iniziative in corso

Tesseramento 2015

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2015

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2015

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2015

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2015

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

5 marzo 2015

La banda dell’ultralarga

Di Rossosconclusionato


D’improvviso gira voce:
“ Siamo indietro con  l’ultraveloce”

“Che cos’è?” dice la gente
stupefatta e incompetente

“Che bisogna andare forte
che c’è l’ISIS alla porte”

Meno mal’ che c’è la banda
che provvede all’ultralarga

È la banda di Renzino
della scuola sparagnino

Del lavoro l’aguzzino
con la faccia da bambino.
  
Sei miliardi mica spiccioli
non c’è male
considerando
  
Sarà una grande autostrada
mentre adesso giriamo
su una piccola strada

 Sinceramente!

Chi se ne frega della banda ultralarga

4 marzo 2015

Il carcere … lo sai cos’è?

“Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli” (Salvatore Ricciardi “Cos’è il carcere”)

Cos’è il carcere? Difficile dirlo per chi non c’è mai stato; possiamo immaginarlo dalle esperienze raccontate ma anche così non riusciremo mai a capire cosa davvero significhi la privazione della libertà. Allora forse è meglio cambiare domanda e chiederci “cosa sappiamo del carcere?”: In una parete di una cella di detenzione del castello sforzesco di Ferrara si legge “Quando penso alla mia sorte, l’esser posto giovane …. de fortuna crudele…”. Scorrono gli anni, cambiano le strutture carcerarie, cambiano i nomi dei detenuti, ma non cambiano le “sorti”. Il carcere è un luogo di sopraffazione e violenza, un luogo di abusi quotidiani dal quale bisogna far attenzione a non farsi schiacciare perché “se ne vieni sopraffatto arriva la depressione” e in carcere è sin troppo facile morire suicidi … o suicidati. È una zona nel nulla spazio temporale, dove perdendo il senso dei giorni si impara cosa veramente sia il tempo e dove, privati della seppur minima possibilità di autogestione, si impara di quante piccole cose sia composta la libertà, e quanto siano meravigliose ed importanti, nella loro infinita piccolezza, tutte quelle minime cose che possono costruire la libertà di un qualcuno, e di una classe “Tu sei sempre lì, entri ed esci dalla cella e preferisci non collegare quelle tue ripetitive mosse a qualcosa di definito. Ripetitive come l’alito della vita e come tutte le carceri, inebriate da intervalli regolari”. Per la soddisfazione dei tanti “liberi” giustizialisti d’accatto, che sotto la falsa egida della legalità, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica, sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, in carcere non si trova il sonno facilmente, e quando finalmente ci si riesce, Il risveglio è sempre violento, accompagnato dal metallo urlante delle sbarre, dalle perquisizioni, dalle maledizioni. Ad ogni risveglio brutale non si sente la mancanza delle parole dolci, delle carezze, che fanno parte della vita; solo dopo, solo “fuori” dal carcere, ci si accorgerà di quanto “siamo tutti spilorci di tenerezze”. Sappiamo che quando se ne esce si sarà per sempre degli “ex”, come se il “fine pena mai” fosse il marchio che tutti accomuna. Ma soprattutto sappiamo che il carcere è un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano, una istituzione contro cui combattere tutti con tutte le forze, perché finché una sola galera esisterà nel mondo non potrà esserci nessuna liberazione e la lotta contro il carcere è una componente essenziale della lotta per la conquista della libertà.

Associazione Mariano Ferreyra

Maddalena Robin e Leandro Silvio Evangelista

2 marzo 2015

“Il congresso del giovane Alberto. Ovvero: la sottile buccia rossa dei compagni di Stalin.”

Di Falaghiste.

Personaggi:

Alberto Gradoni Studente prossimo al diploma e idealista con sensibilità ecologiche.
Si è iscritto al PRC (Partito della Rifondazione Comunista) per compiacere il babbo.
Gino Gradoni Babbo di Alberto. Operaio agricolo, storico e onesto militante comunista. Dopo lo scioglimento del PCI (Partito Comunista Italiano), non senza titubanze, ha aderito al PRC.
Angela Valentini Moglie di Gino e mamma di Alberto, casalinga e donna di grande buon senso.
Aurelio Spada, Laura Severini, Tamara Briganti (o Bignanti) Dirigenti della Federazione di Forlì del PRC.
Il compagno Barozzi Segretario del circolo di Sassofrasso del PRC e unico consigliere comunale del partito.
Giovanni Bulgarelli detto “Svanén” Comunista decrepito, pieno di acciacchi e nostalgico di Enrico Berlinguer.
Luogo della vicenda Sassofrasso, paesino immaginario dell'alto Appennino forlivese.
Tempo Seconda Repubblica, anno 1996.

Ogni riferimento a fatti accaduti o a persone reali è assolutamente voluto.
 ----------------------------------

