iniziative in corso

CAMPAGNA DI TESSERAMENTO 2014

Solo la rivoluzione cambia le cose.

CAMPAGNA DI TESSERAMENTO 2014

Costruiamo il partito della rivoluzione!

CAMPAGNA DI TESSERAMENTO 2014

Mai un passo indietro.

CAMPAGNA DI TESSERAMENTO 2014

Licenziamo i licenziatori.

CAMPAGNA DI TESSERAMENTO 2014

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

23 aprile 2014

Per un 25 aprile di lotta. Contro il patto d'oblio per continuare a rivendicare un'altra società.

La Storia “ufficiale” ha la funzione di spiegare e giustificare l'evento bellico e le scelte del potere costituito. A cominciare da Tucidide, nel suo “Le guerre del Peloponneso”, si registra il rapporto tra la Storia e il suo “uso pubblico”.

La “memoria collettiva” è da sempre la liturgia commemorativa che serve a pacificare.
In Italia, con la fine della prima Repubblica che ha spazzato via il pentapartito e posizioni cristallizzate, si è entrati con la seconda Repubblica in un piano di “rinascita democratica” che ha segnato l'ultimo ventennio.

Si è passati dalla gestione del potere da parte della classe dominante, attraverso i partiti dell'asse costituzionale che si basavano, tranne alcune parentesi (governo Tambroni '60), sulla “convenzione ad escludere” la destra, erede del ventennio fascista e dell'onta della repubblichetta di Salò, ad una gestione del potere bipolare che ha rimosso le basi antifasciste (seppur istituzionali ed edulcorate) della Repubblica aderendo ad un'idea a-fascista.

Liberati dal “pregiudizio” antifascista, i settori della destra reazionaria hanno così alimentato i loro consensi e trovato i cantori di queste posizioni in pseudo-storici come Giampaolo Pansa. Il circo mediatico si è così sostituito alla riflessione storiografica e la fiction ha preso il posto del cinegiornale nella fabbricazione del consenso.
L'idea di fondo profusa è che sentire troppo il “dolore di una parte” impedisce di sentire il dolore collettivo, e così i liberal-democratici dopo aver aperto già nel 1922 le porte alla canea reazionaria, oggi più o meno consapevolmente stanno creando le premesse teoriche per delle nuove barbarie.

Ma se ci opponiamo a questo patto d'oblio, che vorrebbe ridurre il passato al “chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato”, voluto dal duopolio borghese (Pd-Pdl), non è per un ancestrale romanticismo resistenziale, ma perché siamo a conoscenza, come avrebbe detto Guido Picelli, che la brutta stonatura dura più del bell’acuto.

Di fronte ad una crisi economica che rischia di trasformarsi in sociale, il fascismo è uno strumento che potrebbe tornare utile al regime capitalista, se si aggiunge che, con lo sdoganamento della destra razzista, imperialista e neofascista, le giovani generazioni sono sempre più disorientate. Tanti industriali il 28 ottobre del 1922 (marcia su Roma) si congratularono con Mussolini... (un bel telegramma di felicitazioni fu spedito al duce anche da Agnelli). Anche banchieri e latifondisti (e piccoli proprietari spaventati di perdere il possesso della loro proprietà privata) osannarono Mussolini, in cerca di una bella “normalizzazione”. E normalizzazione sarà, ma del tipo “capitalistico”…

Michele Salvati, teorico di riferimento di quell’aborto di partito che è il Pd, nel 2003 ha introdotto un testo di Perez-Diaz “La lezione spagnola” (ed. Il Mulino) dove la tesi di fondo era che l'esclusione dei vinti conduce a conflitti. Tuttavia ci preme ricordare che dalla caduta del regime franchista nel 1975, che appunto non aveva visto l'epurazione della direzione franchista, al 1981, è avvenuta un’escalation di violenze impressionante sfociata nel tentato golpe da parte di Tejero nel 1981. Verrebbe da dire che il punto di riferimento di Salvati è tutt’altro che edificante.

Ma i fatti hanno la testa dura, e se oggi ci ritroviamo con certi rottami post-fascisti è perché nemmeno l'Italia ha realmente fatto i conti con il suo passato, e la “convenzione ad escludere” è stata più proclamata che praticata.
Tutto l'establishment del regime fascista fu mantenuto nelle istituzioni.

Il primo marzo 1946, i rappresentanti della Resistenza insediatisi nelle prefetture e nelle questure, tranne in pochissimi casi, furono costretti a lasciare i loro posti a funzionari di carriera, ovvero al vecchio apparato fascista.

I prefetti fascisti all'indomani dell'aprile del '45 si trasformarono in “democratici” mantenendo così il “loro” posto.

Come dire...la dimostrazione plastica che la repubblica borghese nacque a dispetto della Resistenza.

Ciò che è stato escluso, e si è cercato di rimuovere, è stato sin dall'inizio il conflitto di classe.
In questa logica andava l'amnistia dei fascisti voluta da Togliatti e il successivo compromesso costituzionale.

Recuperare la ricerca storico-scientifica aiuta oggi a comprendere che ciò che sembrava irripetibile, per mezzo dell'oblio storico, rischia di riemergere (anche se in forme diverse).

Il fascismo non è stato una parentesi della storia d'Italia, ma ha rappresentato la continuità.

La crisi dello Stato liberale ha visto non di rado gli stessi liberali vestire la camicia nera (De Nicola, Salandra, Orlando, ecc) o non osteggiarla apertamente (si pensi a Croce e il suo innocuo manifesto a-fascista in risposta al manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile, mentre anarchici e comunisti subivano le torture e il confino).

Lo stesso passaggio “armi e bagagli” di numerosi fascisti alla democrazia post-fascista, si pensi ad esempio a Badoglio, dimostra i nessi profondi tra fascismo e storia d'Italia. E questa correlazione ci impone un'attenzione particolare a questo tema.

Proprio mentre la ricerca storica compie passi in avanti verso la comprensione di un regime classista al soldo della classe dominante, si cerca di mettere una pietra tombale sopra a scomode verità.

Si rimuove il passato, per affrancare i liberali, che hanno prodotto le premesse ideologiche del razzismo di Stato attraverso il colonialismo.

Si rimuove il passato per diffondere una rinnovata retorica degli “italiani brava gente”, trascinati al razzismo dal nazismo con le leggi razziali del '38, quando in realtà l'impostazione razzista del regime in camicia nera era chiaro sin dal suo insediamento dai discorsi parlamentari del suo Duce e dove nel 1936 con la guerra di Etiopia emerse il progetto mussoliniano di un’Etiopia senza etiopi. La rimozione serve a giustificare l'odierna barbarie nei teatri di guerra dell'italico imperialismo.

