iniziative in corso

Tesseramento 2014

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2014

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2014

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2014

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2014

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

31 luglio 2014

Disintossicazione dall’oppio dei popoli, ovvero pillole semiserie di contro-catechismo

di Volodia


Ma che male vuoi che faccia? Eh, ma anche tu sei stato cresciuto da cattolico eppure adesso sei ateo, non è mica vero che ti condizionano! Ma no, non si fa catechismo, si gioca più che altro a pallone!”

Chiunque abbia scelto di non dare un’educazione cattolica ai propri figli ha quasi sicuramente dovuto controbattere più volte a questi e altri argomenti. Il perché “li prendano da piccoli” è chiaro, lo dice la chiesa cattolica nel catechismo, ossia il manuale a cui devono attenersi tutti gli educatori cattolici e in cui sono esplicitate le posizioni ufficiali della chiesa sui temi più importanti.

(2225) Dalla grazia del sacramento del Matrimonio i genitori hanno ricevuto la responsabilità e il privilegio di evangelizzare i loro figli. Li inizieranno, fin dai primi anni di vita, ai misteri della fede dei quali essi, per i figli, sono « i primi annunziatori ». Li faranno partecipare alla vita della Chiesa fin dalla più tenera età. I modi di vivere in famiglia possono sviluppare le disposizioni affettive che, per l’intera esistenza, costituiscono autentiche condizioni preliminari e sostegni di una fede viva.

Chiunque viene “evangelizzato” da piccolo, sarà condizionato per tutta la vita. Ma cos'è che viene insegnato di preciso? Quali sono i messaggi, neanche tanto sotterranei, che passano attraverso il catechismo?

Molti cattolici si affannano ad affermare che non si viene condizionati, che sì la chiesa ha posizioni molto rigide su certi argomenti, ma don X è molto tollerante, la catechista Y è molto buona e gentile, sicuramente fa bene ai bambini, vengono comunque insegnati dei valori positivi.

No.

Come alcune sostanze pesanti, il catechismo fa male sempre, anche a piccole dosi. Brucia il cervello, in tutti gli aspetti della vita umana (sessualità, autodeterminazione, indipendenza di giudizio, etica, ecc.)

Perché nel catechismo si annidano concetti mica da ridere, anche in quelli apparentemente innocui. Si condanna l’omosessualità, ogni tipo di organizzazione diversa dalla famiglia etero e benedetta dal matrimonio, l’aborto e la contraccezione, ma si giustificano la guerra, la leva obbligatoria e la pena di morte (v. paragrafi 2267, 2309, 2310).

Ma il punto che mi preme affrontare è il rapporto tra l’educazione cattolica e la rivoluzione/rapporto con l’autorità. Perché la chiesa mira a mantenere lo status quo del capitalismo e lo fa esplicitamente, con buona pace di qualche riformista che ancora crede alla favola di Gesù (o Francesco) primo socialista della storia.

Cominciamo con l’assoluta rinuncia a pensare con la propria testa richiesta a tutti i battezzati (i grassetti sono miei, ogni paragrafo è preceduto dal numero con cui potrete trovarlo nel catechismo, scaricabile dal sito del vaticano www.vatican.va):
143 Con la fede l’uomo sottomette pienamente a Dio la propria intelligenza e la propria volontà.
157 La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. Indubbiamente, le verità rivelate possono sembrare oscure alla ragione e all’esperienza umana, ma…
Come i sudditi del Grande Fratello di orwelliana memoria, dobbiamo credere che due più due faccia cinque, come burattini privi di qualsiasi intelligenza e volontà. Non ci si può fidare della ragione umana, per carità. E d’altronde da quando abbiamo cominciato a ragionare, chi ci ferma più: razzi spaziali, trapianti d’organi… Ah il caro vecchio Medioevo quando bastavano due affreschi con dei mostri per avere un esercito di pupazzi che pagavano le decime…

Nel caso non fosse chiaro, il catechismo insiste particolarmente su questo punto:
1269 Divenuto membro della Chiesa, il battezzato non appartiene più a se stesso, ma a colui che è morto e risuscitato per noi. Perciò è chiamato a sottomettersi agli altri, a servirli nella comunione della Chiesa, ad essere «obbediente» e «sottomesso» ai capi della Chiesa, e a trattarli «con rispetto e carità».
Capito? Baciate l’anello. Siate obbedienti e sottomessi ai capi della chiesa.

Ma non solo… occorre essere obbedienti e sottomessi anche al potere costituito, dato che le autorità civili sono espressione dell’autorità di dio. Il motto “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, citato a sproposito come mirabolante concessione da parte di Cristo della separazione tra stato e chiesa, e quindi del permesso all’esistenza di uno stato laico (troppo buono), non è altro che una soggezione a una doppia schiavitù, sotto il tallone del clero e dei capitalisti, della chiesa (una potenza economica molto simile a una multinazionale “normale”) e dello stato borghese.

Non credete che sia scritto nel catechismo che insegnano in parrocchia? Ecco qua.
1899 L’autorità, esigita dall’ordine morale, viene da Dio: « Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna » (Rm 13,1-2).
1900 Il dovere di obbedienza impone a tutti di tributare all’autorità gli onori che ad essa sono dovuti e di circondare di rispetto e, secondo il loro merito, di gratitudine e benevolenza le persone che ne esercitano l’ufficio.
Ne consegue che fare la rivoluzione, sovvertire l’ordine sociale è un peccato mortale, i poveri devono restare poveri, benedetti loro, e i ricchi possono e devono rimanere ricchi. Non solo non ci si può ribellare, si deve anche portare rispetto e baciare la mano che regge il manganello.
Gesù stesso dice «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste... » (Mt 5,44-45).
Porgete quattro, cinque, dieci guance a chi vi opprime: l’ordinamento sociale è infatti stabilito da dio, la sofferenza che genera è un’altra delle tante altre sofferenze a cui dio è completamente sordo.