L’impatto di un pneumatico contro il bordo di una buca causò all’autobus un improvviso scossone e Alberto, che teneva la testa appoggiata contro un finestrino, si svegliò bruscamente.
Gli ci vollero alcuni secondi per realizzare dove si trovasse e qualche minuto per riattivare la circolazione, informicolita dalla postura rannicchiata fra il suo sedile e lo schienale di quello davanti.
Si guardò in giro, sollevando lo sguardo sopra le file dei poggiatesta. Dietro di lui, verso il fondo, c’erano solo quattro persone: tre studenti dell’Istituto Tecnico e una signora anziana che non conosceva, e davanti, escluso l’autista, non c’era nessuno. Si sedette di nuovo e guardò fuori dal finestrino.
Era quasi buio e il bordo della strada provinciale verso Sassofrasso scorreva in un susseguirsi indistinto di ombre; tuttavia, gli sembrò di riconoscere una delle ultime curve prima della Piazzetta del Mercato dove, finalmente, il bus si sarebbe fermato.
Da quasi cinque anni, nel periodo scolastico, si alzava ogni mattina alle sei, insieme a una quarantina di altri studenti delle scuole medie superiori, per giungere a Forlì quasi alle otto, appena in tempo per l’inizio delle lezioni. Rincasava alle tre del pomeriggio dopo quattro o cinque ore di scuola e quasi tre di viaggio, se non c'erano il ghiaccio o la neve. In questo caso i tempi si allungavano imprevedibilmente di qualche decina di minuti e a volte anche di un'ora.
Comunque ci aveva fatto l’abitudine a quei ritmi, che non erano certamente peggiori di quelli di un qualsiasi lavoratore. Quando però, il mercoledì pomeriggio, era costretto a rimanere a Forlì per via di quelle due ore maledette di “estimo”, non riusciva a fare altro che coricarsi subito dopo cena.
Così in un istante, la mattina del giorno dopo, si ritrovava di nuovo sull’autobus diretto a scuola e ciò lo metteva di cattivo umore per tutto il resto della giornata.
Negli anni precedenti, i suoi insegnanti si erano dimostrati piuttosto tolleranti rispetto ai ritardi e alle assenze, più o meno tattiche, degli studenti che venivano da fuori ma, in vista dell’esame di Stato, avevano chiarito non lo sarebbero stati altrettanto. Alla fine dell’anno scolastico, infatti, Alberto sarebbe diventato “il geometra Alberto Gradoni”, come ormai lo chiamava con orgoglio Gino.
Dieci minuti dopo essere sceso dal bus era già sotto la doccia e la sonnolenza che lo aveva accompagnato durante il viaggio si dissolse rapidamente per cedere il posto alla fame. Quando scese al piano inferiore erano quasi le sette e trovò i suoi familiari in cucina, intenti a svolgere le loro faccende. La mamma stava concludendo l’apparecchiatura della tavola.
Gino, come al solito, sedeva sul suo “zocco” di castagno di fronte al fuoco, giochicchiando con l’attizzatoio fra le braci.
“Ciao Ma, ciao Ba!”
“Ciao Alberto”, gli rispose la mamma, “Fammi il piacere di affettare il pane. Va!”
“Oh Angela, lascia stare il Signor Geometra Alberto Gradoni, che è stanco e gli devo dire una cosa, che sennò me la dimentico!”
“Dai Ba! Ancora non sono geometra.“
“Ma lo sarai tra poco. Di sicuro!”
“Sì, un geometra disoccupato!”
“Ma va là! Alberto dove vivi, sulla luna? Fra poco arriva lo sviluppo in paese. Oggi il sindaco ha presentato al Consiglio il progetto del Centro di Ricerche: dieci miliardi d'investimento.”
“Ti rendi conto? Un’occasione storica per il paese!”
“Allora Rifondazione voterà a favore? Non è più il cuore dell’opposizione?”
“Certo, il cuore! Ma non senza testa! Noi siamo contro il governo di quel porco di Berlusconi, ma possiamo sostenere il PDS e i popolari, se fanno le cose giuste, specialmente nelle amministrazioni locali.”
A quel punto intervenne la mamma:”Bisognerà vedere poi in quali tasche andranno a finire quei soldi!”
“Brava Angela!”, esclamò trionfalmente Gino, ”Il nostro compito sarà vigilare che finiscano nelle tasche dei lavoratori e non solo in quelle dei padroni.“
“Ma io sono contro lo stesso”, protestò Alberto. “Non lo potrebbero fare da un’altra parte questo cazzo di Centro ricerche?”
“No! La Piana del molino è l’unico posto abbastanza grande. Non capisco cosa te ne frega di quattro sassi mangiati dagli spini.”
“Intanto non sono quattro sassi, perché lì sorgeva un villaggio intero con centinaia di abitanti. È stato il primo centro abitato di tutta la valle e c’erano, oltre al mulino, scuderie e officine. Rappresenta il nostro passato, la cultura dei nostri antenati. E poi è un posto bellissimo, che è un crimine distruggere.”
La conversazione stava scaldandosi.
Alberto aveva alzato la voce e Gino stava per rispondergli a tono, ma si trattenne in tempo considerando che, se fosse finita con un litigio, avrebbe dovuto sopportare il muso della moglie per qualche giorno. E poi non gli conveniva perché aveva bisogno di Alberto per fare una cosa molto importante.
“Ascolta Alberto! Anche se fossi d’accordo con te, cosa potremmo fare? Secondo te, quante persone ci sono in paese contrarie al progetto?”
Alberto non seppe cosa rispondere; infatti non ne conosceva nessuna, anzi, erano tutti talmente entusiasti che si poteva dire che mai a Sassofrasso vi fosse stata un’opinione pubblica così unita su una singola questione.
“Comunque”, continuò Gino, che ormai aveva conquistato il cuore della conversazione, “domani, se vuoi, potrai anche astenerti sull’ordine del giorno sul Centro ricerche. Nessuno te ne farà una colpa, noi siamo democratici; basta che voti a favore della mozione di Bertinotti e della «desistenza»”.
“Io devo votare cosa? Ma di cosa stai parlando, Ba?”
“Lo sapevo! Ti sei dimenticato. Domani c’è il congresso del circolo di Rifondazione Comunista di Sassofrasso, per il congresso Nazionale.”
“Ci devo proprio venire?”
“Senti Alberto, lo so che ti sei iscritto solo per farmi un piacere ma domani ci devi essere, se no che figura ci faccio? Già che la mamma non può venire perché deve andare ad aiutare la nonna. Sarà solo per stavolta, poi non ti chiederò più niente!”
“Va bene! se è così importante, verrò.”
L’Angela, intanto, mentre stava concludendo la distribuzione del minestrone nelle scodelle, non si trattenne dal commentare a voce alta: “Mah, io questa «desistenza» non l’ho capita.”
“Vuol dire che se Prodi vince le elezioni, noi appoggeremo il suo Governo ma senza farne parte.”
“Ecco! È questo che non mi convince. Vuol dire essere al governo o all’opposizione?”
“Tutte e due. È una roba tattica per battere Berlusconi, e ci fa comodo così. Vuoi capirne più di Bertinotti?”, sentenziò Gino, con tono risolutivo.
Intanto, Alberto si era già sistemato a tavola, ormai disinteressato a qualsiasi cosa che non fosse il minestrone.
Dunque, la sera dopo, si recarono al congresso del Partito della Rifondazione Comunista in una saletta della “Casa del popolo Carlo Marx”. Gino era visibilmente soddisfatto. Presto avrebbe potuto dire la sua «per il bene dell’Italia» . Alberto era contento di vederlo così, non solo perché gli voleva bene, ma soprattutto perché da quando Gino si era iscritto al nuovo partito comunista il clima familiare era molto migliorato.
Gino aveva militato fin da giovane nelle file del PCI, dedicandogli buona parte del tempo libero; era la cosa più importante della sua vita, dopo la famiglia. Era anche un’altra vita parallela, dove ognuno poteva sentirsi parte di qualcosa di grande anche se svolgeva i lavori più umili, come cuocere le salsicce al Festival dell’Unità o incollare i manifesti.
In quei momenti, Gino non si sentiva più uno zappaterra ma «il compagno Gradoni», alla pari degli altri, ignoranti o dottori che fossero.
Qualche anno prima era finita la guerra fredda, era caduto il muro di Berlino e si era sciolta l’Unione Sovietica e questo aveva causato un cataclisma nel sistema politico italiano.
Il Partito Comunista Italiano, che fin dal dopoguerra era stato la più grande forza di opposizione, si era scisso in due nuovi partiti: il PDS (Partito democratico della Sinistra) che rinnegava il comunismo, e il PRC (Partito della Rifondazione Comunista) che, al contrario, ne rivendicava la storia e le tradizioni.
Dall’altra parte del fronte, la DC e il PSI (Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano) che negli ultimi vent’anni avevano governato insieme contro i comunisti, erano sopravvissuti meno di due anni, crollando travolti dallo scandalo di Tangentopoli. Il PSI si era già sciolto e la DC presto avrebbe fatto più o meno la stessa fine.
La «Prima Repubblica», basata sulla Costituzione del 1948 e la Resistenza, era crollata e con essa i partiti di maggioranza e di opposizione che l’avevano fondata e sostenuta per oltre quarant’anni.
Insomma, né il PCI né la DC avevano saputo approfittare delle disgrazie dei propri avversari storici e così, nel 1994, siccome il vuoto in politica non può esistere, era arrivato Berlusconi a prendersi il Governo.
Se a Gino, solo un anno prima, qualcuno avesse pronosticato la fine del grande PCI, l’avrebbe presa come una provocazione. Se poi questo qualcuno avesse aggiunto che ci sarebbe stata anche una scissione, sarebbe stato considerato un pazzo da tutti i militanti di base. E questo perché, nel grande PCI, l'unità più che una necessità era sempre stata un dogma.
Ma il 3 febbraio del 1991, il partito aveva deciso il proprio scioglimento e la nascita contestuale del Partito Democratico della Sinistra. Quando il segretario Achille Occhetto, alla fine del congresso della Bolognina, rivolgendosi al paese pronunciò pomposamente la fatidica frase: “E adesso non chiamateci più comunisti!”, Gino si sentì male anche se l'eutanasia era stata ampiamente annunciata.
Infatti, l’esito dei congressi di base era stato inequivocabile: la maggioranza si era schierata con il segretario e i suoi colonnelli, Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Ma una cosa è prevedere la tempesta, altra cosa è esserci dentro.
Con il suo animo semplice, Gino non riusciva a cogliere le ragioni della politica. Pur rendendosi conto che un mondo era crollato e un'altra epoca si affacciava alla storia, sentiva istintivamente che tutto questo non avrebbe migliorato le condizioni dei lavoratori.
Cadde in uno stato di frustrazione che lo costrinse in un mutismo solo di rado intervallato da mugugni incomprensibili e, giacché gli era sempre piaciuto parlare e non solo di politica, la cosa preoccupò non poco i suoi congiunti, soprattutto la moglie che cercò inutilmente di sottrarlo a quella condizione. 
Addirittura, cosa mai successa, “si diede ammalato” per un’intera settimana per non voler sapere delle lotte fratricide esplose fra i suoi ormai ex compagni di partito. Una lotta senza esclusione di colpi, fra coloro che avevano aderito al PDS e quelli che si stavano riorganizzando in Rifondazione Comunista.
Nel paese circolavano voci di una rissa a “sediate” per la divisione dei locali della Casa del Popolo; si diceva che i “pidiessini” avessero cambiato la serratura del portone d’ingresso per impedire ai “rifondaroli” di entrare.
A conferma che la guerra peggiore è quella civile, per convincere gli indecisi ad aderire all’una o all’altra delle due formazioni generate dalla diaspora comunista, si ricorreva spesso ai mezzi più biechi, quali la calunnia, la menzogna o la promessa di futuri vantaggi clientelari.
