iniziative in corso

Tesseramento 2014

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2014

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2014

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2014

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2014

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

31 agosto 2014

Risoluzione politica Comitato centrale PCL del 19 e 20 luglio 2014

La crisi capitalista continua a segnare lo scenario mondiale. A sette anni dall’esplosione della bolla finanziaria dei subprime, il ciclo economico rimane caratterizzato da una profonda crisi di sovrapproduzione, da significativi squilibri tra poli capitalisti, dal riproporsi di successive bolle finanziarie per costruire sbocchi temporanei all’immensa massa di capitale accumulata. In un quadro di marcato sviluppo ineguale e combinato tra i diversi poli mondiali, permangono se non si aggravano le contraddizioni tra la necessità capitalista di una distruzione generalizzata di capitale (inevitabilmente ineguale e combinata, con conseguenti redistribuzioni della divisione internazionale del lavoro e del capitale, e quindi dei rapporti di forza tra potenze); la contrasta costruzione di blocchi continentali con resistenze e contese tra diversi governi e capitali nazionali; l’attivazione ripetuta di immani interventi finanziari (di stampo monetarista o neokeynesiano) da parte dei principali governi e della principali banche centrali per tentare di non far precipitare i disequilibri strutturali esistenti; l’esplosione discontinua e disomogenea di lotte sociali della classe operaia asiatica, dei settori popolari e della piccola borghesia nei paesi a capitalismo maturo, delle masse semiproletarie della periferia mondiale.
La risultante di queste diverse contraddizioni è il permanere e l’aggravarsi delle turbolenze economiche e politiche internazionali, con una crescente tensione tra aree monetarie e tra potenze, anche sul piano militare (dal quadrante orientale europeo al medioriente, dal mar meridionale cinese all’area centraficana). Turbolenze segnate nel blocco nordamericano dalla presumibile conclusione della lunga e lenta crescita drogata dall’interventismo finanziario della FED (con la possibile chiusura, più o meno traumatica, delle bolle finanziarie di questi ultimi anni su titoli e cambi), dal sostanziale blocco di redditi e occupazione, dalla crescita esponenziale delle disuguaglianze; nel continente asiatico dal progresso delle contraddizioni interne, con uno sviluppo dei nazionalismi e delle tensioni anche militari fra i diversi paesi, come anche della conflittualità di classe, sospinta dall’espansione del salario diretto e di quello sociale dei lavoratori; nel continente europeo da una lunga stagnazione originata dai disequilibri interni promossi dal suo nucleo centrale e dalle conseguenti politiche di austerità, che si scaricano in una compressione dei salari diretti, indiretti e sociali dei lavoratori dipendenti.

IL QUADRO EUROPEO: STAGNAZIONE ECONOMICA E CRISI POLITICA
In questo quadro complessivo di aggravamento delle tensioni e delle contraddizioni originate nelle crisi si collocano le vicende europee di questi mesi. Il superamento dell'emergenza finanziaria del 2011/2012 non si è combinata con una reale ripresa produttiva. La doppia recessione europea (2008/2009 e 2011/2012) non è stata recuperata nel suo complesso. Pur in un quadro diversificato, la stagnazione economica continentale permane, in generale, come dato dominante. La recente inversione negativa di marcia della produzione industriale in Francia, Italia, ed anche Germania ne è la misura. Il forte rallentamento dell'area BRICS, il rafforzamento dell'euro legato al nuovo flusso di capitale finanziario in Europa, le politiche recessive“anti debito”, hanno concorso a bloccare per effetto congiunto gli elementi parziali di ripresa. Le ripetute iniezioni di capitale nelle banche europee da parte della BCE hanno concorso alla bolla finanziaria mondiale, non a una svolta produttiva. Mentre permane inalterato l'enorme debito delle banche e degli Stati verso le banche (v. crisi bancaria in Portogallo).
Sul piano politico i governi borghesi e le politiche di austerità acuiscono complessivamente la propria crisi di consenso sociale. Le elezioni Europee del 25 maggio registrano la sconfitta elettorale di molti governi in carica e delle rispettive coalizioni, particolarmente negli Stati più popolati e più rilevanti, con l'eccezione della Germania e dell'Italia (oltre che di alcuni paesi dell’Europa centro orientale, come l’Ungheria, la Romania, i Baltici e di alcuni piccoli paesi, come Cipro).
La polarizzazione del voto insidia o indebolisce lo stesso assetto politico bipolare in paesi chiave (Francia, Gran Bretagna, in parte Spagna). In diversi Paesi, a partire dalla Francia e dalla Gran Bretagna, la crisi combinata delle tradizionali forze dominanti e del movimento operaio ha sospinto la crescita del populismo reazionario. In altri paesi, come la Grecia e la Spagna, l'ascesa di massa ha sospinto la crescita della sinistra cosiddetta “radicale”, in realtà socialdemocratico di sinistra o democratico-movimentista.
Questi fenomeni di polarizzazione politica sono a loro volta internamente differenziati sia sul versante reazionario (mancata crescita lineare delle forze neofasciste come Yobbick, Settore Destro in Ucraina..), sia sul versante della sinistra (diversificazione profonda delle forze della Sinistra Europea, che avanzano in Grecia e Spagna, ma stagnano in Francia e Germania). I limiti della polarizzazione politica riflettono i limiti della polarizzazione sociale. La prevalenza allarmante della polarizzazione reazionaria rispetto alla polarizzazione a sinistra riflette la crisi di una risposta proletaria alla crisi capitalista sul terreno della lotta di classe.
Complessivamente il perdurare della stagnazione, la crisi politica di consenso, le pressioni nazionaliste reazionarie, complicano ulteriormente il rispetto dei patti economici europei (Fiscal compact) e acuiscono le contraddizioni politiche tra imperialismo tedesco e imperialismi alleati, sia mediterranei che britannico. La possibilità, in prospettiva, di una separazione della Gran Bretagna dalla UE diventa reale. Con effetti ad oggi imprevedibili, ma potenzialmente rilevanti.

