iniziative in corso

Tesseramento 2014

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2014

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2014

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2014

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2014

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

20 settembre 2014

Un’altra profezia del PCL si è avverata… purtroppo sulla pelle dei lavoratori

di Frecciarossa, Volodia e Bukaneros

Dopo una lotta durissima, con picchetti davanti alla fabbrica durati due mesi e il blocco delle merci e di fatto della produzione, i lavoratori Electrolux hanno votato in maggioranza un accordo che noi del Partito Comunista dei Lavoratori avevamo a suo tempo denunciato come “bidone”.

La lotta dei lavoratori è stata tradita dalle burocrazie sindacali e dai politicanti che hanno sfruttato l’occasione per fare solo propaganda elettorale (vedi Errani).

L’azienda sta facendo modifiche alle linee di produzione, di fatto aumentando i ritmi di lavoro, proprio quello che voleva fare sin dall’inizio; come al solito questa farsa sarà pagata cara dai lavoratori, e porterà sicuri benefici all’azienda (aumento dei profitti). Ai lavoratori toccherà invece l’inevitabile peggioramento delle malattie professionali, già molto diffuse in precedenza.

L’azienda, con la complicità della burocrazia sindacale, ha diviso i lavoratori in due cantieri, reparto forni e reparto piani, in modo che la disgregazione faccia il gioco della proprietà, indebolendo il fronte di lotta.

Nel comunicato ai lavoratori Fim-Fiom-Uilm del 1/9 viene denunciato l’aumento dei pezzi orari di 11 unità in presenza di ottimizzazioni tecniche alle linee produttive: di fatto questa illusione di ammodernamento verrà subita dai lavoratori che, fidandosi di alcuni delegati e firmando l’accordo, hanno passivamente accettato quei peggioramenti che adesso l’azienda applicherà alla loro routine lavorativa.

Il danno arrecato da questo accordo sulla pelle degli operai appare ancora più grave alla luce dell’accordo siglato tra Electrolux e General Electric da 3,3 miliardi di dollari, con cui il colosso americano cede all’azienda svedese le attività nel settore degli elettrodomestici.

Come Partito Comunista dei Lavoratori ribadiamo la nostra condanna dell’accordo di maggio, che ora dà i suoi frutti, facendo sì che i lavoratori si rendano sempre di più schiavi del capitale.

Invitiamo i lavoratori a riprendere la lotta sulla base dell’esperienza maturata precedentemente e con diffidenza verso quei poteri sindacali e politici che hanno gettato loro fumo negli occhi.

Il Partito Comunista dei Lavoratori invita tutti i dipendenti dell’Electrolux a riprendere in mano le redini della propria lotta, a unirsi in un unico fronte, non accettando più accordi al ribasso che in questa e in tante altre realtà hanno determinato solo sconfitte (Dometic, Alpi, Croci, FIAT…).

La nostra proposta è sempre la stessa: occupazione degli stabilimenti e nazionalizzazione sotto il controllo operaio senza indennizzo per la proprietà.

Solo con la costruzione di un mondo rosso e socialista, basato sulla solidarietà di classe, sull’abolizione dello sfruttamento capitalista, sul rispetto dell’ambiente e dell’uomo, i lavoratori la spunteranno sul capitale, rompendo le catene che da troppi anni li tengono oppressi.

15 settembre 2014

Marco Ferrando sul golpe di Pinochet - 11 settembre 1973


Intervento di Marco Ferrando a Castiglion Fiorentino sul Golpe di Pinochet dell'11 settembre 1973 in Cile.

14 settembre 2014

Regionali, il Pcl si candida: "Siamo noi la sinistra coerente"

da Radiocittà'fujiko.it

Alla vigilia della festa che si terrà da domani a domenica all'Iqbal Masih, il Partito Comunista dei Lavoratori candida Michele Terra alla guida di viale Aldo Moro. "Siamo noi la vera sinistra di alternativa, gli altri sono confusi".
Da domani a domenica, al Circolo Iqbal Masih di via dei Lapidari, il Partito Comunista dei Lavoratori darà vita alla propria festa. Osteria, musica, libreria e socialità faranno da cornice a tre dibattiti organizzati dal partito. Il primo, domani sera, alla presenza del giornalista e scrittore Fulvio Abbate, intitolato "Situazionismo patafisica e trotskismo". Sabato, invece, sarà presente il portavoce nazionale del Pcl, Marco Ferrando, mentre domenica si svolgerà un dibattito aperto a forze politiche, sindacali e movimenti, intitolato "Crisi, classe operaia e precariato".

Sempre quest'oggi, però, il Pcl ha annunciato che presenterà una propria lista alle elezioni regionali, candidando l'inossidabileMichele Terra alla carica di presidente. Una presenza, quella del partito, che è resa ancora incerta dalle regole della nuova legge elettorale regionale, in particolare dalla confusione che sembra ancora regnare sulla questione della ripartizione delle circoscrizioni.
Se le regole del gioco sono incerte, chiaro è invece il programma del Pcl, che si candida a rappresentare "la vera sinistra coerente e anticapitalista".

Ai nostri microfoni, Michele Terra spiega come il partito "non abbia applaudito a Vasco Errani quando era in auge, né quando è caduto". I comunisti hanno sempre espresso critiche verso la gestione del centrosinistra dell'era Errani con osservazioni articolate in diversi punti. "Durante l'era Errani - spiega Terra - sono stati chiusi ospedali e tagliati posti letto, non è stato fatto nulla per impedire che le fabbriche chiudessero, preferendo difendere la cassa integrazione in deroga straordinaria ed è da questa giunta che sono stati sdoganati i finanziamenti alle scuole private".

La proposta alternativa del Pcl invece prevede, tra le altre cose, di nazionalizzare le fabbriche che chiudono, assumere i precari della pubblica amministrazione, una scuola pubblica, laica e gratuita, insieme al tema della casa e dei trasporti, le cui politiche, per Terra, devono essere di classe, a favore di lavoratori e pendolari, e non invece votate alle grandi opere.
Terra non risparmia critiche nemmeno alla sinistra del Pd, in particolare all'atteggiamento assunto da Sel e Rifondazione. "Mi sembra che siano confusi e che stiano prendendo tempo per capire quale strategia elettorale sia la migliore. Hanno amministrato fino a ieri con il Pd e, se vogliono dare discontinuità, dovrebbero farlo in modo radicale. Per questo noi siamo l'unica forza di sinistra anticapitalista e coerente".


11 settembre 2014

NAPOLI E CARABINIERI. RIVOLUZIONARI E STATO

Uno “scontro” inedito fra corpi militari dello Stato e governo Renzi sul terreno economico e contrattuale. Un ragazzo assassinato per mano dei carabinieri in un quartiere di Napoli.
La minaccia di uno sciopero unitario dei corpi militari, carabinieri inclusi, contro il governo. La ribellione popolare e giovanile di un quartiere contro i carabinieri e i corpi repressivi dello Stato.

L'intreccio concentrato di questi fatti, in pochi giorni, ripropone l'attualità di un chiaro orientamento classista : non puramente “antagonista”, ma rivoluzionario. Nell'impostazione e nella prospettiva.


FORZE DELL'”ORDINE”... PER QUALE ORDINE?

Il PCL denuncia innanzitutto la natura e funzione reale dei corpi repressivi dello Stato.

I fatti di Napoli, l'ennesimo colpo mortale “ accidentale” contro un giovanissimo proletario di un quartiere degradato, illustra una volta di più l'ipocrisia della propaganda borghese sulle cosiddette forze dell'”ordine”. L'”ordine” che quelle forze sono chiamate istituzionalmente a difendere è quello della società borghese. Sia che si tratti di reprimere lotte sociali e movimenti di ribellione contro oppressione e sfruttamento ( con una intensificazione strisciante ma progressiva negli anni di crisi); sia che si tratti di gestire i “normali” rastrellamenti e controlli su migranti senza difese e senza diritti, rendendo ancor più impossibili vite impossibili; sia che si tratti di amministrare la miseria quotidiana di quartieri spogliati di tutto ( lavoro, ritrovi, svaghi, vita) e quindi consegnati agli affari di camorra ( intrecciata fisiologicamente al capitale finanziario); al business dei giochi d'azzardo ( su cui lo Stato borghese cinicamente lucra); alla disperazione della solitudine e dell' eroina ( fonte del massimo saggio di profitto e della massima accumulazione finanziaria del capitale).

Tutto ciò che fanno i singoli poliziotti, in un quartiere, si riduce a questo? No, evidentemente. Ma questa è la funzione istituzionale dell'ordine. Il poliziotto che tutela dal rischio di furto illegale la “borsa della vecchietta”, tutela innanzitutto l'ordine legale che rapina quella borsetta ogni giorno, per mano del governo in carica, per conto dei capitalisti e delle banche.

Polizia e Carabinieri non difendono la “sicurezza” della società contro la “delinquenza”, come vogliono le rappresentazioni da cartolina. Difendono la delinquenza della società capitalista, e quindi l'insicurezza delle sue vittime. Se necessario, come si vede, con metodi delinquenti. Non difendono la “Legge” come principio astratto, al di sopra delle classi. Difendono l'ordinaria legalità della follia capitalista. Se necessario, come si vede, con manifeste illegalità.

