di chi - nel corso delle pubbliche manifestazioni - disturba, minaccia, usa violenza o agisce «travisato». E da qui nasce la proposta di portare in parlamento una norma che metta al bando da quelle manifestazioni - oltreché dalle regole del gioco della politica italiana - qualsiasi forma di contestazione e di provocazione. Una norma in realtà già esistente ma che si «limitata» a punire chi disturba i comizi politici solo negli ultimi trenta giorni di campagna elettorale con pene da 1 a 3 anni. Troppo poco per La Russa che chiede di rendere sempre valida quella norma e di inasprire le condanne alzando le pene dai 2 ai 4 anni nel caso in cui «il disturbo sia aggravato da violenze, minacce o persone travisate».
Misure che tuttavia, La Russa ne è consapevole, non risolvono una questione che è insieme politica e di ordine pubblico. Lapidario nel commentare la richiesta di dimisiioni da molti avanzata nei confronti questore di Milano Vincenzo Indolfi - «la questione esula dalle nostre competenze» - il ministro della Difesa esprime invece piena e totale la solidarietà «agli agenti che hanno agito in condizioni non certamente facili. Il mio apprezzamento è privo di ogni riflesso negativo».
Problemi di ordine pubblico ma anche più strettamente politici. Ignazio La Russa non se la prende infatti solo con i «contestatori milanesi» - l'anniversario di piazza Fontana prima, il comizio di Berlusconi poi - quando afferma che «bisogna fermarsi sull'orlo del baratro e fermare questa spirale di odio che può portare solo alla violenza». Nel mirino è soprattutto il «No B-day», una vera e propria caccia all'uomo che nulla avrebbe a che fare con la polemica politica: «Non c'è mai stata negli anni passati, una manifestazione contro un uomo solo e il No B-day è la vergogna delle vergogne». L'episodio che domenica scorsa ha visto protagonista Berlusconi altro non sarebbe che il frutto di un clima di tensione creatosi negli ultimi mesi intorno al presidente del consiglio, un clima assai diverso da quello che la maggioranza avrebbe tutto l'interesse a mantenere.
E a chi, a questo punto, si aspetterebbe il solito attacco indiscriminato ai giornali di sinistra, il ministro riserva una sorpresa affermando di condividere pienamente il fondo con cui il direttore di Repubblica - suo acerrimo e storico nemico - ha condannato senza distinguo l'aggressione al premier: «Mi auguro che quelle parole cambino i rapporti tra maggioranza e opposizione e tra i giornali e Berlusconi».
Un auspicio però inquinato, dalle parole di Antonio Di Pietro e Rosy Bindi «i cui distinguo sono deprimenti e poco mi fanno sperare in un riavvicinamento delle parti». Bravi, invece, Bersani e Fini che sono andati a trovare Berlusconi in ospedale e poco ci manca che La Russa non dica «bravo» anche al papa che a Berlusconi ha mandato un telegramma.
I proletari non devono farsi intimidire.
I capitalisti devono pagare la crisi.
Che se ne vadano tutti, governino i lavoratori!
Più ancora del gesto di uno psicolabile, è questa cultura suicida della subalternità e della resa a rafforzare Berlusconi (e il populismo dipietrista).
E’ necessaria e urgente una reazione. L’intera sinistra italiana deve assumere, unita, una propria iniziativa di mobilitazione, svincolandosi dalla soggezione al PD o all'Italia dei Valori. Proponiamo a tutte le sinistre, politiche e sindacali, un incontro urgente per discutere su come fronteggiare l’emergenza.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
La grande forza motrice della oligarchia è la convinzione di far bene.
Jack london "Il tallone di ferro" (Leggi)
E ora vietato fischiare! La trovata di La Russa
di Iaia Vantaggiato su il manifesto del 15/12/2009
Che il lancio del «Duomo» contro il volto di Silvio Berlusconi sia stato il gesto isolato di un folle, a Ignazio La Russa appare un fatto assodato.
Nessun mandante nascosto, nessuna occulta regia. Almeno non nel senso tradizionale del termine: «Nessuno mi leva dalla testa - ha spiegato il ministro della difesa - che la persona che ha aggredito il premier sia stata agitata da quel centinaio di persone che per tutto il comizio hanno minacciato e fischiato il presidente del consiglio. Un'ora di contestazioni ha influito sulla psiche di chi ha agito in quel modo».