IL CASO ITALIANO: IL NUOVO CORSO DEL POPULISMO DI GOVERNO
Il caso italiano registra una particolarità. L'Italia è stata in questi anni il paese imperialista europeo che ha combinato al più alto livello crisi capitalista (depressione industriale e debito pubblico) e crisi politico istituzionale. Negli ultimi mesi, sullo sfondo di una perdurante stagnazione economica e di profondi processi di riorganizzazione di assetti ed equilibri interni del capitalismo italiano, si è prodotto un punto di svolta sul piano politico.
Con la nascita e il consolidamento del governo Renzi l'Italia ha realizzato un giro di boa in direzione della soluzione della crisi politica borghese. Il carattere dominante del nuovo corso renzista è di segno populista e “bonapartista”. Un nuovo dominus politico ha conquistato il centro della scena; ha preso la testa del principale partito borghese, emarginando le sue vecchie componenti costitutive, e riorganizzandolo attorno al proprio comando; ha realizzato un nuovo sistema di governo, fortemente auto centrato, basato sulla ricerca di un proprio rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, quale leva centrale della propria forza politica, scavalcando le mediazioni sociali e istituzionali con le rappresentanze sociali di classe organizzate (sindacati e Confindustria). In questo quadro, persegue un progetto di riforma elettorale e istituzionale reazionario: una “terza repubblica stabilizzata, con un sistema tendenzialmente bipartitico, un parlamento selezionato e controllato, un'alta burocrazia statale snellita e rinnovata, grazie alla diretta promozione di funzionari e manager amici, un ulteriore rafforzamento della Presidenza del Consiglio. In questo quadro ha avviato una fase di controriforme continue, a colpi di decreti e leggi delega, sul pubblico impiego, il precariato, la scuola, con l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali di lavoro, ridefinire i rapporti di forza di tutte le organizzazioni sindacali, indebolire le capacità di resistenza dei lavoratori, facilitare la riduzione di salari e il controllo dell’organizzazione del lavoro da parte del padronato, pubblico e privato.
E' un progetto autocentrato, ma al servizio del capitalismo italiano. Un capitale che si è profondamente rinnovato negli ultimi anni: con la sostanziale riduzione di potere e di influenza del circuito chiuso delle grandi famiglie che ha dominato dal dopoguerra intorno all’asse di Mediobanca (“il salotto buono” dei patti di sindacato); con l’inserimento di soggetti, gruppi e grandi fondi internazionali nel mercato azionario e anche nel controllo di alcune delle principali imprese italiane (da Telecom a Pirelli, dagli equilibri della nuova FCA all’ENI); con la trasformazione produttiva dei distretti e l’emersione di una media impresa che sviluppa anche una propria politica multinazionale (dalla Brembo alla Marcegaglia). Questa emergente muova composizione del capitale nazionale, attraverso il sostegno e l’utilizzo di questo nuovo populismo autoritario di governo, cerca di assicurarsi il paravento utile per la continuità e lo sviluppo delle politiche di austerità, uno sfondamento deciso verso il taglio del salario sociale e lo smantellamento dei contratti nazionali, in un quadro “finalmente normalizzato”.
Il fatto che nelle elezioni europee del 25 Maggio il populismo di governo abbia frenato e contenuto il populismo reazionario di opposizione, e abbia preservato il consenso elettorale della maggioranza di governo - unico caso in Europa tra i paesi imperialisti con l'eccezione tedesca- è un successo non solo di Renzi, ma anche di questa nuova composizione della borghesia italiana.

IL RAFFORZAMENTO POLITICO DEL RENZISMO
I risultati elettorali del 25 Maggio hanno rafforzato il renzismo. Dal punto di vista elettorale non si è realizzato alcun “plebiscito” a favore di Renzi: il 41% è in larga parte il riflesso del passaggio totale dell'elettorato di Scelta Civica e degli equilibri interni al campo allargato dell'astensione.
Dal punto di vista politico, invece, il risultato ha favorito la stabilizzazione del nuovo corso. Da un lato la crisi profonda di FI e del ruolo in essa di Berlusconi; dall'altro la sconfitta politica del M5S e della sua linea d'urto, ben al di là del suo risultato elettorale, rafforzano la centralità di Renzi nello scacchiere politico e la sua politica bonapartista. Spostando ulteriormente i rapporti di forza a suo vantaggio. Il riposizionamento di Confindustria al fianco di Renzi, e il suo distacco dal patto con la CGIL, è il riflesso sociale di questo dato politico. E, a sua volta, un fattore di ulteriore rafforzamento del governo.