Il monopolio della violenza che lo Stato assegna a Polizia e Carabinieri, è lo strumento legale di questa funzione e dei suoi crimini. Cucchi, Aldovrandi, Davide Bifolco, sono solo il manifesto di questa verità rimossa. Che di tanto in tanto emerge nelle pieghe di qualche caso di clamore, ma poi ridiscende nel sottobosco ordinario del buon senso istituzionale. Protetto dal silenzio delle sinistre riformiste, dal quieto vivere delle loro complicità assessorili , o addirittura dalla loro subordinazione a culture questurine ( Ingroia docet).


PER UN ALTRO ORDINE, UN'ALTRA FORZA.

Il PCL non si accoda all'ipocrisia liberale che chiede alle “forze dell'ordine” il rispetto “ della propria funzione ”. Nè all'invocazione giustizialista di una “pace tra società e Stato”(De Magistris). Nè all'eterna richiesta (illusoria) di “una riforma democratica della polizia” borghese; né infine alle richieste supplichevoli... di un numero identificativo per gli agenti “a tutela dei manifestanti, e degli stessi poliziotti per bene” ( come se queste“soluzioni” risparmiassero vite, repressioni e crimini nei tanti paesi in cui vigono; come se non si ritorcessero paradossalmente su chi le propugna con richieste speculari di “numero identificativo” per i manifestanti e nuove lesioni di libertà).

Un partito rivoluzionario che si batte per rovesciare la dittatura dei capitalisti non difende i “corpi di uomini in armi” ( Engels) preposti a difenderla. Nè illude i proletari che possano funzionare diversamente. Fa l'esatto opposto. Denuncia la loro natura reale. Fa leva su ogni “caso” di clamore per spiegare che non si tratta di un “caso” ma dell'espressione- fosse pure “casuale” e “incidentale”- di una funzione generale e strutturale. Partecipa in prima linea ad ogni manifestazione di massa, di protesta e di rabbia, contro i corpi repressivi dello Stato e la loro brutalità, come a Napoli in questi giorni. Sviluppa un'aperta agitazione e propaganda di massa, tesa a sviluppare una coscienza di classe anti statale nei più ampi strati proletari , e a evitare (oltretutto) che la rabbia sociale possa essere capitalizzata o incanalata da forze equivoche e/o reazionarie ( magari camorriste).

Lo diciamo chiaro: un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, scioglierà gli attuali corpi di Carabinieri e Polizia. Non avrà bisogno di “corpi di uomini in armi” come organi separati dalla società, posti a salvaguardia dello sfruttamento di una classe sull'altra. Non avrà bisogno di spendere 20 miliardi l'anno ( questo è oggi il costo annuale complessivo delle cinque forze dell' ”ordine” in Italia) per proteggere il fortino del privilegio sociale di un pugno di ricchi, oltretutto criminogeno. Potrà invece sviluppare una struttura di autodifesa dei lavoratori e delle lavoratrici, legate ai loro luoghi di lavoro e di vita. Potrà organizzare una milizia operaia e popolare mille volte più radicata sul territorio, mille volte più deterrente ed efficace contro il vero crimine, mille volte più democratica e socialmente controllabile. Una milizia che non avrà bisogno di ufficiali, gradi, stellette e medaglie per ottenere la disciplina interna della “truppa” e l'”obbedienza”dei quartieri. La sua forza sarà il suo prestigio sociale presso i lavoratori ,i giovani, le donne, gli anziani, quale strumento di tutela dei loro diritti e conquiste, contro chiunque voglia insidiarli nella loro pacifica quotidianità. Una quotidianità finalmente liberata dalla legge del capitale e dunque dai crimini ( “legali o illegali”) del profitto.

E' in questa prospettiva rivoluzionaria- e solo in essa- che acquista un senso intervenire nelle contraddizioni interne all'apparato dello Stato.


I CARABINIERI E MATTEO RENZI

L'attuale aspirante Bonaparte minaccia il blocco contrattuale di tutto il pubblico impiego, e in esso del trattamento economico di Polizia e Carabinieri.

Per finanziare il debito pubblico alle banche, rispettare i patti europei del capitale finanziario, continuare a destinare ai capitalisti decine di miliardi l'anno, e in più finanziare le proprie truffe elettorali, il premier bullo Matteo Renzi chiede sacrifici ai propri “sbirri “. Cioè ai tutori istituzionali dell'attuale ordine sociale .

I capi di Polizia e Carabinieri “protestano” e minacciano per la prima volta nella storia repubblicana uno sciopero unitario contro il governo. Il loro scopo è trattare una eccezione per la propria corporazione, con un messaggio inequivoco a Renzi:

“Comprendiamo il blocco per i normali lavoratori statali, capiamo e sosteniamo le politiche di sacrifici per gli operai, precari, disoccupati, siamo noi che difendiamo nelle piazze ogni giorno quelle politiche, siamo noi che facciamo scudo ogni giorno ai governi che le propugnano, contro la sofferenza e l'odio sociale che suscitano. Abbiamo dunque diritto a una eccezione. Pagateci il ruolo eccezionale che noi svolgiamo al vostro servizio e al servizio dei capitalisti che voi rappresentate. Già lo avete fatto quando ci avete esentato dalla legge Fornero sulle pensioni. Fate un'altra eccezione, e sarete ricompensati. Se non lo farete rischiate di trovarvi a corpo nudo di fronte alla società che umiliate . E faticheremo a controllare la nostra stessa truppa . Con i rischi del caso. Guardate a Napoli..”.

Il governo è scosso. La stampa borghese che ogni giorno chiede più rigore e sacrifici contro gli operai e i dipendenti pubblici, nel nome della “lotta agli sprechi” e del taglio della spesa pubblica, chiede al governo di fare... eccezione per Polizia e Carabinieri. Il “rigoroso” Padoan è alla ricerca di una soluzione. Il ministro Alfano cerca di salvare un piccolo bacino di voti. Il premier bullo ostenta fermezza ma cerca sottobanco una via d'uscita. Gli alti comandi militari lavorano per trovargliela cercando al tempo stesso di non perdere la faccia con la propria truppa. E' una strettoia difficile

Affari loro. Ma non solo..


UNA POLITICA RIVOLUZIONARIA VERSO LE CONTRADDIZIONI DELLO STATO

Il PCL rifiuta ogni eccezione corporativa nel nome dell'”ordine pubblico”.
Ci battiamo e ci batteremo per la più ampia ribellione di massa contro il blocco contrattuale per milioni di lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego, e più in generale contro le politiche di austerità e sacrifici a vantaggio dei capitalisti, italiani ed europei. La combinazione del mantenimento di questo blocco e di una “eccezione” per i Carabinieri sarebbe una provocazione scandalosa : significherebbe che lo Stato privilegia i tutori istituzionali dell'ordine sociale che impone contro le vittime sociali di quell'ordine, e proprio in funzione della difesa di piazza di quell'ordine.

Al tempo stesso, paradossalmente, ogni concessione che lo Stato dovesse fare agli “sbirri”, rischia obiettivamente di trasformare una eccezione nella rottura di una diga. “Perchè sì ai Carabinieri, e non a noi insegnanti, infermieri, postini, ..?”, così potrebbero ragionare milioni di lavoratori e lavoratrici. Questa è la preoccupazione del governo. Quella di una frana incontrollabile e pericolosa per la stessa tenuta dell'ordine pubblico. Da qui la resistenza e le difficoltà.

Il diavolo fa la pentola ma non i coperchi. Di certo il coperchio non lo metteranno i rivoluzionari.

Saremo nelle piazze di autunno dalla parte dei lavoratori contro il governo e contro lo Stato. Ci inseriremo in ogni contraddizione dell'avversario per allargare il fronte di massa e sviluppare coscienza. Costruiremo ove necessario e maturo strutture ed esperienze di autodifesa di massa contro la repressione. E qualora si sviluppassero manifestazioni di poliziotti contro il governo, interverremo senza riserve con un volantino politico antigovernativo:” Governo e Stato vi usano contro i lavoratori e finiscono con lo spremere anche voi come limoni, pur di onorare gli interessi del capitale finanziario. I vostri comandi cercano il compromesso col governo contro di voi, per continuare a usarvi contro di noi lavoratori. Noi vi diciamo: ribellatevi al governo e unitevi ai lavoratori..”.

Una politica rivoluzionaria è tale se entra da ogni lato nelle contraddizioni della società borghese. Se in ogni contraddizione sviluppa la prospettiva della rivoluzione come prospettiva storica reale, non come riferimento letterario e ideologico. E' ciò che differenzia il PCL non solo dalla sinistra riformista, ma anche dall'antagonismo di nicchia. E' ciò che fa del PCL l'asse di costruzione del partito rivoluzionario in Italia.

08 settembre 2014

Riflessioni di un compagno rivoluzionario in Fiom-CGIL

Di Bukaneros

Abbiamo assistito a un inutile e sofferto congresso, inutile perché ha visto la "triste" riconferma in toto di tutta la passivissima classe dirigente cigiellina anche e purtroppo con il contributo dei massimi dirigenti FIOM (con il nostro segretario generale Landini in primis!). A Forlì, ad esempio, è stata una scelta infelice e alquanto discutibile quella del segretario uscente Bulgarelli di rinnovare a pochi giorni dalla sua uscita dalla FIOM e ad ogni costo una segreteria che sapeva non sarebbe stata la sua, sminuendo le capacità del neo segretario Cotugno e togliendogli la più che legittima possibilità di scegliere liberamente e in modo trasparente i suoi più diretti collaboratori e la segreteria che dovrà aiutarlo nel migliore dei modi nel proprio lavoro organizzativo.

