iniziative in corso

Tesseramento 2014

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2014

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2014

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2014

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2014

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

19 dicembre 2014

Si tagliano gli sprechi? No, si tagliano gli stipendi dei lavoratori! I frutti dell’ennesima trovata populista del governo Renzi

Il PCL a fianco dei lavoratori della Provincia di Forlì. Pubblici o privati, i lavoratori vanno tutelati!

L’abolizione delle province tanto strombazzata dal governo Renzi si rivela per quella che è: una foglia di fico che serve a coprire una politica vuota e fallimentare.

Se si gratta via la patina sensazionalistica, data ad ampie pennellate per rincorrere il fanatismo anticasta del Movimento 5 Stelle, la “riorganizzazione” territoriale del governo produrrà risparmi trascurabili, a fronte di un peggioramento generalizzato dei servizi ai cittadini e dell’assoluta incertezza lavorativa per tanti dipendenti pubblici.

I poteri delle province passeranno alle Aree Metropolitane ed ad altri organismi sovracomunali che in futuro, in assenza di una struttura di coordinamento, si moltiplicheranno aumentando i costi a carico dei cittadini. Altro che riduzione dei costi della politica: i nuovi organismi non saranno più elettivi, quindi i cittadini/elettori non voteranno più, avranno meno potere e senza risparmiare un euro di tasse o guadagnandone in nuovi servizi.

Effetto della propaganda: ti tolgono diritti e servizi, te li fanno pagare uguale o più di prima e sei contento perché hanno tagliato la casta.

Dal primo gennaio 2015, la metà dei dipendenti dell’ente provinciale forlivese sarà in esubero e non si sa ancora dove, come e quando potrà essere ricollocato.

Inoltre, grazie ai tagli del governo Renzi, gli stipendi saranno garantiti solo fino a giugno, gettando i lavoratori nell’incertezza.

Come al solito si tagliano gli stipendi dei lavoratori per lasciare inalterati i privilegi di pochi, per rincorrere il successo elettorale o ispirazioni populiste, peggiorando i servizi a tutta la cittadinanza.

COSA CHIEDONO I LAVORATORI? DI NON ESSERE LICENZIATI!

Per bloccare i licenziamenti, nelle province così come in ogni posto di lavoro, servono ORGANIZZAZIONE e LOTTA contro la proprietà e contro il governo che favorisce i padroni: nel caso delle province il padrone è proprio lo Stato – lo Stato dei padroni, dei banchieri!

Il Partito Comunista dei Lavoratori è al fianco dei dipendenti dell’ente provinciale sotto la spada di Damocle del licenziamento, del ricollocamento e del blocco dello stipendio.

LAVORARE TUTTI LAVORARE MENO!

CONVOCARE ASSEMBLEE DI LOTTA, INFORMARE GLI ALTRI LAVORATORI E LA CITTADINANZA DELL'ENNESIMO ATTACCO DEL GOVERNO ALLE CONDIZIONI DEI LAVORATORI!

I bambini di Peshawar: l'ipocrisia dei sassi

Di Partigiano stanziale

L’indignazione per la strage nella scuola pakistana, promossa e suscitata dai media unificati….. non vale un cazzo!
L'indignazione già di per serve a poco; se poi ad essa non segue l'azione si riduce a pura testimonianza pretaiola: lavacro di ogni peccato.
Ma ogni azione è preclusa in quanto totalmente fuori dalla portata del singolo. Ciò che oggi forma l'identità è la proprietà privata; e quindi, qualsiasi nobile sentimento non può concretizzarsi perché relegato nel “sé” e “per sé” della privatissima coscienza individuale: viviamo la contraddizione fra l'apoteosi del personale e la sua irrilevanza sociale.
E a muover qualcosa non serve nemmeno propagandare la semplice verità che tali orrori sono la conseguenza di eventi che non c’entrano con il bene o il male ma con concretissime condizioni sociali, in quanto se la storia è vista singolarmente può apparire soltanto come un nebuloso intrecciarsi di volontà personali: più o meno demoniache o angeliche.
Ma non facciamo i moralisti; l’omus economicus non si distingue molto dai suoi antenati che per lo più hanno sempre aspirato al quieto vivere ignorando (seppur temendo) ciò che avveniva davvero oltre la montagna.
Certo che l’ignoranza è più giustificabile dell’indifferenza, ma non è che la modernità (o post-modernità) ne abbia prodotta di meno; ha semplicemente trasformato l’ignoto in uno spettacolo più o meno angosciante, comico o istruttivo a seconda del tasto premuto sul telecomando.
Per cui dopo aver assistito, per esempio, ad una decapitazione in diretta (magari molto meno sanguinolenta e particolareggiata di quella vista poco prima in un film), possiamo tranquillamente decapitare il cadavere di una gallina per preparare il bollito.
Orribile? No! Assolutamente normale, l’uomo è fatto così, capace di tutto, del bene, del male e della assoluta indifferenza e questo non prescindendo dalla morale corrente che definisce il valore sociale di determinate azioni.
La vendetta, per esempio, così esecrata attualmente dall’ipocrisia pretaiola, nella cultura vichinga era altamente considerata. I vichinghi erano barbari? E allora i nazisti, figli della civilissima e modernissima Germania che cosa erano?
E i talebani dunque, sono peggio del nazisti? La loro vendetta è peggiore di quella vichinga? Non credo.
Essi sono il prodotto attualissimo di una distribuzione della ricchezza globale mai stata così iniqua, esattamente come il nazismo fu il prodotto del popolo tedesco ridotto alla fame dalle pretese dei vincitori della grande guerra.
Se nel loro credo possono identificarsi masse di diseredati vuol dire che il dovere degli indignati nostrani sarebbe quello d'impegnarsi nella costruzione di un mondo diverso da questo, di cui ognuno potrebbe immaginarsi parte.
Ma parliamoci chiaro, i promotori di questa farsa immonda sono gli stessi responsabili della povertà di quei paesi. Tutti lor signori: giornalisti, intellettuali, politicanti al servizio dei padroni dell'economia e artisti milionari buffoni di corte (vedi Benigni) andrebbero presi e processati per crimini contro l'umanità.
Loro si che lo sanno cosa c'è oltre la montagna, sopra e dentro di essa: petrolio, materie prime, acqua ecc. E di altro non gliene frega assolutamente un cazzo, e meno ancora dei bambini di Peshawar.
In quanto a noi: stolidi indifferenti, massa informe di opinioni sconnesse, rimescolate e ancora risconnesse, stiamo tranquilli! Che prima o poi il minestrone sarà così bene amalgamato da risultare unica e compatta materia primordiale con la quale ricominciare da capo con questo mondo. Il problema più grosso sarà, semmai, cosa farne dei sassi.

18 dicembre 2014

Contro il governo Renzi, il suo progetto bonapartista e la sua offensiva padronale, costruire un fronte unico di classe, per aprire la prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici

Documento politico conclusivo Comitato Centrale PCL dicembre 2014

Il consolidamento nella scorsa primavera del tentativo bonapartista di Renzi

Lo scorso Comitato Centrale del PCL ha sottolineato la pericolosità del tentativo di soluzione bonapartista della crisi italiana. Con il 41% al PD, Renzi ha infatti “preso la testa del principale partito borghese, emarginando le sue vecchie componenti costitutive e riorganizzandolo attorno al proprio comando”; realizzando “un nuovo sistema di governo, fortemente auto centrato, basato sulla ricerca di un proprio rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, quale leva centrale della propria forza politica, scavalcando le mediazioni sociali e istituzionali con le rappresentanze sociali di classe organizzate”. In questo quadro, ha perseguito “un progetto di riforma elettorale e istituzionale reazionario: una terza repubblica stabilizzata, con un sistema tendenzialmente bipartitico, un parlamento selezionato e controllato”. Un progetto autocentrato, ma al servizio di una nuova composizione del capitalismo italiano, “con l’inserimento di soggetti, gruppi e grandi fondi internazionali nel mercato azionario e anche nel controllo di alcune delle principali imprese italiane”.
Un tentativo che si è consolidato anche per responsabilità della Cgil e della FIOM. Nei mesi precedenti Renzi si era contraddistinto per decreti e deleghe che destrutturavano la contrattazione (ottanta euro, pubblico impiego, precariato, scuola), come per una brutale aggressione alle burocrazie sindacali (riforma dei patronati, taglio dei permessi, chiusura di ogni tavolo negoziale). Pur di fronte a questi attacchi, la Camusso ed il gruppo dirigente della CGIL tentennavano, senza definire una linea d’azione: per molti mesi, persino all’inizio dell’autunno, si rifiutavano di indire uno sciopero contro il governo. Landini ed il gruppo dirigente della FIOM , invece, persistevano in una disinvolta apertura a Renzi, in nome di un riconoscimento (“agenda Landini” su rappresentanza, gestione delle crisi industriali, TFR per aumenti salariali) e della conquista della direzione della CGIL. Un’apertura di credito che per mesi ha rafforzato il governo, legittimando il suo profilo bonapartista al di sopra degli interessi contrapposti di lavoro e capitale.
Nel contempo, nonostante l’approfondirsi della crisi e alcuni conflitti di classe (logistica, Elettrolux, call center, ecc), non si è catalizzata un’opposizione di massa: il corteo del 28 giugno dei sindacati di base, dell’OpposizioneCGIL, dell’estrema sinistra raccoglieva solo poche migliaia di partecipanti (lo spezzone più partecipato, oltre alla USB, era quello del PCL); la manifestazione del 11 luglio dei movimenti antagonisti (che nei mesi precedenti avevano aggregato cortei importanti, di decine di migliaia di partecipanti) era annullata con la cancellazione del vertice europeo di Torino, rifiutando di convergere sul corteo del 28 giugno.

Prospettive di un autunno di lotta, a partire dai limiti del governo e dalle convergenze nell’opposizione sociale e classista


In questo quadro, lo scorso luglio il CC del PCL valutava la possibilità di una ripresa dell’opposizione sociale. Il tentativo bonapartista renziano mostrava infatti evidenti limiti, contraddizioni, rischi di logoramento. Innanzitutto “si scontra con i limiti delle proprie basi materiali. Il quadro di crisi capitalista e le compatibilità della UE restringono pesantemente il suo spazio di manovra. Tanto più in un quadro politico europeo fortemente segnato (…) da una sostanziale stagnazione economica”. La depressione economica, la conferma dell’austerità, la scarsità delle risorse rendevano difficile stabilizzare il consenso e nel contempo probabile nuovi interventi antipopolari. Queste contraddizioni potevano quindi riaprire spazi di conflitto.
Il PCL, pur consapevole delle sue limitate forze, sottolineava la possibilità dell’irruzione sulla scena dell’autunno dei movimenti sociali e del movimento operaio, in grado di ribaltare la stabilizzazione borghese in corso. L’avvio di diversi processi, d’altronde, sembravano confermare questa possibilità.
L’annuncio del governo di una nuova controriforma della scuola aveva trovato un’inaspettata reazione di sindacati e insegnanti, prefigurando un movimento di lotta in grado di connettere comitati precari, sindacati di base, CGIL, studenti. Diversi settori del movimento antagonista (dall’autonomia di classe alle aree “negriane”) avevano lanciato la proposta “per un autunno di lotta”, diversamente da fine giugno aprendo il confronto con sindacati di base e settori classisti. I diversi sindacati di base, a partire da USB e CUB, avevano raggiunto un’intesa per uno sciopero autunnale, connettendosi anche con la sinistra Cgil del sindacatoaltracosa. Infine entrambi questi percorsi convergevano nello Strike meeting di Roma, con l’indicazione del 14 novembre.
Nel quadro di un possibile movimento di massa della scuola, come “l’onda” nel 2008/09 o le lotte di comitati e ricercatori nel 2010/12, emergeva cioè la prospettiva di una mobilitazione antagonista e classista, forse in grado di contrastare lo sbandamento di CGIL e FIOM, che ancora a settembre cercavano da fronti diversi un’interlocuzione con il governo.