I LIMITI MATERIALI DEL POPULISMO RENZISTA, DENTRO LA CRISI CAPITALISTA
Non ci troviamo ancora tuttavia in un “regime renziano” stabilizzato.
Sotto il profilo politico, il renzismo è ancora costretto a convivere con l'eredità del passato (vecchia coalizione di governo, vecchi equilibri parlamentari, vecchia composizione della rappresentanza parlamentare del PD), con le relative difficoltà e incognite nei passaggi istituzionali.
Mentre proprio lo sfondamento del renzismo ha innescato l'effetto domino di una riorganizzazione politica complessiva della rappresentanza e degli schieramenti borghesi che è ancora lontana dal prefigurare uno sbocco e un nuovo equilibrio politico complessivo di tipo bipolare. E abbraccia molte variabili tra loro intrecciate (durata di legislatura o meno del governo, ricomposizione o meno di un centrodestra e sotto quale egemonia, tenuta o meno di Forza Italia e dello stesso Berlusconi, dinamica ed effetti del riposizionamento del M5S nel nuovo scenario).
Sotto il profilo economico sociale, il populismo di governo si scontra con i limiti delle proprie basi materiali. Il quadro di crisi capitalista e le compatibilità della UE restringono pesantemente il suo spazio di manovra. Operazioni truffa come quelle sulle 80 euro, che già scontano grandi difficoltà di copertura, non sono replicabili per una legislatura. Il Premier cerca di negoziare con gli altri imperialismi europei un lasciapassare per le proprie manovre populiste (la “flessibilità”). Ma gli spazi di mediazione, a fronte dell'enorme debito pubblico italiano, sono assai limitati. Tanto più in un quadro politico europeo fortemente segnato dalla crescita delle pressioni nazionaliste e da una sostanziale stagnazione economica. Mentre il risvolto di eventuali concessioni è in ogni caso un ulteriore abbattimento della spesa pubblica (32 miliardi in 3 anni) e un ulteriore pesante attacco ai diritti sociali e sindacali dei lavoratori (Decreto Poletti e jobs act). L'offensiva iniziata e annunciata dal governo sulla scuola pubblica è emblematica. Le nuove politiche di austerità possono minacciare in prospettiva il richiamo populista del governo e minare le sue basi di consenso.
In questo quadro non è possibile escludere che dopo il varo della nuova legge elettorale e della riforma istituzionale, lo stesso Renzi decida uno sbocco elettorale anticipato (2015): per prevenire la crisi di consenso del populismo di governo, liberarsi del retaggio delle vecchie contraddizioni politico parlamentari, rilanciare la propria offensiva politica e sociale da un rapporto di forza più favorevole e stabilizzato.

SVOLTA BORGHESE E CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO. LA BANCAROTTA DELLE BUROCRAZIE SINDACALI
Mentre la crisi borghese conosce un punto di svolta, permane e si aggrava la crisi del movimento operaio. L'avanzata e il consolidamento del renzismo agisce come fattore di paralisi e/o scomposizione nel campo della sinistra, sindacale e politica.
Sul terreno sindacale, quella stessa burocrazia della CGIL che ha concorso in modo determinante a spianare la strada al renzismo è messa con le spalle al muro dal nuovo corso bonapartista. Un corso che non solo rifiuta la mediazione concertativa, ma attacca i diritti sindacali e la CGIL. Privandola sia della tradizionale sponda PD (ormai assimilato al renzismo), sia per effetto indiretto della sponda di Confindustria (salita sul carro vincente).
Parallelamente, il renzismo mette in un vicolo cieco la FIOM. L'apertura disinvolta del suo vertice dirigente al governo in cambio di un proprio riconoscimento politico/negoziale, non ha trovato né contropartite né sbocco, se non parzialmente sul piano dell'immagine. L'uso reciproco tra Landini e Renzi in funzione anti Camusso, è servito unicamente ad abbellire il profilo di un governo reazionario agli occhi dei lavoratori a tutto vantaggio di Renzi. Mentre il tentativo della FIOM di usare il renzismo per normalizzare le relazioni sindacali (anche con FIAT), o guadagnare un diverso terreno di concertazione (modello Electrolux) non ha aperto i varchi attesi.
Complessivamente di fronte a un processo e a un progetto di stabilizzazione sociale e politica reazionaria che ne mina ulteriormente ruolo e spazi, l'intera burocrazia sindacale, in tutte le sue articolazioni, è paralizzata dalla disfatta delle proprie politiche. A ulteriore vantaggio della stabilizzazione reazionaria.