Il regime fascista fu una spietata dittatura anti-proletaria, che introdusse l’aumento dei ritmi di produzione per mezzo del lavoro a cottimo e del fordismo più esasperato, un regime che dopo aver seminato il pregiudizio dell’operaio imboscato, eliminò ogni rappresentanza politica dei settori popolari.

La retorica corporativista e il ”sogno tecnocratico” si tradusse in un tentativo, non riuscito, di pacificare le rivendicazioni di classe.

Da una parte favorì gli oligopolisti che arrivarono a concentrare il 64% dei capitali.
Dall’altra parte, a differenza della retorica che voleva un consenso consolidato del fascismo, dal 1922 al 1925, gli scioperi dei metalmeccanici paralizzarono il paese e gli industriali iniziarono a temere che il regime non fosse nelle condizioni di sopire gli animi.

Solo dopo la fascistizzazione dei sindacati e la conseguente repressione dei settori operai indisponibili ad accettare passivamente l’aumento dei profitti e il parallelo crollo degli stipendi, si registrò un periodo di relativa pace sociale. Lo scontro di classe seppur privato delle organizzazioni proletarie riprese tuttavia in forma di jacquerie tra il 1930-32.

Non ci fu quindi un consenso assoluto, ma semplicemente la fine dell’opinione pubblica e una feroce repressione del dissenso.

Non basta celebrare e ricordare, è necessario conoscere
, perché solo così è possibile riconoscere oggi certe inquietanti assonanze e scongiurarle prima che sia troppo tardi.

Quindi il non fidarsi dei partiti e dei politici che si definiscono antisistema (Grillo) passa anche attraverso le analisi delle loro proposte politiche.

Socialismo o barbarie del capitalismo!
Tutte le proposte che non hanno una prospettiva socialista sono solo a vantaggio degli sfruttatori e dei poteri forti (banchieri ed industriali).

Non esiste scuola che possa formare una società capitalistica progressista. Non esiste movimento culturale che possa rendere umana una società basata sul profitto e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Ecco, questo è il fascismo, cioè tutto ciò che non mette al centro i bisogni dell’uomo.

Solo una società esattamente opposta a quella esistente può considerarsi anti-fascista. Quindi una società naturalmente anti-fascista è una società Comunista.
È per questo che teniamo alta la guardia dell'antifascismo e come diceva il grande rivoluzionario Trotsky:

“…In un’epoca come la nostra, in cui i partiti piccolo-borghesi si aggrappano alla borghesia o alla sua ombra, paralizzano il proletariato e aprono la strada al fascismo; i bolscevichi, ossia i marxisti rivoluzionari, divengono particolarmente odiosi all’opinione pubblica borghese.

La più forte pressione politica dei nostri giorni viene esercitata da destra a sinistra. In definitiva, l’intero peso della reazione grava sulle spalle di una piccola minoranza rivoluzionaria…”

22 aprile 2014

La città dove la disoccupazione è allo 0% e l’affitto costa 15 euro

da cadoinpiedi

Così si vive a Marinaleda (Andalusia) dove i lavoratori governano una città e quando serve occupano le terre e fanno la spesa proletaria nei supermercati

Una insolita isola socialista che resiste alla crisi in Spagna. Così si vive a Marinaleda (Andalusia) dove i lavoratori governano una città e quando serve occupano le terre e fanno la spesa proletaria nei supermercati.

Juan Manuel Sánchez Gordillo, che ha dominato le prime pagine nei giorni scorsi dopo aver condotto un “spesa proletaria” di cibo nei supermercati per consegnarlo ai bisognosi insieme al Sindacato Andaluso dei Lavoratori (SAT), è certamente un leader singolare all’interno della classe politica spagnola.

Eterodosso tra gli eterodossi, le sue azioni passate hanno attirato critiche anche nei ranghi di Izquirda Unida di cui fa parte dal 1986 la sua organizzazionenel quadro del Blocco Andaluso-IU.

Insieme a Diego Cañamero, Sánchez Gordillo è stato un leader storico del Sindacato dei Lavoratori del Campo (SOC), la spina dorsale della corrente SAT. Inoltre, dal 1979 è il sindaco di Marinaleda, una piccola città di circa 2.600 abitanti tra Cordova e Siviglia (chiamata la “padella dell’Andalusia” per il caldo, NdT) dove negli ultimi 40 anni ha esercitato una egemonia autorevole ed assoluta. Il sostegno e l’impegno degli abitanti del paese ha contribuito a lanciare un vero e proprio esperimento politico ed economico, una specie di isola socialista nel mezzo della campagna andalusa.

La rossa Marinaleda ha camminato attraverso la storia della Spagna, con la transizione, con l’entrata in Europa e la caduta dell’Unione Sovietica, fino al ventunesimo secolo. Infine, è arrivata la crisi economica e questa città andalusa ha avuto la possibilità di verificare se la sua utopia particolare, atuata in 25 chilometri quadrati, sia davvero un’alternativa ai mercati.

L’attuale tasso di disoccupazione a Marinaleda è pari a 0%. Gran parte degli abitanti sono impiegati nella Cooperativa Humar – Marinaleda SCA, creata dagli stessi lavoratori, dopo anni di lotta. Per molti anni, i contadini hanno occupaato le terre di Smoky, dove oggi sono organizzati in cooperativa, e spesso sono stati sfrattati dalla Guardia Civil. Infine, nel 1992 raggiunto il loro obiettivo: “la terra a chi la lavora” e la proprietà divenne della cooperativa. Sul loro sito web è scritto in chiaro che il suo “obiettivo non è il profitto privato, ma la creazione di posti di lavoro con la vendita di prodotti agricoli sani e di qualità”.

Tutti gli stipendi della cooperativa sono uguali: circa 1.200 euro al mese. Nei loro campi si coltivano fagioli, carciofi, peperoni rossi (pipas) e olio extravergine di oliva, controllati dai lavoratori in tutte le fasi della produzione. Il terreno, che si trova nella Vega Genil, di proprietà della “comunità”, e hanno anche una fabbrica di conserve, un mulino, serre, strutture di allevamento e un negozio. I salari di tutti i lavoratori, non importa quale sia la loro posizione, è di 47 euro al giorno, sei giorni alla settimana, al ritmo di 1.128 euro al mese per 35 ore settimanali.