Così riemergevano vecchie faide, invidie e rancori personali che poco avevano a che fare con la politica e meno ancora con i veri ideali del comunismo.
E Gino soffriva. Si vergognava, come se fosse stato lui il responsabile della catastrofe. Tuttavia, col passare del tempo, lentamente si riprese e tornò alla vita normale, ma solo in apparenza. In realtà, alla vergogna e al livore, era subentrata la rassegnazione, ma quel genere di rassegnazione per nulla confortante. Una rassegnazione generata dal puro istinto di sopravvivenza: malinconica, taciturna e a momenti disperata.
Nonostante le pressioni reiterate, degli uni e degli altri, nei due anni successivi non aderì né al PDS né a Rifondazione Comunista, cercando di occuparsi degli affari suoi meglio di quanto avesse fatto in precedenza, ma con scarsi risultati. Il vuoto che si sentiva dentro gli impediva una migliore gestione dei rapporti familiari e di lavoro.
Aveva più tempo a disposizione, ma non riusciva a utilizzarlo  perdendosi in pensieri che nulla c’entravano con l’attività del momento; gli mancava l’entusiasmo, la voglia di vivere, una ragione per andare avanti.
Anche dopo le elezioni politiche del 1992, dove Rifondazione ottenne quasi il 6% dei voti, un grande successo date le circostanze, Gino rimase a guardare, nonostante la sua antica passione per la politica si stesse lentamente rinverdendo, spinta da due fatti quasi concomitanti: il crollo definitivo del nemico storico della Democrazia Cristiana e la scesa in campo del “fascista“ Berlusconi, che obbligava il popolo della sinistra a una mobilitazione straordinaria.
Ma la “svolta” era nell’aria.
Si chiamava Fausto Bertinotti ed era diventato Segretario di Rifondazione due anni dopo la nascita del partito, nel 1994. Era un ex socialista di sinistra che aveva sempre fatto il sindacalista. Di lui si diceva che non avesse mai “firmato” un contratto, ma questo, se da destra veniva giudicato un difetto, per un comunista poteva essere considerato un onore, un certificato di oppositore irriducibile al potere padronale.
Gino, come molti altri, rimase affascinato da suo primo discorso in TV.
Certo, Fausto Bertinotti non era l’immagine tradizionale del comunista, rigida e un po’ demodé. Lui era elegante, raffinato e un po’ snob, ma parlava da Dio e nei dibattiti televisivi sapeva tener testa a chiunque e questo gli consentiva di comunicare, non solo con i vecchi militanti, ma anche con le nuove generazioni.
Così, qualche giorno dopo, alla fascinazione sopraggiunse l’illuminazione. Si fece convincere da alcuni compagni di Rifondazione del “circolo” di Sassofrasso a seguirli a Forlì, dove Bertinotti avrebbe tenuto un comizio. Rincasò molto tardi come non faceva da anni.
Quella notte Alberto fu svegliato da inediti sussurri e scricchiolii delle molle del letto provenienti dalla camera dei suoi genitori e gli ci volle parecchio impegno per far finta di nulla.
Gino era risorto a nuova vita, aveva ritrovato la sua identità, il suo spirito di comunista irriducibile sempre dalla parte dei bisogni e delle rivendicazioni dei lavoratori.
Del resto la sua militanza in Rifondazione non era diversa da quella nel PCI. C’erano da fare le tessere, attaccare i manifesti e cuocere la carne alla brace nei festival. La differenza stava nella dimensione. Rifondazione era enormemente più piccola del ”caro estinto” e le feste si chiamavano “di Liberazione” e non più “dell’Unità”.
Ma questo a Gino non interessava granché; per lui era sempre “il Partito Comunista” con la garanzia di bandiera rossa, falce e martello.
La sede della sezione di Rifondazione di Sassofrasso, che si trovava in una saletta di medie dimensioni nel seminterrato della Casa del Popolo, era stata opportunamente sistemata per accogliere il congresso di sezione.
Vi si accedeva tramite una scaletta strettina e piuttosto ripida, che procurava non pochi patemi ai compagni anziani, ma che era il meglio che i rifondaroli erano riusciti a ottenere dalla maggioranza diessina.
A destra dell’ingresso, appeso al muro dietro il tavolo della presidenza, dominava uno striscione da manifestazione con il simbolo e il nome del partito, a cui era stata aggiunta una scritta fatta a mano: ”Terzo congresso nazionale”.
Di fronte c’erano una quarantina di sedie di materiali e fogge diverse che, causa la dimensione ridotta del locale, erano state disposte piuttosto strette in maniera da consentire una comodità solo al limite della decenza.
Le pareti laterali, più lunghe di qualche metro, erano addobbate con numerosi manifesti del partito. Su quella di destra si apriva l’ingresso di un ripostiglio dentro il quale s’intravedevano parecchi rotoli di manifesti di propaganda elettorale, un tavolino pieghevole e una decina di raccoglitori rigidi per documenti, alcuni vuoti e altri rigonfi, allineati su un paio di mensole.
Appoggiate alla parete di sinistra c’erano una macchinetta a gettoni per il caffè espresso, un PC abbastanza nuovo, una fotocopiatrice di modello vecchiotto ma apparentemente ancora abile al lavoro e una scaffalatura, piuttosto impolverata, con parecchi libri sul PCI, sulla storia della sinistra italiana e alcuni volumi della famosa edizione Einaudi delle opere complete di Marx ed Engels.
Quando Gino e Alberto arrivarono, le persone sedute erano poco più di una ventina e altre tre, un uomo e due donne in piedi attorno al tavolo, vi stavano disponendo sopra diversi carteggi.
L’uomo, che si chiamava Aurelio Spada, era il Presidente della Federazione di Forlì. Sulla sessantina e dall’aspetto volitivo del comunista integerrimo, riscuoteva molta considerazione da parte dei compagni, avendo ricoperto dignitosamente importanti incarichi di gestione amministrativa nella sanità pubblica.
Alberto si rammentò di averlo visto una volta, quando era venuto a Sassofrasso per tenere un comizio. Lo aveva ascoltato con attenzione, più per curiosità che per interesse, ma ci aveva capito poco o niente.
In compenso, una cosa lo aveva colpito e anche un po’ divertito. Aurelio Spada, ogni volta che finiva un discorso, qualsiasi fosse l’argomento trattato, faceva una breve pausa a effetto e poi invariabilmente aggiungeva: “Seriamente, responsabilmente, democraticamente!”
Le due donne invece non le aveva mai viste. Gino lo informò che quella più giovane, carina e dall’aspetto efficiente, si chiamava Laura Severini ed era la Segretaria della Federazione di Forlì, il massimo incarico dirigenziale del comprensorio forlivese. L’altra, una donna di mezza età un po’ sovrappeso e un po’ troppo “dipinta”, nessuno sapeva chi fosse.
Erano già le nove passate, ma siccome risultò evidente che si stavano aspettando altri possibili congressisti, Alberto ebbe il tempo per guardarsi attorno; gli piaceva osservare le cose e le persone.
C’erano tre famiglie al completo, marito, moglie e figli maggiorenni, una decina di persone in tutto che stavano seduti composti e rigidi, chiaramente spaesati. Non li conosceva nemmeno di vista; doveva essere gente di campagna o di una frazione del Comune. Gli altri erano in maggioranza anziani, se non proprio vecchi, della stessa generazione del suo babbo.
Alberto li aveva sempre visti indaffarati ai festival, prima “dell’Unità” e poi “di Liberazione”. Fra questi riconobbe il segretario del circolo di Sassofrasso, un certo Barozzi, che Gino nominava sempre; oltre che punto di riferimento dei comunisti locali era l’unico Consigliere di Rifondazione in Consiglio Comunale.
Poi c’erano alcuni giovani del paese, ma più grandi di lui. Alberto si stupì che fossero comunisti perché li aveva sentiti discutere di tutto fuorché di politica; parlavano sempre di calcio, di donne o di soldi.
Però la cosa che più lo interessò furono i tre grandi ritratti ad olio “postumi” di Marx, Lenin e Gramsci, appesi in fondo alla sala.
Erano stati raffigurati nelle pose classiche riprodotte milioni di volte in tutti le forme possibili, foto, volantini, manifesti, spille, tessere, libri, ecc. Sempre uguali, come se in vita loro non fossero mai cambiati d'aspetto.
Marx mostrava la barba e la chioma completamente imbiancate e lo sguardo spento non svelava nulla dello suo straordinario ingegno. Lenin era raffigurato di tre quarti con la testa protesa verso chissà dove. Niente faceva intuire, nell’espressione del volto e degli occhi dal taglio orientale, a chi o a cosa si rivolgesse. Antonio Gramsci era l’unico dei tre raffigurato fino alla vita e questo peggiorava i suoi naturali difetti fisici. Col volto incassato fra le esili spalle e il corpo minuscolo rispetto alla testa guardava fisso in avanti, ma sembrava che non vedesse niente, oltre le lenti di un paio di occhialini rotondi messi un po’ storti.
Ma soprattutto erano i colori che creavano un effetto d’infinita cupezza: scuri, pesanti, impastati, che a partire dai volti terrei si scurivano verso le cornici fondendosi in volute giallognole, verdastre, marcescenti.
Il pittore, chiunque fosse, ci aveva messo del suo per trasformare tre uomini che in vita loro non avevano mai smesso di viaggiare, pensare e lottare, in spettri da inchiodare a un muro.
In effetti, l’immagine di brillantezza del partito che Fausto Bertinotti riusciva a trasmettere dagli schermi televisivi non corrispondeva affatto a quella del circolo di Sassofrasso.
Finalmente ebbe inizio il congresso.
Aurelio Spada si accomodò al centro del tavolo di presidenza e ai lati presero posto la segretaria della Federazione di Forlì e il segretario locale Barozzi, mentre la compagna sconosciuta di mezza età prese posto su una sedia in prima fila.
“Bene compagni!”, esordì. “Alla presenza di ventiquattro compagni su sessanta iscritti dichiaro aperto il congresso del circolo di Sassofrasso, in vista del terzo Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista. D’ora in avanti tutte la cariche dirigenti del circolo sono decadute. Invito tutti voi a prestare la massima attenzione… Seriamente, responsabilmente, democraticamente!”
Subito dopo fu eletta all’unanimità la direzione del congresso: Aurelio Spada alla presidenza, Laura Severini alla presidenza del comitato di garanzia (solo da lei composto) e il compagno Barozzi a segretario addetto ai verbali.
Spada prese di nuovo la parola: “Compagni, vi propongo di affrontare senz’altro l’ordine del giorno locale sul C.E.R.V., presentato dal compagno consigliere comunale Barozzi e passare subito dopo agli argomenti del Congresso Nazionale. Qualcuno vuole intervenire, limitatamente all'ordine dei lavori?”
Trascorso un attimo di silenzio riprese: “Allora, cedo senz’altro la parola al compagno Barozzi.”
Il testo dell’ordine del giorno non fu una novità. Ricalcava le stesse argomentazioni di Gino la sera prima: le responsabilità dei comunisti, la necessità di esercitare un controllo sulla distribuzione dei benefici, ecc. La lettura durò pochi minuti e alla fine fu accolta dall’applauso convinto di tutti i presenti, escluso Alberto, ma nessuno ci fece caso.
“Bene! Compagni, c’è qualcuno che intende parlare contro?”
Gino rivolse un’occhiata supplichevole ad Alberto. Per Alberto fu un sensazione strana, per la prima volta sentì di avere Gino in pugno e questo gli procurò un attimo di pura esaltazione in cui fu tentato davvero di intervenire contro. Trascorse solo un attimo, che per Gino fu un’eternità, prima che Alberto lo rassicurasse con un cenno del capo.