La rivoluzione è quindi sostituita dalla carità. I poveri devono aiutarsi tra loro e il bravo padrone, occasionalmente, fa cadere qualche briciola.
1941 I problemi socio-economici non possono essere risolti che mediante il concorso di tutte le forme di solidarietà: solidarietà dei poveri tra loro, dei ricchi e dei poveri, dei lavoratori tra loro, degli imprenditori e dei dipendenti nell’impresa, solidarietà tra le nazioni e tra i popoli.
D’altra parte la proprietà privata è sacrosanta. È un diritto della famiglia.
2211 La comunità politica ha il dovere di onorare la famiglia, di assisterla, e di assicurarle in particolare:
— la libertà di costituirsi, di procreare figli e di educarli secondo le proprie convinzioni morali e religiose;
— la tutela della stabilità del vincolo coniugale e dell’istituto familiare;
— la libertà di professare la propria fede, di trasmetterla, di educare in essa i
figli, avvalendosi dei mezzi e delle istituzioni necessarie;
il diritto alla proprietà privata, la libertà di intraprendere un’attività, di procurarsi un lavoro e una casa, il diritto di emigrare;
Il padrone infatti, secondo la chiesa cattolica, ha il diritto di fare profitti sulla pelle dei propri dipendenti, basta dare il minimo indispensabile a garantire al proletario una vita dignitosa, il resto è tutto del padrone:
2432 I responsabili di imprese hanno, davanti alla società, la responsabilità economica ed ecologica delle loro operazioni. Hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto l’aumento dei profitti. Questi, comunque, sono necessari. Permettono di realizzare gli investimenti che assicurano l’avvenire delle imprese. Garantiscono l’occupazione.
2434 Il lavoro va remunerato in modo tale da garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una vita dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale e spirituale, corrispondentemente al tipo di attività e grado di rendimento economico di ciascuno, nonché alle condizioni dell’impresa e al bene comune
Ecco perché il cattolicesimo o il cristianesimo e le religioni in generale sono assolutamente incompatibili con l’abbattimento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Anzi, la loro stessa esistenza si nutre della credulità delle grandi masse, fungendo da utile strumento di controllo delle coscienze e delle azioni degli strati oppressi della popolazione.

Il catechismo forma burattini soggetti all’autorità, a cui viene insegnato che ribellarsi è immorale e che l’ingiustizia sociale è frutto del disegno divino, quindi giusta e immutabile.

L’unica soluzione è, da un lato, l’abbattimento totale della chiesa in quanto potere di controllo sociale/temporale e, dall’altro, una sana e consapevole liberazione da tutti i condizionamenti, più o meno velati, che crescere in questo paese nel 2014 invariabilmente comporta.

30 luglio 2014

Lo scontro alitalia di nuovo spartiacque

La vicenda Alitalia torna sul fronte della lotta di classe. Oggi come ieri con funzioni di laboratorio generale.

2008: IL SACCHEGGIO CAPITALISTICO DI ALITALIA , IN SALSA TRICOLORE

Nel 2008 , lo scontro Alitalia svolse una funzione di spartiacque.

La compagnia fu svenduta a una cordata tricolore di capitalisti e banchieri con grande squillo di fanfare. Capitalisti e banchieri ( a partire da Unicredit e Banca Intesa) chiesero e ottennero come condizione d'acquisto due semplici cose. Innanzitutto il trasferimento dell'enorme debito della vecchia compagnia sulle tasche dei contribuenti ( cioè in larga parte dei lavoratori italiani), attraverso l'operazione “bad company”. Parallelamente, la cancellazione di 10000 posti di lavoro, con la copertura di una cassa in deroga straordinaria, e il drastico peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti sopravvissuti. Fu per alcuni aspetti una svolta. Per la prima volta si sancì il principio della derogabilità del contratto nazionale in caso di crisi aziendale. E lo si fece esattamente all'atto di apertura della grande crisi capitalistica internazionale e della profonda recessione italiana. Fu uno sfondamento pilota, che farà scuola negli anni successivi, a partire dalla FIAT, sino ad essere incorporato negli accordi di concertazione e nella legislazione sul lavoro.

Sei anni dopo, punto e a capo. Non solo non si è realizzato l'annunciato rilancio della compagnia, “grazie a privatizzazione e logica di mercato”, ma proprio la crisi capitalistica del mercato ha affondato la nuova compagnia : competizione compagnie low cost, concorrenza ferroviaria sulle tratte nazionali centrali a sua volta sospinta da liberalizzazioni e privatizzazioni, riduzione secca della domanda connessa alla crisi generale, concorrenza accresciuta di compagnie estere, europee ed asiatiche, anch'esse ristrutturate e alleggerite nei “costi”..


2014: IL NUOVO BANCHETTO DEI CAPITALISTI CONTRO I LAVORATORI DELLA COMPAGNIA

Da qui il nuovo capitolo del saccheggio capitalistico dell'Alitalia e dei suoi lavoratori. Il copione si ripete, ma in un quadro peggiorato.

I principali soci Alitalia ( Intesa San paolo, Unicredit, Monte dei Paschi, Immsi di Colaninno, Atlantia di Benetton) non reggono la precipitazione del passivo della compagnia ( 569 milioni di perdite nel solo 2013). Le banche in particolare, strette dalla crisi generale e dai problemi di capitalizzazione, chiedono soccorso pubblico. Il governo Letta provvede con l'ingresso di Poste Italiane ( a loro volta largamente privatizzate) nel capitale azionario dell'azienda, quale azionista di controllo: i risparmi pubblici, drenati dalle poste, vanno a soccorso delle banche. Ma l'apporto finanziario non è sufficiente. E' “necessario un coinvolgimento estero” determinante. Si fa avanti la compagnia araba Etihad. Tutti la salutano come “salvatrice” della compagnia e “ultima spiaggia” con lo stesso entusiasmo propagandistico con cui avevano salutato... i “salvatori” della CAI nel 2008. Ma i capitalisti arabi, come i capitalisti di ogni paese e bandiera, pongono condizioni. Guarda caso le stesse condizioni poste dai salvatori del 2008: abbattimento dei debiti pregressi, riduzione dei posti di lavoro, certezza della pace sociale.

Capitalisti e banchieri italiani non hanno certo difficoltà ad accettare. Salvo lo sgomitamento furioso fra banche e Poste sulle rispettive contribuzioni all'aumento di capitale ( 250 milioni) e su come spartirsi l'onere dei debiti. Ma i lavoratori?

Governo, banche, capitalisti italiani e arabi parlano su questo all'unisono. E usano l'identico linguaggio del 2008: “Per salvare e rilanciare la compagnia, occorre un sacrificio dei lavoratori”. Il sacrificio richiesto è meno esteso ma più pesante che nel 2008: migliaia di lavoratori espulsi dall'azienda senza la copertura di ammortizzatori, neppure ordinari. I lavoratori espulsi verrebbero consegnati ( “ricollocati”) ad agenzie del lavoro, che si occuperebbero del loro “futuro”. Punto. E' il primo licenziamento di massa senza neppure la parvenza di un paracadute. E' la prima sperimentazione sul campo della riforma del mercato del lavoro intrapresa dal decreto Poletti e annunciata dal Yob Act. Un fatto enorme e un precedente devastante. In più i lavoratori sopravvissuti subirebbero una ulteriore riduzione secca del proprio stipendio, mentre migliaia di lavoratori cassaintegrati della vecchia Alitalia, già socialmente umiliati e declassati, vedono scadere la propria residua cassa integrazione..


LE SINISTRE BALBUZIENTI O COMPLICI. OGGI COME IERI.

Come nel 2008, le sinistre sindacali e politiche balbettano o sono complici.