IMPLOSIONE E CRISI DELLA SINISTRA POLITICA
Sul piano politico, il renzismo precipita la crisi di SEL. Le ragioni e lo spazio nazionali di una sinistra del centrosinistra sono minate dal nuovo corso autocentrato del renzismo e dal suo successo. Il bivio fra integrazione nel renzismo o opposizione al renzismo si è fatto più stretto. Una parte di SEL ha scelto la prima via, con l'avvicinamento alla stessa area di governo. La maggioranza ha scelto di preservare la propria autonomia formale e la propria opposizione di sua maestà per puntare a negoziare domani una ricomposizione del centrosinistra, anche nella forma di un ricambio di maggioranza di governo (SEL al posto di NCD). Ma la prospettiva di sbocco è del tutto aleatoria. Mentre la scissione indebolisce ulteriormente il potere negoziale di SEL. SEL è oggi, più di ieri, un partito a rischio disgregazione.
Parallelamente l'operazione Tsipras all'italiana, quale opposizione aclassista della “cittadinanza attiva”, è prigioniera delle sue contraddizioni. Il raggiungimento del quorum alle elezioni europee ha registrato una domanda di rappresentanza, in sé positiva, di un settore del popolo della sinistra. Ma non ha invertito la dinamica di declino elettorale della sinistra cosiddetta “radicale”. E soprattutto non ha definito una prospettiva. Tsipras resta una sommatoria di progetti e interessi diversi (“lista last minute” per SEL, rifugio di sopravvivenza per il PRC di Ferrero, arena di autopromozione di un cenacolo intellettuale liberal progressista cui le sinistre hanno consegnato le chiavi) senza che nessuno dei suoi soggetti costituenti abbia la forza e l'autorevolezza per affermare la propria egemonia e definire uno sbocco. Sia in termini di linea e collocazione politica verso il PD. Sia in termini di definizione della forma e natura della “nuova soggettività”. Ed anzi tutti i suoi soci fondatori sono attraversati da convulsioni interne e/o scomposizioni. In ogni caso, quali che siano le risultati possibili dell'operazione essa non si configura come polo di ricomposizione della rappresentanza politica del movimento operaio ma come polo di opposizione “democratica”.
Infine il progetto dell'area centrista di Rossa (quale amalgama senza principi di Sinistra Anticapitalista e Rete dei Comunisti) appare bloccato dalle sue contraddizioni genetiche, dalla autonomizzazione politica dei suoi soggetti costituenti, dalla stessa “attesa” dell'evoluzione di Tsipras.
Complessivamente, il segno prevalente della dinamica a sinistra, nell'ambito riformista e centrista, è dunque quello della implosione e della paralisi. Quale risultante di una bancarotta politica, che il nuovo scenario politico rende più evidente ed aggrava.
In questo quadro si colloca, negli ultimi mesi, la capacità dei diversi segmenti dell’area antagonista di segnare agende e tematiche della sinistra. Una capacità determinata in particolare da due elementi: un proprio radicamento, seppur limitato, in alcuni territori, in settori precari, studenteschi e giovanili; la tenuta di una propria forza di mobilitazione (riuscendo a costruire cortei di dieci-ventimila partecipanti), e quindi la possibilità di imporre all’attenzione nazionale alcuni appuntamenti (16 ottobre, 12 aprile, in potenza 11 luglio). Quest’area rimane dominata dalla presenza di diverse strutture organizzative, spesso di dimensione locale; dall’intrecciarsi di progettualità politiche contraddittorie se non contrastanti (negriane e postoperaiste; autonome di classe; anarchiche; ecc); da spiccati settarismi e competizioni tra i sui diversi settori. Nonostante questo, è evidente la sua capacità di fare circuito e di ricompattarsi in alcuni momenti, a partire da due elementi fondanti: la costruzione di un immaginario radicale, anticapitalista, “insurrezionalista” a partire dalla contrapposizione di piazza e dalla sua estetica (noTav, casa, migranti, logistica); l’alterità e la contrapposizione alle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, siano esse moderate o radicali, riformiste o rivoluzionarie.

LA NOSTRA PROPOSTA DI MASSA: UN FRONTE UNICO DI CLASSE ANTICAPITALISTA
Di fronte al nuovo scenario politico, il PCL riafferma più che mai la propria linea e proposta di massa, classista e anticapitalista, per un governo dei lavoratori. In Italia e in Europa.
La svolta renzista è l'epilogo di una lunga crisi politica e istituzionale segnata dalla crisi capitalista e dall'assenza di un'iniziativa di classe indipendente del movimento operaio. L'assenza di una risposta di classe e anticapitalista alla crisi sociale e politica ha spianato la via a un processo reazionario. Renzismo e grillismo, sono aspetti diversi, su lati diversi, di questo processo. L'alternativa di fondo tra rivoluzione o reazione ha trovato un suo specifico riflesso nella vicenda italiana.
Tanto più oggi solo un'irruzione sulla scena del movimento operaio può bloccare la dinamica in atto e aprire una fase nuova. Solo un opposizione di classe, radicale e di massa, al governo Renzi e al padronato può contrastare il populismo di governo, allargare le contraddizioni del suo blocco sociale, ricomporre un blocco sociale alternativo. Solo il movimento operaio può sbarrare la strada alla Terza Repubblica. Rimuovere questa necessità, o in direzione di un'opposizione di cittadinanza “democratica”, o in direzione di una pura sommatoria antagonista senza baricentro classista, significa, tanto più oggi, rimuovere il nodo decisivo. E contribuire a una sconfitta non solo sociale ma anche democratica.
L'esigenza di una piattaforma generale di mobilitazione e di una prospettiva alternativa è posta dall'intero scenario politico. Di fronte al populismo di governo, una opposizione di classe non può giocare di rimessa. Deve dotarsi di una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti capace di indicare un'alternativa e di un'azione organizzata determinata a battersi per quella piattaforma. Senza sviluppare un riferimento complessivo alternativo, si rischia che più ampi settori di massa possano essere sedotti dai miraggi populisti. Gli 80 euro insegnano. O i lavoratori vedono un'alternativa o si aggrappano alle elemosine del sovrano.
Cancellazione del decreto Poletti, ritiro del piano scuola, cancellazione del decreto e del DDL sul pubblico impiego, blocco dei licenziamenti, ripartizione del lavoro, salario ai disoccupati, grande piano di nuovo lavoro in opere sociali finanziato dalla tassazione delle grandi ricchezze. Sono le prime proposte di rivendicazione per una piattaforma di vertenza generale e di mobilitazione immediata, da ricondurre ad una prospettiva anticapitalista. Una piattaforma di demarcazione classista, attorno a cui costruire e rivendicare il più ampio fronte unico di lotta del movimento operaio e attorno ad esso di tutti i movimenti sociali, in aperta contrapposizione al governo, al fronte padronale, a tutte le espressioni di populismo reazionario( a partire dal grillismo). In questo quadro vanno chiamate alle proprie responsabilità agli occhi dei lavoratori e innanzitutto della loro avanguardia tutte le organizzazioni della sinistra politica, sindacale, associativa, di movi-mento. La scandalosa passività di CGIL e FIOM di fronte al renzismo va denunciata per quello che è: il disarmo del movimento operaio da parte delle sue principali organizzazioni di fronte a un piano reazionario. Ha una valenza disastrosa non solo sul piano sindacale e sociale, ma anche su quello politico. La rivendicazione pubblica di una loro rottura col governo e di una loro mobilitazione contro il governo è parte della campagna politica di massa per il fronte unico di lotta.
La battaglia specifica e concentrata che si annuncia contro il piano scuola del governo, può essere un canale importante della proposta di mobilitazione generale contro Renzi. Come la necessaria campagna democratica contro il progetto di legge elettorale truffa e di riforma istituzionale.