Le contraddizioni di Renzi ed il successivo adattamento di linea nell’autunno

Renzi ha effettivamente incontrato i propri limiti.
La riforma istituzionale ha trovato inaspettate resistenze nella palude parlamentare: la proposta di nuovo Senato è stata approvata dopo un aspro dibattito e soprattutto con un risultato più adatto ad una semplice maggioranza che ad una riforma costituzionale di “larghe intese” (183 voti).
I dati economici estivi non solo hanno confermato la depressione italiana, ma hanno riportato un crollo della produzione nel quadro di una stagnazione dell’Eurozona (a partire da Francia e Germania). Crollano quindi molte illusioni e narrative sulla svolta renziana. Di più, il crollo della produzione si riflette nella precipitazione della disoccupazione (in particolare giovanile), mentre si sviluppano alcune crisi industriali che segnano le cronache quotidiane e il panorama sociale del paese (Alitalia, Thyssen Terni, Meridiana, Piombino, Ilva, ecc).
Infine diventano evidenti le difficoltà a “riscuotere” il risultato elettorale sul piano europeo. L’asse italo-francese (governi socialisti UE) si proponeva di conquistare due figure chiave della Commissione: Mogherini come Pesc e quindi come la principale dei due vicepresidenti; Moscovici come responsabile delle politiche di bilancio. Il successo è stato solo formale: la commissione Junker ha introdotto la novità di un “primo vicepresidente” (Timmermans; conservatore olandese), oltre che di numerosi vicepresidenti, tra cui il finlandese Katainen che ha di fatto commissariato Moscovici. Il controllo delle politiche europee è quindi rimasto nelle mani del nocciolo di area tedesca.
In questo quadro, nel corso di settembre è maturato un significativo adattamento della linea di governo. E’ emersa cioè l’esigenza di conquistare il sostegno della struttura di potere del paese: quell’articolato complesso di apparati economici, comunicativi e burocratici che governano i paesi capitalisti, dalle direzioni confindustriali alle redazioni dei grandi giornali, dagli apparati ministeriali alle grandi banche. Nel momento in cui iniziavano le prime manovre di palazzo (esemplificativo l’editoriale di De Bortoli sul Corriere della sera del 24 settembre, con l’accusa a Renzi di uomo solo al comando e in “stantio odore di massoneria”), si è deciso di stringere i rapporti con l’insieme della borghesia. Renzi ha quindi deciso di schierarsi: si è impegnato in diversi incontri delle associazioni industriali territoriali (“i nuovi eroi”), garantendo l’approvazione nello sbloccaItalia e nella legge di stabilità di politiche mai così favorevoli a diversi settori del capitale. Qui si colloca il Job Act, che garantisce il controllo sull’organizzazione del lavoro (demansionamento, videosorveglianza, licenziabilità) e apre la prospettiva di un nuovo sistema di contrattazione. Una linea che si è concretizzata nello scontro con i sindacati, trasformando questo provvedimento in una cesura ideale, politica, simbolica con il mondo del lavoro e le radici laburiste del PD.

Un nuovo campo politico, tra il quadro bipartitico del Nazareno e lo sviluppo di tre poli populisti

Dall’autunno, con il nuovo adattamento del tentativo bonapartista renziano, si è progressivamente definito un nuovo campo politico, segnato da due diverse tendenze. Da una parte si conferma la svolta renziana: la trasformazione del PD in partito centralizzato sul leader (PDR); la legittimazione di Berlusconi come soggetto costituente; la scomposizione e il tendenziale inglobamento delle forze minori; la marginalizzazione del M5S in un contesto Renzi si intesta anche la dimensione antipolitica (attacco alle provincie, ai burocrati, al ceto politico). Da un’altra emergono nuovi attrattori: il “partito della nazione”, cioè un PDR che rescinde ogni legame di sinistra per conquistare settori sociali e politici di centro e di destra (dagli imprenditori del nordest all’elettorato di Scelta civica); la “lega dei popoli”, come riconfigurazione della Lega Nord in un Front National in grado di raccogliere una destra popolare ed antieuropea; il “popolo della rete”, come consolidamento del movimento grillino che, nella trasformazione di Renzi da soggetto eversivo a bonapartista nazionalmente responsabile, conferma le sue radici di opposizione antisistema, reazionaria e movimentista.
In questo intreccio di diverse tendenze emergono però incongruenze e resistenze.
In primo luogo, precipita la crisi radicale del berlusconismo, che si concentra sulla salvaguardia del proprio nocciolo fondante (azienda e famiglia), perdendo consenso verso i tre attrattori emergenti e innescando la frammentazione di Forza Italia in un’incipiente lotta di successione sempre bloccata ai nastri di partenza. Pur rimanendo un soggetto costituente, si riduce progressivamente sia la sue forza potenziale (elettorato), sia il controllo del suo significativo gruppo parlamentare.
In secondo luogo, l’adattamento e la cesura autunnale hanno rilanciato il conflitto nel PD. La minoranza democratica raccoglie diverse tendenze: componenti liberali rottamate (D’Alema, Letta, Boccia); un corpo social-liberale, che ingloba le sue radici laburiste (Bersani, Epifani, Damiano; Zoggia); una piccola componente “azionista”, cioè democratico radicale (Civati, Mineo, Mucchetti), che talvolta si accompagna ad una cattolico-sociale (Bindi); alcune individualità, più che componenti, socialdemocratiche (Fassina, Cofferati). La strappo autunnale e il conflitto aspro con la CGIL hanno riattivato queste componenti nell’obbiettivo di logorare Renzi, per preparare qualche inciampo (a partire dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica) e costruire le basi di un cambio di regime nel PD. In questa dinamica, sembra improbabile che si possa determinare una reale spaccatura del partito, se non per le sue componenti marginali, azioniste (Civati) o socialdemocratiche (Fassina).
In terzo luogo, entrambe queste tendenze marginalizzano la sinistra. Il quadro bipartitico del Nazareno cancella il suo spazio politico, anche delle forze ancillari, per inglobarne elettorato e, se proprio necessario, ceto politico. I tre attrattori emergenti tendono ad inglobare qualunque interesse particolare nelle loro diverse e contrapposte visioni comunitarie (la nazione, i popoli, la rete). Tendono cioè ad eliminare ogni autonomia di classe, cercando di mediarne la rappresentanza: pensiamo alla ricerca di Renzi di un rapporto con la FIOM, anche dopo le cariche della Thyssen; al referendum sulla Fornero della Lega, anche cercando il sostegno di settori CGIL; al rapporto del M5S col sindacalismo di base, i movimenti noTAV, la stessa FIOM.

Una nuova fase di scomposizione della sinistra

In questo processo, la sinistra è travolta da una nuova fase di scomposizione e annichilimento.
SeL, dopo aver sostenuto la lista Tsipras, si è dibattuta per mesi tra il suo consolidamento (soggetto alternativo al PD renziano), la ricostruzione del centrosinistra (coalizione dei diritti e del lavoro, lanciata a Santi Apostoli), l’inglobamento nel PD renziano (Migliore e l’ala dialogante, uscita e rimasta in SeL). In un vorticoso succedersi di eventi - tra rotture annunciate (uscita dei “miglioristi”), conferma delle coalizioni con il PD (Piemonte, Emilia, Puglia, ecc), annunci che non sembrano mai concretizzarsi (Santi Aspostoli) - ad imporsi è stata la confusione.
Tsipras, orfano di SeL, ha attraversato l’autunno nella perenne lite dei suoi gruppi dirigenti, ristretti ed autonominati, non riuscendo a darsi né un assetto né nemmeno un nome. Confermando il profilo aclassista e comunista di impostazione bertinottiana, incontrando sconfitte elettorali (Piemonte e Calabria) e un parziale successo (Emilia), è rimasta bloccata negli scontri condominiali tra intellettuali di sinistra, intellettuali democratici e PRC. PRC a sua volta frammentato in molteplici componenti: chi punta alla conquista di Tsipras (Ferrero), chi vuole una rifondazione comunista permanente (Targetti), chi cerca il partito di massa, per esserne la corrente di classe (Falcemartello), chi vuole fondersi col fantasma del PDCI per rifare un PC (Steri) e chi cerca di riunificare la sinistra nelle istituzioni (Grassi). In questa maionese oramai impazzita, sul piano politico e nei rapporti personali, Ferrero è minoranza nel CPN, ma nessuno è maggioranza. E forse si aspettano solo i titoli di coda, o che qualcuno arrivi a chiudere la porta.
In questo quadro dominato dalla confusione, registriamo anche lo stallo di Ross@. Il nuovo soggetto dell’estrema sinistra, che si proponeva la conquista di uno spazio anche elettorale attraverso l’accumulazione di forze politiche, sindacali e sociali, è praticamente collassato, nella difficoltà a raccogliere un’avanguardia diffusa (forse proprio perché è l’avanguardia ad essersi dispersa) e nel contrasto tra un soggetto costituente neostalinista (Rete dei comunisti) ed uno movimentista di lontana matrice trotskista (Sinistra anticapitalista). Sopravvive quindi oggi come ennesima manifestazione del gruppo dirigente ristretto della USB , gli ex-OPR, che raccolgono intorno a se sparsi spezzoni locali dell’estrema sinistra.