Allora siglarono l'accordo capestro dei 10000 esuberi (CGIL,CISL,UIL) o si rifiutarono di intraprendere una lotta dura e radicale contro di esso giungendo a contrapporsi ad ogni processo di lotta a oltranza ( SDL e, sul piano politico, il PRC).

Oggi ciò che resta delle sinistre politiche riformiste( SEL e PRC, in altre faccende impegnate) si limita a “preoccupazioni” platoniche, o si affida alla burocrazia CGIL . (Qualcuno ha udito la voce sul tema ..della lista Tsipras?)
La CGIL, ormai paralizzata su tutto il fronte, cerca di far quadrare il cerchio: dissente sugli esuberi senza ammortizzatori, ma accetta il taglio degli stipendi e un contratto nazionale umiliante. Nella sostanza copre l'accordo fra governo e capitalisti, cercando di salvarsi l'anima.
La CISL, com'è tradizione, loda l'accordo nel nome della “difesa del lavoro”(!), anche pensando al proprio ruolo di lobby nelle Poste.
La UIL protesta formalmente contro il taglio degli stipendi ( a “tutela” simbolica di assistenti di volo e piloti, dove ha il grosso degli iscritti) ma sigla l'accordo micidiale sui licenziamenti ( che riguardano prevalentemente il personale di terra).

Intanto fa il suo esordio il Testo unico di Rappresentanza sindacale. L'accordo Alitalia è votato dal 26% dei lavoratori, la larga maggioranza non partecipa. Ma la CGIL assicura che l'”accordo è passato” perchè la maggioranza delle sigle l'ha siglato , e la maggioranza dei lavoratori non ha detto “no”. Il governo e i capitalisti plaudono alla responsabilità della CGIL. E' la migliore anticipazione della funzione concreta del testo unico. Se ve ne era bisogno.


NO ALL'ACCORDO ALITALIA, PER UN'ALTERNATIVA DI LOTTA

Come nel 2008, il PCL si oppone alla svendita sindacale e politica del lavoro in Alitalia. E a tutta la logica che sottende.

E' necessario innanzitutto respingere l'accordo. Una firma sotto quell'accordo, un avallo comunque espresso a quell'accordo, è un colpo ulteriore non solo ai lavoratori Alitalia, ma a tutto il movimento operaio. Tutte le sinistre politiche e sindacali si pronuncino con chiarezza contro l'accordo e uniscano le proprie forze contro di esso. Si attivi finalmente una mobilitazione unitaria fra i lavoratori Alitalia e del trasporto aereo da parte di tutte le organizzazioni sindacali contrarie all'accordo, superando logiche settarie e divisioni di sigla. In ogni organizzazione sindacale di classe, e in ogni categoria del mondo del lavoro, si denunci la natura e la funzione pilota di questo accordo, attivando pronunciamenti, controinformazione, battaglia politica e di massa.

Certo, la situazione è più complicata che nel 2008. Pesa sui lavoratori della compagnia la dura sconfitta di allora. Pesa il deterioramento più generale dei rapporti di forza fra le classi di cui le direzioni politiche e sindacali del movimento operaio portano la responsabilità determinante. Ma proprio l'effetto domino che ogni sconfitta racchiude dimostra la drammatica necessità di reagire. Di spezzare la dinamica a spirale della discesa. Di preparare le condizioni di una svolta. Pena una nuova precipitazione all'indietro. Questo è il bivio che ogni terreno di scontro rilevante oggi pone. Questo è il nuovo bivio dello scontro Alitalia. Il ruolo delle avanguardie di lotta, ovunque collocate, è costruire questa consapevolezza fra i lavoratori.

Ma la reazione di lotta non basta. Nell'interesse stesso di questa lotta di resistenza, occorre indicare una soluzione alternativa alla crisi Alitalia. Che muova dalle ragioni del lavoro e del servizio pubblico, non dall'interesse e dalla logica dei capitalisti.


LA LOGICA DEI CAPITALISTI E QUELLA DEI LAVORATORI

“O 1000 esuberi, o 15000 esuberi, questa è la scelta” dichiara testualmente Renzi. “Questa è la scelta” ripetono in coro, con diverse tonalità, tutti gli attori della partita. Insomma: “i licenziamenti sono obbligati, pochi o tanti scegliete voi, ma è la legge del mercato. Se non capitolate, Etihad se ne va, e voi siete tutti su una strada”. Questa è la logica comune, che punta alla conquista del senso comune. Ed è naturale. Perchè tutti gli attori della partita amministrano, con ruoli diversi, le leggi della società del capitale. Quelle per cui il lavoro ( il suo numero , la sua condizione, il suo costo..)è solo la variabile degli interessi dei capitalisti: dell'interesse o meno che hanno ad acquistarlo o a liquidarlo, del prezzo di mercato che offrono. In questa società il lavoro è solo una merce nel mondo delle merci: per i lavoratori ( e i loro sindacati) si tratta semplicemente di scegliere, nelle condizioni date, i propri capitalisti acquirenti. E quando la crisi del mercato abbatte numeri e condizioni di acquisto, occorre accettare la spiacevole legge di natura. E rassegnarsi.

Una sinistra classista e anticapitalista deve esattamente rovesciare questa logica e l'organizzazione sociale che l'esprime. No. Non vi è nessuna necessità “naturale” dei licenziamenti. Il principio base di un'economia razionale deve essere la tutela del lavoro. Il lavoro che c'è può essere ripartito fra tutti, a parità di paga, in modo che nessuno sia privato del lavoro. I padroni che licenziano possono essere licenziati, senza alcun indennizzo a carico della collettività, ponendo le loro aziende sotto il controllo dei lavoratori. I servizi pubblici che sono stati smantellati negli ultimi 20 anni per essere svenduti ai capitalisti e abbandonati al loro saccheggio, possono essere ripubblicizzati e posti sotto controllo sociale, e dunque riorganizzati e rilanciati secondo l'interesse della società.


NAZIONALIZZARE LA COMPAGNIA E IL TRASPORTO AEREO, SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Così è per il mondo dei trasporti e per lo stesso trasporto aereo.

Nessuna subordinazione al piano Renzi/Alitalia/Etihad ! Nessun ricatto dev'essere accettato!La compagnia Alitalia va finalmente nazionalizzata senza alcun indennizzo per i suoi grandi azionisti, e posta sotto il controllo dei lavoratori. L'intero trasporto aereo va pubblicizzato, dentro un piano generale di riorganizzazione e razionalizzazione del sistema dei trasporti. Solo questa soluzione può tutelare lavoro e lavoratori. Solo questa soluzione può rispondere all'interesse generale a un trasporto realmente efficiente, qualificato, razionale Solo questa soluzione può abbattere oltretutto l'enorme volume di sprechi connessi al mercato del trasporto, alla sua concorrenza, frammentazione, gestione burocratica.
Di certo i lavoratori e i tecnici del trasporto aereo saprebbero amministrarlo infinitamente meglio, in termini di professionalità e di costi, di quanto non facciano gli azionisti privati parassiti che giocano a monopoli sulla pelle dei lavoratori ; o i loro amministratori delegati dagli stipendi e liquidazioni d'oro, con il codazzo inesauribile di mangiatoie, sperperi, tangenti.