L'INIZIATIVA POLITICA DEL PCL NELLA PROSSIMA FASE
Il nuovo quadro politico sociale conferma l'asse di costruzione indipendente del PCL definito dal congresso. Non vi sono scorciatoie disponibili nel processo della nostra costruzione, né sul versante delle dinamiche di massa, né nei processi di crisi e ricomposizione a sinistra. Il nostro compito essenziale è l'azione paziente e pianificata del nostro partito, e di tutte le sue strutture, sia sul versante essenziale della battaglia di massa e della centralità proletaria, sia su quello dell'intervento politico sulla crisi a sinistra. Al fine di consolidare la nostra organizzazione, sviluppare il suo radicamento, formare i suoi quadri. E prepararci a possibili svolte della situazione.
Nel quadro del nostro asse generale di intervento e delle indicazioni post congressuali definite dal precedente CC, si tratta di segnalare alcune specifiche occasioni della prossima fase.
Sul terreno dell'intervento di massa, assume grande rilevanza lo scontro annunciato in autunno sulla scuola pubblica. Sia in sé, rispetto alla dinamica politica, quale prima possibile prova di scontro sociale del nuovo governo. Sia per la nostra costruzione e radicamento. La commissione nazionale scuola e università del partito, e la stessa prossima conferenza studentesca, definirà l'articolazione dell'intervento del PCL: attorno all'indirizzo generale dell'unità e radicalità dell'opposizione al governo, del ritiro incondizionato del suo piano d'attacco, della autorganizzazione democratica e di massa del movimento stesso, del suo rapporto centrale con la classe operaia, della piattaforma anticapitalistica sulla scuola.
Sul terreno dell'intervento della crisi della sinistra, è necessario seguire la dinamica di crisi di SEL e del PRC, attorno all'esperienza Tsipras. Le assemblee pubbliche di Tsipras, nazionali e territoriali, e gli appuntamenti pubblici di SEL debbono essere occasione di nostro intervento. Nelle forme possibili, proporzionalmente alle forze disponibili ,e subordinatamente all'intervento di massa. Ma senza rimozione della battaglia politica sulla sinistra riformista, ai fini dello sviluppo del progetto marxista rivoluzionario.
Non è più differibile, nel PCL, la costruzione di un coordinamento politico dei nostri compagni e delle nostre compagne che militano nei sindacati di base. Entro il prossimo autunno ci proponiamo di tracciare il quadro dettagliato della nostra presenza nelle diverse organizzazioni, per creare un mo-mento di raccordo del nostro intervento in queste strutture sindacali attraverso una proposta di do-cumento elaborato in primo luogo dai dirigenti e dai militanti di queste organizzazioni sindacali, mili-tanti del partito.
Sul terreno dei movimenti e delle mobilitazioni antagoniste (dai noTav ai no Muos alla casa, agli appuntamenti nazionali promossi da questi circuiti), il PCL deve riuscire a sviluppare un proprio intervento. In questo ambito a lotta per la casa - quale luogo particolare di intercettazione di settori proletari o sottoproletari espulsi o marginalizzati dalla crisi- già rappresenta in alcune situazioni un terreno importante di intervento di nostri militanti o di nostre strutture. Su ognuno di questi terreni si tratta di contrapporre nelle lotte una linea classista e rivoluzionaria alle mitologie insurrezionaliste, postoperaiste, semplicemente antagoniste di questi settori. Nel quadro di una centralità di classe nell’analisi e anche nell’intervento del partito. E’ solo la forza della concentrazione e dell’organizzazione che il capitale (e la lotta contro il capitale) sviluppa nella classe operaia che permette la costruzione non solo di un antagonismo, ma di un processo rivoluzionario. Per questo poniamo al centro del nostro intervento, come Partito Comunista dei Lavoratori, la priorità negli interventi nella classe nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.
Parallelamente l'esperienza del “contro semestre popolare” contro la UE si presenta come esperienza di fronte unico di fase, fondamentalmente con organizzazioni centriste. Non un fronte unico “strutturato” come ambiva ad essere il Comitato No Debito, attorno a elementi avanzati di piattaforma (abolizione del debito, nazionalizzazione delle banche..), ma un fronte unico d'azione (manifestazioni, denunce, assemblee e convegni, nazionali e locali), attorno a una piattaforma minima comune, obiettivamente più arretrata. Dobbiamo partecipare, da forza promotrice, a questa esperienza unitaria, dentro la politica e proposta più generale di fronte unico di classe contro il governo e la UE. Ma senza subordinarci a una logica di “blocco politico di propaganda” con organizzazioni centriste. E invece ponendo, nelle forme di volta in volte opportune, la nostra demarcazione programmatica e il profilo indipendente della nostra proposta rivoluzionaria( rifiuto delle illusioni riformiste sull'”Europa sociale”, delle mitologie nazional monetariste o euro mediterranee, dello sciovinismo anti tedesco, rivendicazione degli Stati uniti socialisti d'Europa). Il peso e le forme della nostra partecipazione alle diverse iniziative unitarie sono variabile dipendente della nostra battaglia di sul terreno centrale della lotta di classe e di massa.
La caratterizzazione internazionalista rivoluzionaria del nostro intervento si presenta centrale in relazione agli attuali punti di crisi politica internazionale: a partire dalla questione ucraina e dalla Palestina. Sia sul terreno del politico generale, sia su quello complementare della battaglia politico programmatica nell'avanguardia. In particolare, come indicato al Congresso, l'anti sionismo rivoluzionario va fatto emergere come uno degli elementi caratterizzanti del profilo pubblico del PCL e della sua demarcazione a sinistra.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