Il difficile avvio dell’autunno, tra lotte disperse e disgregazione sociale

Questa confusione ha contribuito al dispiegarsi di molteplici mobilitazioni nell’autunno, ognuna delle quali tesa ad affermare la propria identità: il 17 settembre lo sciopero Unicobas; il 27 settembre il corteo per la Palestina; il 4 ottobre la manifestazione SeL; il 10 ottobre lo sciopero di studenti, autoconvocati, Cub e Cobas scuola; il 16 ottobre la giornata di mobilitazione dell’area antagonista; il 24 ottobre lo sciopero generale della USB; il 25 ottobre il corteo CGIL; 8 novembre il corteo CGIL CISL UIL del pubblico impiego; il 14 novembre lo sciopero sociale (area antagonista, sindacati di base; sinistra Cgil), a cui si aggiunge all’ultimo FIOM alta Italia; il 29 novembre la manifestazione di Tsipras. Un quadro che ha determinato un primo ostacolo, soggettivo, alla costruzione di un fronte unico. L’autunno è dominato dalla scomposizione e dalla contrapposizione dei diversi percorsi, più che da una tendenza all’unità delle lotte. Di più, in questo contesto si rompe il fronte dei sindacati di base, con la decisione USB di convocare lo sciopero del 24 ottobre, ed il 14 novembre assume la valenza di uno “sciopero sociale” che intreccia le rappresentanze operaie della Fiom, e non di un’iniziativa antagonista e classista.
Il secondo ostacolo alla prospettiva di un fronte unico sta negli stessi limiti della dinamica di lotta. I conflitti dell’autunno rimangono isolati e dispersi, anche quando sono radicali, anche quando sono percepiti come esemplificativi di una condizione generale: i 35 giorni di sciopero prolungato dei lavoratori di Terni non solo non si coordinano con le fabbriche in crisi, ma neanche con le altre grandi acciaierie che stanno subendo processi di ristrutturazione (ILVA di Taranto e Lucchini di Piombino). I conflitti per chiusure o ristrutturazioni rimangono ripiegati su stessi, all’inseguimento del “salvatore” di turno o di mediazioni su licenziamenti e intensificazione del lavoro (turni, orari, ritmi). Al massimo trovano una solidarietà episodica nel proprio territorio, ma non sono in grado di innescare una vertenza ricompositiva, fosse anche solo di impianto riformista e neokeynesiano (ad esempio per la nazionalizzazione dell’acciaio).
Nel contempo, il movimento della scuola, che poteva ricoprire un ruolo generale di opposizione al governo, non è partito. Non che sia mancato il dissenso. Ma da una parte è prevalsa l’attesa dei provvedimenti, anche nei suoi possibili risvolti positivi (150mila assunzioni), dall’altra hanno pesato le titubanze sindacali, della FLC in primo luogo (che non ha voluto anticipare la CGIL, rompere il rapporto con Cisl e Uil, contrapporsi a diversi elementi del Piano scuola). Il 10 ottobre lo sciopero degli autoconvocati è stato sostanzialmente limitato a Roma. I cortei studenteschi hanno coinvolto poche migliaia di persone, anche nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli). Le autogestioni e le occupazioni non sono partite, se non in sporadici episodi.
Con l’autunno, infine, è emerso il crescente logoramento sociale. L’erosione dei risparmi, la riduzione dei sostegni (ammortizzatori, assegni, servizi), il crollo dell’occupazione hanno prodotto in questi anni una progressiva crescita del degrado sociale. Questi processi hanno raggiunto nell’autunno un’evidenza politica, e non solo statistica, con l’esplosione di conflitti etnici e popolari nelle periferie di grandi città (San Siro, Corvetto e Giambellino a Milano; Corcolle e Torre sapienza a Roma; campi rom a Torino). Dinamiche che erano episodiche (comunità cinese o africana a Milano; Via Anelli a Padova) o relegate ad alcuni contesti meridionali (Scampia, Castel Volturno, Rosarno), sembrano oggi diffondersi in molteplici realtà. I conflitti sociali si esprimono anche su un terreno territoriale e identitario, che consolida la scomposizione e l’arretramento della coscienza di classe. Già oggi, la Lega e l’estrema destra tentano di generalizzare queste dinamiche, provando a cavalcare il malcontento che sale dai quartieri popolari. La riuscita manifestazione milanese dello scorso 18 ottobre, oltre che i ripetuti tentativi di Salvini e Borghezio di incunearsi nelle contraddizioni sociali delle aree periferiche delle grandi città, segnalano un possibile salto di qualità dell’iniziativa reazionaria. Nella prossima fase uno dei nostri compiti politici sarà quello di proporre e praticare una politica di fronte unico, capace di connettere la necessaria mobilitazione antifascista e antirazzista con una più ampia iniziativa politica, protesa a coinvolgere nella lotta di classe quegli stati proletari provi di coscienza di classe, che oggi rischiano di essere irretiti dalla demagogia populista e fascistoide.

L’uscita dalla paralisi della CGIL, la ripresa di un’opposizione di massa

L’apertura di un conflitto frontale sul lavoro ha però ulteriormente modificato il quadro. Il dato principale di questa fase è che, con l’avanzare dell’autunno, la burocrazia Cgil è uscita dalla paralisi. Di fronte ad un attacco politico generale la CGIL e la FIOM hanno finalmente reagito, risolvendo più o meno temporaneamente le loro divergenze. Hanno reagito non solo sul piano della rappresentazione del conflitto (le dichiarazioni contro Renzi, il “cinegiornale” web; le spillette CGIL con il gettone): hanno avviato una mobilitazione di massa prima con il corteo del 25 ottobre, poi con gli scioperi e i cortei FIOM di Milano e Napoli, infine con lo sciopero generale. Una mobilitazione che si diffonde negli scioperi aziendali e territoriali, come nelle contestazioni a Renzi (a partire dalla prima, in Valle Seriana, organizzata dalle fabbriche in cui è presente l’OpposizioneCGIL), che sono ora sostenute anche dalla burocrazia sindacale.
Questa mobilitazione ha modificato il quadro, perché è emersa un’opposizione di massa, organizzata per di più da un soggetto sindacale: un’opposizione centrata su una dimensione di classe. Un senso comune di massa contro il governo ha potuto costruirsi, perché un grande soggetto organizzato gli ha dato forma ed espressione. Questo il risultato fondamentale della scelta della CGIL, che va oltre le sue intenzioni e anche oltre la sua reale capacità di mobilitazione. Oltre le sue intenzioni, perché nella CGIL permane la linea strategica dell’accordo con governo e produttori: la scelta del conflitto è temporanea, diretta a modificare i rapporti di forza, incerta nei tempi, nelle forme, nelle parole d’ordine. Oltre la sua capacità di mobilitazione, perché ad oggi sono coinvolti settori limitati: al corteo del 25 ottobre hanno partecipato realmente 150/200mila persone (soprattutto quadri e dirigenti diffusi della CGIL), agli scioperi ha sinora aderito solo la parte più cosciente della classe, nelle contestazioni sul territorio manifestano in prevalenza militanti politici e sindacali. Ma anche solo questa incerta e limitata mobilitazione ha segnato una contrapposizione netta tra movimento dei lavoratori (e delle lavoratrici) e governo. Nella dinamica politica si è quindi iniziato ad inserire un nuovo elemento: l’apertura di uno spazio politico a sinistra, sospinto dalle piazze della CGIL. Il voto dell’Emilia Romagna, una regione di storico riferimento della sinistra, non rappresenta semplicemente il rigetto della degenerazione del ceto politico locale, ma esprime anche se non soprattutto una profonda disaffezione verso Renzi e il suo governo.

La prospettiva dei prossimi mesi: un quadro mondiale di acutizzazione della crisi

Nei prossimi mesi questi processi arriveranno ad un loro punto di risoluzione: il tentativo bonapartista di riforma istituzionale (sostenuto dal patto del Nazareno), la costruzione di un nuovo campo politico, lo scontro tra sindacati e governo, il consolidamento o la scomparsa di uno spazio politico a sinistra del Pd. Diversi avvenimenti segneranno questi processi: il risultato dello sciopero del 12 dicembre, la capacità della CGIL di proseguire la lotta contro il governo, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, l’applicazione concreta della legge di stabilità e del Job Act, le elezioni delle RSU nel pubblico impiego, le elezioni regionali, la riforma elettorale. Ma al di là di questi e altri avvenimenti, come l’adattamento autunnale è stato fondamentalmente dettato dalla dinamica della crisi (il crollo della produzione italiana e la stagnazione dei grandi paesi europei), così la prossima fase sarà influenzata fondamentalmente dall’evoluzione economica e, in particolare, della dinamica europea. Non possiamo qui che confermare le valutazioni dell’ultimo CC del PCL.
“La crisi capitalista continua a segnare lo scenario mondiale… In un quadro di marcato sviluppo ineguale e combinato tra i diversi poli mondiali, permangono se non si aggravano le contraddizioni tra la necessità capitalista di una distruzione generalizzata di capitale; la contrasta costruzione di blocchi continentali con resistenze e contese tra diversi governi e capitali nazionali; l’attivazione ripetuta di immani interventi finanziari (di stampo monetarista o neokeynesiano) da parte dei principali governi e della principali banche centrali per tentare di non far precipitare i disequilibri strutturali esistenti; l’esplosione discontinua e disomogenea di lotte sociali della classe operaia asiatica, dei settori popolari e della piccola borghesia nei paesi a capitalismo maturo, delle masse semiproletarie della periferia mondiale. La risultante di queste diverse contraddizioni è il permanere e l’aggravarsi delle turbolenze economiche e politiche internazionali, con una crescente tensione tra aree monetarie e tra potenze, anche sul piano militare”.
I mesi scorsi hanno evidenziato la progressiva riduzione della crescita in Cina. Per vent’anni questa è stata dominata dagli investimenti (50% del PIL). La riduzione dei tassi di sviluppo apre quindi il rischio di una crisi dell’opaco mondo finanziario cinese, che si è costruito su questi immani investimenti immobiliari e infrastrutturali. Nel contempo la necessità di modificare la struttura produttiva con l’espansione del mercato interno e degli investimenti diretti esteri (imperialismo cinese), apre la possibilità di un complesso periodo di transizione con crisi settoriali e conflitti dispiegati. In un contesto sociale segnato non solo da una piccola borghesia urbana che aspira a maggiori livelli di consumo (“il sogno cinese”), ma anche da una nuova generazione operaia cresciuta in città, più consapevole di sé, con alle spalle un decennio di lotte economiche vincenti ed il miglioramento progressivo di salari e condizioni di vita. Le contraddizioni dello sviluppo cinese sembrano cioè accumularsi, rendendo forse più difficile che nel prossimo periodo questo polo capitalista possa intervenire nella crisi mondiale con una funzione di riequilibrio, come nel decennio passato. Nel contempo la dinamica giapponese, con il crollo nel secondo trimestre (-7%) e la sua prosecuzione nel terzo, ha reso evidente i limiti di una politica monetaria neokeynesiana, a fronte di una crisi strutturale di sovrapproduzione. La diversa prospettiva economica asiatica, che ha rappresentato in questi anni la principale controtendenza alla crisi, ha immediatamente prodotto conseguenze negli equilibri mondiali.
Innanzitutto, sul piano economico. In Europa questa dinamica approfondisce la stagnazione dell’Unione e le sue contraddizioni: l’Eurozona, nel quadro di una strisciante instabilità finanziaria per le resistenze della BCE al quantitative easing ed a garantire i debiti sovrani, deve affrontate oltre alla lunga depressione dei paesi mediterranei anche la crisi del suo nocciolo produttivo, per la limitazione delle esportazioni asiatiche e il contemporaneo blocco della domanda aggregata continentale. Nei paesi in via di sviluppo, dall’Africa al Latinoamerica, la forte diminuzione del prezzo delle materie prime (dovuto all’espansione degli scorsi anni ed alla ridotta domanda asiatica), mette a rischio in molti paesi non solo la tenuta dei conti e delle monete, ma anche la stessa dinamica di sviluppo (finanziato dai surplus delle materie prime) e soprattutto il precario equilibrio politico interno.
In secondo luogo, sul piano della competizione capitalistica. Gli Stati Uniti, sospinti da una lunga espansione trainata dalla FED (stampa incontrollata di moneta) e dalla crescita della propria produzione petrolifera, riuscendo a dilazionare nel tempo l’esplosione delle bolle finanziarie prodotte da queste politiche, rappresentano oggi un elemento di parziale controtendenza alla crisi in corso. Fermo restando le contraddizioni delle loro guerre mediorientali, hanno potuto rilanciare una proiezione imperialista impostando la costruzione di due aree commerciali di riferimento, in Atlantico e nel Pacifico, volte a isolare Russia e Cina. Cina che è spinta dalla sua dinamica di sviluppo capitalista ad una più aggressiva presenza nei mercati mondiali (anche in termini di investimenti diretti), in primo luogo verso il controllo del Pacifico.
In questo contesto, rischiano quindi di acutizzarsi le tensioni interimperialiste, con lo sviluppo di guerre commerciali annunciate (aree contrapposte nel Pacifico, competizione per le relazioni con la UE) o appena cominciate (prezzo del petrolio). Al netto di nuove precipitazioni per choc finanziari imprevedibili o per eventi geopolitici, lo scenario economico nel breve e nel medio periodo sembra quindi segnato dall’approfondimento della crisi e della competizione imperialistica, da un’acutizzazione delle contraddizioni fra e nei poli di sviluppo.
Il governo Renzi non sembra quindi trovare un sostegno nel quadro internazionale. Il tentativo di stabilizzazione istituzionale non sarà accompagnato da una ripresa o da una riduzione delle contraddizioni tra centro e periferia del continente. Il conflitto di classe aperto non potrà contare su un reale terreno di ricomposizione. Questo nonostante la moderazione che ancora contraddistingue il gruppo dirigente CGIL e quello della FIOM, che rischiano con la loro prudenza di determinare una diluizione e quindi una sconfitta della lotta contro il governo. Tanto più se, ad oggi, si è riusciti ad innescare solo l’avvio del conflitto, ma non ancora un reale movimento di massa.