“Bene compagni! Chi è favorevole alzi la mano.”
“Ventitré voti a favore”, certificò la presidentessa delle commissione di garanzia.
“Chi è contrario alzi la mano.”
 “Contrari nessuno”, ricertificò la Severini.
“Bene! L’ordine del giorno è approvato”, dichiarò il presidente.
“Un momento! Compagno Spada ti sei dimenticato gli astenuti”, disse qualcuno.
“Ah è vero, chiedo scusa. Astenuti?”
Alberto alzò la mano.
“Un astenuto”, certificò la Severini.
Una quarantina di occhi fissarono Alberto, ma non percepì livore in quegli sguardi, piuttosto quel tipo curiosità che si rivolge ad un animale capitato per sbaglio nel branco di un’altra razza.
“Bene compagni. l’O.D.G. è approvato con ventitré voti a favore e uno astenuto. Andiamo avanti! Come ben sapete ci sono da discutere e votare tre mozioni contrapposte. La prima ha come primo firmatario il segretario del partito Fausto Bertinotti, la seconda e la terza, rispettivamente Claudio Grassi e Marco Ferrando, entrambi membri del comitato politico nazionale.“
“Babbo, non mi avevi detto che c’erano altri due documenti oltre quello di Bertinotti”, disse Alberto sottovoce a Gino.
“Non ha importanza tanto noi votiamo tutti per Bertinotti. Insomma per la desistenza.”
“Ma chi sono gli altri e cosa vogliono?”
“Non lo so!”, gli rispose contrariato, “Se proprio t’interessa ascolta e stai zitto!”
Alberto fu tentato di andarsene, non sopportava di essere preso in giro, figuriamoci da Gino, ma si rassegnò subito considerando che era venuto per compiacerlo e nient’altro. Quindi rimase in silenzio, soltanto un po’ imbronciato.
 Decise, se non altro per passare il tempo, di capirci qualcosa per conto suo. Però da lì a poco più di due ore, tanto durò ancora il congresso, capì soltanto che quelli della seconda mozione volevano, anche loro, fare la desistenza ma solo a certe condizioni, che però non gli risultò chiaro quali fossero.
Tale mozione fu presentata dalla compagna di mezza età che nessuno conosceva e che il presidente Spada presentò come la compagna Tamara Briganti, o Bignanti, segretaria del Circolo Centro di Forlì, che era venuta apposta per spiegarla e invitare i presenti a sostenerla col voto.
Iniziò leggendone il testo, che a occhio pareva composto da almeno una trentina di pagine. Ma, dopo nemmeno dieci minuti, continuò con parole sue, un po’ perché evidentemente stanca tanto che iniziava a saltare le righe e un po’ perché, nonostante tutti stessero composti e in silenzio, capì che nessuno l’ascoltava.
Non migliorò di molto in fatto di chiarezza, ma almeno si risparmiò parecchia fatica e concluse in fretta. La fine del suo discorso fu accolto da qualche timido applauso di circostanza, più di sollievo che di condivisione e quando tornò a sedersi al suo posto, probabilmente, pensò che avrebbe potuto risparmiarsi la fatica di farsi ottanta chilometri fra andata e ritorno per venire a Sassofrasso.
Dopo sarebbe toccato alla mozione di Marco Ferrando, ma siccome non c’era nessuno che la presentasse, Spada propose di passare senz’altro alla mozione di Fausto Bertinotti. Naturalmente nessuno ebbe nulla da eccepire e Marco Ferrando, chiunque fosse e qualsiasi opzione proponesse, finì completamente ignorato.
Fu la stessa presidente del comitato di garanzia a perorare la causa della desistenza. Anche in questo caso nessuno contestò che non fosse molto corretto che il “garante” si schierasse apertamente a favore di una mozione.
Comunque, la Severini dimostrò una notevole capacità oratoria. Parlò a braccio per una buona mezz’ora, meritandosi diversi applausi dall’assemblea ogni volta che sottolineava i punti fondamentali, mutando con maestria il tono della voce.
Sui contenuti nessuna novità, anche stavolta erano, nelle sostanza, le stesse argomentazioni di Gino della sera prima.
Dopo si passò alla discussione. Vi furono una decina di interventi, la maggioranza dei quali, però, riguardarono poco o nulla gli argomenti congressuali.
Un compagno espose tutti i motivi per cui i pidiessini erano dei traditori che ”se fossimo in guerra andrebbero fucilati”.
Un altro dissertò a lungo sulla Russia, sul compagno Stalìn (con l’accento sulla i) e sul compagno Togliatti; niente a che fare con l’attualità e Spada lo dovette interrompere, sennò avrebbe continuato per ore.
Un altro, addirittura, dichiarò che lui “Il Capitale” se l’era studiato bene e poi, del tutto a sproposito, recitò una sua poesia dove un uccello migratore si scavava il nido nella neve. Ognuno si sfogò come poteva e ognuno ricevette la meritata dose di applausi.
Dopo si passò al voto che da regolamento si svolse per chiamata nominale; ognuno venne invitato a pronunciare il nome del primo firmatario della mozione che intendeva sostenere. Come previsto Bertinotti fece il pieno: ventiquattro voti a favore della desistenza, compreso quello di Alberto, che pur con un certo imbarazzo rispettò le consegne e nessuno per le mozioni di Grassi e Ferrando.
L’unico episodio fuori della norma, che risvegliò l’attenzione ormai assopita di Alberto e produsse un notevole imbarazzo a tutti gli altri, accadde proprio nel corso delle votazioni.
Avevano già votato una decina di compagni quando Aurelio Spada chiamò un certo Giovanni Bulgarelli, detto Svanèn, ma non ci fu alcuna risposta.
Tutti si girarono verso il fondo della sala, dove seduto proprio sotto il ritratto di Lenin, c’era un uomo molto anziano con una mano appoggiata a un tripode e il capo reclinato in avanti. Evidentemente si era addormentato.
Al suo fianco, una donna robusta di mezza età, la figlia o la badante, cercava di riportarlo alla realtà scuotendolo per un braccio e chiamandolo piano per nome, ma invano.
Ci volle la voce rombante del compagno Spada per risolvere la situazione: “Compagno Bulgarelli, ti invito a esprimere il tuo voto!”
A quel punto il vecchio ebbe un sussulto e ancorandosi con un braccio alla donna, si alzò in piedi, rimanendo comunque, per quanto era ingobbito, alla stessa altezza da terra.
Si guardò intorno con lo sguardo disperso altrove come se non capisse in quale mondo si era svegliato.
“Compagno, dovete votare!”, ripeté Spada, con voce ancora più alta.
“Devo votare? Ah si…”
E, dopo avere preso fiato, balbettando un poco proclamò orgogliosamente “Berlinguer… E… Enrico Berlinguer”.
Enrico Berlinguer era stato uno dei segretari del vecchio PCI fra i più famosi e stimati, peccato che fosse deceduto da parecchi anni.
Una sensazione di gelo avvolse i presenti, nessuno sapeva cosa dire né cosa fare, alcuni volsero lo sguardo altrove in attesa degli eventi, altri a terra per celare l’imbarazzo.
Alberto stava per scoppiare in una risata, ma fu represso appena in tempo da un’occhiataccia di Gino.
Fu l’esperienza del compagno Spada ad essere risolutiva: “Voi non potete votare per il compagno Berlinguer, che noi tutti abbiamo amato e stimato, ma per Ferrando, Grassi o Bertinotti!”
E aggiunse a voce più alta: “Hai capito compagno?... Bertinotti!”
“Sì!…. Berti….notti?”, mormorò il vecchio interrogando se stesso, mentre si guardava intorno spaesato.
“Come hai detto? Non ho capito!”
“Ha detto Bertinotti!”, disse uno seduto nella fila davanti al vecchio.
“Sì, sì ha detto Bertinotti!”, proclamarono gli altri in coro e l’episodio fu subito dimenticato.
Dopo furono eletti i delegati al Congresso Federale e la serata si concluse con un breve discorso del Presidente sulla morale e la cultura dei comunisti. Fu un discorso breve e di circostanza, che non mise alla prova la pazienza dei convenuti che già mostravano segni d’insofferenza e che ovviamente si concluse con ”seriamente, responsabilmente, democraticamente!”.
Alle undici e mezzo la funzione era conclusa, un vero record per un congresso di Partito.
Nel giro di pochi minuti la sede si svuotò. I dirigenti furono lasciati soli a redigere i verbali; cosa del tutto estranea agli interessi dei congressisti che si eclissarono rapidamente pensando agli affari loro.
Appena fuori, Alberto vide Svanén uscire con un braccio allacciato alla sua accompagnatrice e l’altro appoggiato al tripode. Prima che si allontanasse lo udì borbottare qualcosa come “Togl…iatti, Berlin… guer, Mu… Mussolini”, e altri nomi che non capì.
Babbo e figlio tornarono a casa in silenzio, ognuno domandandosi cosa stesse pensando l’altro e, siccome se avessero cominciato a dire qualcosa sarebbe andata per le lunghe e l'ora non lo consentiva, appena giunti a casa s’infilarono nelle rispettive camere da letto scambiandosi soltanto un laconico: “Notte”.
Ma Alberto, appena rimasto da solo nella sua cameretta, non poté fare a meno di riflettere sull'esperienza appena vissuta. I volti dei “compagni”, i loro atteggiamenti, i discorsi, il susseguirsi dei vari momenti del congresso gli ritornavano in mente mescolati in una girandola di sensazioni.
Certo, era stata una serata noiosa, a momenti divertente e un po' grottesca, in un ambiente estraneo a ogni sua esperienza, ma tuttavia intrisa di un presente e di un passato che in qualche modo lo riguardava, che riguardava anche tutti gli altri e che riguardava, addirittura, il mondo intero, anche se non capiva il come e il perché.
Comprese di avere sottovalutato i discorsi di Gino ritenendoli pura astrazione e considerandoli, infantilmente, scollegati dalla realtà.
Come la democrazia per esempio, sulla quale Gino disquisiva frequentemente; aveva appena vissuto un'esperienza concreta di come poteva essere interpretata e usata a proprio piacimento. Ma c'era di peggio: aveva sottovalutato l'importanza del proprio comportamento. Il momento in cui tale consapevolezza gli emerse alla coscienza fu come un pugno allo stomaco, al quale seguì una sensazione di panico che scomparve soltanto quando, vinto dalla stanchezza, si addormentò.
Il giorno dopo non andò a scuola, sentiva il bisogno di altro.
Di buon’ora salì per il vecchio sentiero fino alla piana del molino. La giornata era cupa, minacciosa di pioggia. Si arrampicò sulla testa di Polifemo, il masso più grosso al centro della piccola pianura, come aveva fatto tante volte da bambino, per gioco. Da lì sopra poteva vedere, sia il paese giù in basso, che le rovine dell’antico molino sull’orlo dell'altipiano e vicino al grande castagneto che digradava dal versante della montagna.
Cominciò a piovere. Le prime rade gocce lo fecero rabbrividire colandogli giù per il collo e la schiena, poi infittendosi lo inzupparono completamente.
Ma Alberto pensava ad altro. A come, per un malinteso senso di gratitudine, aveva ceduto alle richieste di Gino rendendosi complice di gente che con le sue convinzioni non aveva nulla in comune. Non aveva avuto il coraggio di opporsi. Si era comportato peggio di loro, che almeno avevano l’ attenuante di non essere coscienti di quello che facevano.
Il temporale aumentò d’intensità. Ormai non si vedeva che a pochi metri di distanza; dall’alto della vallata giungevano il rombi dei tuoni e i lampi dei fulmini.
Pianse a lungo, singhiozzando. Le lacrime, mescolandosi alla pioggia, gli formarono sul viso una liquida ragnatela dai riflessi mutanti, fredda, come la sua disperazione.