28 agosto 2014

Imperialismo e sinistre “pacifiste” di fronte allo stato islamico. La concorrenza delle ipocrisie. L'alternativa dei rivoluzionari.

L'avanzata del fondamentalismo reazionario dell'Isis in Irak e Siria alimenta in Occidente la fiera dell'ipocrisia. Non solo nelle fila dell'Imperialismo “democratico”, ma anche a sinistra.

L'IPOCRISIA DEGLI IMPERIALISMI “DEMOCRATICI”

Di fronte alla minaccia del Califfato, USA Gran Bretagna e Francia, professano un improvviso fervore “democratico”. Commovente.

Sono gli stessi protagonisti ed eredi dell'interventismo coloniale in Medio Oriente. Quelli che un secolo fa disegnarono i suoi confini con penna e compasso in una pura logica di spartizione senza alcuno scrupolo per i diritti nazionali dei popoli . Quelli che hanno protetto e sostenuto il colonialismo sionista e il suo terrore anti palestinese. Quelli che hanno negato e calpestato ogni diritto di autodeterminazione del popolo kurdo. Quelli che hanno sorretto e sorreggono le peggiori dinastie reazionarie della regione, a partire dalla monarchia saudita. Quelli che prima hanno difeso e protetto il regime reazionario di Saddam quando gasava i “propri” kurdi, per il solo fatto che si contrapponeva alla “destabilizzazione” khomeinista; poi l'hanno attaccato quando sfuggì al proprio controllo ( invasione del Kuwait), promuovendo un embargo totale criminale contro il popolo irakeno -targato ONU -che ha fatto in dieci anni 500.000 morti, in prevalenza bambini, donne e anziani; infine l'hanno rovesciato con una seconda guerra criminale di occupazione, corredata da innumerevoli brutalità ( Falluia, Abu Graib...) puntando ad installare un proprio regime fantoccio: con un'operazione talmente maldestra, persino dal punto di vista imperialista ( scioglimento della vecchia struttura statale, umiliazione dei sunniti..) da innescare uno stato di crisi politica permanente e incontrollata dell'Irak, segnata da una spaventosa guerra settaria interreligiosa. La stessa che oggi ha spianato la strada allo sfondamento dell'Isis, alimentato non a caso dall'innesto di forze e tribù sunnite e di forze politico militari “saddamiste”.

Del resto la credibilità “democratica” degli imperialismi- incluso l'imperialismo italiano- è misurata dal loro nuovo alleato arabo in Nord Africa: il regime militare egiziano di Al Sisi. Che condanna a morte o a pene senza fine centinaia di migliaia di oppositori, ma col quale fanno passerella tutti i governanti “democratici”, a partire naturalmente dal pavone Renzi. I quali pensano oltretutto di affidare a questa dittatura militare ricostruzione e gestione dei campi lager per i profughi in Nord Africa, già a suo tempo appaltati a Gheddafi, con allegati stupri e torture.

Sarebbero questi i difensori occidentali dalla “democrazia” in Medio Oriente? In realtà ogni nuovo intervento militare imperialista in terra araba - sia esso in Irak, in Siria, in Libia- è e sarebbe solo l'ennesimo capitolo di una secolare storia coloniale. La responsabile dell'attuale catastrofe.

LA SINISTRA “PACIFISTA”, FRA IPOCRISIA , INGENUITA'.... E ONU

Ma l'ipocrisia dei governi imperialisti si combina con l'ipocrisia delle sinistre di “opposizione”, come dimostra lo scenario italiano.

“ Niente armi ai kurdi” gridano in coro i dirigenti di SEL. “Non alimentiamo il mercato delle armi.., ... promuoviamo la cultura della pace non della guerra... non deleghiamo ai kurdi la soluzione della crisi irakena perchè favoriremmo la disgregazione del Medio Oriente.., intervenga l'Onu anche con una forza armata di interposizione per promuovere una conferenza di pace”.. Eccetera. “Pace” è la bandiera comune.

Singolare. Intanto è singolare che a sbandierare la pace siano gruppi dirigenti della sinistra che quando avevano ministeri e sottosegretari votavano religiosamente missioni di guerra, aumento delle spese militari, finanziamento delle missioni del proprio imperialismo. Ma singolari sono innanzitutto le loro posizioni di merito. In tutte le loro varianti.