Certo. Battersi per questa soluzione significa contrapporsi alla società capitalista per una alternativa di società. Per un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, che faccia finalmente pulizia.

Ma una sinistra degna di questo nome o è rivoluzionaria o non è. O collega le lotte immediate a una prospettiva generale, o si riduce ( nel migliore dei casi) ad uno spazio d'immagine, per di più residuale. In ogni caso inutile per i lavoratori e gli sfruttati.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

28 luglio 2014

Cosa sta succedendo in Palestina? #PCLRisponde


Il portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori ci spiega cosa sta succedendo in Palestina e qual è la posizione dei rivoluzionari sulla questione.



26 luglio 2014

Per un metodo leninista nel rapporto con le elezioni

TRATTO DAL II congresso del PCL (Trotskismo.blogspot.it)

La partecipazione alle elezioni borghesi e la presentazione autonoma dei
comunisti sono il riferimento centrale della nostra politica elettorale. Entro
un quadro più generale di padroneggiamento teorico e politico leninista della
tattica elettorale, in funzione della costruzione indipendente del nostro
partito.
La piena comprensione, teorica e politica, della questione elettorale è importante
per l’orientamento politico dei rivoluzionari e lo sviluppo del proprio progetto
indipendente. Anche su questo terreno, come sulle questioni programmatiche più
generali, il leninismo rappresenta per il PCL un riferimento centrale. Non per
ripeterne meccanicamente ogni formulazione, ma per assimilarne a fondo il
metodo e la scuola. Evitando di riprendere involontariamente posizioni, argomenti,
atteggiamenti, contro cui storicamente il marxismo rivoluzionario si è formato e
forgiato.
I comunisti partecipano normalmente alle elezioni borghesi. L’intera tradizione
rivoluzionaria comunista ha combattuto aspramente sia l’”astensionismo di
principio”, sia più in generale ogni posizione di disimpegno o sottovalutazione
dell’importanza delle scadenze elettorali. E questo non per una ragione
“elettoralistico istituzionale”, ma per la ragione esattamente opposta: la
partecipazione ovunque possibile alle elezioni borghesi è un’occasione preziosa di
propaganda rivoluzionaria tra le masse, di intervento nella lotta di classe, di
costruzione del partito rivoluzionario. Tanto più nel caso di un piccolo partito, che
ha l’esigenza vitale di estendere la riconoscibilità pubblica del proprio programma
nella stessa avanguardia larga della classe ai fini del proprio radicamento e
sviluppo. La battaglia del bolscevismo tra il 1907 e il 1910 contro la sua frazione
“otzovista” che contestava la partecipazione alle elezioni della Duma; la battaglia
di Rosa Luxemburg nel 1918 contro il rifiuto dei comunisti tedeschi di partecipare
alle elezioni dell’Assemblea Costituente; ma soprattutto la forte battaglia di Lenin e
della larga maggioranza della terza Internazionale comunista contro le posizioni
astensioniste del bordighismo italiano, del Kapd tedesco, del tribunismo olandese
(Gorter), hanno avuto questo segno costante. Non si tratta affatto- diceva Lenin- di
aderire al “parlamentarismo borghese” o di attenuare la denuncia della sua natura.
Al contrario: si tratta di utilizzare a fondo con tutti i mezzi disponibili la tribuna delle
elezioni borghesi- e l’eventuale elezione di una propria rappresentanza nelle
istituzioni borghesi- per allargare la denuncia del parlamentarismo e creare le
condizioni del suo superamento rivoluzionario: lavorando a sviluppare, anche per
questa via, la coscienza politica delle masse. Sotto questo profilo il rapporto dei
rivoluzionari con le elezioni è esattamente opposto alla logica riformista. Per le
sinistre riformiste il terreno elettorale è normalmente l’ambito di concretizzazione di
compromessi istituzionali con i partiti borghesi in vista di ministeri o assessorati.
Per i rivoluzionari è un terreno di denuncia della borghesia, dei suoi partiti, delle
politiche collaborative dei riformisti. Di conseguenza, è opposta la valenza e l’uso
di eventuali eletti. Per le sinistre riformiste, gli eletti nelle istituzioni borghesi sono
una pedina negoziale del “gioco istituzionale”. Per i comunisti sono preziosi tribuni
del proprio programma rivoluzionario agli occhi del proletariato: e per questo
fisiologicamente collocati, per principio e senza eccezioni,all’opposizione di ogni
governo borghese (nazionale e locale). Per la stessa ragione i comunisti si battono
per una legge elettorale coerentemente proporzionale, senza soglie di
sbarramento e distorsioni maggioritarie: perché contrappongono il principio della
piena rappresentanza democratica al feticcio della governabilità borghese. La
battaglia per il proporzionale sarà oggetto di una specifica campagna del PCL.
La forma normale di partecipazione dei rivoluzionari alle elezioni, è quella della
presentazione autonoma e alternativa. Nella tradizione rivoluzionaria le elezioni
non sono un terreno di fronte unico d’azione, ma prevalentemente un terreno di
propaganda e presentazione del proprio programma indipendente: non di ciò che
unisce i rivoluzionari ad altri partiti, ma di ciò che li distingue o li contrappone ad
essi (siano questi i partiti borghesi, oppure siano, su un versante diverso, partiti di
sinistra riformista o centrista). L’indipendenza elettorale dei comunisti, come
espressione della loro indipendenza politica e programmatica, è un riferimento
ricorrente del marxismo rivoluzionario. La presentazione elettorale autonoma dei
comunisti è rivendicata da Marx nell’Indirizzo alla Lega del 1850, contro ogni
ipotesi di blocco con la piccola borghesia democratica. E’ ampiamente rivendicata
nella tradizione bolscevica contro la logica generale dei blocchi elettorali tra il
menscevismo e l’opposizione borghese liberale (partito cadetto). E’ sostenuta da
Trotsky in Germania all’inizio degli anni 30 contro la proposta avanzata
dall’organizzazione centrista Sap di un candidato di fronte unico tra comunisti e
socialdemocratici per le elezioni presidenziali (posizione tanto più significativa nel
momento in cui Trotsky rivendicava il fronte unico d’azione contro il fascismo):
L’idea di far proporre il candidato alla presidenza dal fronte unico operaio è
un’idea radicalmente sbagliata. Si può proporre un candidato solo sulla base di un