Sappiamo tutti di come il nostro segretario Landini ami dialogare e concertare con la politica (vedi articolo 18 e poi?) e il politicante premier di turno (se questi è del Pd, in particolare) per prepararsi la strada per una carriera poltronaia, sappiamo altresì che da questo tipo di concertazione non sia mai arrivato nulla per i lavoratori, anzi: il precariato dilaga, la disoccupazione aumenta, le fabbriche continuano a chiudere, con tanti lavoratori licenziati, la cassa integrazione ha raggiunto livelli assoluti, tutti i contratti (frutto di ricatti aziendali) sono al ribasso. Si continuano a cedere i nostri diritti, i nostri soldi e soprattutto la nostra fatica ai padroni, intanto il sindacato e la classe dirigente Cgil, e da tempo ormai anche la Fiom, continuano a chiacchierare e noi di conseguenza a subire!

L'ultima chicca del nostro segretario nazionale (l'incontro a tu per tu con il premier-bonapartista Renzi) mette in evidenza i limiti del gruppo dirigente della Fiom e contemporaneamente le sue difficoltà ad agire nella presente situazione. Più che un dirigente sindacale, consapevole della violenza dell’attacco della borghesia, ne esce la figura di un politicante che manda messaggi politici a molti soggetti, ma non indica un percorso di azione ai lavoratori dipendenti, perché anche lui non vuole un conflitto di classe.

Landini auspica infatti (sue parole) che il governo abbia la capacità di comprendere la gravità della situazione e di conseguenza prendere misure di contrasto alla crisi...
Ma davvero crediamo che questo governo, in piena sintonia con la Troika, amante delle privatizzazioni totali, del NON riconoscimento del sindacato e promoter dell'attacco finale allo statuto dei lavoratori e dell'art.18 (come i governi passati di centrodestra e di centrosinistra), possa fare qualcosa di qualsiasi utilità sociale!?

Da anni, troppi anni, subiamo, come lavoratori, sconfitte a raffica! Continuando così, la caduta sarà sempre più irrefrenabile e lascerà noi e i nostri figli, quindi l’intera classe lavoratrice, senza un briciolo di futuro, con la mortificazione lavorativa a vita!

Renzi non può essere un interlocutore semplicemente perché Renzi è il nostro primo nemico, è la destra mascherata da pseudo-sinistra con il compito di distruggere la contrattazione collettiva e l'organizzazione sindacale dei lavoratori, per aumentare i profitti dei padroni. Solo uno che non ha ancora capito come stanno le cose, o fa finta di non capirlo, dialoga con questi personaggi: dialogando con lui facciamo solo il loro gioco, dando loro addirittura una copertura a sinistra perdendo di conseguenza credibilità davanti ai lavoratori e determinando un’ulteriore sconfitta per la classe operaia.

Spiacente di scoraggiare quanti conservano una fede acritica nell'attuale linea della CGIL, della Fiom nel suo segretario e nel suo gruppo dirigente, ma faccio notare che le cose hanno una logica implacabile: o si combatte il capitalismo (con difficoltà enormi, sommersi da arretramenti, disgregazioni e sconfitte), e si combatte il governo che lo rappresenta, oppure si ricerca per l'ennesima volta un'alleanza impossibile con il nemico che inesorabilmente ha sempre portato a una disfatta del mondo del lavoro.

Non avrei mai immaginato che ci fosse stato bisogno di screditare e sbugiardare Renzi anche in casa Fiom. Le sconfitte fanno arretrare tutti. Purtroppo è arretrata anche la Fiom che pure in un recente passato ha lottato con onore e ha provato a impedire la sconfitta dei lavoratori. Il suo arretramento è ancora più pericoloso per il movimento operaio.

Quello che fa male ancor di più è che i dirigenti sindacali sembrano non accorgersene, oppure tacciono per interessi personali. Forse sarebbe meglio soffermarsi un attimo a pensare a quello che possiamo fare noi per cambiare realmente le cose senza delegare questo o quel funzionario e dirigente. Se non impariamo noi stessi a metterci in discussione non ci potrà essere una nostra crescita reale, i lavoratori si fidano dei delegati nelle fabbriche ed è con loro che dovremmo rapportarci maggiormente, solo con loro, allora forse le cose andrebbero meglio e i padroni e i governi ci temerebbero sicuramente di più invece di continuare imperterriti a ricattarci e a umiliarci.

Il sindacato non nasce per fare solo solidarietà e assistenza, per fare contratti a tutti i costi o per giustificare accordi al ribasso (come per Electrolux, Croci, Dometic, Alpi e tante altre realtà). Un vero sindacato sopravvive se è capace di guidare, di difendere e di tutelare i lavoratori, vive se è capace di rappresentare realmente la classe lavoratrice, vive se riesce a lottare anche fino alla sconfitta contro tutto e contro tutti... con coerenza!
Basterebbe un piccola vera vittoria per ridare stimoli e combattività ai lavoratori che da anni subiscono rassegnati senza che il sindacato riesca a cambiare, anzi peggiorando di volta in volta strategie e politiche. Molti vedono questo passivismo come complicità politica e come tale va criticato e combattuto in ogni sede!

Credo che la strada che da tempo stiamo percorrendo sia la strada sbagliata e i fatti lo stanno dimostrando ampiamente, il congresso appena concluso poteva essere un punto di partenza importante per una svolta decisiva dopo tanto sbraitare di voler cambiare tutto per poi, alla fine non cambiare nulla.

Da lavoratore penso che fermarsi a riflettere su questo sia il minimo "sindacale" per chiunque si ritenga un "sindacalista" che sta dalla parte dei lavoratori e che abbia nel suo DNA la lotta di classe.

06 settembre 2014

Promoguelformasquia...aecur

Di Rossosconclusionato



Se la classe non è acqua, l’acqua non può essere di classe.

Chi vanta disinteresse per la politica vanta la propria idiozia.

Renzi dice che fa quello che dice, ma non dice quello che fa.

Il premio Nobel Obama fa la guerra trullallà-lallerollà.

Papapovero dichiara pace alla guerra, ma la guerra se ne frega...e va.

I comunisti sono estinti.... non è vero ma la gente ci crede.

Caporal maggior fammi una sega.....fattela fa' dal caporale.

I fascisti ci sono ma la gente non li vede perché variano di colore.

Noi teniamo botta anche se non si vede.

La prima riga centra poco con tutto il resto....ma non può che starci.

La seconda, la terza, la quarta e la quinta riga interagiscono fra loro.

La sesta riga interagisce con tutte le altre ma soprattutto con l'ottava riga.

La settima riga è il sottofondo di malsana militaresca volgarità.

L'ottava riga centra con tutte le altre ma soprattutto con la sesta.

La nona e ultima riga è la sentenza, la somma, l'obbligo, la necessità.

Vigliacca la miseria! E vigliacchini i suoi figliolini.

04 settembre 2014

12-13-14 settembre: FESTA RIVOLUZIONARIA




La sezione Romagna del Partito Comunista dei Lavoratori “Domenico Maltoni” sarà presente alla Festa Rivoluzionaria che il partito terrà a livello regionale a Bologna, nelle giornate del 12-13-14 settembre al circolo Iqbal Masih, a partire dalle 19.00 (in caso di pioggia, l’evento si terrà all’interno dei locali del circolo).
La sezione provinciale del PCL invita alla massima adesione non solo i propri iscritti e i militanti ma tutti i simpatizzanti rivoluzionari.

Programma
VENERDI 12 ORE 21,00 - SITUAZIONISMO, PATAFISICA E TROTSKISMO
incontro con lo scrittore Fulvio Abbate

a seguire concerto:
Stir it up (reggae) - Brandamura Ciavatti

SABATO 13
ORE 18,30 - GAZA E LA SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE
incontro col Gruppo Azione Palestina Parma
ORE 21,00 -
MARCO FERRANDO - portavoce nazione PCL

a seguire concerto
Umbre de Muri

DOMENICA 14
ORE 21,00 - CRISI, CLASSE OPERAIA E PRECARIATO
dibattito tra forze politiche e sociali

a seguire
HIP-HOP DJ SET con Dj SHAWA (Arena051-xn)


TUTTI I GIORNI DALLE 19,00
CUCINA, BAR, LIBRERIA E MUSICA


03 settembre 2014

Il lascito liberale di Fausto Bertinotti. La dissociazione ipocrita dei suoi vecchi cortigiani (smemorati).

Fausto Bertinotti ha coronato il proprio pensionamento politico proclamando il “fallimento del comunismo”, la superiorità del liberalismo, la grandiosità del Papato.

Sono spunti ideologici che in forma più temperata il Fausto segretario aveva da sempre coltivato. Il Fausto pensionato, libero da ogni responsabilità, li ha resi solo più espliciti e più organici.

Avendo sempre sovrapposto la propria storia personale a quella del partito che dirigeva , del movimento operaio, in definitiva del mondo, era inevitabile che la propria fine politica si configurasse ai suoi occhi come la fine del mondo. Del suo mondo. E che un nuovo mondo di riferimenti ideologici, culturali, persino metafisici e religiosi, liberasse definitivamente il proprio volo nel suo pensiero.

Nessuna sorpresa per la celebrazione borghese dell'evento. Nulla è più appetibile per i salotti liberali - nel momento della massima crisi del capitalismo - che l'iscrizione postuma di un ex segretario “comunista”. E nulla può essere più efficace per tornare a parlare in quei salotti che la “confessione” penitente delle proprie colpe di “comunista”.