Fronte unico di classe: sostenere la lotta della CGIL, combattere la sua direzione, costruire assemblee e coordinamenti di delegati/e

In questo quadro, come CC del PCL, ribadiamo la linea del fronte unico di classe, una linea propagandistica rivolta in particolare alle avanguardie politiche e sociali. Oggi che è stato aperto il conflitto con il governo Renzi, e che è stato aperto per la difesa di diritti e salari di lavoratori e lavoratrici, è importante che questo conflitto sia combattuto sino in fondo. Per evitare di rilanciare quei processi di scomposizione della coscienza di classe che, come abbiamo visto, sono profondamente radicati nel mondo politico e sociale del nostro paese.
La linea del fronte unico si pone quindi oggi, in primo luogo, l’obbiettivo di sottolineare la priorità di condurre sino in fondo il conflitto con il governo, costruendo ed allargando l’opposizione di massa a Renzi ed alle sue politiche. In una dinamica che ha visto sinora marginalizzate le forze dell’estrema sinistra ed assenti i movimenti autorganizzati, la nostra proposta dovrà concentrarsi nel sostegno alla scontro di massa che si è aperto: quello avviato dalla CGIL. Invitando innanzitutto a concentrare tutte le energie sulle mobilitazioni e gli scioperi della CGIL e della FIOM, come ha fatto il 14 novembre il SI Cobas, partecipando al corteo FIOM di Milano. Invitiamo ogni soggetto a sostenere questa lotta con la propria identità, la propria piattaforma e la propria prospettiva. Nel comune interesse della sconfitta del governo Renzi.
In secondo luogo, la linea del fronte unico deve tenere in considerazione che il gruppo dirigente di questa lotta è sinora centralizzato nella CGIL e nella FIOM: cioè in un gruppo dirigente segnato nel caso della Camusso da una strategia concertativa di fondo (patto dei produttori), da una profonda moderazione politica e dalla ricerca dell’unità con Cisl e Uil; nel caso di Landini da un’impostazione settoriale e vertenziale, da profonde incertezze sulla generalizzazione delle lotte, da un’impostazione riformista neokeynesiana, dall’obiettivo della conquista della direzione della CGIL (anche in relazione con Renzi). Se l’obbiettivo principale è la prosecuzione della lotta, dobbiamo nel contempo denunciare responsabilità e scelte strategiche di Camusso e Landini. Ma soprattutto dobbiamo sviluppare ogni possibile contrappeso, dentro questa lotta, alla direzione burocratica di CGIL e FIOM. In questa direzione dobbiamo rilanciare il nostro sforzo per costruire percorsi di unità d’azione, sul piano territoriale e su quello nazionale, con le altre forze classiste sindacali e della sinistra. Cioè percorsi di coordinamento e iniziativa con le altre forze sindacali e politiche della sinistra centrista e dell’estrema sinistra, che organizzano larghe avanguardie politiche, sociali e di classe.
In terzo luogo, la linea del fronte unico deve rivolgere, innanzitutto alle avanguardie, la proposta di costruire assemblee e coordinamenti di delegati/e, eletti nei posti di lavoro: per comporre una piattaforma unificante della mobilitazione, per una direzione democratica e di classe delle lotte. Per lo sviluppo della lotta di classe, l’elemento determinante non è mai la vittoria del singolo conflitto, ma come questo è condotto. Proponiamo quindi di costruire un’assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro, in tutte le categorie, per definire una risposta di lotta di pari radicalità e una piattaforma di mobilitazione unificante, oggi clamorosamente assente. Una piattaforma che leghi la rivendicazione del ritiro incondizionato delle misure governative a un piano più generale di obiettivi e soluzioni alternative.
In una fase segnata dall’arretramento della coscienza di classe e delle avanguardie di massa, dal ruolo delle burocrazie sindacali, dalla pretesa di autosufficienza di molti sindacati di base, tale proposta di organizzazione democratica delle lotte può articolarsi, in una prima fase, in due obbiettivi parziali: da una parte la costruzione di comitati di sciopero e di lotta, che possano raccogliere delegati e avanguardie di ogni appartenenza sindacale e che possano coordinarsi sul territorio, per promuovere sia mobilitazioni, sia una piattaforma generale unificante; dall’altra la costruzione di assemblee e coordinamenti di RSU, cioè delle rappresentanze sindacali elette dai lavoratori nel quadro degli vigenti accordi burocratici, che possono però favorire la convergenza di diverse appartenenze sindacali, la generalizzazione dai propri settori di appartenenza, e infine innescare uno sganciamento potenziale dalle direzioni burocratiche. Queste due proposte di agitazione, i comitati di lotta e le assemblee RSU, sono non casualmente centrati su una dimensione di classe, distinguendosi dalle prospettive movimentiste degli strike meeting, delle generiche assemblee di movimento o dell’incontro di rappresentanti dei soggetti della lotta di classe vecchi (FIOM) e nuovi (centri sociali, precari, studenti).
In questo quadro complessivo di proposta, quindi, il CC del PCL si impegna a tradurre:
1. la lotta per la costruzione del fronte unico di classe con le forze politiche e sindacali che si oppongono a Renzi in una campagna nazionale del partito, facendone elemento caratterizzante di tutta la sua iniziativa politica e facendosi protagonista attiva di tale processo;
2. la lotta per la costruzione di un’unità d’azione con le altre forze politiche e sindacali classiste nella partecipazione e nel sostegno a forme di coordinamento e di iniziativa comune, sul piano nazionale e su quello territoriale, anche attivando in prima persona percorsi di questo genere ove ce ne siano le condizioni (anche come momento di costruzione del partito stesso e del suo ruolo nello scenario italiano);
3. la lotta per l’assemblea dei delegati e delle delegate, eletti in occasione di questo movimento di lotta nei luoghi di lavoro (parola d’ordine propagandistica che probabilmente oggi non ha possibilità di impattare in una scala significativa a livello di massa, anche se deve esser sempre proposta), anche nel sostegno e la partecipazione a coordinamenti RSU, comitati di sciopero, assemblee permanenti e nuclei organizzati per lo sviluppo di questa lotta, oltre che ove possibile alla loro attivazione in prima persona (iniziativa che può avere un effetto non trascurabile per la costruzione del nostro partito e la sua riconoscibilità nella classe).

Una battaglia teorica per la centralità ed il fronte unico di classe.

La battaglia per il fronte unico e la centralità di classe, in questo quadro, non deve esser condotta esclusivamente sul piano dell’intervento politico, ma anche su quello della battaglia teorica. L‘obbiettivo di fase con cui ci rivolgiamo all’avanguardia politica e sociale è quello di ricostruire una coscienza di classe diffusa. Ricostruire identità, simboli, immaginari e prospettive della lotta: perché solo nel quadro di un avanzamento diffuso della coscienza di classe, su un rinnovato antagonismo anticapitalista, sarà possibile costruire un progetto politico rivoluzionario. Un antagonismo di classe che nel contesto italiano, paradossalmente, non è contestato dalle forze riformiste o dalla burocrazie sindacali (che in generale hanno abbandonato il campo di battaglia teorico), ma è attaccato dal versante dell’estrema sinistra.
In primo luogo, dopo il successo dei cortei antagonisti dello scorso anno, è ripresa una narrazione che ha trovato un importante successo comunicativo e ideologico con il 14 novembre: lo “sciopero sociale”. Questa rappresentazione politica del conflitto prende corpo da un’analisi teorica, di natura post-operaista biopolitica (Toni Negri, Michel Hardt) o postfordista da capitalismo cognitivo (Andrea Fumagalli, Yann Moulier Boutang, Bernard Paulré), tale per cui la produzione di valore e quindi di capitale è oggi “socializzata”: sono le relazioni delle persone, il general intellect, che valorizzano il capitale, in particolare attraverso prodotti immateriali (conoscenze, creatività, brand, ecc). Il dominio “del capitale” non avviene più nel controllo del lavoro, ma attraverso forme di dominio sociale (dalla microfisica del potere al controllo della moneta, dei mercati finanziari, del debito pubblico), che possono esser rotte a partire da una volontà di potenza collettiva (potere costituente, zone liberate, produzione sociale autovalorizzante come beni comuni o open source). In questo quadro di riferimento, non c’è più alcun senso nel condurre una lotta di classe attraverso uno sciopero (blocco della produzione capitalista del valore), in quanto i settori industriali sono solo residuali; né ha senso uno sciopero politico diretto alla presa del potere, in quanto lo stato nazionale ed il potere politico sono sussunti dal “sistema imperiale” e “biopolitico” del potere. La lotta può quindi esser condotta attraverso uno “sciopero sociale”, cioè il rifiuto volontaristico del nuovo proletariato cognitivo e relazionale di assoggettarsi al capitale: in generale tutte le persone che, non avendo altro bene se non la propria mente, sono produttivi anche se non lavorano in quanto connessi alle reti sociali creative; in particolare settori di lavoratori autonomi di seconda generazione, professionisti ICT, giovani precari e inoccupati che si organizzano nelle reti dei movimenti antagonisti. In questa fase, segnata da arretramenti e scomposizioni nell’avanguardia e nella coscienza di classe diffusa, tali nefaste posizioni politiche, già in azione ed egemoni da anni all'interno di movimenti, centri sociali e avanguardie studentesche, possono ancora più facilmente penetrare nella rappresentazione di massa e nell’universo mediatico (come in occasione del 14 novembre), e permeare in tal modo diversi settori di proletariato e lavoro dipendente, rallentando ulteriormente i processi di formazione di una nuova avanguardia di classe.
In secondo luogo, possiamo registrare la ripresa, sul piano teorico e nel senso comune di larghi settori della sinistra militante, di un’impostazione “neocampista” dello scontro di classe. Diversi autori e impianti teorici (da Domenico Losurdo a Luciano Vasapollo) hanno recentemente riproposto una lettura del sistema mondiale che lo divide in due “campi” contrapposti, conflitto di classe primario a cui subordinare tutti gli altri. Oggi questi campi non possono esser più identificati nel sistema capitalista a guida EuroAmericana e in quello socialista a guida Sovietica o Cinese. I due campi sono sostituiti dalla metropoli imperialista declinante (USA ed Europa) e dalle forze antagoniste ex-coloniali (Cina, Sudamerica, mondo arabo, ecc). A partire dall’epilogo della nuova primavera araba, dall’involuzione del conflitto siriano, dalle vicende ucraine, torna cioè a diffondersi in diversi settori di avanguardia una rappresentazione politica che individua il conflitto prioritario nello scontro geopolitico: a fronte di un capitale che ha oramai vinto nei paesi occidentali (neoliberismo), stiamo assistendo ad un riequilibrio sociale mondiale con i paesi in via di sviluppo. Secondo questa impostazione, la sinistra si ricostruisce a partire da uno schieramento per questi nuovi poli capitalisti emersi (Cina, Brasile, India, Russia), contro quelli consolidati (Stati Uniti ed Europa). Una prospettiva che porta sul piano internazionale a sostenere qualunque potenza in contraddizione con l’egemonia USA, mentre sul piano nazionale a proporre fronti unici interclassisti antimperialisti (dallo sganciamento dell’euro alla costellazione di paesi mediterranei). Di nuovo, da un punto di vista diverso, una lettura politica che tende a sfumare la centralità del conflitto di classe nel proprio paese, oltre che a livello internazionale.