In alta stagione, il lavoro cooperativo impegna almeno 400 persone seguendo il motto di “lavorare meno per lavorare tutti”. In aggiunta, ci sono anche persone che lavorano su piccoli appezzamenti di proprietà. Il resto dei settori chiave dell’economia sono legati ad attività rurali, negozi, sport e pubblica utilità. Praticamente tutti in città guadagnano lo stesso di un lavoratore a giornata, circa 1.200 euro al mese.

In un’intervista pubblicata il mese scorso, Gordillo stesso ha spiegato come la crisi stia colpendo Marinaleda. “Essa colpisce un po’ i prezzi dei prodotti agricoli e dei finanziamenti. Abbiamo problemi di liquidità, ma stiamo vendendo buoni prodotti. ” Così, “in termini generali, in agricoltura e nella produzione alimentare la crisi si è sentita meno. Resta il problema delle persone che avevano lasciato la campagna per andare lavorare nel settore delle costruzioni . Quindi occorre mantenere l’occupazione lì, ma bisogna aumentarla. L’agricoltura biologica offre più posti di lavoro rispetto ai tradizionali, questo è vero. Certo per salvarla dalla situazione di crisi e l’aumento dei prodotti agricoli, si è cercato uno scambio orizzontale, con un dialogo di cooperazione e relazioni di cooperazione con gli altri paesi hanno esperienze di questo tipo”.

La questione delle abitazioni

Di fronte al ‘boom immobiliare’ e la speculazione che ha colpito il mattone in Spagna negli ultimi decenni, Gordillo ha deciso di mandare Marinaleda esattamente nella direzione opposta. Si può avere una casa in buone condizioni, di 90 mq e con terrazza, per 15 euro al mese. L’unica condizione è che, secondo la filosofia assemblearia e orizzontale che guida tutte le sue attività, ogni persona dovrebbe aiutare la costruzione della vostra casa.

L’amministrazione offre terra e fornisce materiali per la costruzione di alloggi, da parte degli inquilini stessi che pagano qualcuno per sostituirli. Così, come ci sono professionisti pagati per consigliare i residenti e svolgere i compiti più complicati. Inoltre, come misura per incoraggiare la collaborazione, i futuri inquilini non saranno quale delle case che si costruiscono sarà in futuro la sua.


“Quando si lavora, per la costruzione della casa si pagano 800 euro al mese e si riserva la metà per pagare la casa,” dice Juan José Sancho, un abitante di Marinaleda che, nonostante i suoi 21 anni, fa parte del ‘gruppo di azione” ed è responsabile, attraverso il gruppo, di gestire gli affari pubblici della città. Secondo lui, “questa misura è stata presa per non speculare sulle case vuote.”

La scuola e l’educazione

“Dove prima gran parte dei lavoratori a giornata riusciva a malapena a scrivere, oggi c’è una scuola materna, una scuola e un istituto. Sia la scuola materna che la scuola dispone di un servizio mensa che costa solo 15 euro al mese. Tuttavia, come ha raccontato Sancho, “tasso di disaffezione alla scuola è un po ‘alto, perché la gente vede che la casa e il lavoro sono assicurati, molti non vedono la necessità di adoperarsi negli studi. Uno dei punti su cui abbiamo bisogno per migliorare.”

L’impegno e la consapevolezza politica tra gli abitanti di Marinaleda è superiore a qualsiasi altra città della zona, ed “è anche qualcosa che è molto presente tra i giovani”, secondo Sancho. “Qui tutti i giovani hanno idee politiche. Tuttavia, il nostro impegno è di gran lunga inferiore a quello dei nostri genitori che hanno dato tutto per avere questo. ” Oggi “abbiamo tutti i bisogni soddisfatti e la gente si adagia un po”.

La partecipazione politica

I pilastri su cui poggia il modello economico Marinaleda sono l’uguaglianza e la partecipazione del popolo. E questi principi sono estesi a tutti i settori della vita, anche politica. Non esiste la polizia e le decisioni politiche vengono prese in una riunione in cui tutti i residenti sono tenuti a partecipare.

D’altra parte, “c’è una ‘task force’, che affronta le questioni più pressanti della giornata. C’è un gruppo di eletti, sono persone che vogliono aderire volontariamente per condividere le attività necessarie alla popolazione”, dice Sancho. “Si tratta di un gruppo eterogeneo, siamo più o meno lo stesso numero di uomini e donne. ” Tuttavia, una cosa che hanno in comune tutte le persone coinvolte in esso e che appartengono al “movimento” e, come segnala il sito di Marinaleda, “il partito (UI), l’unione (SAT) e la città fanno parte di un tutto. L’assemblea ha deciso e il partito e il sindacato, si associano per applicare tale decisione nella città “.

Per quanto riguarda le tasse, “sono molto basse, le più basse in tutta la regione”, speiga Sancho. I bilanci sono discussi in pubblico e la gente in assemblea approva. Poi, la discussione si sposta quartiere per quartiere, nelle assemblee dei “vecinos” (inquilini,residenti, NdT), ed è questo che decide ciò che viene investito ogni euro.

Ambiente


Seguendo la indicazioni del coordinamento internazionale Via Campesina, alla quale il SAT aderisce, è lavorare la terra in modo “ecologico, al 100% una agricoltura pratica”, come la cooperativa annuncia sul suo sito web. “Nella cooperativa si è sempre cercato di promuovere l’agricoltura manuale, per creare più posti di lavoro e di essere più ecocompatibili”, dice Sancho. Inoltre, “sono stati rimossi i rifiuti e tutte le discariche di rifiuti adottano impianti di riciclaggio”. Gli obiettivi dell’Ayuntamiento (Municipio) è ora quello installare un proprio punto verde nella cittadina.





Di Marinaleda e della situazione della Spagna durante la crisi avevamo parlato anche noi, nell'articolo di Trotsko: Cresce la protesta nello stato spagnolo

C’è chi ti “chiede” se porti lo “zaino” e chi ti chiede il voto. Quindi: chi voterai alle prossime elezioni?

Di Onide Berni

Si avvicinano le elezioni e sempre più spesso si sente la solita domanda: tu per chi voterai?

Oramai la mia risposta è sempre la stessa: ma tu, fino all’altro giorno, in che paese hai vissuto?

Questo tipo di risposta è ovviamente polemica, perché non sapere per chi votare a pochi giorni dall’apertura dei seggi è un paradosso immenso. Non a caso le misere tattiche politiche dei vari partiti della classe dirigente (PD, PDL ecc…) sono attualmente in fase ascendente in termini di esposizione mediatica: la faccia di Renzi ci disgusta tutti i giorni in TV, l’apatica espressione facciale di Alfano non fa altro che farci rimpiangere il sorriso e le barzellette di Berlusconi, ad oggi “condannato” una volta a settimana a frequentare un centro anziani (come se lui fosse un ragazzino passibile di “rieducazione”).