La relazione di amorosi sensi tra Bertinotti e salotti è bilaterale e non è nuova: unisce il Segretario al pensionato Fausto. Perchè meravigliarsi, una volta tanto, di una coerenza?


Colpisce invece un altro fatto. Che quando il Segretario Bertinotti dirigeva il PRC , per lungo tempo da autentico Papa, la stragrande maggioranza dei dirigenti del partito lo acclamava stringendosi alla sua corte e demonizzando chiunque osasse opporsi. Quando il Segretario precipita sotto le rovine della propria politica e diventa un anonimo pensionato, i vecchi cardinali cortigiani fingono di non conoscerlo o si accaniscono contro di lui. Magari per continuare a lucrare politicamente sul poco che resta della sua (disastrosa) eredità, e delle proprie ( residue) fortune, connesse a quella eredità.

La critica di Paolo Ferrero a Bertinotti è, sotto questo profilo, emblematica.


FAUSTO BERTINOTTI E PAOLO FERRERO:
14 ANNI DI FEDELTA' E SCHERZI DELLA MEMORIA

Il segretario Bertinotti ha una storia di 14 anni alla testa del PRC. In 14 anni non ha prodotto solo teorie balorde, tutte demolite impietosamente dalla realtà ( il “movimento dei movimenti” quale sostituto della classe operaia, la fine dell'imperialismo e degli Stati nazionali, l'assimilazione di stalinismo e comunismo, la celebrazione metafisica della non violenza..) , tutte suggestioni devastanti per la stessa formazione intellettuale di una giovane generazione d'avanguardia. All'ombra di quelle teorie Bertinotti ha prodotto fatti, scelte politiche, concrete strategie che hanno ciclicamente subordinato il PRC agli avversari dei lavoratori e ai loro crimini sociali.

L'ingresso nella maggioranza del primo governo Prodi ( 96/98) trascinò il voto favorevole al lavoro interinale (pacchetto Treu), alla valanga di privatizzazioni, ai tagli sociali per l'adesione all'Euro, ai campi lager per i migranti ( legge Turco Napolitano sui CPT). L'ingresso nel secondo governo Prodi ( 2006/2008) trascinò il voto favorevole alle missioni di guerra, all'aumento delle spese militari, alla detassazione massiccia dei profitti ( l'Ires passò dal 34% al 27%!), alla continuità della precarizzazione del lavoro ( mantenimento della legge 30).
Domanda: dov'era Paolo Ferrero in quei.. 14 anni? Al fianco di Bertinotti. In veste di massimo scudiero di Bertinotti e di tutte le sue “teorie”, di massimo difensore delle sue peggiori scelte governiste contro la sinistra del partito. La conquista del ministero degli Affari sociali, in una maggioranza di governo che andava da Mastella a Turigliatto, fu la contropartita di questa lunga compromissione e fedeltà. Può Ferrero oggi rimuovere tutto ciò? Può considerare (nel migliore dei casi )“errori”.. sulla via del socialismo i voti alle politiche dell'imperialismo italiano?

Il PRC non fu distrutto dalle “interviste” salottiere di Bertinotti e neppure dalle sue “teorie”. Fu distrutto dalle politiche di Bertinotti (e Ferrero). Dalla loro collaborazione con la borghesia italiana contro le ragioni del lavoro e dei giovani. Interviste e “teorie” furono solo la copertura ideologica di quelle politiche. Che hanno privato il movimento operaio di un riferimento politico indipendente proprio al piede di partenza della più grande crisi economica e sociale del capitalismo del dopoguerra. E le cui conseguenze, a cascata, sulla coscienza e sulle condizioni dei lavoratori segnano non poco la situazione presente della lotta di classe.

L'unico soggetto che si oppose coerentemente a Bertinotti, che denunciò la natura della sua politica, che previde il disastro che preparava, fu l'opposizione interna al PRC di “Progetto Comunista”. Da cui nacque nel 2006/2008 il Partito Comunista dei Lavoratori. Questa verità può essere al più ignorata. Ma nessuno la potrà cancellare.


L'”UNITA' DEI COMUNISTI”:
FUORI E CONTRO SOCIALDEMOCRAZIA E STALINISMO

Il PCL lavora per unire i comunisti. Ma “unire i comunisti” ha un senso progressivo e una prospettiva se la base dell'unità è il programma comunista e i principi del comunismo rivoluzionario. Diversamente l'unità è una truffa senza futuro, che oltretutto prepara inevitabilmente nuove divisioni e frammentazioni. La vicenda di Rifondazione in grande, quella di tante altre formazioni e operazioni in piccolo ( in ultimo Sinistra Critica e Rossa..) stanno lì a dimostrarlo. “Unire i comunisti” nel nome di un simbolo, di un puro richiamo di valori, o di mitologie movimentiste, significa in realtà disperderli, e spesso tradirli. Se possibile in cambio di ministeri. Altrimenti in cambio di assessori e alleanze di Centrosinistra. Come quelle che il PRC di Ferrero tuttora preserva ovunque può (dalla Liguria all'Umbria).

Allo stesso modo non si possono “unire i comunisti” senza sciogliere il nodo dello stalinismo. Chi oggi attacca Bertinotti e il suo governismo sventolando la bandiera di Stalin non solo rimuove che fu proprio lo stalinismo a legittimare la collaborazione ministeriale con la borghesia liberale (contro la tradizione di Lenin e dell'Ottobre), ma che nella stessa vicenda di Rifondazione la corrente più governista fu proprio (guarda caso) quella di estrazione stalinista. Da Cossutta a Diliberto a Rizzo: che dopo aver nominato Bertinotti Segretario del PRC ( '94), dopo aver votato tagli sociali e precarizzazione del lavoro a fianco di Bertinotti , dopo aver difeso Bertinotti ad ogni passo contro.. l'opposizione dei “trotskisti”, giunsero a sostenere i bombardamenti su Belgrado del governo D'Alema per salvaguardare il ministero di “Grazia e Giustizia”. Salvo finire poi col dividersi tra loro, dopo anni, nell'ora del naufragio. Chi inseguendo il ritorno nel centrosinistra , come Diliberto. Chi finendo col celebrare come “socialismo” il regime dinastico coreano di Kim il Sung -oggi esaltato da Razzi e Salvini- come Marco Rizzo. Uno spettacolo degradante da piccoli burocrati da fiera. Eredi di una grande tragedia, protagonisti di una piccola farsa.


LA COSTRUZIONE DEL PCL

Il PCL si è costruito fuori e contro tutto questo. Contro la socialdemocrazia, contro lo stalinismo, contro il triste cascame delle loro tradizioni e delle loro truffe. Attorno a una morale di classe e al programma del marxismo rivoluzionario: quello che riconduce ogni lotta ad una alternativa di società e di potere in cui siano i lavoratori a comandare; quello della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori. Su questo programma e questi principi lavoriamo a raggruppare forze , costruire organizzazione, selezionare quadri, radicare presenza e intervento nei luoghi di lavoro e in ogni movimento di resistenza sociale.

La crisi storica del capitalismo, il fallimento del riformismo in ogni sua variante, ripropongono più che mai la centralità della costruzione del partito rivoluzionario e dell'internazionale rivoluzionaria. Questa è la nostra impresa. Chiediamo a tutti i comunisti onesti, a tutti i militanti d'avanguardia, quale che sia la loro provenienza, di portare a questa impresa il proprio contributo.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

31 agosto 2014

Risoluzione politica Comitato centrale PCL del 19 e 20 luglio 2014

La crisi capitalista continua a segnare lo scenario mondiale. A sette anni dall’esplosione della bolla finanziaria dei subprime, il ciclo economico rimane caratterizzato da una profonda crisi di sovrapproduzione, da significativi squilibri tra poli capitalisti, dal riproporsi di successive bolle finanziarie per costruire sbocchi temporanei all’immensa massa di capitale accumulata. In un quadro di marcato sviluppo ineguale e combinato tra i diversi poli mondiali, permangono se non si aggravano le contraddizioni tra la necessità capitalista di una distruzione generalizzata di capitale (inevitabilmente ineguale e combinata, con conseguenti redistribuzioni della divisione internazionale del lavoro e del capitale, e quindi dei rapporti di forza tra potenze); la contrasta costruzione di blocchi continentali con resistenze e contese tra diversi governi e capitali nazionali; l’attivazione ripetuta di immani interventi finanziari (di stampo monetarista o neokeynesiano) da parte dei principali governi e della principali banche centrali per tentare di non far precipitare i disequilibri strutturali esistenti; l’esplosione discontinua e disomogenea di lotte sociali della classe operaia asiatica, dei settori popolari e della piccola borghesia nei paesi a capitalismo maturo, delle masse semiproletarie della periferia mondiale.
La risultante di queste diverse contraddizioni è il permanere e l’aggravarsi delle turbolenze economiche e politiche internazionali, con una crescente tensione tra aree monetarie e tra potenze, anche sul piano militare (dal quadrante orientale europeo al medioriente, dal mar meridionale cinese all’area centraficana). Turbolenze segnate nel blocco nordamericano dalla presumibile conclusione della lunga e lenta crescita drogata dall’interventismo finanziario della FED (con la possibile chiusura, più o meno traumatica, delle bolle finanziarie di questi ultimi anni su titoli e cambi), dal sostanziale blocco di redditi e occupazione, dalla crescita esponenziale delle disuguaglianze; nel continente asiatico dal progresso delle contraddizioni interne, con uno sviluppo dei nazionalismi e delle tensioni anche militari fra i diversi paesi, come anche della conflittualità di classe, sospinta dall’espansione del salario diretto e di quello sociale dei lavoratori; nel continente europeo da una lunga stagnazione originata dai disequilibri interni promossi dal suo nucleo centrale e dalle conseguenti politiche di austerità, che si scaricano in una compressione dei salari diretti, indiretti e sociali dei lavoratori dipendenti.