Diverse prospettive in cui rilanciare il nostro progetto comunista e rivoluzionario; impegnarsi comunque come PCL nelle prossime elezioni amministrative

Sul piano politico, si possono delineare diverse prospettive considerando due variabili determinanti: il dispiegamento di una lotta di massa contro il governo; la conclusione del tentativo bonapartista renziano. Consideriamo, in particolare, due scenari che potrebbero originare dall’incrocio di queste variabili.
Primo scenario. Nel corso del prossimo inverno si sviluppa lo scontro contro il governo, passando dalla rappresentazione del conflitto ad un movimento di massa che si articola su diversi fronti (fabbriche in crisi, studenti e scuola, pubblico impiego per i contratti, ecc). Man mano che questa prospettiva si dispiega, si cristallizza la rottura con Renzi di ampi settori del “popolo di sinistra”, intorno a specifici eventi simbolici: un conflitto di fabbrica, lo sgombero di alcune scuole, un corteo nazionale (come ad esempio è stato nelle scorse settimane la carica della polizia ai lavoratori Thyssen). Si consolida cioè nell’immaginario sociale e nel campo politico uno spazio a sinistra del Partito Democratico. Uno spazio che, nel quadro di una contrapposizione tra movimento sindacale e governo, acquista sempre più una valenza di classe: lo spazio, cioè, per un partito del lavoro. La maturazione di questa possibilità è già in corso: SeL, spiazzata dall’evoluzione renziana, ha recentemente rilanciato un ennesimo processo costituente per raccogliere i frammenti in uscita dal PD e candidarsi ad occupare questo spazio (la “convention” Human factor a gennaio). Ma ancora con incertezze (rapporto col PD alle prossime regionali) e senza una matrice laburista di fondo. Una prospettiva politica coerente dovrebbe infatti veder protagonista non semplicemente Landini o alcuni esponenti sindacali, ma implicherebbe una svolta storica della CGIL, che si facesse direttamente promotrice della costituzione di un vero e proprio partito laburista (come prefigurato, sulla fine degli anni novanta, dall’ultimo Sabbatini, segretario FIOM ed esponente principale della corrente politica che controlla da anni questa organizzazione). Un’evoluzione che potrebbe esser favorita dal successo parziale della svolta bonapartista, in quanto una sconfitta renziana riaprirebbe la contesa sulla direzione del PD (verso un nuovo Ulivo?).
Un secondo scenario vede la lotta avviata dalla CGIL collassare rapidamente, per la ridotta partecipazione allo sciopero del 12 dicembre, per la difficoltà ad innescare diversi fronti di lotta, per le incertezze di una burocrazia sindacale spaventata dalla possibilità di perdere il controllo del conflitto. Lo sfondamento antisindacale dell’autunno viene quindi capitalizzato da Renzi: non solo col Job Act, ma cambiando modello contrattuale (trasformazione in legge dell’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio, salario minimo per legge e aziendalizzazione dei contratti). Nel contempo questi nuovi rapporti di forza gli permettono sul piano politico di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica e di approvare entro il prossimo autunno le riforme istituzionali (legge elettorale e riforma del Senato). Questa vittoria nello scontro di classe gli permette quindi di consolidarsi sul piano elettorale nelle amministrative del 2015, definendo un campo politico libero da Berlusconi e organizzato intorno a pochi centri attrattori, tutti fondamentalmente populisti. In questo scenario, dominato dalla vittoria di Renzi, il conflitto sociale finirebbe dominato da dinamiche identitarie territoriali, da resistenze e rivolte, con una certa difficoltà ad attivare processi di evoluzione politica delle lotte intorno ad interessi e prospettive di classe.
Questi scenari, ovviamente, sono solo rappresentazioni polarizzate ed astratte di dinamiche tendenziali, che tengono in considerazione unicamente due fra le molte variabili possibili. A complicare il quadro, infatti, oltre alle tendenze ed alle controtendenze nella crisi mondiale, potrebbero entrare in gioco nei prossimi mesi altri fattori, prodotti dallo scontro di classe internazionale, dalle contraddizioni tra poli capitalisti, dalle dinamiche dell’Unione Europea. Ad esempio le prossime elezioni presidenziali greche, previste il 29 dicembre, potrebbero precipitare rapidamente in nuove elezioni politiche e forse determinare una significativa vittoria elettorale di SYRIZA. Una vittoria che, sulla base degli attuali sondaggi, permetterebbe a Tsipras di conquistare una percentuale significativa di deputati grazie al forte premio di maggioranza (10%), e quindi di diventare primo ministro nel quadro di un governo di coalizione con altre forze della sinistra riformista borghese. In tale possibile scenario, questo “fronte popolare” aprirebbe due diverse prospettive, sempre se si mantenesse coerente con la propria impostazione keynesiana senza capitolare alle compatibilità borghesi ed a quelle europee (tenuta che non sappiamo dire quanto sia probabile, ma che sicuramente non è scontata). Da una parte nel breve periodo un rilancio delle sinistre europee e anche italiane, che individuerebbero in un eventuale governo Tsipras l’esemplificazione e nel contempo la leva per una diversa politica economica europea, neokeynesiana e federalista: “un’altra Europa”, che ricostruisca a livello continentale un grande compromesso tra capitale e lavoro, uno stato sociale europeo. Un’impostazione neoriformista che, proprio grazie alla centralità politica e mediatica che il governo greco conquisterebbe, potrebbe egemonizzare una parte della sinistra europea e conquistare settori significativi di classe e di avanguardia nel breve periodo. Dall’altra parte, questo eventuale governo “delle sinistre” potrebbe determinare l’acutizzazione delle contraddizioni nel quadro politico istituzionale europeo, con la richiesta di uno dei governi al centro della crisi di rivedere scelte ed indirizzi della troika e quindi un nuovo ciclo di scontri e trattative tra BCE, nucleo tedesco dell’Unione e periferie mediterranee.
Questi scenari, però, ci ricordano che l’evoluzione del conflitto di classe nel nostro paese potrà conoscere nei prossimi mesi destini assai diversi tra loro, in funzione dell’esito dei processi sociali e politici in corso. Il Comitato centrale affida quindi alla Segreteria del PCL, ed alle sue commissioni settoriali, una valutazione dello sviluppo della situazione, secondo le linee tracciate in questo documento, ritenendo opportuno convocarsi nella primavera 2015 per valutare la dinamica concreta del governo, del conflitto con la CGIL, della costruzione degli scenari considerati.
In ogni caso, il CC del PCL invita sin da subito le proprie strutture territoriali, ed in particolare i coordinamenti regionali, ad impegnarsi per le elezioni regionali 2015. Qualunque sarà lo scenario politico e sociale in cui queste elezioni si caleranno, la presenza del PCL potrà contribuire in maniera determinante per la nostra strategia, per mantenere una presenza politica di una forza comunista e rivoluzionaria nel quadro politico del paese. Considerate le vigenti leggi elettorali, che impongono per le regionali una raccolta firme ancor più alta che per le politiche, invita le proprie strutture a prevedere una campagna politica che segni in ogni caso una nostra presenza nel panorama elettorale, come nella recente esperienza emiliana. Il CC del PCL, infine, ricorda che non si può escludere un’indicazione di voto critico, ma questa deve esser limitata, secondo quanto deciso al nostro ultimo congresso, a prospettive politiche con una significativa credibilità di massa o della larga avanguardia di classe. Di conseguenza, nel caso di un’eventuale assenza del PCL dal campo elettorale, un’indicazione di voto critico a liste alternative al PD potrà esser valutata solo ed esclusivamente se queste raccolgono un’ampia coalizione di sinistra, che appaia come rappresentante del processo di conflitto con il PD e le scelte antipopolari di Renzi.
In questo quadro, assegna in primo luogo ai Coordinamenti regionali il compito di valutare le situazioni concrete che si andranno determinando. Sarà poi il CC, o la Segreteria sentito i componenti del CC (qualora sia impossibile convocare il CC prima dell’inizio della campagna elettorale), a valutare anche eventuali scenari ad oggi non presumibili ed a stabilire, per le regioni in cui non sarà possibile presentare una nostra lista autonoma, le modalità di intervento ed eventuali indicazioni di voto critico.

CC del PCL
Bologna, 13 dicembre 2014

Genere, scienza, materialismo: una prospettiva marxista

di Nicola Sighinolfi, Clelia Mazzei

Come comunisti, materialisti e femministi rivoluzionari pensiamo utile spiegare la nostra posizione sull'omosessualità e sulle rivendicazioni dei vari movimenti lgbtq (lesbiche gay bisessuali , transgender e queer) cercando poi di portare la riflessione ad un maggiore livello teorico con una critica all'ideologia borghese dominante. Crediamo infatti che questo tema si presti bene per rivelare le implicazioni ideologiche delle scienze. Sentiamo la necessità di riaprire quel dibattito su questioni fondamentali (famiglia, eros, arte, scienza, ecologia) che è stato molto ricco e fertile fino agli anni Venti del secolo scorso; la reazione stalinista, nel travolgere il portato della rivoluzione d'ottobre, ha sepolto anche il dibattito sull'eros, riproponendo di fatto un ideale di coppia del tutto speculare a quella borghese. Si è dovuto attendere l'esplosione sociale degli anni '60 e '70, con tutte le sue contraddizioni, per tornare ad un livello di riflessione e di battaglia politica che si trasformasse in lotte sociali di cui le donne sono state protagoniste ed i cui effetti e la cui eredità hanno una grande rilevanza ancora adesso, pur non raggiungendo gli stessi risultati che le donne hanno potuto toccare, anche se per breve tempo, sospinte dalla rivoluzione sociale in Unione Sovietica.1
Innanzitutto siamo favorevoli a tutte le rivendicazioni dei movimenti lgbtq: diritti e pari dignità, riconoscimento delle unioni civili, possibilità d'adozione, possibilità del matrimonio. Per quanto riguarda quest'ultima rivendicazione è necessario fare alcune puntualizzazioni: dal momento che riteniamo necessario il superamento del modello familiare monogamico borghese, siamo per l'abolizione di questo istituto; ciò non contraddice il fatto che ad oggi la conquista del matrimonio per le coppie omosessuali sia una tappa progressiva. Il matrimonio e la famiglia sono strutture cardine della società e della morale borghesi e per questo portatrici di tutte le loro contraddizioni.2 Nei paragrafi di Largo all'Eros alato! Lettera alla gioventù lavoratrice3 in cui viene analizzata l'ideologia della coppia borghese, ad esempio Alexandra Kollontaj fa emergere un aspetto cruciale, ovvero come questo nuovo tipo di nucleo familiare impostosi gradualmente dalla fine del Quattordicesimo secolo e l'inizio del Quindicesimo abbia come cardini la legittimità e il rapporto di proprietà: la proprietà privata, base del sistema capitalista, trasmigra con tutto il suo portato nel cuore della coppia e ne diviene fondamento, imponendo con essa anche una nuova morale. La nuova famiglia borghese diviene cardine della società, in quanto sacro custode della proprietà privata e luogo deputato all'accumulo e alla tutela del capitale e questo aspetto investe e travolge anche l'eros, tracciando nuovi confini del “lecito” e dell'“illecito”.