Quella sera annunciò a Gino che non avrebbe rinnovato la tessera del partito e lui, inaspettatamente, non ebbe nulla da ridire.

27 febbraio 2015

Assemblea Nazionale Fiom? PCL presente!

Stamattina la sezione PCL Romagna (Forlì Cesena Rimini Ravenna) era presente agli ingressi dell'Hotel Dante di Cervia dove è prevista la due giorni dell'Assemblea Nazionale dei 500 della Fiom.
Il PCL, con il volantino allegato, ha sostenuto la necessità di proseguire la lotta per tornare a vincere. Nessuna illusione riformista, tanto meno un'alleanza sociale di sinistra potrà far riacquistare i diritti ed il lavoro persi, anche a causa dell'inadeguatezza della dirigenza Fiom e CGIL.
Pertanto il PCL continua a lanciare la proposta di realizzare una piattaforma generale unificante, che rivendichi non solo i diritti abrogati, ma la ripartizione fra tutti/e del lavoro esistente, la cancellazione della precarietà, un vero salario ai ed alle disoccupati/e, il rinnovo dei contratti, un grande piano di nuovo lavoro finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite.
È necessaria una forza di massa per imporre questa piattaforma, una mobilitazione prolungata che punti a bloccare il Paese. È necessaria un’assemblea nazionale di delegati/e eletti nei luoghi di lavoro, che decida piattaforma e forme di lotta, che guidi democraticamente questa battaglia.
Restiamo inguaribilmente convinti che l'unica sinistra capace di rispondere alla crisi del capitalismo sia una sinistra classista e rivoluzionaria. Classista perché schierata sempre e comunque dalla parte dei lavoratori contro la classe dominanti, i suoi partiti, i suoi governi. Rivoluzionaria, perché mirata a ricondurre ogni lotta di massa alla prospettiva di un governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa.

_________________________

RIPRENDERE LA LOTTA, PER UN’OPPOSIZIONE VERA!

Il job act è definitivamente passato, l'articolo 18 è stato abrogato! Il governo e il PD hanno cancellato una conquista dell'autunno caldo, riportando i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici agli anni cinquanta. Renzi è riuscito dove aveva fallito Berlusconi: libertà di licenziamento, demansionamento e controllo a distanza, contratti a termine senza causale (Poletti).

Lo sciopero del 12 dicembre si è dimostrato insufficiente. Una lotta una tantum, senza piattaforma, senza continuità, senza prospettiva. Dopo la CGIL si è fermata. Si è arrivati all’approvazione dei decreti attuativi senza altri scioperi, manifestazioni o assemblee: il Consiglio dei Ministri gli ha approvati nel silenzio delle piazze. Solo un fiume di parole di Camusso e Landini, che hanno promesso di continuare la mobilitazione. Di fatto, la si è chiusa. Si è interrotto un ciclo di lotta, impedendo di cristallizzare nella coscienza di milioni di lavoratori e lavoratrici quella rottura con il governo che era iniziata a maturare proprio con la scelta di ottobre della CGIL. Si è permesso al governo non solo di proseguire l’offensiva, ma anche di approfondirla:  dall’inserimento dei licenziamenti collettivi all’estensione generalizzata del demansionamento con qualunque modifica degli assetti organizzativi (e non più solo in caso di crisi o ristrutturazioni), per tutti i lavoratori e lavoratrici e non solo per i nuovi assunti.
Si sperava in un cambio di strategia di Renzi, visto la riduzione dei tagli ai patronati (da 150 a 35 milioni di euro) e i cambi di cavallo nei corridoi del Palazzo, determinati dall’elezione di Mattarella. Ma non si può sperare nel dialogo con un governo che vuole lo scontro.

OCCORRE ALZARE UN ARGINE, COSTRUIRE UNA OPPOSIZIONE VERA.
Il governo ha vinto una battaglia importante, non la guerra. Forti del successo ottenuto, nei prossimi mesi Renzi ed il padronato proseguiranno infatti l’offensiva, per ridurre ulteriormente il salario diretto, quello indiretto (pensioni) e quello sociale (sanità, scuola, servizi pubblici). Tenteranno di smantellare i contratti nazionali, prolungandone il blocco o revocandoli (come annunciato dai chimici). Riapriranno il capitolo previdenza, flessibilizzando i tempi di entrata per gestire l’inevitabile flusso degli esodati dalle aziende (che ora potranno licenziare), decurtando le loro già magre pensioni. Aumenteranno sempre più tasse e tariffe, per rispettare i parametri di bilancio imposti dalla UE, e nel contempo smantelleranno l’unica vera struttura di welfare universale del nostro paese: il Sistema Sanitario Nazionale.

Continueranno questa offensiva, perché è necessario rilanciare la competitività, cioè i margini di profitto. Perché la lunga depressione italiana si inscrive in una crisi mondiale, che ha cause strutturali. A farla esplodere sono stati i subprime, ma a causarla non è stato né l’enorme crescita della speculazione finanziaria, né la diminuzione di salari e spesa pubblica (domanda aggregata), né gli squilibri mondiali. Sono state le tendenze di fondo dello dinamica capitalista, la sovrapproduzione di capitali e la caduta dei saggi di profitto. Non basteranno quantitative easing, investimenti europei o politiche keynesiane per rilanciare l’espansione dell’accumulazione. Le precedenti grandi crisi hanno richiesto distruzioni radicali e prolungate per ricreare margini della crescita. La speranza di una regolazione politica dei cicli economici ha evidenziato i suoi limiti già negli anni trenta, nella precedente lunga depressione, che è stata superata non dalle politiche più o meno keynesiane di Roosevelt, Blum, Hitler o Mussolini, ma dal precipitare della seconda guerra mondiale.                     

Per questo è necessario proseguire la lotta. Occorre voltare pagina: mettere in campo una forza uguale e contraria, con la volontà di vincere. E' necessaria una piattaforma generale unificante, che rivendichi non solo i diritti abrogati, ma la ripartizione fra tutti/e del lavoro esistente, la cancellazione della precarietà, un vero salario ai ed alle disoccupati/e, il rinnovo dei contratti, un grande piano di nuovo lavoro finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite. E’ necessaria una forza di massa per imporre questa piattaforma, una mobilitazione prolungata che punti a bloccare il Paese. E’ necessaria un’assemblea nazionale di delegati/e eletti nei luoghi di lavoro, che decida piattaforma e forme di lotta, che guidi democraticamente questa battaglia.