IL QUADRO EUROPEO: STAGNAZIONE ECONOMICA E CRISI POLITICA
In questo quadro complessivo di aggravamento delle tensioni e delle contraddizioni originate nelle crisi si collocano le vicende europee di questi mesi. Il superamento dell'emergenza finanziaria del 2011/2012 non si è combinata con una reale ripresa produttiva. La doppia recessione europea (2008/2009 e 2011/2012) non è stata recuperata nel suo complesso. Pur in un quadro diversificato, la stagnazione economica continentale permane, in generale, come dato dominante. La recente inversione negativa di marcia della produzione industriale in Francia, Italia, ed anche Germania ne è la misura. Il forte rallentamento dell'area BRICS, il rafforzamento dell'euro legato al nuovo flusso di capitale finanziario in Europa, le politiche recessive“anti debito”, hanno concorso a bloccare per effetto congiunto gli elementi parziali di ripresa. Le ripetute iniezioni di capitale nelle banche europee da parte della BCE hanno concorso alla bolla finanziaria mondiale, non a una svolta produttiva. Mentre permane inalterato l'enorme debito delle banche e degli Stati verso le banche (v. crisi bancaria in Portogallo).
Sul piano politico i governi borghesi e le politiche di austerità acuiscono complessivamente la propria crisi di consenso sociale. Le elezioni Europee del 25 maggio registrano la sconfitta elettorale di molti governi in carica e delle rispettive coalizioni, particolarmente negli Stati più popolati e più rilevanti, con l'eccezione della Germania e dell'Italia (oltre che di alcuni paesi dell’Europa centro orientale, come l’Ungheria, la Romania, i Baltici e di alcuni piccoli paesi, come Cipro).
La polarizzazione del voto insidia o indebolisce lo stesso assetto politico bipolare in paesi chiave (Francia, Gran Bretagna, in parte Spagna). In diversi Paesi, a partire dalla Francia e dalla Gran Bretagna, la crisi combinata delle tradizionali forze dominanti e del movimento operaio ha sospinto la crescita del populismo reazionario. In altri paesi, come la Grecia e la Spagna, l'ascesa di massa ha sospinto la crescita della sinistra cosiddetta “radicale”, in realtà socialdemocratico di sinistra o democratico-movimentista.
Questi fenomeni di polarizzazione politica sono a loro volta internamente differenziati sia sul versante reazionario (mancata crescita lineare delle forze neofasciste come Yobbick, Settore Destro in Ucraina..), sia sul versante della sinistra (diversificazione profonda delle forze della Sinistra Europea, che avanzano in Grecia e Spagna, ma stagnano in Francia e Germania). I limiti della polarizzazione politica riflettono i limiti della polarizzazione sociale. La prevalenza allarmante della polarizzazione reazionaria rispetto alla polarizzazione a sinistra riflette la crisi di una risposta proletaria alla crisi capitalista sul terreno della lotta di classe.
Complessivamente il perdurare della stagnazione, la crisi politica di consenso, le pressioni nazionaliste reazionarie, complicano ulteriormente il rispetto dei patti economici europei (Fiscal compact) e acuiscono le contraddizioni politiche tra imperialismo tedesco e imperialismi alleati, sia mediterranei che britannico. La possibilità, in prospettiva, di una separazione della Gran Bretagna dalla UE diventa reale. Con effetti ad oggi imprevedibili, ma potenzialmente rilevanti.

IL CASO ITALIANO: IL NUOVO CORSO DEL POPULISMO DI GOVERNO
Il caso italiano registra una particolarità. L'Italia è stata in questi anni il paese imperialista europeo che ha combinato al più alto livello crisi capitalista (depressione industriale e debito pubblico) e crisi politico istituzionale. Negli ultimi mesi, sullo sfondo di una perdurante stagnazione economica e di profondi processi di riorganizzazione di assetti ed equilibri interni del capitalismo italiano, si è prodotto un punto di svolta sul piano politico.
Con la nascita e il consolidamento del governo Renzi l'Italia ha realizzato un giro di boa in direzione della soluzione della crisi politica borghese. Il carattere dominante del nuovo corso renzista è di segno populista e “bonapartista”. Un nuovo dominus politico ha conquistato il centro della scena; ha preso la testa del principale partito borghese, emarginando le sue vecchie componenti costitutive, e riorganizzandolo attorno al proprio comando; ha realizzato un nuovo sistema di governo, fortemente auto centrato, basato sulla ricerca di un proprio rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, quale leva centrale della propria forza politica, scavalcando le mediazioni sociali e istituzionali con le rappresentanze sociali di classe organizzate (sindacati e Confindustria). In questo quadro, persegue un progetto di riforma elettorale e istituzionale reazionario: una “terza repubblica stabilizzata, con un sistema tendenzialmente bipartitico, un parlamento selezionato e controllato, un'alta burocrazia statale snellita e rinnovata, grazie alla diretta promozione di funzionari e manager amici, un ulteriore rafforzamento della Presidenza del Consiglio. In questo quadro ha avviato una fase di controriforme continue, a colpi di decreti e leggi delega, sul pubblico impiego, il precariato, la scuola, con l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali di lavoro, ridefinire i rapporti di forza di tutte le organizzazioni sindacali, indebolire le capacità di resistenza dei lavoratori, facilitare la riduzione di salari e il controllo dell’organizzazione del lavoro da parte del padronato, pubblico e privato.
E' un progetto autocentrato, ma al servizio del capitalismo italiano. Un capitale che si è profondamente rinnovato negli ultimi anni: con la sostanziale riduzione di potere e di influenza del circuito chiuso delle grandi famiglie che ha dominato dal dopoguerra intorno all’asse di Mediobanca (“il salotto buono” dei patti di sindacato); con l’inserimento di soggetti, gruppi e grandi fondi internazionali nel mercato azionario e anche nel controllo di alcune delle principali imprese italiane (da Telecom a Pirelli, dagli equilibri della nuova FCA all’ENI); con la trasformazione produttiva dei distretti e l’emersione di una media impresa che sviluppa anche una propria politica multinazionale (dalla Brembo alla Marcegaglia). Questa emergente muova composizione del capitale nazionale, attraverso il sostegno e l’utilizzo di questo nuovo populismo autoritario di governo, cerca di assicurarsi il paravento utile per la continuità e lo sviluppo delle politiche di austerità, uno sfondamento deciso verso il taglio del salario sociale e lo smantellamento dei contratti nazionali, in un quadro “finalmente normalizzato”.
Il fatto che nelle elezioni europee del 25 Maggio il populismo di governo abbia frenato e contenuto il populismo reazionario di opposizione, e abbia preservato il consenso elettorale della maggioranza di governo - unico caso in Europa tra i paesi imperialisti con l'eccezione tedesca- è un successo non solo di Renzi, ma anche di questa nuova composizione della borghesia italiana.

IL RAFFORZAMENTO POLITICO DEL RENZISMO
I risultati elettorali del 25 Maggio hanno rafforzato il renzismo. Dal punto di vista elettorale non si è realizzato alcun “plebiscito” a favore di Renzi: il 41% è in larga parte il riflesso del passaggio totale dell'elettorato di Scelta Civica e degli equilibri interni al campo allargato dell'astensione.
Dal punto di vista politico, invece, il risultato ha favorito la stabilizzazione del nuovo corso. Da un lato la crisi profonda di FI e del ruolo in essa di Berlusconi; dall'altro la sconfitta politica del M5S e della sua linea d'urto, ben al di là del suo risultato elettorale, rafforzano la centralità di Renzi nello scacchiere politico e la sua politica bonapartista. Spostando ulteriormente i rapporti di forza a suo vantaggio. Il riposizionamento di Confindustria al fianco di Renzi, e il suo distacco dal patto con la CGIL, è il riflesso sociale di questo dato politico. E, a sua volta, un fattore di ulteriore rafforzamento del governo.

I LIMITI MATERIALI DEL POPULISMO RENZISTA, DENTRO LA CRISI CAPITALISTA
Non ci troviamo ancora tuttavia in un “regime renziano” stabilizzato.
Sotto il profilo politico, il renzismo è ancora costretto a convivere con l'eredità del passato (vecchia coalizione di governo, vecchi equilibri parlamentari, vecchia composizione della rappresentanza parlamentare del PD), con le relative difficoltà e incognite nei passaggi istituzionali.
Mentre proprio lo sfondamento del renzismo ha innescato l'effetto domino di una riorganizzazione politica complessiva della rappresentanza e degli schieramenti borghesi che è ancora lontana dal prefigurare uno sbocco e un nuovo equilibrio politico complessivo di tipo bipolare. E abbraccia molte variabili tra loro intrecciate (durata di legislatura o meno del governo, ricomposizione o meno di un centrodestra e sotto quale egemonia, tenuta o meno di Forza Italia e dello stesso Berlusconi, dinamica ed effetti del riposizionamento del M5S nel nuovo scenario).
Sotto il profilo economico sociale, il populismo di governo si scontra con i limiti delle proprie basi materiali. Il quadro di crisi capitalista e le compatibilità della UE restringono pesantemente il suo spazio di manovra. Operazioni truffa come quelle sulle 80 euro, che già scontano grandi difficoltà di copertura, non sono replicabili per una legislatura. Il Premier cerca di negoziare con gli altri imperialismi europei un lasciapassare per le proprie manovre populiste (la “flessibilità”). Ma gli spazi di mediazione, a fronte dell'enorme debito pubblico italiano, sono assai limitati. Tanto più in un quadro politico europeo fortemente segnato dalla crescita delle pressioni nazionaliste e da una sostanziale stagnazione economica. Mentre il risvolto di eventuali concessioni è in ogni caso un ulteriore abbattimento della spesa pubblica (32 miliardi in 3 anni) e un ulteriore pesante attacco ai diritti sociali e sindacali dei lavoratori (Decreto Poletti e jobs act). L'offensiva iniziata e annunciata dal governo sulla scuola pubblica è emblematica. Le nuove politiche di austerità possono minacciare in prospettiva il richiamo populista del governo e minare le sue basi di consenso.
In questo quadro non è possibile escludere che dopo il varo della nuova legge elettorale e della riforma istituzionale, lo stesso Renzi decida uno sbocco elettorale anticipato (2015): per prevenire la crisi di consenso del populismo di governo, liberarsi del retaggio delle vecchie contraddizioni politico parlamentari, rilanciare la propria offensiva politica e sociale da un rapporto di forza più favorevole e stabilizzato.