Affidamento all'”intervento dell'Onu”?
Ma l'Onu è la copertura diplomatica dell'imperialismo. Il suo intervento sarebbe possibile solo nel caso dell'accordo fra i vari briganti che compongono il suo Consiglio di Sicurezza, come del resto è avvenuto più volte nelle guerre imperialiste degli ultimi 20 anni. Ma proprio per questo sarebbe l' ennesimo intervento mascherato del colonialismo, fosse pure in vesti “umanitarie”. Altro che “pace”. Un pacifismo ostile alla “armi ai Kurdi” che però rivendica un intervento “anche armato” dell'Onu, rivela non solo spericolate contraddizioni ideologiche, ma la propria subordinazione alla peggiore finzione diplomatica dell'imperialismo e del suo militarismo: quella della “neutralità” delle Nazioni Unite.

“Offriamo aiuti alimentari, non armi”.
Sentimento nobile, spesso autentico. Ma perchè cibo, acqua ed armi sarebbero in contraddizione tra loro ? Centinaia di migliaia di kurdi e di profughi hanno la possibilità di bere e alimentarsi se intanto sopravvivono . E sopravvivono se possono difendersi con le armi dall'aggressione militare genocida del Califfato. Il fatto che gli imperialisti utilizzino questa evidenza per coprire le proprie mire e giustificare un possibile ( inaccettabile) intervento militare diretto, non cancella la sua verità. Semmai dimostra il cinismo imperialista. Viceversa contrapporre il “diritto al cibo” al “diritto alle armi” significa non solo negare l'evidenza, ma dare perciò stesso spazio e credibilità proprio alle manovre imperialiste e alla loro cinica propaganda.

“Non possiamo delegare ai kurdi la soluzione, perchè favoriremmo la disgregazione generale del Medio Oriente”.
Ma il Medio Oriente come lo conosciamo non è quello disegnato dalle vecchie potenze coloniali contro i popoli del Medio Oriente? Certo , la realizzazione del diritto di autodeterminazione kurda, con l'unificazione di un Kurdistan indipendente, è incompatibile con la geografia di questo Medio Oriente. Ma non è una ragione in più per mettere in discussione quella geografia imperialista ? O dovremmo farci paladini dell' ordine medio orientale imperialista nel momento stesso in cui sta crollando ? Difendere il tracciato, riga e compasso, delle vecchie potenze coloniali non rientra in ogni caso fra i compiti dei comunisti. E' semmai un'eredità ideologica della tradizione stalinista del dopoguerra. Quella che ha disarmato il movimento operaio arabo e del Medio Oriente.

In realtà la sommatoria di pacifismi ideologici e conservatorismi riformisti misura la subalternità delle sinistre all'ordine capitalista internazionale, nel momento stesso della sua massima crisi di governabilità. Ciò che contribuisce a lasciare campo libero ai peggiori movimenti reazionari, anche fra larghe masse di sfruttati e diseredati. In terra araba come in Europa.


ARMI AI KURDI, CONTRO L'IMPERIALISMO E LA SUA “GEOGRAFIA” DEL MEDIO ORIENTE

L'intera drammatica “crisi irakena” va affrontata, all'opposto, da un'angolazione antimperialista e rivoluzionaria.

Si, “armi ai Kurdi”, contro ogni vaniloquio ideologico “pacifista”. Ma senza alcuna subordinazione ai progetti dell'imperialismo, ed anzi in aperta contrapposizione ai suoi disegni.

“Armi ai Kurdi”, non al governo irakeno e alla Stato Irakeno come preferirebbero gli imperialisti. “Armi a tutte le forze kurde”, senza alcuna discriminazione del PKK e del Partito Democratico del Ryova siriano, come vorrebbero rispettivamente il regime bonapatista di Ergodan e il regime totalitario di Assad. Perchè i Kurdi hanno bisogno drammatico e incondizionato di difendersi armi in pugno. Perchè oggi sono sul campo la principale barriera resistente all'avanzata del Califfato sia in Irak che in Siria. Perchè un obiettivo rafforzamento del movimento nazionale kurdo ha una valenza storica progressiva . Perchè lo sviluppo di un movimento di liberazione nazionale di 30 milioni di Kurdi, oggi dispersi ed oppressi in Turchia, Siria, Irak, Iran, rappresenterebbe un enorme incoraggiamento alla lotta di liberazione di tutte le nazionalità oppresse, non solo in medio oriente. E quindi un formidabile grimaldello antimperialista.

Ma “gli imperialisti oggi aiutano i Kurdi” obietta qualcuno.
No. Una verità incompleta è una falsità, come diceva Spinoza. Gli imperialisti “aiutano” i kurdi solo nella misura in cui si subordinano agli interessi dell'imperialismo. Vogliono usarli oggi come strumento di contenimento dell'Isis, a fronte del totale fallimento delle proprie politiche. Ma al tempo stesso si oppongono ai loro diritti di autodeterminazione, al punto da centellinare e condizionare ad ogni passo gli stessi modesti aiuti militari ( come lamentano gli stessi kurdi). E' una ragione per opporsi alle “armi ai kurdi”? No, è una ragione per opporsi ai disegni imperialisti . E' una ragione per rivendicare che la resistenza armata dei kurdi all'Isis si trasformi in una lotta generale del popolo kurdo, al di là dei confini, per un Kurdistan unito e indipendente. Ciò che è possibile solo in contrapposizione all'imperialismo, a tutte le borghesie nazionali della regione, allo stesso governo borghese kurdo di Barzani in nord Irak ( unicamente interessato alle proprie rendite petrolifere e al negoziato col governo centrale irakeno); e in alternativa alla leaderschip e alla politica del PKK (chiusa in una logica nazionale di negoziato con lo Stato turco). Difendere coerentemente la causa kurda non significa sposare le direzioni politiche kurde. Al contrario: significa entrare in collisione con tutta la loro politica da un versante classista e internazionalista.