Tanti plaudono alla “condanna” di Silvio ed alla sua “cacciata” dagli scranni parlamentari: non c’è cosa più stupida e inetta che festeggiare questo avvenimento. I giustizialisti dicono “finalmente”; la sinistra pensa che la persecuzione della magistratura abbia “eliminato” la tossina che ha avvelenato l’Italia. Affermare questo è una pia illusione che genera un’effimera felicità.

Ma questi individui sono davvero così convinti che il male assoluto sia dovuto al vuoto culturale generato dalle televisioni di Berlusconi? Se sono esistite le sue attività (tv, giornali, riviste, gruppi editoriali) è perché qualcuno le ha legittimate e ne ha tratto profitto. E sottolineo la parola profitto. Questi strumenti gli sono serviti solo per ottenere il consenso elettorale, che ha conseguentemente permesso le riforme dei suoi governi.

Ma le vere domande sono altre. Chi ha sdoganato la precarietà? Chi ha cancellato l’equo-canone (l’affitto a costi ridotti per legge)? Chi ha iniziato a privatizzare i beni ed i servizi di prima necessità (acqua, luce, gas, trasporti…)? Chi ha iniziato a finanziare le scuole private, definendolo un diritto di uguaglianza, tagliando contemporaneamente la scuola pubblica? Chi ha cancellato la legge che calmierava i prezzi delle polizze assicurative? Chi ha sdoganato la sussidiarietà, cioè gli interessi privati a spese della collettività? La formula che spesso noi comunisti ripetiamo, cioè che “le peggiori politiche di destra vengono fatte da governi di centro-sinistra”, è una tragica realtà.

Quindi Berlusconi, Mediaset, Mondadori e Maria de Filippi non c’entrano nulla! L’unico potere che governa una società capitalista è il profitto, quindi, gli interessi di banchieri ed industriali.

Non bisogna però farsi ingannare: il grillino medio ed il politico riformista affermano che la colpa della crisi è dei vari gruppi “occulti” del tipo Bilderberg e dei politici disonesti. I comunisti non possono far altro che osteggiare questa visione. Il problema è di natura economica: chi gestiste l’economia, i padroni quindi, non lavorano nell’interesse della maggioranza della popolazione, ma per il proprio tornaconto. In tal senso non esistono “padroni buoni”, non esistono padroni che fanno l’interesse di chi lavora, perché i proprietari dei mezzi di produzione, per definizione, si arricchiscono con il lavoro altrui.

Cosa fare quindi? I lavoratori prendano coscienza del fatto che chi lavora deve difendere i propri interessi, che non sono gli stessi del padrone, ma diametralmente opposti.

I lavoratori non attendano né riforme dai padroni, né la solita elemosina. Come insegna la storia, i padroni concedono “qualcosa” solo se preoccupati di perdere tutto. Non è un caso in questi ultimi anni, in assenza di un movimento operaio e dei lavoratori combattivo, i padroni dettino le politiche ai governanti! Non a caso le grandi conquiste storiche dei lavoratori (le otto ore lavorative ed i diritti sindacali) sono state ottenute dai lavoratori con aspre lotte, picchetti, scioperi ed occupazione delle fabbriche e dei posti di lavoro. Non a caso la fine della stagione delle lotte dei lavoratori e degli studenti negli anni Ottanta ha dato il via a una nuova stagione della reazione … e Berlusconi non era in politica, ma in affari con il partito di Craxi!

Non sono i politici che governano, ma solo chi trae profitto dalla società!

Noi comunisti siamo per una società diversa: il governo a chi lavora e non a chi sfrutta. Non possiamo accontentarci della riduzione dell’orario di lavoro, perché anche lavorare 5-6 ore al giorno non abolirebbe lo sfruttamento, anzi! Il lavoratore continuerebbe ad essere sfruttato più di prima! Deve cambiare l’ordine dei poteri: solo un governo dei lavoratori può garantire questa Rivoluzione!

Non esistono riforme o espedienti elettorali con professori o intellettuali che possano restituire ai lavoratori la dignità: ogni abbellimento della condizione esistente è un tradimento delle ragioni del lavoro, in quanto si mira ad addolcire il velenoso ordine capitalista che governa questa società.

Compagno abbandona le illusioni! Chi deve rappresentarti deve essere un lavoratore non un parolaio, chi deve rivendicare i tuoi interessi deve essere un lavoratore comunista! Senza ambiguità, senza traditori, senza alleanze elettorali, senza liste unitarie. La centralità è nel programma, da cui non si può prescindere, per cui non puoi trovare alleati tra chi sfrutta e chi irride i lavoratori con la precarietà e l’egoismo.

I lavoratori devono serrare i ranghi: solo chi lavora può cacciare l’olezzo egoistico capitalista della classe dirigente.

Quindi, “chi voterai alle prossime elezioni?” Il PD, i suoi alleati o ex alleati?

Il Partito Comunista dei Lavoratori fa i conti con le proprie forze: non cerca scorciatoie elettorali con personalità della “cultura”. Saremo presenti in diversi comuni italiani ma non alle europee. Quindi il voto per il Partito Comunista dei Lavoratori è un voto che serve a dar voce agli interessi dei lavoratori, ma che non cerca l’ingresso nei parlamenti o consigli comunali, in quanto in quelle sedi la politica è già decisa. Il voto al Partito Comunista dei Lavoratori è un voto utile alla costruzione del partito della rivoluzione e che vuole ribaltare l’ordine dei poteri. Come insegnano i vari governi di centro-destra e centro-sinistra, chiunque abbia governato nella società capitalista ha realizzato la politica dei poteri forti (banche ed industriali). Il governo dei lavoratori non passa quindi da un voto.

La dittatura delle banche e degli industriali non si abolisce con le elezioni: la sovranità è di chi detiene il potere economico, una classe di oppressori che non permetterà mai con delle riforme parlamentari di invertire l’ordine dei poteri.

Qualcuno dice che nelle amministrazioni locali il PD ha fatto anche cose buone. Esattamente come quelli che sostengono che "Mussolini ha fatto cose buone per l' Italia".

Qui sta la differenza tra il riformista ed il rivoluzionario: il primo vuole solo rendere più dolce un veleno, il secondo vuole cambiare radicalmente la società. Questo processo non prevede delle tappe, come non è possibile addolcire la violenza dei governanti e della loro polizia, che opprime chi rifiuta questa società ed il suo percorso obbligato di disumanità.