SVOLTA BORGHESE E CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO. LA BANCAROTTA DELLE BUROCRAZIE SINDACALI
Mentre la crisi borghese conosce un punto di svolta, permane e si aggrava la crisi del movimento operaio. L'avanzata e il consolidamento del renzismo agisce come fattore di paralisi e/o scomposizione nel campo della sinistra, sindacale e politica.
Sul terreno sindacale, quella stessa burocrazia della CGIL che ha concorso in modo determinante a spianare la strada al renzismo è messa con le spalle al muro dal nuovo corso bonapartista. Un corso che non solo rifiuta la mediazione concertativa, ma attacca i diritti sindacali e la CGIL. Privandola sia della tradizionale sponda PD (ormai assimilato al renzismo), sia per effetto indiretto della sponda di Confindustria (salita sul carro vincente).
Parallelamente, il renzismo mette in un vicolo cieco la FIOM. L'apertura disinvolta del suo vertice dirigente al governo in cambio di un proprio riconoscimento politico/negoziale, non ha trovato né contropartite né sbocco, se non parzialmente sul piano dell'immagine. L'uso reciproco tra Landini e Renzi in funzione anti Camusso, è servito unicamente ad abbellire il profilo di un governo reazionario agli occhi dei lavoratori a tutto vantaggio di Renzi. Mentre il tentativo della FIOM di usare il renzismo per normalizzare le relazioni sindacali (anche con FIAT), o guadagnare un diverso terreno di concertazione (modello Electrolux) non ha aperto i varchi attesi.
Complessivamente di fronte a un processo e a un progetto di stabilizzazione sociale e politica reazionaria che ne mina ulteriormente ruolo e spazi, l'intera burocrazia sindacale, in tutte le sue articolazioni, è paralizzata dalla disfatta delle proprie politiche. A ulteriore vantaggio della stabilizzazione reazionaria.

IMPLOSIONE E CRISI DELLA SINISTRA POLITICA
Sul piano politico, il renzismo precipita la crisi di SEL. Le ragioni e lo spazio nazionali di una sinistra del centrosinistra sono minate dal nuovo corso autocentrato del renzismo e dal suo successo. Il bivio fra integrazione nel renzismo o opposizione al renzismo si è fatto più stretto. Una parte di SEL ha scelto la prima via, con l'avvicinamento alla stessa area di governo. La maggioranza ha scelto di preservare la propria autonomia formale e la propria opposizione di sua maestà per puntare a negoziare domani una ricomposizione del centrosinistra, anche nella forma di un ricambio di maggioranza di governo (SEL al posto di NCD). Ma la prospettiva di sbocco è del tutto aleatoria. Mentre la scissione indebolisce ulteriormente il potere negoziale di SEL. SEL è oggi, più di ieri, un partito a rischio disgregazione.
Parallelamente l'operazione Tsipras all'italiana, quale opposizione aclassista della “cittadinanza attiva”, è prigioniera delle sue contraddizioni. Il raggiungimento del quorum alle elezioni europee ha registrato una domanda di rappresentanza, in sé positiva, di un settore del popolo della sinistra. Ma non ha invertito la dinamica di declino elettorale della sinistra cosiddetta “radicale”. E soprattutto non ha definito una prospettiva. Tsipras resta una sommatoria di progetti e interessi diversi (“lista last minute” per SEL, rifugio di sopravvivenza per il PRC di Ferrero, arena di autopromozione di un cenacolo intellettuale liberal progressista cui le sinistre hanno consegnato le chiavi) senza che nessuno dei suoi soggetti costituenti abbia la forza e l'autorevolezza per affermare la propria egemonia e definire uno sbocco. Sia in termini di linea e collocazione politica verso il PD. Sia in termini di definizione della forma e natura della “nuova soggettività”. Ed anzi tutti i suoi soci fondatori sono attraversati da convulsioni interne e/o scomposizioni. In ogni caso, quali che siano le risultati possibili dell'operazione essa non si configura come polo di ricomposizione della rappresentanza politica del movimento operaio ma come polo di opposizione “democratica”.
Infine il progetto dell'area centrista di Rossa (quale amalgama senza principi di Sinistra Anticapitalista e Rete dei Comunisti) appare bloccato dalle sue contraddizioni genetiche, dalla autonomizzazione politica dei suoi soggetti costituenti, dalla stessa “attesa” dell'evoluzione di Tsipras.
Complessivamente, il segno prevalente della dinamica a sinistra, nell'ambito riformista e centrista, è dunque quello della implosione e della paralisi. Quale risultante di una bancarotta politica, che il nuovo scenario politico rende più evidente ed aggrava.
In questo quadro si colloca, negli ultimi mesi, la capacità dei diversi segmenti dell’area antagonista di segnare agende e tematiche della sinistra. Una capacità determinata in particolare da due elementi: un proprio radicamento, seppur limitato, in alcuni territori, in settori precari, studenteschi e giovanili; la tenuta di una propria forza di mobilitazione (riuscendo a costruire cortei di dieci-ventimila partecipanti), e quindi la possibilità di imporre all’attenzione nazionale alcuni appuntamenti (16 ottobre, 12 aprile, in potenza 11 luglio). Quest’area rimane dominata dalla presenza di diverse strutture organizzative, spesso di dimensione locale; dall’intrecciarsi di progettualità politiche contraddittorie se non contrastanti (negriane e postoperaiste; autonome di classe; anarchiche; ecc); da spiccati settarismi e competizioni tra i sui diversi settori. Nonostante questo, è evidente la sua capacità di fare circuito e di ricompattarsi in alcuni momenti, a partire da due elementi fondanti: la costruzione di un immaginario radicale, anticapitalista, “insurrezionalista” a partire dalla contrapposizione di piazza e dalla sua estetica (noTav, casa, migranti, logistica); l’alterità e la contrapposizione alle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, siano esse moderate o radicali, riformiste o rivoluzionarie.

LA NOSTRA PROPOSTA DI MASSA: UN FRONTE UNICO DI CLASSE ANTICAPITALISTA
Di fronte al nuovo scenario politico, il PCL riafferma più che mai la propria linea e proposta di massa, classista e anticapitalista, per un governo dei lavoratori. In Italia e in Europa.
La svolta renzista è l'epilogo di una lunga crisi politica e istituzionale segnata dalla crisi capitalista e dall'assenza di un'iniziativa di classe indipendente del movimento operaio. L'assenza di una risposta di classe e anticapitalista alla crisi sociale e politica ha spianato la via a un processo reazionario. Renzismo e grillismo, sono aspetti diversi, su lati diversi, di questo processo. L'alternativa di fondo tra rivoluzione o reazione ha trovato un suo specifico riflesso nella vicenda italiana.
Tanto più oggi solo un'irruzione sulla scena del movimento operaio può bloccare la dinamica in atto e aprire una fase nuova. Solo un opposizione di classe, radicale e di massa, al governo Renzi e al padronato può contrastare il populismo di governo, allargare le contraddizioni del suo blocco sociale, ricomporre un blocco sociale alternativo. Solo il movimento operaio può sbarrare la strada alla Terza Repubblica. Rimuovere questa necessità, o in direzione di un'opposizione di cittadinanza “democratica”, o in direzione di una pura sommatoria antagonista senza baricentro classista, significa, tanto più oggi, rimuovere il nodo decisivo. E contribuire a una sconfitta non solo sociale ma anche democratica.
L'esigenza di una piattaforma generale di mobilitazione e di una prospettiva alternativa è posta dall'intero scenario politico. Di fronte al populismo di governo, una opposizione di classe non può giocare di rimessa. Deve dotarsi di una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti capace di indicare un'alternativa e di un'azione organizzata determinata a battersi per quella piattaforma. Senza sviluppare un riferimento complessivo alternativo, si rischia che più ampi settori di massa possano essere sedotti dai miraggi populisti. Gli 80 euro insegnano. O i lavoratori vedono un'alternativa o si aggrappano alle elemosine del sovrano.
Cancellazione del decreto Poletti, ritiro del piano scuola, cancellazione del decreto e del DDL sul pubblico impiego, blocco dei licenziamenti, ripartizione del lavoro, salario ai disoccupati, grande piano di nuovo lavoro in opere sociali finanziato dalla tassazione delle grandi ricchezze. Sono le prime proposte di rivendicazione per una piattaforma di vertenza generale e di mobilitazione immediata, da ricondurre ad una prospettiva anticapitalista. Una piattaforma di demarcazione classista, attorno a cui costruire e rivendicare il più ampio fronte unico di lotta del movimento operaio e attorno ad esso di tutti i movimenti sociali, in aperta contrapposizione al governo, al fronte padronale, a tutte le espressioni di populismo reazionario( a partire dal grillismo). In questo quadro vanno chiamate alle proprie responsabilità agli occhi dei lavoratori e innanzitutto della loro avanguardia tutte le organizzazioni della sinistra politica, sindacale, associativa, di movi-mento. La scandalosa passività di CGIL e FIOM di fronte al renzismo va denunciata per quello che è: il disarmo del movimento operaio da parte delle sue principali organizzazioni di fronte a un piano reazionario. Ha una valenza disastrosa non solo sul piano sindacale e sociale, ma anche su quello politico. La rivendicazione pubblica di una loro rottura col governo e di una loro mobilitazione contro il governo è parte della campagna politica di massa per il fronte unico di lotta.
La battaglia specifica e concentrata che si annuncia contro il piano scuola del governo, può essere un canale importante della proposta di mobilitazione generale contro Renzi. Come la necessaria campagna democratica contro il progetto di legge elettorale truffa e di riforma istituzionale.