programma ben definito. Il partito non ha il diritto di rinunciare, durante alle
elezioni, alla mobilitazione dei suoi aderenti e all’inventario delle sue forze. La
candidatura di partito, contrapposta a tutte le altre candidature, non può impedire
in nessun modo l’accordo con altre organizzazioni per obiettivi immediati di lotta
(Trotski, 1931). I comunisti rifiutano di rimuovere o nascondere l’autonomia del
Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
“Analisi, proposte e programma nella grande crisi capitalista”
- 54 -
programma comunista, e quindi del proprio partito, di fronte alle masse: questa è
stata sempre l’indicazione di fondo. E questa indicazione si è frequentemente
scontrata con l’impostazione centrista. Per il centrismo il rapporto con le elezioni è
subordinato per lo più a considerazioni contingenti “di movimento” o
all’inseguimento di “un vantaggio” immediato (reale o presunto), fuori dalla
coerenza di un programma generale indipendente: da qui la frequente oscillazione
tra disimpegno elettorale ( “ci preoccupiamo delle lotte, non delle elezioni”) e la
ricerca privilegiata di blocchi elettorali con i partiti riformisti ( o di proprio
nascondimento in liste genericamente “alternative”). Per il marxismo rivoluzionario,
invece, il rapporto con le elezioni è sempre principalmente finalizzato al proprio
progetto generale: da qui il privilegiamento della presentazione autonoma e
alternativa.
Questa cornice generale non esaurisce- nella stessa esperienza storica, la
problematica delle scelte elettorali dei comunisti. Al contrario consente di
padroneggiarla, nella sua complessità e nelle sue articolazioni, subordinandola alla
politica rivoluzionaria.
Negare per principio i compromessi, negare in generale ogni ammissibilità di
compromessi, di qualunque genere essi siano, è una puerilità, che è persino
difficile prendere sul serio” dichiarava Lenin nella critica dell’Estremismo ( 1920),
riprendendo esattamente la critica di Engels ad alcuni comunardi blanquisti (1874).
L’essenziale - egli diceva- è saper distinguere “compromesso e compromesso”, dal
punto di vista del progetto indipendente dei rivoluzionari: “Il compito di un partito
realmente rivoluzionario non consiste nel proclamare un’impossibile rinuncia a
qualsiasi compromesso, ma nel saper conservare, attraverso tutti gli inevitabili
compromessi, la fedeltà ai principi, alla propria classe, al proprio compito
rivoluzionario, alle preparazione della rivoluzione e all’educazione delle masse
popolari per la vittoria della rivoluzione”(Lenin, settembre 17). Questo metodo è
valido in ogni campo della politica rivoluzionaria ( come ad es. nel campo
dell’azione sindacale quotidiana). E dunque è valido anche in campo elettorale.
Quali sono i “compromessi”elettorali, obbligati o volontari, che sono compatibili coi
principi e che possano favorire l’avanzamento della politica rivoluzionaria? La
tradizione rivoluzionaria offre una risposta di metodo a questo interrogativo.
Per fare alcuni esempi:
a. I rivoluzionari possono accettare l’apparentamento di altri soggetti della
sinistra attorno ai propri candidati: se ciò può favorire e rafforzare un più largo
raggruppamento di forze attorno alla centralità della propria campagna e
costruzione. Così come possono realizzare apparentamenti con altri soggetti della
sinistra e/o di movimento, in evoluzione verso il partito, se questa scelta può
accelerare tale evoluzione. In questi casi il “compromesso” volontario è
direttamente finalizzato allo sviluppo del partito.
b. I rivoluzionari possono realizzare apparentamenti tecnici con altre forze di
sinistra in presenza di leggi elettorali reazionarie che impediscano la loro
presentazione indipendente: proprio considerando l’importanza della tribuna
elettorale ai fini della propaganda rivoluzionaria. In questo compromesso è
decisiva la riconoscibilità del partito rivoluzionario, del suo specifico programma,
del suo simbolo di riferimento, di ciò che lo distingue dalle altre sinistre. Fuori e
contro ogni indistinta aggregazione politica con riformisti e/o centristi ( tipo “ liste
anticapitaliste” “liste antagoniste”). E’ l’esperienza, ad esempio, che hanno
condotto i bolscevichi nel 1907, a fronte della nuova legge elettorale zarista:
quando realizzarono un blocco con i socialisti rivoluzionari per le elezioni alla
Duma- in contrapposizione ai liberali e alla destra- senza minimamente cessare la
Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
“Analisi, proposte e programma nella grande crisi capitalista”
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propria battaglia di fondo, ideologica e politica, contro il populismo russo, lungo la
durata dello stesso blocco.
c. I rivoluzionari possono realizzare, su un altro piano, forme particolari di
tattica elettorale in occasione di elezioni di secondo grado e ai ballottaggi, anche in
rapporto alla natura particolare di un regime politico: senza compromettere di una
virgola la presentazione autonoma alle masse nel primo turno (“nella prima fase i
candidati operai devono scendere in lotta unicamente in maniera autonoma, con
liste proprie” insisteva Lenin), ma senza estraniarsi dalla lotta politica e dal
rapporto col sentimento popolare. Così nelle elezioni di secondo grado previste
dalla complessa legge elettorale zarista (assemblee di grandi elettori), i bolscevichi
privilegiavano normalmente i cosiddetti “blocchi di sinistra” (basati sull’alleanza con
la democrazia rivoluzionaria contadina) contro i liberali e la destra: per consolidare
la demarcazione dal liberalismo borghese ( in polemica col menscevismo) e al
tempo stesso massimizzare la possibilità di elezione di propri candidati
rivoluzionari. Ma laddove, eccezionalmente, i liberali erano più deboli degli zaristi
(come nelle assemblee elettorali di governatorato) i bolscevichi votavano
normalmente il candidato liberale contro il candidato zarista (“il blocco delle
opposizioni”). Una contraddizione? Per nulla. Sullo sfondo di un regime autocratico
(non di un’alternanza tra reazionari e liberali in un quadro democratico borghese
com’è tuttora il nostro), e quando non era in discussione l’autonomia del proprio
rapporto di massa (primo turno), i bolscevichi rifiutavano l’equidistanza elettorale
tra liberali e zaristi (come i socialisti tedeschi, sotto il Kaiser, rifiutavano, nei