Per questo è necessario cambiare direzione, superare il vuoto a sinistra che si è prodotto in Italia. In nessun paese d’Europa si registra una crisi tanto profonda. E' un caso? No. In nessun altro paese europeo la sinistra si è tanto compromessa, e per tanto tempo, con le politiche antioperaie dei governi, nazionali e  locali. Si è approvato il lavoro interinale, le maggiori privatizzazioni del continente, le finanziarie lacrime e sangue, l'abbassamento delle tasse sui profitti, la precarizzazione del lavoro, le missioni di guerra, le dismissioni di municipalizzate e scelte contro i lavoratori e le lavoratrici (da Milano a Genova a Roma). Ci pare curioso che di questa tragedia non si sia tratto un bilancio. Ancor più curioso che i gruppi dirigenti responsabili di quella tragedia si candidino oggi a “ricostruire la sinistra” che hanno distrutto.

Fare una Syriza italiana sembra infatti il mantra più diffuso in questi giorni. Appare ragionevole, ma ripropone l'ennesima illusione. Innanzitutto chiediamoci: il successo di Syriza è il risultato di “una sinistra unita e poco litigiosa”? No. Alle elezioni erano presenti 5 liste (KKE, ANTARSYA; EEK, ecc) e Syriza stessa è una costellazione di 13 diverse organizzazioni. Il successo è il frutto della radicalizzazione di massa dei lavoratori e della gioventù greca, il frutto di tanti anni di scioperi generali e di lotte prolungate. Questa radicalizzazione ha trovato una sinistra non compromessa nelle politiche di austerità (a differenza di quella italiana). Ma Tsipras risponde all'esigenza di una svolta vera? No, non risponde a quella esigenza. Lo abbiamo visto in questi giorni. Lo sforzo è quello di tranquillizzare il capitale finanziario europeo. Nessuna rottura con la UE. Nessuna rottura con la Nato. Nessun annullamento del debito pubblico greco. Nessuna nazionalizzazione delle banche. Salvaguardia dell'apparato dello Stato. La speranza è quella di un compromesso sul debito pubblico che ne riduca il peso e perciò stesso ne garantisca il pagamento. Ma è possibile realizzare la svolta sociale radicale che il dramma greco richiede rispettando il capitalismo greco e il capitalismo europeo? Anche una parte di Syriza, in dissenso con Tsipras, ritiene di no. E ha ragione.

Il nodo di fondo, in Grecia come in Italia, resta quello di sempre. Restiamo inguaribilmente convinti che l'unica sinistra capace di rispondere alla crisi del capitalismo sia una sinistra classista e rivoluzionaria. Classista perché schierata sempre e comunque dalla parte dei lavoratori contro la classe dominanti, i suoi partiti, i suoi governi. Rivoluzionaria, perché mirata a ricondurre ogni lotta di massa alla prospettiva di un governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa.

LA LEZIONE GRECA

L'evoluzione della situazione greca offre indicazioni di inestimabile valore a tutte le avanguardie di classe disponibili a ragionare e a battersi per una soluzione anticapitalistica.

L'astro nascente di Syriza si è trasformato in stella cadente in meno di un mese.
La grande illusione di un rilancio riformistico in Europa ha subito battuto la testa contro il muro. I gruppi dirigenti di una sinistra italiana allo sbando che cercavano in Syriza la propria resurrezione hanno sbagliato ancora una volta i propri calcoli. Lo sforzo imperturbabile del quotidiano “Il manifesto” di continuare a presentare Tsipras, contro ogni evidenza, come il condottiero della vittoria, dimostra l' ipocrisia imbarazzante di un riformismo che non vuole rassegnarsi alla verità. O al fallimento dei propri investimenti editoriali.

I fatti hanno parlato con un linguaggio crudo, che non lascia spazio ad equivoci.

Tsipras aveva sperato di potersi ritagliare uno spazio di manovra tra capitale e lavoro. Puntava da un lato alla ristrutturazione negoziata del debito pubblico con gli Stati strozzini, presso i quali da tempo aveva voluto accreditarsi. Dall'altro ad una riduzione concordata dell'avanzo primario capace di consentirgli misure sociali immediate e tangibili per confermare l'impressione della “svolta”.


LA RESA AI CREDITORI


L'operazione è fallita. I creditori strozzini, cioè gli Stati imperialisti dell'Unione non hanno concesso a Tsipras neppure la maschera. Il tradimento delle promesse sociali è apparso clamoroso . Di più. Al tavolo da gioco il dinamico ministro delle Finanze Varkufakis non ha potuto nemmeno avanzare le proposte di compromesso inizialmente propagandate ( riduzione del debito, conferenza europea sul debito, riduzione dell'avanzo primario dal 4,5% all'1,5%). Perchè persino quelle timide proposte negoziali erano irricevibili dagli Stati imperialisti. Al contrario sono stati gli Stati imperialisti a dettare le proprie richieste: continuità del Memorandum e del commissariamento della Grecia da parte della Troika; salvaguardia delle privatizzazioni rapina già realizzate o avviate; continuità della stretta sociale su sanità e pensioni; nessun innalzamento della soglia di esenzione fiscale per le famiglie più povere. Syriza salva l'”ambizione” a elevare il salario minimo, come eventualità futura, senza quantificazioni e indicazioni di data, e per di più solo se i creditori daranno via libera. La rinuncia codificata da parte del governo a qualsiasi “misura unilaterale” dà ai creditori strozzini un potere di veto totale. L'unica foglia di fico concessa a Tsipras è quella di chiamare il Memorandum “le misure in essere” e la Troika “le istituzioni”. La pretesa di Tsipras di aggrapparsi alla semantica per cantare vittoria è più penosa che il riconoscimento della sconfitta. La qualifica di “bertinottismo greco” si attaglia davvero alla perfezione, se non fosse che la tragedia greca lascia poco spazio al sorriso.

Ciò che è accaduto racchiude una formidabile lezione politica. Non c'è alcun reale spazio riformistico dentro la crisi capitalistica europea. L'illusione propagata a piene mani dai partiti della Sinistra Europea, Syriza in testa, circa un possibile compromesso dinamico progressivo dentro la camicia di forza dell'Unione Europea, si conferma come un volgare inganno per i lavoratori . Subordinare la loro volontà di cambiamento alle compatibilità del capitalismo europeo equivale al tradimento di quella volontà. Anche quando quella volontà ha dietro di sé la forza di una mobilitazione di anni, come nel caso greco. Anzi, quanto più la domanda popolare di svolta è radicale, perchè dettata dalla disperazione sociale e dalla generosità della lotta, tanto più la pretesa di subordinarla al capitale consuma un tradimento vergognoso. Tale è il tradimento compiuto da Syriza e Tsipras in Grecia. Senza alcuna attenuante.

Il cuore del tradimento non sta in un eccesso di arrendevolezza al tavolo negoziale con gli strozzini. Sta nell'aver accettato e perseguito quel tavolo. Sta nel fatto di aver perseguito l'accordo con gli Stati strozzini presentandolo come possibile canale di svolta per gli sfruttati. A quel tavolo negoziale il risultato era già scritto in partenza. E tutti i nuovi negoziati annunciati in primavera non faranno che confermarlo. La lezione è semplice: non si può “cambiare l'Europa” col consenso dei padroni d'Europa; non si può “cambiare la Grecia” col consenso dei banchieri e degli armatori greci. Solo una rottura radicale col capitalismo greco ed europeo può segnare una svolta vera. Solo un governo dei lavoratori può realizzare tale svolta. Fuori da questa prospettiva, contro questa prospettiva, c'è solo l'eterno ripetersi di una capitolazione obbligata. E un rischio enorme: quello di consegnare l'inevitabile disillusione popolare alle fauci naziste di Alba Dorata. Il fatto che i dirigenti di Alba Dorata abbiano detto dopo il 25 Gennaio “Syriza fallirà, poi arriveremo noi”, non rappresenta affatto un innocuo gesto provocatorio. Rappresenta un lucido disegno. I legami del nazismo greco coi corpi di polizia e le strutture militari già eredi della dittatura dei Colonnelli (1967), colorano quel disegno di tinte particolarmente inquietanti.

Il bivio di fondo è inequivocabile: o il movimento operaio greco darà la propria soluzione sul terreno rivoluzionario alla crisi del proprio paese oppure c'è il rischio drammatico che la soluzione, prima o poi, la dia la peggiore reazione contro il movimento operaio.


PER UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTICO DI EMERGENZA

La necessità di una soluzione rivoluzionaria è peraltro suggerita dall'emergenza economico sociale. Che detta in forma chiarissima le misure anticapitaliste da realizzare.