L'INIZIATIVA POLITICA DEL PCL NELLA PROSSIMA FASE
Il nuovo quadro politico sociale conferma l'asse di costruzione indipendente del PCL definito dal congresso. Non vi sono scorciatoie disponibili nel processo della nostra costruzione, né sul versante delle dinamiche di massa, né nei processi di crisi e ricomposizione a sinistra. Il nostro compito essenziale è l'azione paziente e pianificata del nostro partito, e di tutte le sue strutture, sia sul versante essenziale della battaglia di massa e della centralità proletaria, sia su quello dell'intervento politico sulla crisi a sinistra. Al fine di consolidare la nostra organizzazione, sviluppare il suo radicamento, formare i suoi quadri. E prepararci a possibili svolte della situazione.
Nel quadro del nostro asse generale di intervento e delle indicazioni post congressuali definite dal precedente CC, si tratta di segnalare alcune specifiche occasioni della prossima fase.
Sul terreno dell'intervento di massa, assume grande rilevanza lo scontro annunciato in autunno sulla scuola pubblica. Sia in sé, rispetto alla dinamica politica, quale prima possibile prova di scontro sociale del nuovo governo. Sia per la nostra costruzione e radicamento. La commissione nazionale scuola e università del partito, e la stessa prossima conferenza studentesca, definirà l'articolazione dell'intervento del PCL: attorno all'indirizzo generale dell'unità e radicalità dell'opposizione al governo, del ritiro incondizionato del suo piano d'attacco, della autorganizzazione democratica e di massa del movimento stesso, del suo rapporto centrale con la classe operaia, della piattaforma anticapitalistica sulla scuola.
Sul terreno dell'intervento della crisi della sinistra, è necessario seguire la dinamica di crisi di SEL e del PRC, attorno all'esperienza Tsipras. Le assemblee pubbliche di Tsipras, nazionali e territoriali, e gli appuntamenti pubblici di SEL debbono essere occasione di nostro intervento. Nelle forme possibili, proporzionalmente alle forze disponibili ,e subordinatamente all'intervento di massa. Ma senza rimozione della battaglia politica sulla sinistra riformista, ai fini dello sviluppo del progetto marxista rivoluzionario.
Non è più differibile, nel PCL, la costruzione di un coordinamento politico dei nostri compagni e delle nostre compagne che militano nei sindacati di base. Entro il prossimo autunno ci proponiamo di tracciare il quadro dettagliato della nostra presenza nelle diverse organizzazioni, per creare un mo-mento di raccordo del nostro intervento in queste strutture sindacali attraverso una proposta di do-cumento elaborato in primo luogo dai dirigenti e dai militanti di queste organizzazioni sindacali, mili-tanti del partito.
Sul terreno dei movimenti e delle mobilitazioni antagoniste (dai noTav ai no Muos alla casa, agli appuntamenti nazionali promossi da questi circuiti), il PCL deve riuscire a sviluppare un proprio intervento. In questo ambito a lotta per la casa - quale luogo particolare di intercettazione di settori proletari o sottoproletari espulsi o marginalizzati dalla crisi- già rappresenta in alcune situazioni un terreno importante di intervento di nostri militanti o di nostre strutture. Su ognuno di questi terreni si tratta di contrapporre nelle lotte una linea classista e rivoluzionaria alle mitologie insurrezionaliste, postoperaiste, semplicemente antagoniste di questi settori. Nel quadro di una centralità di classe nell’analisi e anche nell’intervento del partito. E’ solo la forza della concentrazione e dell’organizzazione che il capitale (e la lotta contro il capitale) sviluppa nella classe operaia che permette la costruzione non solo di un antagonismo, ma di un processo rivoluzionario. Per questo poniamo al centro del nostro intervento, come Partito Comunista dei Lavoratori, la priorità negli interventi nella classe nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.
Parallelamente l'esperienza del “contro semestre popolare” contro la UE si presenta come esperienza di fronte unico di fase, fondamentalmente con organizzazioni centriste. Non un fronte unico “strutturato” come ambiva ad essere il Comitato No Debito, attorno a elementi avanzati di piattaforma (abolizione del debito, nazionalizzazione delle banche..), ma un fronte unico d'azione (manifestazioni, denunce, assemblee e convegni, nazionali e locali), attorno a una piattaforma minima comune, obiettivamente più arretrata. Dobbiamo partecipare, da forza promotrice, a questa esperienza unitaria, dentro la politica e proposta più generale di fronte unico di classe contro il governo e la UE. Ma senza subordinarci a una logica di “blocco politico di propaganda” con organizzazioni centriste. E invece ponendo, nelle forme di volta in volte opportune, la nostra demarcazione programmatica e il profilo indipendente della nostra proposta rivoluzionaria( rifiuto delle illusioni riformiste sull'”Europa sociale”, delle mitologie nazional monetariste o euro mediterranee, dello sciovinismo anti tedesco, rivendicazione degli Stati uniti socialisti d'Europa). Il peso e le forme della nostra partecipazione alle diverse iniziative unitarie sono variabile dipendente della nostra battaglia di sul terreno centrale della lotta di classe e di massa.
La caratterizzazione internazionalista rivoluzionaria del nostro intervento si presenta centrale in relazione agli attuali punti di crisi politica internazionale: a partire dalla questione ucraina e dalla Palestina. Sia sul terreno del politico generale, sia su quello complementare della battaglia politico programmatica nell'avanguardia. In particolare, come indicato al Congresso, l'anti sionismo rivoluzionario va fatto emergere come uno degli elementi caratterizzanti del profilo pubblico del PCL e della sua demarcazione a sinistra.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

28 agosto 2014

Imperialismo e sinistre “pacifiste” di fronte allo stato islamico. La concorrenza delle ipocrisie. L'alternativa dei rivoluzionari.

L'avanzata del fondamentalismo reazionario dell'Isis in Irak e Siria alimenta in Occidente la fiera dell'ipocrisia. Non solo nelle fila dell'Imperialismo “democratico”, ma anche a sinistra.

L'IPOCRISIA DEGLI IMPERIALISMI “DEMOCRATICI”

Di fronte alla minaccia del Califfato, USA Gran Bretagna e Francia, professano un improvviso fervore “democratico”. Commovente.

Sono gli stessi protagonisti ed eredi dell'interventismo coloniale in Medio Oriente. Quelli che un secolo fa disegnarono i suoi confini con penna e compasso in una pura logica di spartizione senza alcuno scrupolo per i diritti nazionali dei popoli . Quelli che hanno protetto e sostenuto il colonialismo sionista e il suo terrore anti palestinese. Quelli che hanno negato e calpestato ogni diritto di autodeterminazione del popolo kurdo. Quelli che hanno sorretto e sorreggono le peggiori dinastie reazionarie della regione, a partire dalla monarchia saudita. Quelli che prima hanno difeso e protetto il regime reazionario di Saddam quando gasava i “propri” kurdi, per il solo fatto che si contrapponeva alla “destabilizzazione” khomeinista; poi l'hanno attaccato quando sfuggì al proprio controllo ( invasione del Kuwait), promuovendo un embargo totale criminale contro il popolo irakeno -targato ONU -che ha fatto in dieci anni 500.000 morti, in prevalenza bambini, donne e anziani; infine l'hanno rovesciato con una seconda guerra criminale di occupazione, corredata da innumerevoli brutalità ( Falluia, Abu Graib...) puntando ad installare un proprio regime fantoccio: con un'operazione talmente maldestra, persino dal punto di vista imperialista ( scioglimento della vecchia struttura statale, umiliazione dei sunniti..) da innescare uno stato di crisi politica permanente e incontrollata dell'Irak, segnata da una spaventosa guerra settaria interreligiosa. La stessa che oggi ha spianato la strada allo sfondamento dell'Isis, alimentato non a caso dall'innesto di forze e tribù sunnite e di forze politico militari “saddamiste”.