"L'ideale feudale separava l'amore dal matrimonio: la borghesia li riuniva, rendendo amore e matrimonio concetti sinonimi. […] L'ideale dell'amore nel matrimonio comincia ad apparire in seno alla classe borghese unicamente quando la famiglia, a poco a poco, si trasforma da unità di produzione in unità di consumo, e nello stesso tempo si fa “custode” del capitale accumulato. […] L'amore non è legittimo che in vista del matrimonio. Al di fuori del matrimonio legale, l'amore è immorale. Va da sé che questo ideale era dettato da considerazioni meramente economiche: la volontà di impedire la dispersione del capitale tra i figli naturali. Tutta la morale della borghesia era fondata su questa volontà: assicurare la concentrazione del capitale. L'ideale dell'amore era la coppia sposata, che indirizza congiuntamente le proprie energie all'accrescimento del benessere e della ricchezza della cellula familiare, isolata dalla società. Laddove gli interessi della famiglia e quelli della società divergevano, la morale borghese optava a favore della famiglia."4

Inoltre, tornando al tema specifico dei rapporti dei comunisti con le realtà lgbtq, guardiamo con interesse e con favore a manifestazioni come il Pride5, di cui apprezziamo particolarmente l'impostazione irriverente, provocatoria e sovversiva tipica dello stile carnevalesco. Rivendichiamo la frivolezza come un principio fratello del socialismo, da opporre all'austerità che ritroviamo tanto nell'ipocrisia puritana quanto nello stalinismo, il quale, per la sua natura di compromesso ideologico con la borghesia, è ricaduto all'interno della sua morale6. A proposito dell'opposizione materiale e morale fra austerità e frivolezza, proponiamo un estratto da una lettera (18 febbraio 1917) che la compagna Luxemburg scrisse ad un'amica a proposito della “leggera” protagonista di un romanzo criticata severamente da Clara Zetkin:

"Ma com'è duro e puritano il suo giudizio sulla nostra – la vostra e la mia – Irene, su questa povera e adorabile creatura che è troppo debole per aprirsi un varco nel mondo a forza di pugni e che resta come un fiore schiacciato! Clara pretende di non avere la minima comprensione per queste “signore” che non sono che degli “apparati sessuali e digestivi”. Come se ogni donna potesse diventare “agitatrice”, stenotipista, telefonista o qualsiasi cosa di “utile” del genere! E come se le belle donne – la bellezza non è solamente un viso grazioso, ma anche la delicatezza e la grazia interiori – come se le belle donne non fossero già un regalo del cielo perché sono un piacere per gli occhi! E se Clara si erge come un arcangelo armato di spada fiammeggiante sulla porta dello Stato dell'avvenire per cacciare le Irene, le rivolgerei, a mani giunte, questa preghiera. Lasciaci le dolci Irene, anche se servono solo ad abbellire la terra, come i colibrì e le orchidee. Io sono per il lusso sotto tutte le forme."7

C'è poi un livello più profondo che riteniamo necessario al fine di liberare il discorso scientifico – e conseguentemente il discorso giuridico e quello del senso comune – dall'ideologia e dal moralismo borghesi che gli sono endemici. Il materialismo storico deve imporsi come base epistemologica delle discipline scientifiche. In questa prospettiva le scienze sociali, psicologiche, mediche ecc. non avranno più la necessità di utilizzare categorie “pseudo-scientifiche” come “omosessuale”, nate dalla stratificazione secolare di pregiudizi religiosi, qui da intendersi come conoscenze dogmatiche e non problematizzate, e che hanno avuto come conseguenza quella di costruire delle essenze, delle entità astoriche, che sostanzialmente non colgono la complessità del reale, non possono descriverla e non servono a nulla; o meglio, non hanno nessuna utilità in una prospettiva socialista, mentre è evidente che all'interno dell'attuale sistema capitalista sono funzionali alla morale borghese al mantenimento dello status quo. Non si deve fraintendere la nostra posizione. Non vogliamo né censurare né rimuovere le scelte soggettive, i gusti o i percorsi di vita di ciascuno. Tanto meno vorremmo mai ostacolare la libera scelta e rivendicazione politica della differenza. Siamo assolutamente favorevoli alla liberazione sessuale e delle coscienze e alla possibilità di ognuno di scegliere liberamente il proprio, la propria o - perché no - i propri compagni.
Ciò di cui siamo fortemente consapevoli è però che la scienza, anzi le scienze, sono innanzitutto prodotti umani, quindi sono necessariamente storiche e quindi necessariamente limitate e orientate da ideologie e da pregiudizi. La costruzione di categorie conoscitive è il risultato delle necessità delle società umane di ordinare il reale e conseguentemente organizzarlo e controllarlo. Il materialismo storico è dunque indispensabile a “garantire” il mantenimento del carattere storico e relativo delle categorie conoscitive prodotte e impedire che si trasformino in pretese essenze esterne all'uomo e astoriche. Per questo riteniamo che categorie come “omosessuale” siano entrate nel discorso scientifico attraverso un processo di “invenzione” di una presunta differenza che il discorso scientifico ha naturalizzato, ossia inscritto nella “natura umana”, che ha avuto come risultato la creazione di un Noi e un Loro biologicamente e moralmente fondato, che distingue tra “sani” e “normali” da un lato e “a-normali” e, nei casi più espliciti, “contro-natura”. Sono stati integrati quindi nel discorso scientifico dei pregiudizi morali che di scientifico non avevano nulla. La dimostrazione di ciò che affermiamo sta nel fatto che tuttora, molti dei diritti degli omosessuali non sono stati ancora riconosciuti. Fino al secolo scorso gli omosessuali venivano pure processati e rinchiusi nei manicomi (in molti Stati confessionali devono vivere ancora in clandestinità la propria identità sessuale).
È inutile sottolineare che il principale responsabile di questo pregiudizio storico è la Chiesa, che tutt'oggi perpetua la sua battaglia in favore della famiglia “tradizionale” e “naturale”.
È indiscutibilmente molto difficile, praticamente impossibile, contestualizzare totalmente il proprio presente e smascherare tutti i pregiudizi e le logiche religiose che lo permeano; la realtà ci appare sempre “evidente” e “palese”. A questo proposito pensiamo che la storia e l'antropologia critiche possano venirci in soccorso a mostrare come in Occidente i processi conoscitivi siano intrisi di superstizione e moralismo maschilista e di come possano plasmare in profondità, marchiare, il contesto socio-culturale in cui sono chiamati a intervenire, arrivando a costruire delle vere essenze-ghetto. Proponiamo dunque un passo dal saggio di Paola Tabet La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico:

"Judith Walkowitz, studiando l'Inghilterra dell'Ottocento, ha mostrato come negli strati popolari la separazione netta tra prostitute e donne per bene, quale la conosciamo e quale ci viene rappresentata dalla morale corrente, e in particolare la formazione di una categoria di donne che diviene un vero e proprio gruppo di paria, “an outcast group”, è il prodotto di specifici interventi e misure politico-legislative. Walkowitz (1980) mostra infatti come nelle classi povere inglesi le ragazze potevano avere relazioni di prostituzione per un certo periodo, relazioni di unione libera o concubinato in un altro, o ancora infine di matrimonio. Ma, specie attraverso le leggi sulla repressione delle malattie veneree, donne che per periodi determinati della loro esistenza, decidevano di vendere – fuori del matrimonio – servizi sessuali, le donne cioè delle classi più povere che passavano periodi relativamente brevi, due o tre anni della loro vita, prostituendosi, venivano individuate, schedate e marcate. Si produce così una separazione di queste donne rispetto alla loro classe di origine e al loro ambiente e con ciò il passaggio a rapporti e situazioni in cui la vendita di servizi sessuali che fino ad allora era stata un'attività in prevalenza gestita individualmente dalle donne, diventa invece oggetto di controllo e sfruttamento maschile.
Le leggi, nonostante le lotte che culminano nella loro abrogazione, hanno un effetto chiaro e immediato: l'età media delle donne individuate come prostitute aumenta considerevolmente nei due decenni successivi alla loro entrata in vigore; in particolare si raddoppia o addirittura si triplica il numero di prostitute sopra i trent'anni. La normativa antivenerea e gli interventi repressivi connessi hanno radicalizzato la situazione. Le donne entrate in questa occupazione hanno ormai gravissime difficoltà ad uscirne: la prostituzione da lavoro momentaneo diventa una condizione, le donne che la esercitano una categoria rigida, fissa, ghettizzata."8

A proposito poi della presunta divisione fra ciò che è secondo-natura e quindi supposto lecito e ciò che è contro-natura e quindi ritenuto illecito, si tratta di una divisione fittizia e logicamente infondata; al contrario rivendichiamo due punti fondamentali.
1) In primo luogo non è il livello del “naturale” quello su cui valutare la giustezza di una pratica: solo la politica può farlo; per assurdo, se in qualche modo venisse dimostrato scientificamente che l'Essere Umano fosse fisiologicamente predisposto all'omicidio, dovremmo forse legalizzarlo per accondiscendere alla sua “naturale inclinazione”?
2) In secondo luogo, implicito alla base di questi ragionamenti perversi riteniamo esservi un atteggiamento che definiamo “religioso” e fideistico nei confronti tanto della Storia quanto della Natura, e che solo la fondazione di un'epistemologia materialista può controllare. Questo lo riscontriamo anche in coloro che ingenuamente si definiscono atei, poiché non basta essere certi che non esiste alcun dio per essere liberi da pregiudizi e logiche finalistici. Tale principio religioso agisce naturalizzando e universalizzando il proprio contesto storico-culturale (questo stesso atteggiamento è anche alla base dell'eurocentrismo e dell'etnocentrismo che hanno guidato la colonizzazione) rendendolo storicamente necessario. In questo senso, ad esempio, il modello familiare borghese monogamico viene concepito come unico e “naturalmente” giusto. Se proponessimo la possibilità per una coppia omosessuale di adottare un bambino, la risposta che gli “esperti” darebbero per negargli tale diritto sicuramente sarebbe: “non ho nessun pregiudizio nei confronti degli omosessuali.. però la loro è una richiesta egoista e ingiusta perché un bambino ha bisogno tanto di una figura materna quanto di quella paterna”, che è come dire: “questa è la Natura delle cose, e da essa non si scappa! Ti ci devi attenere e non la puoi trasformare”; le relazioni familiari, che non sono altro che relazioni sociali, in quest'ottica si ridurrebbero ad essere relazioni “naturali” e – chiaramente – la coppia eterosessuale monogamica rappresenterebbe il trionfo della Natura. Non è vero! Sosteniamo e rispondiamo con forza a questi pregiudizi con due punti:
1) Innanzitutto riteniamo che anche l'“entusiastica” e “militante” eterosessualità della nostra società sia socialmente costruita (e tendenzialmente indotta coercitivamente); per capire la radicalità - e ragionevolezza - di questa affermazione ricorriamo nuovamente a un passo del saggio di Tabet che descrive l'evoluzione della sessualità negli adolescenti in alcune città africane e mostra come l'eterosessualità sia indotta progressivamente al fine di riprodurre e mantenere inalterate le strutture sociali come la famiglia e i ruoli sociali come la categoria subalterna donna-moglie-madre:

"Dai 4-5 anni e fino all'adolescenza i bambini e le bambine formano gruppetti che fanno giochi, praticano carezze e poi rapporti genitali sia omosessuali che con l'altro sesso, giochi e rapporti vissuti come piacere, cose “normali”, “divertenti”. Tali sono considerati anche i rapporti che si instaurano con gli adulti. Ma qui interviene il primo taglio nella sperimentazione di sé degli e delle adolescenti e inizia la pressione più precisa verso una eterosessualità riproduttiva. Mentre i rapporti omosessuali tra coetanei non pongono problema, l'omosessualità con adulti è vista come vergogna ed è oggetto di estrema riprovazione. Con ciò viene evidentemente limitato ogni sviluppo di questa forma di espressione sessuale, ogni approfondimento di questa esperienza che viene bloccata al livello infantile o adolescenziale. Al contrario, ed è ben significativa questa differenza di trattamento delle forme di sessualità, i rapporti eterosessuali delle ragazzine con adulti sono visti con favore anche quando sono rapporti remunerati. Come condizionamento a ed espressione di una sessualità genito-procreativa ricevono incoraggiamento: “mia figlia ha fretta di diventare una moglie e una madre, accetterà volentieri un uomo e la maternità”."9

2) In secondo luogo sosteniamo che tutti quei processi storici che hanno portato alla nascita dell'Homo sapiens sapiens, e che vengono generalmente condensati in termini come “evoluzione” e “selezione naturale”, siano processi complessi e irrazionali e NON guidati da una qualche Ratio. Questo significa che NON viviamo nel migliore dei mondi possibili e che noi, come Esseri Umani, rappresentiamo solo uno degli infiniti esiti possibili (e comunque i processi non si arrestano per cui rappresentiamo non realmente un esito ma una tappa delle altrettante molteplici tappe possibili). Lo studio del corpo umano, della sua fisiologia e della sua psicologia sono certamente utili per comprendere il nostro percorso e il nostro funzionamento, ma non possono assurgere al ruolo di definire una qualche nostra “essenza sociale”. La maternità e la paternità tanto sbandierati da scienziati e preti devono dunque essere messi in discussione e superati in quanto figli dell'ideologia borghese.

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1- Si vedano, a titolo di esempio per la fecondità del periodo, i libri: Problems of Women's liberation: A Marxist Approach - di Evelyn Reed ('68), Oltre il lavoro domestico ('78\'79) di Chisté-Del Re-Forti , Femminismo e lotta di classe 1970-1973, a cura di Annamaria Frabotta ('73) o il più recente Lavoro delle donne, potere degli uomini ('96), di Chevillard e Leconte

2- Con questo non si deve essere indotti a credere che il problema dell'oppressione della donna nasca integralmente dalla coniugazione del patriarcato con l'ascesa della borghesia. La storia dei rapporti tra i generi si intreccia in modo indissolubile con lo sviluppo della divisione sociale del lavoro e dunque con la costruzione delle sovrastrutture sociali che la nostra storia come umanità ha conosciuto. Per questo la violenza di genere è una costante attraverso diverse epoche, perché la storia umana è la storia di società divise in classi in cui una parte della società ne opprime un'altra e non in virtù di categorie non storiche che si pretenderebbero insite in astratte "nature" maschili o femminili. Il patriarcato è un abito che molteplici forme di organizzazione sociale hanno indossato con comodità e piacere (ma non per questo è universale), compresa la società attuale del capitalismo, proprio perché nato in legame con la divisione in classi della nostra società.

3- Aleksandra Kollontai, Largo all'eros alato. Lettera alla gioventù lavoratrice.

4- Ibid.

5-Esperienze come il Pride sono certamente molto importanti poiché portano avanti da una parte l'aspetto di denuncia dell'ineguaglianza dell'attuale condizione omosessuale, da un'altra testimoniano la possibilità di essere soggetti alternativi rispetto alla morale corrente, rivendicando il diritto all'esistenza e alla libera costruzione della propria soggettività e sessualità; infine portano avanti le vertenze delle varie realtà lgbtq. Nonostante questo non possiamo non esprimere le nostre perplessità su questo tipo di manifestazione; infatti, anche se vengono attaccati e sbeffeggiati il moralismo e il “buon costume”, data la sua natura interclassista, il Pride pecca di non avere alla base una solida analisi e una critica sistematiche alla società patriarcale-capitalista e per questo non ci pare in grado di proporre un modello alternativo di società: il fatto stesso che non venga criticato l'istituto del matrimonio e quindi la proprietà privata che ne è il fondamento ci sembra emblematico di questo limite di prospettiva politica.

6- E' incredibilmente frequente la sovrapposizione e dunque la confusione tra sobrietà e austerità. Questo porta a escludere da una pretesa ortodossia militante tutto quello che è visto come sopra le righe o “futile”.

7- Rosa Luxemburg, Lettere contro la guerra, Prospettiva, Roma 2004, pp. 70 – 71.

8- Paola Tabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubbettino Editore, 2005, pp. 11- 12.

9- Paola Tabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubettino, Catanzaro, 2005, p. 54.

15 dicembre 2014

Il doppio doppiogioco del mitico Berlinguer

Di falaghiste

Nel sito di Rifondazione Comunista della sezione di Forlì l’ultimo post risale al primo agosto: il solito invito ai partiti democratici e a tutti gli antifascisti alla celebrazione della liberazione di Predappio (28 ottobre)… Va beh!

A questo segue una critica al PD forlivese (13 giugno), che non si preoccupa di ridurre la TASI alle famiglie a basso reddito: cosa si aspettavano?

Il terzo post, datato undici giugno, è un panegirico di E. Berlinguer dove si spiegano i suoi grandi meriti di difensore della legalità e delle lotte operaie:
Il ricordo di Enrico Berlinguer è ancora vivo e il suo esempio quanto mai attuale.
Berlinguer ha denunciato per primo l’emergenza e urgenza della questione morale nel nostro Paese.
Con quell’espressione, egli intendeva indicare la deriva di un modello di sviluppo sbagliato e devastante, fondato sull’illegalità, sull’alleanza tra gli apparati dello Stato e la criminalità organizzata, sulla trasformazione dei partiti che stavano al governo in comitati d’affari, su imprese e imprenditori che fanno profitti a suon di bilanci falsi e di sfruttamento dei lavoratori. Berlinguer andò davanti ai cancelli della Fiat di Torino – quando nel 1980 vennero annunciati 15.000 licenziamenti – per dire che il Pci stava e doveva stare dalla parte dei lavoratori anche e soprattutto quando le cose sembravano andare nel peggiore dei modi. Una grande lezione politica e morale che tanti hanno dimenticato: sia Renzi che Fassino, quando la Fiat ha scelto di non riconoscere il contratto nazionale di lavoro e di dichiarare di fatto “illegale” la presenza della Fiom – si sono schierati dalla parte di Marchionne senza se e senza ma. Ancora, vogliamo ricordare il Berlinguer che sostenne il referendum per difendere la scala mobile, ovvero l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita.
Evidentemente per i rifondaroli forlivesi la storia è iniziata con Berlinguer, in quanto fu lui lo scopritore della corruzione e del malaffare del sistema politico borghese, della prossimità dello Stato con la malavita organizzata e lo sfruttamento  del proletariato. Ogni ulteriore commento è superfluo, li invitiamo soltanto a leggersi qualcosa dell’enciclopedica bibliografia marxista, consigliando loro, tanto per cominciare: “Lavoro salariato e capitale” di Marx e “Stato e rivoluzione” di Lenin.

In quanto al presunto e pubblicizzato sostegno di E. Berlinguer agli operai della Fiat nel 1980, è opportuno piuttosto ricordarlo come una delle peggiori operazioni doppiogiochiste del PCI, ossia come “fingere di stare con i lavoratori appoggiando i padroni”. 

Anche rispetto alla presunta eroica difesa della scala mobile i fatti dimostrano il contrario di quanto affermano i rifondaroli.

La storia, quella seria e documentata, non l’immaginario ideologico che ne deforma la sostanza, dimostra che l'apparato burocratico del PCI, sin dall'inizio non fece altro che cercare d'ingraziarsi le classi dirigenti borghesi per assumere in loro nome e in alleanza con i  loro partiti il governo del paese. Obbiettivo raggiunto con la nascita del PD; non è un caso, infatti, che il suddetto difensore degli oppressi sia celebrato oggi come uno dei suoi massimi precursori. 

Del resto, già con “la svolta di Salerno” il PCI togliattiano, in ossequio al trattato di Jalta e alla politica del compromesso stalinista con le borghesie nazionali nell’Europa dell’Ovest, già nel 1944 aveva intrapreso la via riformista. Con l’accettazione implicita dell’economia di mercato, tutto ciò che andava oltre non poteva essere tollerato.

È il 1973 quando il segretario del PCI Enrico Berlinguer (con una serie di articoli sulla rivista Rinascita) propone al presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, il completamento del compromesso costituzionale del 1948 attraverso un' alleanza fra: “le due grandi tradizioni popolari del socialismo e del cattolicesimo democratici“. Tale politica passerà alla storia come compromesso storico. Qualcuno, più concretamente, la chiamerà la seconda svolta di Salerno.

Al di là della mistificazione ideologica (le tradizioni popolari a cui si richiama il compromesso storico non esistono in Italia se non circoscritte a minoranze ininfluenti nei rispettivi ambiti politico-ideologici), Berlinguer propone un patto di governo fra l'apparato del PCI e il partito della borghesia, del Vaticano e della malavita organizzata; altro che “urgenza della questione morale”.

Nel maggio del 1975 il governo Moro, con il sostegno del PCI, approva la legge Reale che introduce l'arresto senza flagranza di reato. Inizia la repressione di massa, basta un semplice sospetto per venire arrestati e trattenuti come probabili terroristi; di lì a qualche anno, migliaia di militanti antifascisti verranno incarcerati senza alcuna prova.

Contemporaneamente, nelle fabbriche, i sindacati (CGIL in testa) d'accordo con i padroni reprimono con ogni mezzo i militanti delle organizzazioni di classe, mentre le organizzazioni terroristiche del fascismo reale, responsabili delle stragi, sotto la copertura dei servizi segreti dello Stato, rimangono indisturbate.

Ma il PCI prosegue l'alleanza con la DC. La nuova formula si chiama solidarietà nazionale, non più il fallito governo PCI-DC, ma il sostegno esterno del PCI al nuovo corso democristiano (1976 governo Andreotti: monocolore DC).

Ormai le masse attive del movimento operaio subiscono l'influenza dell'antifascismo costituzionale.

Si svolgono enormi manifestazioni di massa “contro il terrorismo”, dove si mescolano le bandiere storiche con la falce e il martello alle bandiere crociate. È l'inizio della fine del decennio sessantottino, le masse proletarie si sono schierate, più o meno consapevolmente, al fianco del fascismo reale mascherato da antifascismo democratico.

Non rimane che attaccare il movimento operaio che, pur avendo aderito in maggioranza all'antifascismo costituzionale, non è ancora disposto a cedere nella lotta di classe per il controllo della produzione industriale.