“Il coraggio di un rivoluzionario non consiste nell’essere uccisi, ma nel RESISTERE al riso degli stupidi che sono la maggioranza”.

Per questo noi ribadiamo che "solo la Rivoluzione cambia le cose".

21 aprile 2014

Il 25 aprile e il 1° maggio: da giornate di lotta a giornate del consumismo

di frecciarossa e volodia

Il 25 aprile e il 1° maggio i principali centri commerciali del forlivese e non solo resteranno aperti.

Grazie alle politiche liberiste dei vari governi di centrosinistra e di centrodestra, queste non sono più giornate di lotta, ma giornate lavorative.

Non si commemorano più i partigiani che ci hanno liberato dal giogo fascista o le lotte per il lavoro, ma si alimenta di fatto l’oppressione del capitale, lavorando per i padroni o acquistando le loro merci.

L’apertura dei centri commerciali in queste giornate non rappresenta solo uno schiaffo ai lavoratori, ma ha anche la funzione di sostituire il significato politico e sociale della Resistenza e delle lotte sindacali con il consumismo, l’acquisto di merci che si trasforma anche in aggregazione sociale, ovviamente in chiave apolitica e capitalista.

Noi del Partito Comunista dei Lavoratori ci dichiariamo antifascisti tutto l’anno e facciamo del lavoro e dei diritti dei lavoratori la nostra bandiera. Riteniamo vergognoso che queste due ricorrenze siano di fatto equiparate a giorni lavorativi, svuotandole del loro significato.

I partigiani sono morti per garantirci la libertà di parola, di opinione e di riunione: in quest’ottica il fatto che l’apertura dei centri commerciali non susciti proteste e sdegno è un sintomo dell’attuale arretratezza della coscienza di classe e antifascista.

Il PCL si batterà sempre affinché queste due giornate riconquistino il proprio valore originario: lotta contro il fascismo in tutte le sue forme (anche quelle 2.0) e lotta contro il capitalismo! Per un governo dei lavoratori e un mondo rosso e socialista.

20 aprile 2014

Congresso nazionale Fiom: il trionfo del tatticismo

da RadioFabbrica

Scritto da Paolo Brini Comitato Centrale Fiom-Cgil

Il congresso nazionale della Fiom, tenutosi a Rimini dal 10 al 12 aprile, si preannunciava come il momento in cui si sarebbe dovuto consumare lo scontro decisivo tra la Fiom e la Cgil. A fronte dell'accordo siglato dalla confederazione il 10 gennaio scorso tutti si attendevano da parte dei meccanici una rottura se non definitiva quantomeno storica e clamorosa all'interno del principale sindacato italiano. Purtroppo nulla di tutto questo è accaduto. Nonostante le apparenze che hanno visto concludere il congresso su 3 documenti politici e 3 liste per la elezione del Comitato Centrale contrapposte, il confronto ha visto il prevalere di una guerra di posizione fatta di tatticismi e presunte furbizie reciproche. Uno scontro che si riduce sempre più a una battaglia tra gruppi dirigenti e sempre meno a una battaglia per le idee e i contenuti.

Quale dissenso?

Che il segretario generale della Fiom non volesse affondare il colpo lo si è capito fin dalla sua lunghissima relazione. Se in un primo momento ha usato un'espressione forte e apparentemente di scontro definendo la gestione del congresso da parte della Cgil come “truffaldina”, in realtà sulle tre questioni di fondo oggi in discussione la linea è stata alla ricerca spasmodica di mediazioni e compromessi. Al punto da far quasi perdere di vista quale fosse davvero la materia del contendere. Emblematica è la totale identità di vedute tra confederazione e meccanici sulla questione del governo Renzi. Quasi come dei contemplatori di quadri, Fiom e Cgil si limitano ad elencare le cose che vanno bene (sic!) e quelle che non vanno bene dell'azione dell'esecutivo. Poi giustificano il proprio immobilismo dietro l'argomentazione tutta da dimostrare del presunto consenso di cui godrebbe oggi Renzi tra “la gente”...quindi per ora bisogna lasciarlo “lavorare”. Tra sei mesi poi si farà il bilancio del suo operato e si agirà di conseguenza. Come se lo sviluppo dei rapporti di forza e della lotta di classe fossero un rubinetto che si apre e chiude a piacimento e non una lotta tra forze vive. Salvo poi scoprire che il consenso di cui magari si gode in un dato momento è stato dilapidato dall'attendismo. A quel punto non dubitiamo che i soloni del nostro sindacato lamentandosi di non essere stati capiti dal popolo chiederanno, come sarcasticamente affermava Brecht, di cambiare il popolo.

In secondo luogo anche sulla vicenda del Testo Unico, accordo che la Fiom giustamente ha affermato mettere in discussione la natura stessa del sindacato, la rivendicazione iniziale del “No all'accordo” si è trasformata in un molto più morbido “miglioriamo il testo”. La linea assunta pare ora essere la stessa usata all'epoca delle “carte rivendicative”. Ovvero tentare fabbrica per fabbrica di fare accordi in cui si scongiura l'applicazione delle parti peggiori di quel testo. L'esito di questa linea è stata disastrosa allora, lo sarà ancor più oggi che in ballo non c'è “solo” il rinnovo di un contratto nazionale, ma il sistema contrattuale nel suo complesso.

Se nella vicenda Pomigliano la Fiom avesse adottato questa linea, di fatto emendataria, pensiamo davvero che saremmo riusciti ad ottenere le vittorie, pur parziali, ed il consenso che quella battaglia ci portò all'epoca? La linea che stiamo assumendo oggi per il Testo Unico è esattamente quella della “Firma Tecnica” che all'epoca la Cgil ci propose e che noi giustamente rifiutammo. Un accordo che lede diritti indisponibili, come sostiene anche il giurista Umberto Romagnoli consulente del nostro sindacato, va eliminato, punto e basta.

Infine sulla questione della democrazia in Cgil e sulla gestione “truffaldina” del congresso (cosa che i sostenitori del secondo documento già da settimane denunciavano in beata solitudine e ben prima che venissero resi pubblici i dati sull'esito degli emendamenti). Più passa il tempo e più si ha la sensazione che un problema vero e giusto, quello cioè di una condotta sempre più autoritaria ed antidemocratica della nostra confederazione, sia usato strumentalmente per contrattare qualche posto in più come delegato al congresso nazionale confederale e dunque al Direttivo Nazionale futuro. Insomma l'ennesima guerra tra gruppi dirigenti per i posti.