ballottaggi, l’equidistanza tra liberali e candidati reazionari). E ciò proprio in
funzione della battaglia per l’egemonia rivoluzionaria tra le masse ,in
contrapposizione e in alternativa alla borghesia liberale.
d. Compromessi elettorali con altre forze della sinistra possono essere indotti
dalla dinamica della lotta di classe e dall’intervento in essa dei rivoluzionari. Fu il
caso ad esempio della proposta di compromesso elettorale con i laburisti che
Lenin suggerì nel 20 ai comunisti inglesi. Quando propose loro di concordare una
suddivisione dei collegi elettorali col partito laburista, tale da favorire una loro
vittoria contro liberali e conservatori; e in caso di rifiuto dei laburisti di “limitare la
presentazione dei candidati comunisti ai soli seggi in cui la presentazione di
candidature nostre non potrebbe portare alla vittoria del liberale contro il laburista”.
Perché questa tattica? Per favorire la sconfitta di liberali e conservatori, affrettare
la costituzione di un governo laburista, aiutare le masse a capire in base alla
propria esperienza il carattere traditore di questo governo, estendere l’influenze dei
comunisti tra le masse e favorire la rivoluzione sociale. Qual’era la condizione
decisiva di questa tattica? La salvaguardia, dentro il “compromesso”, della piena
libertà di agitazione, di propaganda, di attività politica dei comunisti e quindi della
loro “piena libertà di smascherare” i dirigenti laburisti agli occhi della loro base. “
Senza questa condizione- diceva Lenin- non si deve fare alcun blocco, perché
sarebbe un tradimento”. Ancora una volta il compromesso elettorale non è
concepito come conciliazione col riformismo: ma come un mezzo di lotta contro di
esso, a vantaggio del progetto rivoluzionario.
e. La stessa logica ispira un’altra possibile forma della tattica elettorale dei
comunisti: quella dell’appoggio critico ad altre forze di sinistra, elettoralmente
contrapposte ai partiti borghesi. “In tutti i collegi in cui non vi fossero candidati
nostri, inviteremmo a votare il candidato laburista contro il borghese” diceva Lenin
nel 20 ai comunisti inglesi. E continuava: “I compagni Silvia Pankurst e Gallacher
sbagliano quando vedono in questa linea di condotta un tradimento del
comunismo.. Al contrario la causa della rivoluzione ne avrebbe un indubbio
vantaggio. Oggi per i comunisti inglesi è spesso molto difficile persino accostare le
Secondo Congresso del Partito Comunista dei Lavoratori
“Analisi, proposte e programma nella grande crisi capitalista”
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masse. Se io mi presento come comunista e invito a votare per Henderson contro
Loyd George mi si ascolterà.. E potrò anche spiegare che io vorrei sostenere
Henderson col mio voto proprio come la corda sostiene l’impiccato, che
l’avvicinarsi del momento in cui gli Henderson formeranno un proprio governo
dimostrerà che io ho ragione, e avrà per effetto quello di attrarre le masse dalla
mia parte..”. Anche in questo caso, come si vede, la tattica elettorale non vuole
affatto diplomatizzare il rapporto con i riformisti, ma assume un fine esattamente
opposto: allargare l’influenza rivoluzionaria presso la loro base. Questa tattica
leninista appartiene alla tradizione del marxismo rivoluzionario. E ha trovato forme
molteplici di applicazione i contesti diversi e in relazione a partiti riformisti o
centristi di diversa natura e consistenza. Ma in ogni caso la condizione decisiva del
suo esercizio è l’aperta presentazione del proprio programma, la critica pubblica
dei riformisti e/o centristi, la presentazione del partito rivoluzionario e della sua
costruzione come unica vera alternativa
La scelta dell’astensione elettorale, nell’ esperienza rivoluzionaria, rappresenta
normalmente una scelta subordinata alla obiettiva impossibilità della propria
diretta partecipazione elettorale e all’impossibilità o non opportunità di altre scelte.
Ma non significa che si riduce necessariamente alla risultante passiva della
mancata presentazione. L’indicazione di astensione può infatti assumere
gradazioni e significati diversi in rapporto alla natura delle forze in campo e alla
dinamica della lotta di classe. Lungo un arco di possibilità molto ampio che va dal
rifiuto di un indicazione di voto tra i due tradizionali poli borghesi, ad una
campagna astensionista attiva ( ad es. a fronte dell’esclusione arbitraria dei
rivoluzionari dalle elezioni), sino all’autentico boicottaggio attivo delle elezioni
borghesi: una scelta tradizionalmente legata allo sviluppo di una dinamica
rivoluzionaria del movimento di massa che scavalca lo stadio elettorale dello
scontro politico e pone la questione del potere (v. il boicottaggio bolscevico delle
elezioni per la Duma di Bulyghin nel 1905, in piena crisi rivoluzionaria, e la
successiva posizione antiboicottista da parte di Lenin dopo il riflusso della
rivoluzione). In ogni caso la posizione di astensione non è mai una posizione
“morale” ma politica, legata allo sviluppo della politica rivoluzionaria. E per questo,
in ogni caso, deve sempre combinarsi con la presentazione attiva delle nostre
posizioni e del nostro programma.
Come si vede, tra la ricerca assolutamente prioritaria della propria diretta
partecipazione alle elezioni borghesi , come forza pienamente autonoma e
alternativa, e l’indicazione elettorale di astensione in assenza di questa possibilità,
esiste una possibile articolazione di soluzioni tattiche, consegnataci dalla storia del
nostro movimento: tutte legate, senza eccezione, alla centralità della prospettiva
rivoluzionaria e alla piena salvaguardia dei principi. Questo grande bagaglio di
attrezzi della tradizione rivoluzionaria non predetermina meccanicamente l’uso di
questo o quell’altro strumento, a prescindere dall’analisi concreta della situazione
data e dei suoi mutevoli sviluppi: il marxismo “è una guida per l’azione, non un
dogma”. Ma certo definisce la ricchezza di un metodo generale e di un’esperienza
storica che è assurdo ignorare per un partito come il nostro, che, a differenza del
centrismo, assume il leninismo come proprio riferimento. La ricchezza di questo
metodo deve inquadrare le scelte elettorali del PCL e lo stesso livello di
discussione attorno ad esse. Proprio in funzione del nostro programma, dei nostri
principi, della nostra costruzione indipendente. Che è l’alfa e l’omega di tutta la
nostra politica.