E' necessario innanzitutto annullare il debito pubblico greco verso tutti gli strozzini imperialisti (UE, BCE, FMI, banche private). Un debito di 320 miliardi è impagabile. Accettare di pagarlo significa condannare il futuro di generazioni. Puntare a negoziare coi creditori la sua ristrutturazione significa esporsi come si vede a odiosi ricatti e inaccettabili contropartite. La Grecia paga ogni anno più di 7 miliardi di soli interessi sul debito. Siamo al punto che persino la ventilata tassa patrimoniale sulle grandi fortune ( ad oggi rimossa) sarebbe chiamata a pagare il debito pubblico agli Stati imperialisti, invece che finanziare la redistribuzione sociale della ricchezza. Non c'è altra via che l' annullamento unilaterale del debito. La tesi diffusa dalla stampa borghese italiana secondo cui l'annullamento del debito greco significherebbe un colpo al portafoglio dei “cittadini italiani, tedeschi o francesi” è una volgare menzogna. I titoli greci nelle casse degli Stati strozzini sono solo il frutto della rapina da essi compiuta sulle tasche dei propri lavoratori ( italiani, tedeschi, francesi), che hanno di fatto pagato l'acquisto di quei titoli, e al tempo stesso un nodo scorsoio al collo dei lavoratori greci. Se i lavoratori greci tagliano il cappio del debito forniscono un esempio ai lavoratori italiani, francesi tedeschi, contro i banchieri di casa propria, normalmente detentori del debito pubblico nazionale. L'annullamento del debito pubblico greco sarebbe dunque un atto di solidarietà internazionale tra sfruttati dei diversi paesi contro i propri capitalisti e contro lo strozzinaggio imperialista.

In secondo luogo vanno nazionalizzate le banche greche ( e le banche in Grecia dei paesi imperialisti), senza indennizzo per i grandi azionisti. Ogni giorno le banche greche rappresentano il canale di fuga di 300 milioni. Non fuggono i risparmi dei poveracci. Fuggono i capitali degli armatori, dei costruttori, dei capitalisti greci, già grandi evasori fiscali e affossatori ordinari del bilancio pubblico. Il paradosso è che parte degli “aiuti” degli Stati strozzini alla Grecia- pagati dai lavoratori europei- servono a ricapitalizzare le banche greche, cioè a riempire i buchi provocati dalla fuga dei capitalisti greci. Naturalmente questi “aiuti” vengono fatti pagare a loro volta ai lavoratori greci, chiamati a “ringraziare” con nuovi sacrifici il salvataggio dei propri banchieri. C'è un solo modo di stroncare tutto questo: espropriare le banche greche unificandole in una unica banca di Stato. E' l'unico modo di bloccare la fuga dei capitali, e di costruire oltretutto una vera anagrafe patrimoniale.

In terzo luogo è necessario espropriare le cento grandi famiglie del capitalismo greco, a partire dagli armatori. Gli armatori greci detengono il 20% della marina mercantile mondiale. Eppure la Costituzione greca (art 96) regala l'esenzione fiscale agli armatori. I quali concentrano nelle proprie mani le redini del capitalismo greco e una ricchezza immensa. Gli armatori minacciano di “portare altrove la propria flotta” nel caso si chieda loro di pagare le tasse. C'è un solo modo di replicare al ricatto: sequestrare la loro flotta, acquisirla allo Stato. Senza indennizzo ovviamente, visto che l'indennizzo è già stato loro pagato da mezzo secolo di esenzioni fiscali. L'esproprio degli armatori, dei grandi costruttori, dei capitalisti dell'industria alimentare e farmaceutica- combinato con la nazionalizzazione delle banche- consentirebbe di riorganizzare da cima a fondo l'economia greca ponendola sotto controllo dei lavoratori. E rappresenterebbe oltretutto l'unica misura capace di stroncare alla radice la corruzione.


PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLA POPOLAZIONE POVERA

Queste tre misure fra loro collegate sono indispensabili e urgenti per salvare la società greca.
Possono essere imposte solamente dalla forza rivoluzionaria della mobilitazione operaia e popolare. Possono essere realizzate solamente da un governo dei lavoratori e della popolazione povera di Grecia, basato sulla loro organizzazione e la loro forza.

Se solo Syriza e KKE lo volessero potrebbero formare in pochi giorni tale governo e realizzare immediatamente queste misure con un semplice voto parlamentare: rompendo col partito reazionario di ANEL, raccogliendo la volontà e le esigenze popolari, appoggiandosi sulla mobilitazione del popolo. Ma non vogliono. Syriza come si è visto si è votata all'accordo con gli strozzini. Il KKE non vuole battersi per il potere dei lavoratori, ma si limita a salvaguardare il proprio spazio. Gli uni e gli altri vocati a coltivare le proprie rendite politiche dentro la società borghese, o nel ruolo di governo ( borghese) o nelle vesti di opposizione ( di sua maestà).

La costruzione del partito della rivoluzione è all'ordine del giorno in Grecia. Il Partito operaio rivoluzionario greco (EEK) è impegnato nella costruzione di questo partito. I fatti dimostrano, giorno dopo giorno, che solo un partito rivoluzionario, capace di unificare sul proprio programma tutte le avanguardie di classe e di movimento, può candidarsi a dirigere i lavoratori e la popolazione povera di Grecia verso l'unico sbocco coerente: la conquista proletaria del potere, il rovesciamento del potere borghese, l'instaurazione del potere dei lavoratori e dei loro organismi democratici e di massa. Di certo un governo dei lavoratori greci, con la sua stessa esistenza e con le proprie misure rivoluzionarie, costituirebbe un esempio per i lavoratori di tutta Europa, e un fattore eccezionale di mobilitazione per gli Stati Uniti socialisti d'Europa.

Il PCL è a fianco del partito fratello EEK, nella lotta comune per la rivoluzione socialista.


MARCO FERRANDO

Anche a Santarcangelo “benvenuto manganello”

Anche a Santarcangelo di Romagna la “sinistra” (senza contare il PD che non è più di sinistra da anni) rincorre la destra (anche post-fascista) sul tema della sicurezza e dà il via libera all’installazione di ulteriori telecamere di videocontrollo. Vale la pena ricordare che il videocontrollo non riduce i reati e nemmeno è così risolutivo nel caso della persecuzione del crimine. Le telecamere sono totalmente inutili. E non siamo noi a dirlo, ma i dati statistici.

Anche il vice-prefetto ammette “i reati sono diminuiti, 100 in meno rispetto al 2013”, ma non importa: l’importante è controllare…

Inoltre il videocontrollo è ampiamente utilizzato da decenni negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma il tasso di criminalità è in aumento. Svezia, Germania, Inghilterra, Francia e Spagna hanno tassi di criminalità nettamente superiori a quelli dell’Italia.

La repressione è un tema tanto caro alla “sinistra” che oggi, purtroppo, non ha nulla da dire alla classe lavoratrice. Ed è proprio “Sinistra unita” (Sel+Pdci+PRC) che non fa più opposizione nemmeno a questa deriva autoritaria del PD.

Cosa aspettarsi dal PD che, con il Jobs Act, ha fatto tornare i diritti dei lavoratori agli anni ‘50 ? Cosa aspettarsi dal PD che non fa che ridurre gli spazi di democrazia? Solo manganello e repressione.

Noi del Partito Comunista dei Lavoratori invitiamo “Sinistra Unita” e la sinistra santarcangiolese (Anpi e la lista “Una mano per Santarcangelo” in primis) a schierarsi contro il progetto dell’amministrazione sul tema del videocontrollo, perché una sinistra degna di questo nome non deve rincorrere la destra su nessun terreno.

25 febbraio 2015

Seminario su "L'imperialismo" - Studi Proletari


"L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori."

No, non è la realtà odierna della crisi. È l'analisi lucidissima di Vladimir Lenin, ne "L'imperialismo, fase suprema del capitalismo", scritto nel 1916. Ed è proprio quest'opera al centro della serata di formazione proposta dal collettivo Studi Proletari di Bologna, giovedì 26 febbraio, alle ore 20.30, presso il circolo ARCI Valverde, in via Valverde 15 a Forlì.

Dopo una relazione introduttiva, si aprirà la discussione sui temi dell'opera, temi ancora del tutto attuali e fondamentali per la comprensione della società attuale.

L'incontro è aperto a tutti, anche se consigliamo la lettura del testo per poter intervenire attivamente e nel merito.

Vi aspettiamo!



Jobs Act, schiavitù legalizzata!

Di Bukaneros

Quello che ai più sembrava scontato alla fine si è avverato. Renzi, Poletti, Sacconi e compagnia anti-operaia applicano alla lettera i diktat della Troika e di Confindustria, realizzando il loro sogno più grande, che è allo stesso tempo l’incubo peggiore dei lavoratori: un taglio alle tutele della classe lavoratrice senza precedenti, lo smantellamento di fatto dello statuto dei lavoratori e dei suoi diritti più fondamentali.
Quasi subito si era capito che aria tirava; la falsa propaganda della parte "sinistrorsa" del PD e soprattutto la falsa opposizione dei sindacati confederali, della Cgil in primis, facevano chiaramente intendere che Renzi e il suo governo illegittimo di non-eletti avrebbero trovato terreno fertile per strappare a piene mani le ultime difese a tutela di chi lavora. Da oggi siamo tutti più precari, ricattabili e licenziabili, da oggi alzare la testa, ammalarsi, difendersi ed esporsi per i compagni significa mettere a rischio il proprio posto di lavoro, il proprio salario e il proprio futuro, perdendo anche quel poco di dignità e libertà rimasto dopo aver varcato il cancello della propria fabbrica.
I lavoratori hanno sempre risposto alla chiamate in difesa della propria dignità nei posti di lavoro. La grande manifestazione del 25 ottobre a Roma, del 14 novembre a Milano (FIOM) e lo sciopero generale del 12 dicembre, tra l'altro già fuori tempo massimo, potevano e dovevano essere quel forte segnale di partecipazione allo scontro per far saltare il banco e l'arroganza governativa. Non è avvenuto nulla di tutto ciò! Anzi, queste manifestazioni si sono dimostrate l'ennesima "passeggiata" formale in salsa sindacale e hanno finito per portare ancora più rassegnazione e un logico distaccamento dai sindacati ormai da tempo non più generali, ma complici di sfruttatori capaci di accompagnare la new generation addirittura al lavoro gratuito in stile Expo.