Le ambiguità della linea Fiom danno i propri frutti (amari)


Che la discussione abbia avuto questa dinamica non è certo casuale, ma è la naturale ed ennesima conseguenza di una scelta politica che la maggioranza del gruppo dirigente della Fiom ha fatto ormai da 3 anni a questa parte. Se il no coraggioso ed intransigente assunto a Pomigliano e Mirafiori 4 anni fa ci portò all'apice del consenso dentro e fuori la categoria al punto di poter organizzare una imponente manifestazione come quella del 16 ottobre 2010 a Roma, l'accordo confederale del 28 giugno 2011 ci ha posti davanti ad un bivio. La scelta all'epoca era tra una strada di conflitto aperto e senza quartiere all'interno della confederazione e una strada, apparentemente più semplice, di minor resistenza basata sulla rincorsa a tutti i costi del compromesso con la Cgil. Si scelse da allora questa seconda strada e oggi queste ne sono le conseguenze. Una manifestazione come quella del 16 ottobre, oggi di certo non avremmo la forza per poterla convocare.

All'insegna della moderazione e dell'assenza di discussione vera

Un vecchio proverbio sostiene che sia nei dettagli che il diavolo celi la coda. In questo congresso per la verità i dettagli non sono neanche così minuziosi, al contrario. Il fatto che la commissione politica non abbia nemmeno speso tempo a discutere sugli ordini del giorno ma si sia limitata a ratificare il volere della maggioranza rende l'idea di come il problema sulla gestione proprietaria dell'organizzazione non sia solo di natura confederale. A chi scrive non è ancora chiaro se sia stato per disinteresse, pregiudizio o per convinzione politica (molto probabilmente un pò tutte queste cose assieme), ma il congresso, su indicazione della segreteria uscente ha respinto tre ordini del giorno in maniera del tutto inspiegabile. Uno in cui si chiedevano le dimissioni di Susanna Camusso da Segretaria Generale Cgil, su cui è addirittura intervenuto Landini per dire (quasi si riferisse un po' anche a se stesso) che la discussione non deve essere sulle persone ma sulle idee. Verrebbe da chiedere al segretario Fiom se i gruppi dirigenti non si possono mettere in discussione durante un congresso, quando secondo lui sarebbe opportuno farlo. Un secondo ordine del giorno che chiedeva lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni Fornero è stato respinto con la motivazione palesemente falsa che tale richiesta era già presente nel testo del documento politico approvato dal congresso. Verrebbe da chiedere: ma se è così, e basta leggere i documenti per vedere che così non è, qual è il problema nel ribadire e rafforzare il concetto? Mistero. Infine, e questo è senz'altro il più odioso, ci si è rifiutati di approvare un ordine del giorno che esprimeva solidarietà ai quattro compagni No Tav che senza alcuna prova sono da mesi detenuti con la pesantissima accusa di terrorismo per aver forse manomesso un compressore. Guzzanti, Vauro, Emergency e pure Mastrandrea si mobilitano in loro solidarietà e la Fiom no! Verrebbe da sorridere se non ci fosse da piangere.

La coda di quel diavolo che è la moderazione col passare del tempo si è fatta davvero troppo ingombrante anche nella nostra categoria.

Il congresso nazionale Cgil

La tre giorni fiommina si è conclusa con reciproche domande senza risposta. Il segretario della Cgil ha chiesto se la Fiom fornirà i dati della consultazione sul Testo Unico inerenti agli iscritti (come a dire che se la Fiom si rifiuta si mette fuori dalle regole confederali) ed il segretario della Fiom ha risposto con un'altra domanda, ovvero se la Cgil aiuterà la Fiom a “migliorare” il Testo Unico (come se la Cgil dopo aver firmato un accordo possa mai accettare davvero di modificarlo, ammettendo così la propria inettitudine). Tutto è stato dunque rinviato al congresso nazionale confederale, assise in cui a giocare “in casa” sarà Camusso. L'impressione è che ad oggi nessuno dei due contendenti voglia, abbia il coraggio o possa assestare un affondo finale. Quale sarà l'epilogo di questa vicenda è ancora difficile da stabilire. Troppe sono ancora le incognite e le variabili in campo che potranno cambiare il corso degli avvenimenti tra il 6 e l'8 maggio a Rimini. Tuttavia una cosa è certa. Se, come le conclusioni del congresso dei meccanici lasciano presagire, Landini e il suo gruppo dirigente accettassero un ennesimo accordo al ribasso come fatto negli ultimi 3 anni, questo potrebbe forse garantire ancora per qualche tempo l'autoconservazione dell'apparato, ma certamente sancirebbe una pesante sconfitta politica per la Fiom. Una sconfitta che graverebbe innanzitutto e soprattutto su chi quotidianamente deve misurarsi coi padroni nelle fabbriche e cioè i delegati e i militanti. In una parola, la spina dorsale e la linfa vitale della nostra organizzazione. Per quanto ci riguarda, con le poche forze che avremo, faremo di tutto perchè questo non avvenga e perchè tale accordo non ci sia. La Fiom deve continuare ad essere o tornare ad essere un punto di riferimento per chi ne ha abbastanza di subire e vuole rialzare la testa per cambiare le cose. Per chi ne ha abbastanza dei ricatti dei padroni. Noi difenderemo la Fiom ad ogni costo e contro chiunque la voglia portare alla resa!

19 aprile 2014

L'”ora X” di Matteo Renzi. La volgarità di una truffa contro i lavoratori

Può darsi che milioni di lavoratori, massacrati da tutti i governi precedenti- inclusi quelli di centrosinistra- si aggrappino alla favola bella degli 80 euro vedendovi la “svolta buona”. Ma la realtà non cambia: è il luccicare di una moneta bucata che serve a coprire la continuità dei sacrifici. Altro che l”ora X della rivoluzione” come letteralmente l'ha rappresentata Renzi, con scarso senso del ridicolo.

La moneta è bucata. Milioni di lavoratori e lavoratrici incapienti non vedranno nulla. Così i sette milioni di pensionati con meno di mille euro o addirittura di 500 euro mensili. Mentre le addizionali Irpef locali, liberalizzate dallo stesso governo, l'impatto della Tasi sulla prima casa per milioni di famiglie, il taglio delle detrazioni sul coniuge a carico previste dal decreto Poletti sul mercato del lavoro, polverizzeranno nel loro insieme l'intera portata del “beneficio”.