Del resto la credibilità “democratica” degli imperialismi- incluso l'imperialismo italiano- è misurata dal loro nuovo alleato arabo in Nord Africa: il regime militare egiziano di Al Sisi. Che condanna a morte o a pene senza fine centinaia di migliaia di oppositori, ma col quale fanno passerella tutti i governanti “democratici”, a partire naturalmente dal pavone Renzi. I quali pensano oltretutto di affidare a questa dittatura militare ricostruzione e gestione dei campi lager per i profughi in Nord Africa, già a suo tempo appaltati a Gheddafi, con allegati stupri e torture.

Sarebbero questi i difensori occidentali dalla “democrazia” in Medio Oriente? In realtà ogni nuovo intervento militare imperialista in terra araba - sia esso in Irak, in Siria, in Libia- è e sarebbe solo l'ennesimo capitolo di una secolare storia coloniale. La responsabile dell'attuale catastrofe.

LA SINISTRA “PACIFISTA”, FRA IPOCRISIA , INGENUITA'.... E ONU

Ma l'ipocrisia dei governi imperialisti si combina con l'ipocrisia delle sinistre di “opposizione”, come dimostra lo scenario italiano.

“ Niente armi ai kurdi” gridano in coro i dirigenti di SEL. “Non alimentiamo il mercato delle armi.., ... promuoviamo la cultura della pace non della guerra... non deleghiamo ai kurdi la soluzione della crisi irakena perchè favoriremmo la disgregazione del Medio Oriente.., intervenga l'Onu anche con una forza armata di interposizione per promuovere una conferenza di pace”.. Eccetera. “Pace” è la bandiera comune.

Singolare. Intanto è singolare che a sbandierare la pace siano gruppi dirigenti della sinistra che quando avevano ministeri e sottosegretari votavano religiosamente missioni di guerra, aumento delle spese militari, finanziamento delle missioni del proprio imperialismo. Ma singolari sono innanzitutto le loro posizioni di merito. In tutte le loro varianti.

Affidamento all'”intervento dell'Onu”?
Ma l'Onu è la copertura diplomatica dell'imperialismo. Il suo intervento sarebbe possibile solo nel caso dell'accordo fra i vari briganti che compongono il suo Consiglio di Sicurezza, come del resto è avvenuto più volte nelle guerre imperialiste degli ultimi 20 anni. Ma proprio per questo sarebbe l' ennesimo intervento mascherato del colonialismo, fosse pure in vesti “umanitarie”. Altro che “pace”. Un pacifismo ostile alla “armi ai Kurdi” che però rivendica un intervento “anche armato” dell'Onu, rivela non solo spericolate contraddizioni ideologiche, ma la propria subordinazione alla peggiore finzione diplomatica dell'imperialismo e del suo militarismo: quella della “neutralità” delle Nazioni Unite.

“Offriamo aiuti alimentari, non armi”.
Sentimento nobile, spesso autentico. Ma perchè cibo, acqua ed armi sarebbero in contraddizione tra loro ? Centinaia di migliaia di kurdi e di profughi hanno la possibilità di bere e alimentarsi se intanto sopravvivono . E sopravvivono se possono difendersi con le armi dall'aggressione militare genocida del Califfato. Il fatto che gli imperialisti utilizzino questa evidenza per coprire le proprie mire e giustificare un possibile ( inaccettabile) intervento militare diretto, non cancella la sua verità. Semmai dimostra il cinismo imperialista. Viceversa contrapporre il “diritto al cibo” al “diritto alle armi” significa non solo negare l'evidenza, ma dare perciò stesso spazio e credibilità proprio alle manovre imperialiste e alla loro cinica propaganda.

“Non possiamo delegare ai kurdi la soluzione, perchè favoriremmo la disgregazione generale del Medio Oriente”.
Ma il Medio Oriente come lo conosciamo non è quello disegnato dalle vecchie potenze coloniali contro i popoli del Medio Oriente? Certo , la realizzazione del diritto di autodeterminazione kurda, con l'unificazione di un Kurdistan indipendente, è incompatibile con la geografia di questo Medio Oriente. Ma non è una ragione in più per mettere in discussione quella geografia imperialista ? O dovremmo farci paladini dell' ordine medio orientale imperialista nel momento stesso in cui sta crollando ? Difendere il tracciato, riga e compasso, delle vecchie potenze coloniali non rientra in ogni caso fra i compiti dei comunisti. E' semmai un'eredità ideologica della tradizione stalinista del dopoguerra. Quella che ha disarmato il movimento operaio arabo e del Medio Oriente.

In realtà la sommatoria di pacifismi ideologici e conservatorismi riformisti misura la subalternità delle sinistre all'ordine capitalista internazionale, nel momento stesso della sua massima crisi di governabilità. Ciò che contribuisce a lasciare campo libero ai peggiori movimenti reazionari, anche fra larghe masse di sfruttati e diseredati. In terra araba come in Europa.


ARMI AI KURDI, CONTRO L'IMPERIALISMO E LA SUA “GEOGRAFIA” DEL MEDIO ORIENTE

L'intera drammatica “crisi irakena” va affrontata, all'opposto, da un'angolazione antimperialista e rivoluzionaria.

Si, “armi ai Kurdi”, contro ogni vaniloquio ideologico “pacifista”. Ma senza alcuna subordinazione ai progetti dell'imperialismo, ed anzi in aperta contrapposizione ai suoi disegni.

“Armi ai Kurdi”, non al governo irakeno e alla Stato Irakeno come preferirebbero gli imperialisti. “Armi a tutte le forze kurde”, senza alcuna discriminazione del PKK e del Partito Democratico del Ryova siriano, come vorrebbero rispettivamente il regime bonapatista di Ergodan e il regime totalitario di Assad. Perchè i Kurdi hanno bisogno drammatico e incondizionato di difendersi armi in pugno. Perchè oggi sono sul campo la principale barriera resistente all'avanzata del Califfato sia in Irak che in Siria. Perchè un obiettivo rafforzamento del movimento nazionale kurdo ha una valenza storica progressiva . Perchè lo sviluppo di un movimento di liberazione nazionale di 30 milioni di Kurdi, oggi dispersi ed oppressi in Turchia, Siria, Irak, Iran, rappresenterebbe un enorme incoraggiamento alla lotta di liberazione di tutte le nazionalità oppresse, non solo in medio oriente. E quindi un formidabile grimaldello antimperialista.

Ma “gli imperialisti oggi aiutano i Kurdi” obietta qualcuno.
No. Una verità incompleta è una falsità, come diceva Spinoza. Gli imperialisti “aiutano” i kurdi solo nella misura in cui si subordinano agli interessi dell'imperialismo. Vogliono usarli oggi come strumento di contenimento dell'Isis, a fronte del totale fallimento delle proprie politiche. Ma al tempo stesso si oppongono ai loro diritti di autodeterminazione, al punto da centellinare e condizionare ad ogni passo gli stessi modesti aiuti militari ( come lamentano gli stessi kurdi). E' una ragione per opporsi alle “armi ai kurdi”? No, è una ragione per opporsi ai disegni imperialisti . E' una ragione per rivendicare che la resistenza armata dei kurdi all'Isis si trasformi in una lotta generale del popolo kurdo, al di là dei confini, per un Kurdistan unito e indipendente. Ciò che è possibile solo in contrapposizione all'imperialismo, a tutte le borghesie nazionali della regione, allo stesso governo borghese kurdo di Barzani in nord Irak ( unicamente interessato alle proprie rendite petrolifere e al negoziato col governo centrale irakeno); e in alternativa alla leaderschip e alla politica del PKK (chiusa in una logica nazionale di negoziato con lo Stato turco). Difendere coerentemente la causa kurda non significa sposare le direzioni politiche kurde. Al contrario: significa entrare in collisione con tutta la loro politica da un versante classista e internazionalista.


LA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE QUALE UNICA PROSPETTIVA STORICA PROGRESSIVA

La lotta contro il Califfato ed ogni forma di panislamismo reazionario, il sostegno pieno alla resistenza kurda e al diritto di autodeterminazione kurda , la denuncia e sconfitta delle mire imperialiste , l'appoggio coerente ai diritti nazionali del popolo palestinese contro lo stato sionista d'Israele e per la sua distruzione, ripropongono nel loro insieme e da ogni lato, la centralità di una prospettiva socialista in Medio Oriente. La sola che può liberare la terra araba e l'intera regione dalla prigione del colonialismo, dalle sue mostruose eredità ( sionismo) , dagli effetti tragici dei suoi stessi fallimenti ( fascismo islamico) . Non saranno gli imperialisti “democratici” né le borghesie arabe e medio orientali a garantire i diritti dei popoli oppressi della regione. Solo la classe operaia araba e medio orientale, ponendosi alla testa di tutti gli sfruttati e di tutti i popoli oppressi, può costruire un nuovo Medio Oriente: contro l'imperialismo, contro le borghesie nazionali e i loro regimi ( vecchi o nuovi, confessionali o laici). La prospettiva dell'unità araba, laica e socialista, e di una federazione socialista dell'intero medio oriente è l'unica alternativa storica progressiva al disfacimento in corso della vecchia geografia della regione. La parabola delle rivoluzioni arabe e l'attuale precipitazione islamico reazionaria sono la riprova di questa verità.

L'alternativa fra rivoluzione e reazione segna più che mai- in forme e a livelli diversi- l'intero quadrante internazionale. La costruzione contro corrente di una sinistra rivoluzionaria all'altezza di questa sfida d'epoca è all'ordine del giorno. La lotta per la rifondazione della Quarta internazionale, marxista e rivoluzionaria, non è un omaggio “ideologico” al passato, ma una drammatica necessità del presente , e un investimento decisivo nel futuro.

MARCO FERRANDO