24 luglio 2014

Contro la retorica antifascista

Di falaghiste

Il fascismo fu la massima espressione della crisi del liberalismo fra le due guerre mondiali. Quando  settori maggioritari delle classe operaia si mobilitarono sotto le bandiere del socialismo contro lo sfruttamento del lavoro e l’ingiustizia sociale, tutta la borghesia (dagli industriali ai grandi proprietari terrieri) si accodò all’espressione reazionaria dei ceti medi travolti dalla crisi economica.

Al di là delle similitudini e delle differenze con la situazione attuale, dove alla crescita delle destre sotto varie forme non corrisponde una crescita del movimento operaio, il fascismo fu la soluzione estrema per il mantenimento del sistema capitalista.
Una volta eliminate manu-militari le opposizioni politiche e sociali, non fu difficile ottenere un consenso di massa anche attraverso provvedimenti di redistribuzione delle risorse con l’istituzione della previdenza sociale, dell’opera nazionale maternità e infanzia ecc.

Una politica  di stampo Keinesiano che ancora oggi suscita argomentazioni a favore del ventennio fascista, ignorando l’assoggettamento del lavoro,la repressione violenta del dissenso, oltre che naturalmente l’alleanza con il nazismo, le leggi razziali e l’olocausto della guerra.
Il consenso di massa al fascismo fu un consenso passivo e ci volle la sconfitta militare e la resistenza per ripristinare fra le masse una cultura antifascista attiva.
Ma quasi subito nel dopoguerra l’antifascismo si istituzionalizzò in una liturgia costituzionalista che identificava il fascismo con le sue espressioni formali: monopartitismo, militarizzazione sociale, razzismo e violenza arbitraria di Stato, camice nere  e gagliardetti, ignorando volutamente che il regime fascista modernizzò lo stato  adeguando le sue istituzioni alle nuove esigenze della borghesia.

Infatti lo stato repubblicano che emerge nel dopoguerra mantiene intatta la struttura  del fascismo: riconosce i patti Lateranensi con il Vaticano, mantiene gran parte delle leggi di ordine pubblico come il ”Foglio di via“  e il potere dei prefetti, ricertifica la sacralità della proprietà privata dei mezzi di produzione, messa in discussione dal movimento operaio antifascista durante la Repubblica di Salò (mentre i padroni se la passavano in Svizzera), mantiene intatti i servizi segreti e le strutture militari. 

Nessuno delle classi dirigenti complici del fascismo, esclusi i gerarchi più in vista, viene rimosso: rimangono gli stessi prefetti, docenti universitari, generali, commissari, giornalisti asserviti. E rimane la stessa borghesia, gli stessi padroni che si erano arricchiti con il sangue dei proletari italiani.

Il primo colpo di maglio all’antifascismo reale viene da una direzione inaspettata e quindi è quanto di meglio per non sembrare tale. Non già dalla Democrazia Cristiana, il nuovo partito in cui le classi sociali complici del fascismo si sono lestamente riciclate, ma proprio da PCI, il partito che maggiormente si è opposto al fascismo, fornendo la maggioranza dei combattenti partigiani.

Infatti nel 1946 Palmiro Togliatti  leader maximo del partito comunista italiano, in veste di  Ministro della giustizia, promulga l’amnistia per i fascisti: è la pietra tombale della memoria del fascismo reale. Al contrario di altri paesi, Germania in testa, l’Italia sceglie di nascondere gli scheletri negli armadi. Le conseguenze di quella scelta scellerata permetteranno le peggiori operazioni di revisionismo,  a scredito della resistenza, della verità storica e dell’antifascismo reale. 


Nel 1948 inizia la farsa della repubblica democratica fondata sul lavoro (che di per se non vuole dire niente) e sulla Resistenza, mentre si ristrutturano e adeguano alle nuove esigenze democratiche i poteri reali della borghesia.
Il tradimento della Resistenza, come lotta di classe per la giustizia sociale, inizia da allora, da quando i partigiani per essere ricevuti da una qualsiasi autorità del nuovo stato democratico devono fare ore di anticamera mentre l’industriale, l’ex repubblichino, il politico riciclato, il Cardinale che aveva benedetto i pugnali e i moschetti, vengono accolti con tutti gli onori.

Intanto ex capi e capetti repubblichini riallacciano i rapporti e le complicità con gli ex camerati e si accomodano, come pulcini  sulla bambagia,  nelle pieghe clandestine  del nuovo Stato Repubblicano in attesa di tempi migliori. Altri di loro vengono eletti deputati al parlamento italiano nel nuovo partito Fascista (MSI) di Giorgio Almirante, ex capo di gabinetto della Repubblica di Salò. Palmiro Togliatti, tanto solerte nel reprimere i comunisti e gli anarchici del POUM, su ordine di Stalin in Spagna, non pensò nemmeno d’inserire nel provvedimento di amnistia la proibizione, per gli ex gerarchi, di essere eletti parlamentari nella Repubblica fondata sulla Resistenza.

Tuttavia, sull’onda lunga della Resistenza, l’antifascismo reale non si arrende e costringe l’antifascismo costituzionale guidato dalla CGIL, dal PCI e in parte dal PSI e sinistra DC, a seguirlo sulla strada delle lotte operaie. Già nel 1960 il proletariato industriale si mobilita contro il governo Tambroni che vuole aprire il governo alle forze politiche del fascismo reale (MSI).
Poi nel biennio rosso 1969-1970 le lotte raggiungono il massimo. Alle lotte operaie seguono quelle studentesche. Non si tratta solo di mobilitazioni che rivendicano miglioramenti salariali o dei diritti ma che anelano a un’altra democrazia, a un’altra società dove le masse partecipino attivamente alle scelte produttive, si parla esplicitamente di socialismo. Allora le forze del fascismo reale secernono dai gangli clandestini dello Stato la strategia della tensione: il 12 dicembre 1969 una bomba esplode nella sede della Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, causando una strage.

L’intenzione occulta è quella di creare un clima di tensione tale da costringere le forze dell’antifascismo costituzionale ad approvare leggi repressive  contro il movimento antifascista reale. Già dopo pochi mesi per tacitare le lotte operaie e riportarle nell’alveo e sotto l’influenza dell’antifascismo costituzionale, il governo Nenni (Partito Socialista e Democrazia Cristiana) approva lo statuto dei lavoratori (20 maggio 1970).
Ma questa è una vittoria anche dell'antifascismo reale che cresce sotto l’influenza  delle forze politiche dell’estrema sinistra, del movimento studentesco e di settori minoritari  ma  influenti, soprattutto nelle grandi fabbriche del nord, del movimento operaio.
Settori dell’ultra sinistra del movimento antifascista reale decidono di rispondere alla strategia della tensione con la lotta armata: i primi attentati delle Brigate Rosse avvengono nel 1970.

Fino al 1973 la lotta per l’egemonia sul movimento (operaio e studentesco) dell’antifascismo reale, fra le direzioni riformiste dell’antifascismo costituzionale (PCI e CGIL) e le varie organizzazioni politiche dell’antifascismo reale, (Lotta Continua fondata nel 1969, Avanguardia Operaia Attiva dal 1968, Potere Operaio che nasce nel 1969, Autonomia Operaia e quelle clandestine della lotta armata, Brigate Rosse e Prima Linea, tutte in aspra concorrenza fra loro) continua ininterrottamente fra scioperi, manifestazioni, attentati e scontri di piazza.
L’antifascismo reale è diviso, manca una strategia e un progetto politico unificante per le classi lavoratrici: in molti casi prevale l’ideologia sui programmi.

Intanto per l’antifascismo costituzionale delle burocrazie del Partito Comunista e della CGIL, la crescita dell'antifascismo reale non può più essere tollerata.
Del resto, con “la svolta di Salerno”  il PCI togliattiano, in ossequio al trattato di Jalta e alla politica del compromesso stalinista con le borghesie nazionali nell’Europa dell’Ovest, già nel 1944 aveva intrapreso la  via riformista. Con l’accettazione implicita dell’economia di mercato, tutto ciò che andava oltre non poteva essere tollerato.
È il 1973 quando il segretario del PCI Enrico Berlinguer (con una serie di articoli sulla rivista Rinascita) propone al presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, il completamento del compromesso costituzionale del 1948 attraverso un' alleanza fra: “le due grandi tradizioni popolari del socialismo e del cattolicesimo democratici“. Tale politica passerà alla storia come compromesso storico. Qualcuno, più concretamente, la chiamerà la seconda svolta di Salerno. 