Scatta così la tolleranza zero nei confronti di chi - nel corso delle pubbliche manifestazioni - disturba, minaccia, usa violenza o agisce «travisato». E da qui nasce la proposta di portare in parlamento una norma che metta al bando da quelle manifestazioni - oltreché dalle regole del gioco della politica italiana - qualsiasi forma di contestazione e di provocazione. Una norma in realtà già esistente ma che si «limitata» a punire chi disturba i comizi politici solo negli ultimi trenta giorni di campagna elettorale con pene da 1 a 3 anni. Troppo poco per La Russa che chiede di rendere sempre valida quella norma e di inasprire le condanne alzando le pene dai 2 ai 4 anni nel caso in cui «il disturbo sia aggravato da violenze, minacce o persone travisate».
Misure che tuttavia, La Russa ne è consapevole, non risolvono una questione che è insieme politica e di ordine pubblico. Lapidario nel commentare la richiesta di dimisiioni da molti avanzata nei confronti questore di Milano Vincenzo Indolfi - «la questione esula dalle nostre competenze» - il ministro della Difesa esprime invece piena e totale la solidarietà «agli agenti che hanno agito in condizioni non certamente facili. Il mio apprezzamento è privo di ogni riflesso negativo».
Problemi di ordine pubblico ma anche più strettamente politici. Ignazio La Russa non se la prende infatti solo con i «contestatori milanesi» - l'anniversario di piazza Fontana prima, il comizio di Berlusconi poi - quando afferma che «bisogna fermarsi sull'orlo del baratro e fermare questa spirale di odio che può portare solo alla violenza». Nel mirino è soprattutto il «No B-day», una vera e propria caccia all'uomo che nulla avrebbe a che fare con la polemica politica: «Non c'è mai stata negli anni passati, una manifestazione contro un uomo solo e il No B-day è la vergogna delle vergogne». L'episodio che domenica scorsa ha visto protagonista Berlusconi altro non sarebbe che il frutto di un clima di tensione creatosi negli ultimi mesi intorno al presidente del consiglio, un clima assai diverso da quello che la maggioranza avrebbe tutto l'interesse a mantenere.
E a chi, a questo punto, si aspetterebbe il solito attacco indiscriminato ai giornali di sinistra, il ministro riserva una sorpresa affermando di condividere pienamente il fondo con cui il direttore di Repubblica - suo acerrimo e storico nemico - ha condannato senza distinguo l'aggressione al premier: «Mi auguro che quelle parole cambino i rapporti tra maggioranza e opposizione e tra i giornali e Berlusconi».
Un auspicio però inquinato, dalle parole di Antonio Di Pietro e Rosy Bindi «i cui distinguo sono deprimenti e poco mi fanno sperare in un riavvicinamento delle parti». Bravi, invece, Bersani e Fini che sono andati a trovare Berlusconi in ospedale e poco ci manca che La Russa non dica «bravo» anche al papa che a Berlusconi ha mandato un telegramma.
I proletari non devono farsi intimidire.
I capitalisti devono pagare la crisi.
Che se ne vadano tutti, governino i lavoratori!
Al fianco dei lavoratori della Fincantieri: occupare e licenziare i padroni!
Fincantieri, è rottura Gli operai tornano a occupare
Il Secolo XIX - Genova I lavoratori dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente, a Genova, tornano a occupare la direzione dopo che si è concluso con una rottura il tavolo di confronto in Prefettura a Genova.
La protesta va avanti da ieri sera. Poco dopo le sette, questa mattina, alcune centinaia di operai sono usciti in strada a Genova Sestri e hanno bloccato via Soliman in entrambi i sensi di marcia, provocando forti ripercussioni anche sull’autostrada A10; a complicare la situazione del traffico è arrivata la chiusura, causata dal vento forte, dei terminal Sech e Vte dei porti di Genova e Voltri, andata avanti sino alla fine della mattinata.
Secondo quanto spiegato da Bruno Manganaro (Fiom-Cgil di Genova), i lavoratori hanno trascorso la notte nelle palazzine delle direzioni con alcuni dirigenti dell’azienda, che sono rimasti con loro. «L’azienda non paga un premio e manda un segnale preoccupante - ha detto Manganaro - Dicendo che Genova, La Spezia e Ancona non sono cantieri efficienti, fa capire che un domani questi cantieri potrebbero essere ridimensionati»; l’azienda avrebbe dovuto versare un premio di 600 euro a fine dicembre e 150 a gennaio.