Renzi e Confindustria portano a casa con estrema facilità la tanto desiderata schiavitù 2.0 del nuovo secolo, decretando inoltre la crisi più profonda del più grande sindacato europeo e dei suoi dirigenti, incapaci della minima prova di resistenza e di orgoglio, se non a chiacchiere, come troppo spesso ci ha abituato il già politicante Landini (restiamo ancora in attesa di sapere quante fabbriche ha occupato, dopo i proclami in tal senso). Il segretario della Fiom Landini e la Segretaria della CGIL Camusso saranno ricordati come i maggiori responsabili di una burocrazia sindacale totalmente succube della classe padronale, con strategie e politiche fallimentari che hanno definitivamente distrutto lo statuto dei lavoratori duramente conquistato con anni di lotte.

Gli stessi arrendevoli sindacati, dopo aver perso chiaramente su tutti i fronti, ora bussano alle porte dei padroni chiedendo gentilmente di assumere grazie proprio al Jobs Act e allo stesso tempo dicono ai lavoratori che la battaglia non è persa, che si pensa a un "nuovo statuto dei lavoratori" e a una raccolta firme per una petizione popolare proprio per la modifica della controriforma del lavoro appena legiferata. L'ipocrisia è a dire poco grottesca e l'incapacità di una reazione contro i padroni degna di questo nome è ormai cronica.

Le forze del Partito Comunista dei Lavoratori sono tutte concentrate per unire le lotte dei lavoratori, occupare le fabbriche che chiudono e licenziano, creare delle casse di resistenza a tutela di chi lotta, indire assemblee per un fronte di lotta unico, l’unica via per arginare questa deriva.

Ora e sempre... Solo la lotta paga!

ISRAELE E L’ISIS "PASSANDO" PER L'IRAN

da PCL Firenze

Basta una piccola riflessione per chiedersi, in maniera del tutto legittima, perché Israele non abbia, in alcun modo, preso posizione contro l’ISIS dal momento che si parla di uno stato per il quale la lotta al terrorismo sia una delle priorità (nella tipica alterigia, che in Israele si fa verità incontrovertibile, di una nazione che invece non nasconde e giustifica, riguardo il proprio operato, tutte le azioni criminali e violente ai danni di un altro popolo, più debole e a questa sottomesso, come necessarie e difensive) e abbia scelto, in tutto quanto sta accadendo dalle sue parti, di mantenere un profilo basso.


Premesso che per il governo di Tel Aviv, non esistono arabi buoni, ma solo arabi cattivissimi, cattivi e forse qualcuno meno cattivo, il discorso parte da lontano e può esser chiaro se si considera quanto Benjamin Netanyahu ha detto a settembre del 2014 in occasione della riunione annuale dei capi di Stato e di governo. Il problema è e rimane l’Iran, unico stato, oggi, realmente in grado di impensierire Israele, anche perché una dichiarazione del tipo: “... questo regime occupante Gerusalemme è destinato a scomparire dalla pagina del tempo... “, fatta da Mahmoud Ahmadinejād, presidente iraniano prima dell’attuale Hassan Rouhani e più volte ripetuta nel corso del suo mandato, è difficile da dimenticare, anche se nel frattempo chi la ha detta non è più presidente.


Israele non si fida in alcun modo dell’Iran e Netanyahu ha più volte affermato che i “sorrisi” di Rouhani sono falsi, in effetti, il problema è piuttosto articolato: in uno dei suoi discorsi alla nazione Barack Obama ha lanciato una coalizione contro l’ISIS, ma in questo gioco delle alleanze, l’Iran, nella persona di Alì Khamenei, sua “Guida Suprema”, non ha accettato la richiesta fatta da John Kerry Segretario di Stato USA, di collaborazione nella lotta contro questo gruppo.


Netanyahu è convinto che il rifiuto sia dovuto all’intenzione iraniana “alzare il prezzo” per poter ottenere posizioni più morbide per quanto riguarda il programma nucleare, la cui ripresa dei negoziati 5+1 Israele guarda con timore, negoziati che si sono conclusi il 24 novembre e a questa si aggiunge la madre di tutte le paure di Israele: una eventuale corsa all’accaparramento dell’uranio da parte dell’Iran potrebbe mettere far sì che gruppi organizzati si impossessino di materiali per la costruzione di bombe radiologiche, definite comunemente, “bombe sporche”.


Per chiudere il quadro c’è la dichiarazione fatta dal presidente USA il quale è stato molto chiaro – in termini propagandistici che giustifichino la possibilità non remota di un proprio intervento - sul fatto che questa non sia assolutamente una guerra di religione, ma come anzi esista un Islam moderato da coinvolgere nel conflitto contro le frange estremiste, mentre, al contrario, Netanyahu che è convinto non esista un “Islam buono”, ha messo in un unico calderone l’Iran, l’ISIS e Hamas come elementi di una stessa consorteria e non diversi dai nazisti che durante la Seconda guerra, applicarono con ferocia e inenarrabile orrore, l’olocausto. “Come negli Anni 30 c’era una razza padrona che voleva dominare il mondo, ora c’è una fede che vuole essere padrona“ è la frase che ha usato per illustrare questa analogia.


Ragionando fuori dai denti, Gerusalemme, che pur non ha mai smesso di definire quello di Tehran il “regime più pericoloso al mondo, nella regione più pericolosa al mondo“, teme che Obama, che nel bombardamento allo Stato Islamico, a cui non vi si è sottratto, si sia infilato in un ginepraio difficile da districare al punto tale che per poterne venir fuori, sia costretto, prima o poi a chiedere l’appoggio dell’Iran e che, per ottenerlo, arrivi ad allentare la pressione e a fare concessioni in campo nucleare. È ovvio che gli USA non consentirebbero mai all’Iran la possibilità di annusare il nucleare per uso militare (anche se, notizia di ieri, pare che via sia un’accellerazione del negoziato: a Ginevra, si sono presentati: Lavrov, Kerry e i ministri francesi, tedeschi ed inglesi e quelli del Giappone e della Cina, con il rassicurante Mohammad Javad Zarif capo negziatore di Theran che vi dà un’aderenza almeno del 90% ai punti dell’accordo) ma potrebbero chiudere un occhio permettendo agli Ayatollah di avere tutti gli strumenti, per diventare in tempi brevi, una potenza nucleare di soglia.


Durante il suo intervento all’ONU Netanyahu ha ribadito che per l’Iran, Israele è un male, per la precisione, un cancro che va estirpato, appena possibile, facendo presente che gli USA hanno compiuto un errore del genere, quando il presidente Reagan, in cambio dell’appoggio pakistano in Afghanistan contro l’URSS, finse di aver poco a cuore e anzi di non ricordare i programmi nucleari di Islamabad e che al contempo Israele basa la propria sicurezza sul monopolio nucleare che possiede in Medio Oriente, monopolio a cui ovviamente non intende affatto rinunciare, in quanto unica e ultima garanzia della propria sopravvivenza, con il timore che non è minaccia poi così remota, che una crescita dell’Iran, di una “capacità di soglia” possa innescare effetto domino nella regione.


A queste valutazioni, va aggiunta anche quella che una sua forte presenza e partecipazione, delegittimerebbe i governi arabi che gli USA si trovano sodali all’intervento in Iraq e in Siria e dunque, per ora, la scelta di mantenere un basso profilo, (si è sin qui limitato a interventi umanitari e di supporto alla Giordania e al Libano, di cui teme una eventuale instabilità, anche a causa delle centinaia di migliaia di rifugiati siriani) non gli ha comunque impedito di bombardare con i suoi aerei colonne di mezzi che trasferivano armi di sistemi contraerei e missili, dalla Siria agli Hezbollah libanesi, alleati di Assad contro gli insorti. Sempre all’Onu Netanyahu ha tenuto a far sapere che: “Una Repubblica islamica in possesso dell’arma nucleare rappresenterebbe la più grave minaccia per tutti noi.”, sottolineando che mettere in ginocchio lo Stato Islamico ma lasciare all’Iran la possibilità della bomba atomica, “sarebbe come vincere una battaglia e perdere la guerra.”.


Probabilmente, la notizia che l’Iran si possa unire alla coalizione, è fondata ed è anche plausibile che possa farlo in cambio di una posizione più morbida sul suo programma di arricchimento dell’uranio, ipotesi questa che Tel Aviv non accetterebbe mai. In tutto questo rimane, comunque, la posizione assunta dall’Iran contro l’ISIS: i suoi pasdaran sono già presenti contro lo Stato Islamico in Irak e Siria, anche se non allineati nei piani di azione con gli Stati Uniti. Gli americani, hanno dunque dalla loro, per il momento, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Qatar, tutti paesi sunniti e anche questo scacchiere di alleanze turba i sonni di Israele, dato che la partecipazione dell’Iran potrebbe contribuire e segnare il passo per una grande unità dell’Islam nel contrastare un terrorismo funzionale e utilissimo all’imperialismo non solo occidentale (un accordo di intenti tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita, principale Paese a maggioranza sunnita, già in coalizione, significherebbe la fine di secolari contrasti e il superamento dell’utile e statunitense divide et impera).