Al di là della mistificazione ideologica (le tradizioni popolari a cui si richiama  il compromesso storico non esistono in Italia se non circoscritte a minoranze ininfluenti nei rispettivi ambiti politico-ideologici), Berlinguer propone  un patto di governo fra l'apparato  del PCI e il partito della borghesia, del Vaticano e della malavita organizzata.
Concretamente: in cambio della fine della strategia della tensione, egli offre al fascismo reale la testa del movimento antifascista reale. Inizia così, fra ambiguità reciproche e tentennamenti (sia nel PCI che nella DC vi sono tendenze che si oppongono) la rottura definitiva fra l'antifascismo reale e l'antifascismo costituzionale.

Nel 1974, il fascismo reale colpisce ancora, con le stragi di Piazza della Loggia e del treno Italicus.
Nel maggio del 1975 il Governo Moro, con il sostegno  del PCI, approva la legge Reale che introduce l'arresto senza flagranza di reato. Inizia la repressione di massa, basta un semplice sospetto per venire arrestati e trattenuti come probabili terroristi; di lì a qualche anno, migliaia di militanti dell'antifascismo reale verranno incarcerati senza alcuna prova.
Contemporaneamente, nelle fabbriche,  i sindacati (CGIL in testa)   d'accordo con i padroni reprimono con ogni mezzo i militanti delle organizzazioni dell'antifascismo reale, mentre le organizzazioni terroristiche del fascismo reale, responsabili delle stragi, sotto la copertura dei servizi segreti dello Stato, rimangono indisturbate.
Ma il PCI prosegue l'alleanza con la DC. La nuova formula si chiama solidarietà nazionale, non più  un governo PCI-DC, ma il sostegno esterno del PCI al nuovo corso democristiano (1976 governo Andreotti: monocolore DC).
Il 16 marzo del 1978, contro l'alleanza fra PCI e DC, le Brigate Rosse rapiscono e uccidono Aldo Moro.

Il movimento dell'antifascismo reale è in rotta, ormai le masse attive del movimento operaio subiscono l'influenza dell'antifascismo costituzionale.
Si svolgono enormi manifestazioni di massa “contro il terrorismo”, dove  si mescolano le bandiere storiche con la falce e il martello alle bandiere crociate. È l'inizio della fine del decennio sessantottino, le masse proletarie si sono schierate, più o meno consapevolmente, al fianco del fascismo reale mascherato da antifascismo democratico.
Alle forze del fascismo reale, una volta separate dalle masse le organizzazioni politiche dell'antifascismo reale (studentesche, di estrema sinistra, operaie e della lotta armata), non rimane che attaccare il movimento operaio che, pur avendo aderito in maggioranza all'antifascismo costituzionale, non è ancora disposto a cedere nella lotta di classe per il controllo della produzione industriale.

L'attacco è portato su due fronti. Il 10 agosto del 1980  scoppia una bomba alla stazione di Bologna facendo decine di morti e centinaia di feriti.
In un momento in cui si credeva la situazione pacificata ricomincia la caccia alle streghe: l'opinione pubblica viene di nuovo predisposta ad accettare soluzioni autoritarie.
È  l'occasione  per aprire il secondo fronte e chiudere definitivamente con il centro della resistenza operaia: la FIAT.
Prima la direzione annuncia il licenziamento di decine di operai per attività terroristiche, poi il licenziamento di 14.000 operai. Il consiglio di fabbrica decreta lo sciopero ad oltranza, ma dopo trentacinque giorni una manifestazione di impiegati e tecnici (detta la marcia dei quarantamila ma in realtà erano molti di meno) rivendica il diritto di tornare al lavoro.
Gli operai comunque non ne vogliono sapere di rimuovere i picchetti ai cancelli, ma le direzioni sindacali si schierano di nuovo contro il movimento antifascista reale.
Infatti, nonostante l'opposizione degli operai, Luciano Lama, segretario generale della CGIL firma l'accordo con l'azienda accettando licenziamenti e cassaintegrazione. È la Waterloo del movimento operaio italiano; da allora sarà un continuo rifluire della classe operaia verso il dominio del fascismo reale.

Il ruolo dell'antifascismo costituzionale in questa vicenda rappresenta il culmine della doppiezza politica del PCI.
Qualche giorno prima della firma del famigerato accordo, Berlinguer dichiara che, qualora gli operai avessero  occupato la FIAT, il partito li avrebbe sostenuti. La malafede è evidente, la verità è che il PCI delega il tradimento  alla burocrazia sindacale CGIL per non compromettere l'immagine del partito di fronte al movimento operaio. Del resto, è impensabile che Luciano Lama (iscritto al PCI come la maggioranza dei  sindacalisti CGIL) si sia mosso  senza l'assenso implicito di Berlinguer.

Nel 1987 Mario Moretti e Renato Curcio dichiarano conclusa l'esperienza delle Brigate Rosse. Un anno dopo Bruno Trentin, subentrato a Lama alla guida della CGIL sigla un accordo con il governo e la controparte per l'abolizione della scala mobile dei salari dando il via alla politica di concertazione: il sindacato non è più un organismo di rappresentanza autonoma delle classi lavoratrici ma, per conto del governo e delle organizzazioni padronali, diventa uno strumento di controllo e repressione delle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Inizia la trasformazione del più grande sindacato italiano in un organismo burocratico di Stato. Con la firma degli accordi interconfederali, il 23 luglio 1993, la concertazione diventa modello ufficiale di relazioni sindacali: il salario  è una variabile dipendente dai profitti della borghesia.  

Con la sconfitta del movimento operaio, dopo quello studentesco  e della lotta armata, l'antifascismo reale scompare fra le masse popolari nel giro di pochi anni, mentre l'antifascismo costituzionale sopravvive nelle liturgie e nella  retorica  ipocrita delle ricorrenze.
Nel frattempo il fascismo reale avanza in ogni ambito: nell'economia, nella cultura nella politica e nella forma che via via assumono le istituzioni della repubblica.
Alle fine degli anni ottanta tutto è pronto per l'avvento della seconda repubblica. Il fascismo reale trionfa e avanza nella mentalità, nella cultura, nei modelli di riferimento. Si chiude una storia e ne inizia un'altra: l'antifascismo reale, dopo oltre vent'anni, deve trovare una nuova via, senza tradimenti, senza illusioni, senza retoriche  velleitarie, ma nella consapevolezza che solo la rivolta degli sfruttati potrà dargli una nuova identità.