Parallelamente il beneficio sarà pagato... dagli stessi “beneficiari”.

Il taglio alle auto blu, la limatura degli stipendi di alti magistrati, dei diplomatici, di una parte di alti manager pubblici ( ma non di aziende che stanno in Borsa o emettono bond, che sono i più e i meglio pagati..), sono solo fumo negli occhi per prendere i voti delle vittime reali di tutta l'operazione: i lavoratori, i pensionati, la popolazione povera.
Renzi vanta l'assenza della parola “sanità” nel decreto. E' ipocrisia pura. I tagli alla sanità, come ai trasferimenti pubblici alle ferrovie e al trasporto locale, sono imboscati in forma anonima nel capitolo “tagli all'acquisto di beni e servizi della pubblica amministrazione”( Enti locali, Regioni, Stato), non a caso il capitolo più consistente delle coperture dell'anno in corso. E proprio sulla Sanità è in corso il negoziato con i governi regionali di centrosinistra e centrodestra per tagliare il servizio di altri 10 miliardi, che si aggiungono ai 30 già cumulati dal 2007 ad oggi. Un massacro.

Peraltro il carico annunciato dell'”ora X” è spostato sulla prossima legge di stabilità, dopo il voto del 25 Maggio. E contempla per il 2015 tagli davvero imponenti, in omaggio ai dettami del pareggio di bilancio e del fiscal compact. Altro che svolta!

Intanto al riparo della cortina fumogena di questa truffa si muove la vera linea di attacco frontale al lavoro e ai lavoratori: la drammatica espansione del precariato di massa attraverso la liberalizzazione dei contratti a termine senza causale. Un vero lasciapassare al più totale arbitrio padronale sulla pelle della nuova generazione ( e non solo). Peggio dello smantellamento dell'articolo 18. Un autentico crimine sociale.

La sostanza d'insieme è una sola. Il nuovo corso populista del governo Renzi serve solo alle fortune elettorali del Presidente del Consiglio, e ai suoi disegni “bonapartisti”, a spese della classe operaia e di tutti gli sfruttati. La ricerca affannosa e ossessiva del “consenso del popolo”, attraverso l'artificio di una comunicazione da marketing, serve a governare contro “il popolo”. Come del resto in ogni vocazione bonapartista.

Tanto più scandaloso è il silenzio o il balbettio delle sinistre italiane. Lista Tsipras e i suoi intellettuali liberal progressisti tacciono, anche perchè ignorano la centralità del lavoro. Sel non ha ancora proferito parola sull'ora X di Renzi, mentre parte dei suoi senatori appoggiano ormai apertamente il governo. Landini al momento tace, perchè deve capire se Renzi l'assumerà come interlocutore , come Landini vorrebbe . Solo Camusso ha sentito il bisogno di pronunciarsi... plaudendo “ agli 80 euro e all'assenza dei tagli alla sanità”. Insomma, le menzogne del governo sono coperte dalle menzogne della burocrazia sindacale, e dall'opportunismo delle sinistre politiche.

Il PCL svilupperà in ogni dove- in ogni lotta, nei luoghi di lavoro e sul territorio- la propria campagna di demistificazione e denuncia del populismo reazionario Renzista. In funzione di quella svolta radicale e di massa dell'opposizione sociale, che sola può ribaltare la china. Nel lavoro di costruzione di quel partito rivoluzionario, che solo può dare prospettiva reale alla opposizione di classe. Nella prospettiva della rivoluzione e del governo dei lavoratori, i soli che possono realizzare un'alternativa vera. Spazzando via i capitalisti, i loro partiti, i loro ciarlatani.
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Comunicato Stampa - Sfratti a Cesena



Riceviamo dal Comitato Difesa Sociale di Cesena e volentieri pubblichiamo:

Mentre l'amministrazione comunale, così preoccupata per il “benessere sociale”, persevera nel promuovere la costruzione di autostrade, bretelle, fori annonari e altri profittevoli opere, continua ad aumentare il numero di persone che perdono lavoro, reddito e, infine, casa.
L'amministrazione sa benissimo che il problema degli sfratti per morosità rappresenta una “emergenza senza precedenti”; proprio nel Rapporto di fine mandato della giunta Lucchi, infatti, è scritto che “il quadro di oggettivo aggravamento del potere di acquisto delle famiglie” (in parole povere, il fatto che le persone che perdono il lavoro non abbiano alcuna garanzia di reddito e siano condannate alla precarietà e all'indigenza) ha avuto “ripercussioni dirette sulla possibilità di accedere e mantenere la locazione” (in parole povere, perdano il diritto ad avere un tetto sulla testa). Ed è la stessa amministrazione ad informarci che gli sfratti per morosità nel giro di quattro anni, dal 2010 a fine 2013, sono quadruplicati, arrivando ad essere oltre 400. Non parliamo di numeri, ma di 400 famiglie (non persone, famiglie intere) che a fine 2013 hanno perso il diritto ad avere una abitazione. E il 2014 si preannuncia peggiore.
Allo Sportello AntiSfratto che gestiamo continuano ad arrivare famiglie che hanno ricevuto l'avviso di sfratto e che saranno buttate in mezzo a una strada. Non mancano ovviamente le famiglie con bambini o con persone malate. Per loro, cosa propone l'amministrazione? Di farsi ospitare da parenti od amici, perchè ovviamente se non hai reddito non puoi pensare di aver diritto ad una tua normale vita personale; ai migranti, di tornare al paese, perchè ovviamente se non hai reddito non puoi pensare di aver diritto a stare dove magari sei da vent'anni, dove magari sono nati i tuoi figli, e dove magari ti hanno tolto anni di contributi Gescal (quelli per la costruzione di case popolari) dalla busta-paga. L'amministrazione comunale sa bene, del resto, che “gli strumenti messi in campo” sono “insufficienti a fronteggiare l'emergenza senza precedenti”. E allora noi e le famiglie sfrattate ci chiediamo: cosa aspetta a metterne in campo di ulteriori? Cosa aspetta, innanzitutto, a bloccare gli sfratti per morosità? Cosa aspetta a smettere di svendere gli immobili pubblici e/o tenerli vuoti e darli alle persone per l'autorecupero in autogestione? Cosa aspetta a promuovere la costruzione di case popolari a canone commisurato al reddito? Perchè ci sembra un po' pochino assegnare 50 alloggi popolari all'anno a fronte di una lista d'attesa di oltre 500 famiglie... Infine, ci chiediamo: cosa ne pensa l'amministrazione comunale del “piano casa” di Renzi, fortemente criticato da tutte le associazioni inquilini e dai movimenti per il diritto all'abitare, che invece di promuovere politiche abitative a favore di chi è privo di reddito regala soldi pubblici alle imprese costruttrici e ai proprietari degli alloggi, con misure-tampone peraltro inefficaci e misere?
Nel frattempo, noi continuiamo a fornire alle persone sfrattate informazioni e strumenti di rivendicazione e lotta. E visto che maggio è mese di sfratti, invitiamo tutti e tutte a partecipare alle prossime iniziative che stiamo organizzando.
I diritti non si sfrattano!