Poco dopo le 12 si è aperto uno spiraglio nella trattativa: una delegazione di lavoratori è stata ricevuta dal prefetto di Genova, dove però è andato in scena un vero e proprio “braccio di ferro” fra rappresentanti dell’azienda e sindacalisti, che hanno chiesto il ritiro del provvedimento che blocca i premi, in vista di un incontro che si terrà domani a Roma con le segreterie di Cgil, Cisl e Uil; l’azienda ha risposto di «no», nonostante le pressioni della Regione.
I sindacati così hanno annunciato il proseguimento della protesta: gli operai rimuovono i blocchi in strada ma torneranno a occupare lo stabilimento.
Le ragioni della protesta
Lo sciopero era scattato dopo che l’azienda aveva confermato alle segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm e alle Rsu dei cantieri di Sestri Ponente, Muggiano e Ancona che il previsto pagamento del premio per il mese di dicembre, non sarebbe stato erogato, «non rispettando così gli accordi nazionali sindacali del luglio scorso». I lavoratori, con un corteo interno, hanno raggiunto la sede della direzione del cantiere inscenando una manifestazione di protesta: «I lavoratori chiedono che i patti siano rispettati, pena l’inasprimento del conflitto», ha detto Bruno Manganaro segretario Fiom di Genova.
Negli uffici, ieri sera c’erano anche rappresentanti del management: a Sestri, Paolo Campion, direttore dello stabilimento, e Roberto Olivari, direttore del personale; al Muggiano, bloccati in stabilimento c’erano Marco Leboffe, Stefano Orlando e Marco Grillo, responsabili di stabilimento, produzione e personale: «Liberi di andarsene - dicono i sindacati - non è un sequestro».
Il Secolo XIX - Genova I lavoratori dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente, a Genova, tornano a occupare la direzione dopo che si è concluso con una rottura il tavolo di confronto in Prefettura a Genova.
La protesta va avanti da ieri sera. Poco dopo le sette, questa mattina, alcune centinaia di operai sono usciti in strada a Genova Sestri e hanno bloccato via Soliman in entrambi i sensi di marcia, provocando forti ripercussioni anche sull’autostrada A10; a complicare la situazione del traffico è arrivata la chiusura, causata dal vento forte, dei terminal Sech e Vte dei porti di Genova e Voltri, andata avanti sino alla fine della mattinata.
Secondo quanto spiegato da Bruno Manganaro (Fiom-Cgil di Genova), i lavoratori hanno trascorso la notte nelle palazzine delle direzioni con alcuni dirigenti dell’azienda, che sono rimasti con loro. «L’azienda non paga un premio e manda un segnale preoccupante - ha detto Manganaro - Dicendo che Genova, La Spezia e Ancona non sono cantieri efficienti, fa capire che un domani questi cantieri potrebbero essere ridimensionati»; l’azienda avrebbe dovuto versare un premio di 600 euro a fine dicembre e 150 a gennaio.
Poco dopo le 12 si è aperto uno spiraglio nella trattativa: una delegazione di lavoratori è stata ricevuta dal prefetto di Genova, dove però è andato in scena un vero e proprio “braccio di ferro” fra rappresentanti dell’azienda e sindacalisti, che hanno chiesto il ritiro del provvedimento che blocca i premi, in vista di un incontro che si terrà domani a Roma con le segreterie di Cgil, Cisl e Uil; l’azienda ha risposto di «no», nonostante le pressioni della Regione.
I sindacati così hanno annunciato il proseguimento della protesta: gli operai rimuovono i blocchi in strada ma torneranno a occupare lo stabilimento.
Le ragioni della protesta
Lo sciopero era scattato dopo che l’azienda aveva confermato alle segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm e alle Rsu dei cantieri di Sestri Ponente, Muggiano e Ancona che il previsto pagamento del premio per il mese di dicembre, non sarebbe stato erogato, «non rispettando così gli accordi nazionali sindacali del luglio scorso». I lavoratori, con un corteo interno, hanno raggiunto la sede della direzione del cantiere inscenando una manifestazione di protesta: «I lavoratori chiedono che i patti siano rispettati, pena l’inasprimento del conflitto», ha detto Bruno Manganaro segretario Fiom di Genova.
Negli uffici, ieri sera c’erano anche rappresentanti del management: a Sestri, Paolo Campion, direttore dello stabilimento, e Roberto Olivari, direttore del personale; al Muggiano, bloccati in stabilimento c’erano Marco Leboffe, Stefano Orlando e Marco Grillo, responsabili di stabilimento, produzione e personale: «Liberi di andarsene - dicono i sindacati - non è un sequestro».
Iscriviti a:
Post (Atom)