L'attacco è portato su due fronti. Il 2 agosto del 1980 scoppia una bomba alla stazione di Bologna facendo decine di morti e centinaia di feriti.

In un momento in cui si credeva la situazione pacificata ricomincia la caccia alle streghe: l'opinione pubblica viene di nuovo predisposta ad accettare soluzioni autoritarie.

È l'occasione per aprire il secondo fronte e chiudere definitivamente con il centro della resistenza operaia: la FIAT.

Prima la direzione annuncia il licenziamento di decine di operai per attività terroristiche, poi il licenziamento di 14.000 operai. Il consiglio di fabbrica decreta lo sciopero ad oltranza, ma dopo trentacinque giorni una manifestazione di impiegati e tecnici (detta: ”la marcia dei quarantamila”, in realtà erano molti di meno) rivendica il diritto di tornare al lavoro.

Gli operai comunque non ne vogliono sapere di rimuovere i picchetti ai cancelli, ma le direzioni sindacali si schierano di nuovo contro il movimento operaio.

Infatti, nonostante l'opposizione dei lavoratori, Luciano Lama, segretario generale della CGIL, firma l'accordo con l'azienda accettando licenziamenti e cassaintegrazione. È la Waterloo del movimento operaio italiano; da allora sarà un continuo rifluire della classe operaia verso il dominio totale del capitale sul lavoro.

Questa vicenda rappresenta il culmine della doppiezza politica del PCI.

Qualche giorno prima della firma del famigerato accordo, Berlinguer dichiara che, qualora gli operai avessero occupato la FIAT, il partito li avrebbe sostenuti. La malafede è evidente: la verità è che il PCI delega il tradimento alla burocrazia sindacale CGIL per non compromettere l'immagine del partito di fronte al proprio elettorato. (È impensabile che Luciano Lama, iscritto al PCI come la maggioranza dei sindacalisti CGIL, abbia agito senza l'assenso implicito, o perlomeno senza la garanzia di non ingerenza, da parte di E. Berlinguer).

Un anno dopo la porcata si ripete, (con maggiori ambiguità e contraddizioni fra apparato CGIL e PCI) e non soltanto contro gli operai della Fiat ma contro tutta la classe lavoratrice e i pensionati. 

Con E. Berlinguer ancora segretario, Bruno Trentin (anche lui del PCI, subentrato a Lama alla guida della CGIL) sigla un accordo con il governo e la controparte per l'abolizione parziale della scala mobile dei salari dando il via alla politica di concertazione: il sindacato non è più un organismo di rappresentanza autonoma delle classi lavoratrici ma, per conto del governo e delle organizzazioni padronali, diventa uno strumento di controllo e repressione delle rivendicazioni delle classi lavoratrici. Inizia la trasformazione del più grande sindacato italiano in un organismo legittimato dallo stato borghese. 

Dopo aver distrutto il movimento operaio (con il compromesso storico), contro la burocrazia CGIL e parte del suo stesso partito, Berlinguer promuove il referendum per la reintroduzione della scala mobile. Una scelta che sancirà la sconfitta del referendum, nel 1985, l'anno successivo alla sua morte. 

L'unica concessione che si può fare ad E. Berlinguer è di aver creduto in buona fede ad una uscita dalla crisi della sinistra con un compromesso stabile fra capitale e lavoro. Ma aver cercato di realizzarlo sulla pelle del movimento operaio come ultima risorsa del riformismo lo ha condannato inevitabilmente alla sconfitta. Forse la sua fortuna è stata proprio quella di morire prima che la sua politica fallisse definitivamente. 

Ciò che oggi rimane della sua opera è la ridondante retorica dei fedeli sopravvissuti; e il panegirico dei rifondaroli forlivesi ne è un povero, grottesco esempio.

12 dicembre 2014

MA I GRILLINI DOVE SONO?

di Mento Pallonio

Come sempre i grilli sono dappertutto: nei campi, in TV, sui giornali, sul Web… ma non li trovi mai nelle piazze e nelle manifestazioni tra chi sciopera e chi si batte contro il fascismo.

Ovviamente si definiscono parte di un “movimento orizzontale” ma che nei fatti è più verticistico di Forza Italia (dove c’è un capo indiscusso che detta la linea e che non discute con nessuno) e che si arroga di nominare una segreteria (definita da Grillo direttorio).

I grillini medi esistono solo in maniera virtuale: essi sono generalmente essenza eterea da fibra ottica e niente più. Raccolgono un dissenso, la critica a tratti giusta della nostra società (inquinamento, corruzione ecc…) ma non articolano la proposta politica, che termina nel peggio qualunquismo (la concretezza e baggianate simili).

Dicono di essere antisistema, ma effettivamente sono funzionali alla politica e non hanno prospettiva: il loro più grande obiettivo raggiunto è stato l’eliminazione dei senatori a vita. Mentre il Governo cancella l’art. 18, mandano a dire agli operai di Piombino che il lavoro non c’è più e che bisogna accontentarsi del reddito minimo garantito. Ma sono al corrente i centinaia di cittadini a 5 stelle (dal consiglio comunale di ogni città ai parlamentari) che tagliando l’Irap si sono tagliati i servizi sanitari nazionali? Sanno che 60 miliardi all’anno dalle tasche degli italiani finiscono nelle casse delle banche?

I grilli non hanno ancora capito che il loro dissenso, di per sé effimero ed in parte figlio sia di una “povertà politica” che “intellettuale”, è stato incanalato in un depuratore a cielo aperto che si chiama Movimento Cinque Stelle: gli elementi onesti intellettualmente vengo cacciati, chi dissente è fuori, e tutto il loro “ribellismo” viene dolcemente sedato in un movimento che non fa movimento e che non lotta con gli sfruttati.

Oramai padroni delle supercazzole con punti esclamativi intervallati dal numero uno (!!1!!1!!11), dei più grandi e fallimentari proclami che la storia repubblicana ricordi (“apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno” ) hanno raccolto consensi tra comunisti “mao-stalinisti” sempre attenti alla tattica di agire tra le masse (C.A.R.C. e utenti facebook che nel profilo hanno la foto di Che Guevara) come anche i fascisti che, visto l’immobilismo del movimento (quasi un ossimoro), sono usciti dalle file grilline per fondare a Vibo Valentia la nuova sede di Forza Nuova.

Sì ma certo! Per loro non esiste destra e la sinistra. Esiste solo il buon senso. Eccome! Quindi tutti in Campidoglio contro lo scandalo “Mafia Capitale” spalla a spalla con Forza Nuova, Lega e Centrodestra. Tanto lo diceva anche Grillo “se quelli di Casa Pound rispettano le nostre regole sono dei nostri”. Ma voi non avete regole: avete un “non-statuto”. È come dire ai propri figli: “Ragazzi quest’anno, visto che papà è per il secondo anno disoccupato, festeggeremo un infelice non-natale”.

Cari grillini, il vostro trascorso politico è costellato di fuochi artificiali, degni dei migliori fochisti, ma finito lo spettacolo tutto tacerà. Rimarrà solo la puzza di bruciato, che già si inizia a percepire.



Semmai vi capiterà di scioperare o manifestare, in che modo parteciperete voi che siete così moderni? In quell’occasione leggeremo un tradizionale volantino o ci dovremo accontentare di due righe su un tablet, magari comodamente seduti sulla tazza del cesso?

I SINDACATI NELL'EPOCA DI TRANSIZIONE


Nella lotta per le rivendicazioni parziali e transitorie, gli operai hanno attualmente più che mai bisogno di organizzazioni di massa, in primo luogo dei sindacati. La potente ascesa dei sindacati in Francia e negli Stati Uniti costituisce la migliore risposta ai teorizzatori estremisti della passività che avevano affermato che i sindacati "avevano fatto il loro tempo".

I bolscevichi leninisti si trovano in prima fila in ogni forma di lotta, anche nel caso che si tratti degli interessi materiali o dei diritti democratici più modesti della classe operaia. Essi prendono parte attiva alla vita dei sindacati di massa, preoccupandosi di rafforzarli e di accrescerne lo spirito combattivo. Lottano implacabilmente contro ogni tentativo di sottomettere i sindacati allo Stato borghese e di legare il proletariato con "l'arbitrato obbligatorio" e con tutte le altre forme di intervento poliziesco non solo fasciste ma anche "democratiche". E' solo sulla base di tale lavoro che è possibile lottare con successo all'interno dei sindacati contro la burocrazia riformista, compresa quella stalinista. I tentativi settari di costruire e di mantenere piccoli sindacati "rivoluzionari" come una seconda edizione del partito, implicano, in realtà, una rinuncia alla lotta per la direzione della classe operaia. Bisogna, a tale proposito, affermare un principio incrollabile: l'autoisolamento capitolardo al di fuori dei sindacati di massa, che equivale al tradimento della rivoluzione, è incompatibile con l'appartenenza alla IV Internazionale. Nello stesso tempo, la IV Internazionale rifiuta e condanna risolutamente ogni feticismo dei sindacati, tipico sia dei trade-unionisti sia dei sindacalisti.

a) I sindacati non hanno e, dati i loro scopi, la loro composizione e la natura del loro reclutamento, non possono avere un organico programma rivoluzionario; ed è per questo che non possono sostituire il partito. La costruzione di partiti rivoluzionari nazionali, sezioni della IV Internazionale, è il compito centrale dell'epoca di transizione.

b) I sindacati, anche i più potenti, non abbracciano più del 20-25 per cento della classe operaia e, per di più, i suoi strati già qualificati e meglio retribuiti. La maggioranza più oppressa della classe operaia non è trascinata nella lotta se non episodicamente, nei periodi di eccezionale slancio del movimento operaio. In tali momenti, è necessario creare organizzazioni specifiche che comprendano tutta la massa in lotta: i comitati di sciopero, i comitati di fabbrica, e infine i soviet.

c) In quanto organizzazione degli strati superiori del proletariato i sindacati, come è provato da tutte le esperienze storiche, compresa quella assai recente dei sindacati anarco-sindacalisti in Spagna, sviluppano forti tendenze alla conciliazione con il regime democratico-borghese. Nei periodi di acuta lotta di classe gli apparati dirigenti dei sindacati si sforzano di impadronirsi del movimento delle masse per addomesticarlo. Ciò si verifica già in occasione di scioperi, soprattutto di scioperi di massa, con occupazioni di fabbrica che scuotono i principi della proprietà borghese. In tempo di guerra, o di rivoluzione, quando la situazione della borghesia diventa particolarmente difficile, i capi dei sindacati diventano di solito ministri borghesi.

Perciò le sezioni della IV Internazionale devono costantemente sforzarsi non solo di rinnovare l'apparato dei sindacati proponendo coraggiosamente e decisamente nuovi dirigenti pronti alla lotta al posto dei funzionari carrieristi abitudinari, ma anche di creare, in tutti i casi in cui sia possibile, organizzazioni autonome di lotta che meglio rispondano ai compiti della lotta di massa contro la società borghese, senza esitare, se necessario, a giungere alla rottura aperta con l'apparato conservatore dei sindacati.

Se è criminoso voltare le spalle alle organizzazioni di massa per accontentarsi di finzioni settarie, non è meno criminoso tollerare passivamente la subordinazione del movimento rivoluzionario delle masse al controllo delle cricche burocratiche apertamente reazionarie o conservatrici mascherate ("progressiste").

Il sindacato non è fine a se stesso, ma soltanto uno degli strumenti da utilizzare nella marcia verso la rivoluzione proletaria.




(L. Trotsky - Il Programma di Transizione)