Una sola grande opera: casa e reddito per tutti e tutte!
Comitato Difesa Sociale - Cesena, 17.04.2014

18 aprile 2014

Teledurruti - Alle amministrative 2014 vota Partito comunista dei Lavoratori

Torna il voto alta moda! Il marchese Fulvio Abbate ti sta dando un grande consiglio!




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Per un movimento indipendente del proletariato ucraino

La crisi ucraina conosce una nuova precipitazione.

Il distacco della Crimea dall'Ucraina e il suo ritorno alla Russia conforme nella sostanza al suo diritto di autodeterminazione ha sospinto una dinamica di mobilitazione di settori russofoni dell'Est Ucraina ( non maggioritari a differenza che in Crimea) sulle parole d'ordine dell'autonomia federale o della separazione. Con la destituzione di governi locali, occupazione di edifici pubblici , processi di rottura e/o crisi degli apparati militari e istituzionali.

Il governo liberal fascista di Kiev non può permettersi di perdere il controllo dell'Est del paese- dove si concentra il grosso della produzione industriale e delle risorse minerarie- tanto più dopo la perdita della Crimea. Per questo promuove un'offensiva militare contro le mobilitazioni russofone dell'Est nel nome della “lotta al terrorismo”, con l'uso della più volgare propaganda di guerra. Mobilita per l'occasione la neonata Guardia Nazionale, segnata dalla presenza organizzata delle forze fasciste e nazionaliste reazionarie ucraine. Si appella al sostegno attivo degli imperialismi occidentali, ed anzi cerca proprio con l'escalation militare di consolidare la loro protezione politica ed economica, “contro la Russia”.

Dal canto suo, il regime bonapartista di Putin fa leva sulla mobilitazione russofona come arma negoziale con Kiev e con gli imperialismi occidentali per bloccare l' assimilazione dell'Ucraina all'area d'influenza U.E ( ed eventualmente alla Nato) , ridimensionare la sconfitta subita con la caduta di Yanukovich, consolidare il successo dell'assimilazione della Crimea, allargare l'ombrello del proprio controllo/influenza sulle zone economiche strategiche dell'est ucraino, alimentare infine il nazionalismo interno alla Russia a tutto vantaggio della stabilità del bonapartismo putiniano. I diritti nazionali ( reali) delle popolazioni russofone sono solo il mezzo contundente di una politica imperialistica. Per questo la Russia si erge a protettore e garante dei settori russofoni dell'est ucraino, schierando truppe al confine.

La dinamica in corso ha sbocchi imprevedibili. Di certo conferma la posizione di classe assunta dal PCL nella vicenda Ucraina, contro le opposte letture ideologiche presenti nella sinistra italiana: contro le posizioni demenziali di chi ha letto la rivolta reazionaria di Maidan come rivoluzione proletaria in fieri; e contro chi confonde la Russia di Putin con l' eredità e prolungamento della vecchia URSS, dentro il vecchio schema mondiale bipolare, e in una logica “difensista”.

La classe operaia ucraina, dell'ovest e dell'est, non ha nulla a che spartire con un governo ucraino reazionario, frutto di una rivolta ad egemonia reazionaria, sorretto dal grosso della vecchia oligarchia capitalista che prima faceva affari con Yanukovich e ora ha cambiato cavallo: un governo che fa leva sul sentimento nazionalista russofobo per offrire l'Ucraina agli imperialismi occidentali e al loro saccheggio.

Al tempo stesso la difesa dei diritti nazionali delle popolazioni russofone contro il governo di Kiev non deve significare la subordinazione del proletariato ucraino, dell'Est e dell'Ovest,al gioco di potenza dell'imperialismo russo del bonapartista Putin e al suo progetto di rilancio grande russo di una area di influenza euro asiatica, in contrappeso alla U.E. (e alla Cina): un progetto che non ha nulla di progressivo, né sul terreno sociale, né sul terreno democratico.

Solo lo sviluppo di un movimento indipendente della classe operaia ucraina può spezzare la morsa dell'attuale spirale nazionalista e costruire l'unico sbocco progressivo possibile della crisi in corso: un governo dei lavoratori , che spazzi via la vecchia oligarchia capitalista dell'Est e dell'Ovest e la feccia liberal fascista che oggi governa Kiev; che costruisca per questa via una Ucraina unita e socialista, pienamente rispettosa dei diritti nazionali delle popolazioni russofone e al tempo stesso autonoma dall'imperialismo russo.

La costruzione di un partito di classe marxista rivoluzionario in Ucraina è in funzione di questa prospettiva. L'organizzazione rivoluzionaria ucraina “Contro la corrente”, oggi attiva ad Odessa e in altre città, e partecipe della Conferenza Europea promossa dal CRQI in Atene, lavora in questa direzione .

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

17 aprile 2014

Una morte annunciata… la vertenza OMSA

di frecciarossa

Ecco come si è conclusa la vicenda OMSA, che noi del Partito Comunista dei Lavoratori avevamo seguito fin dai primi picchetti e presidi (vedi qui).

La nostra posizione è stata chiara sin dall’inizio: abbiamo invitato le lavoratrici a non fidarsi della politica borghese e della burocrazia sindacale (della CISL in primis, ma neanche di una fiacca CGIL).

Allora si era in odor di elezioni amministrative e politici e sindacalisti avevano preferito prospettare alle lavoratrici l’illusione del ricollocamento, lasciando cadere le parole d’ordine che proponeva il PCL, ossia occupazione, blocco dei macchinari, controllo operaio della produzione.

Oggi sappiamo come è finita, l’unica amara speranza che ci resta che è i tanti lavoratori attualmente in lotta nel comprensorio forlivese, a Faenza come nel caso dell’OMSA e in tutta Italia non abbiano la memoria corta. Da questa e da tante altre vertenze si può trarre un’unica conclusione: solo la lotta paga! Occupazione ed esproprio operaio senza indennizzo alla proprietà sono l’unica strategia veramente efficace per difendere il posto di lavoro.

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