LA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE QUALE UNICA PROSPETTIVA STORICA PROGRESSIVA

La lotta contro il Califfato ed ogni forma di panislamismo reazionario, il sostegno pieno alla resistenza kurda e al diritto di autodeterminazione kurda , la denuncia e sconfitta delle mire imperialiste , l'appoggio coerente ai diritti nazionali del popolo palestinese contro lo stato sionista d'Israele e per la sua distruzione, ripropongono nel loro insieme e da ogni lato, la centralità di una prospettiva socialista in Medio Oriente. La sola che può liberare la terra araba e l'intera regione dalla prigione del colonialismo, dalle sue mostruose eredità ( sionismo) , dagli effetti tragici dei suoi stessi fallimenti ( fascismo islamico) . Non saranno gli imperialisti “democratici” né le borghesie arabe e medio orientali a garantire i diritti dei popoli oppressi della regione. Solo la classe operaia araba e medio orientale, ponendosi alla testa di tutti gli sfruttati e di tutti i popoli oppressi, può costruire un nuovo Medio Oriente: contro l'imperialismo, contro le borghesie nazionali e i loro regimi ( vecchi o nuovi, confessionali o laici). La prospettiva dell'unità araba, laica e socialista, e di una federazione socialista dell'intero medio oriente è l'unica alternativa storica progressiva al disfacimento in corso della vecchia geografia della regione. La parabola delle rivoluzioni arabe e l'attuale precipitazione islamico reazionaria sono la riprova di questa verità.

L'alternativa fra rivoluzione e reazione segna più che mai- in forme e a livelli diversi- l'intero quadrante internazionale. La costruzione contro corrente di una sinistra rivoluzionaria all'altezza di questa sfida d'epoca è all'ordine del giorno. La lotta per la rifondazione della Quarta internazionale, marxista e rivoluzionaria, non è un omaggio “ideologico” al passato, ma una drammatica necessità del presente , e un investimento decisivo nel futuro.

MARCO FERRANDO

27 agosto 2014

Il fascistometro a premi: 24 domande per sapere da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo.

Di Falaghiste

Vi proponiamo il solito giochetto estivo, per passare il tempo ma anche per esercitare il senso critico: il Fascistometro. Un questionario per misurare la quantità di autoritarismo  attualmente presente nel nostro paese.
Il fascismo fu il livello massimo di autoritarismo dello Stato mai raggiunto in epoca moderna, per cui ci appare lontano più di quanto lo sia realmente negli anni.
Ma il fascismo, come tutti i sistemi di governo e di potere, non è ciò che appare ai posteri ma ciò che appariva e come veniva  percepito a livello di massa nel periodo in cui c’era.
Dobbiamo infatti considerare che qualsiasi sistema politico, una volta stabilizzato, (il fascismo durò vent’anni),  non si regge mai sulla pura coercizione ma anche su una certa quantità di consenso, non solo fra le classi dirigenti ma anche a livello popolare. Ma pure il consenso va qualificato; il consenso di massa al fascismo fu passivo, conformista e organizzato dall’alto con tecniche pubblicitarie assolutamente all’avanguardia per i tempi.
Insomma quando c’era il fascismo la maggior parte della gente non sapeva che ci fosse, nel senso che quello era la realtà e non poteva esistere nient’altro.
Questo fu possibile perché il fascismo si affermò con la sconfitta del movimento operaio, anzi fu lo strumento della borghesia e delle classi medie per reprimere  le rivendicazioni dei movimenti proletari, operai e contadini.
Lascio a voi  le  conclusioni:  rispondendo alle domande del Fascistometro potrete misurare la quantità di fascismo che, secondo voi, è attualmente in vigore nel nostro paese.

Ad ogni domanda rispondete dando un punteggio da uno a dieci. Una volta risposto a tutte le domande fate la somma e dividete per 24.
Più basso sarà il punteggio medio ottenuto più alto risulterà il fascismo presente oggi in Italia.
Dopo, se volete, confezionate una mail con il questionario compilato e speditelo a pcl_fc@libero.it . Oppure, se questo vi risulta troppo impegnativo, inviateci soltanto  il punteggio medio finale.
Se il Fascistometro avrà successo fra i nostri “visitatori”, colui/colei che si sarà avvicinato/a di più al punteggio medio di tutti i questionari inviati riceverà a casa gratuitamente un libro e l'ultimo numero della rivista teorica del PCL: “Marxismo Rivoluzionario”. 
  
1 Quanto l'attuale Governo risponde ai bisogni di tutti i cittadini?

2 Quanta è la differenza ideologica e programmatica fra i partiti di governo e quelli di opposizione rappresentati in parlamento?

3 A quale livello situate la rappresentanza dei lavoratori dipendenti nelle istituzioni nazionali e locali?

4 Le attuali leggi elettorali maggioritarie, in che misura influenzano il risultato finale delle elezioni? Sotto i sei punti influenzano il risultato finale

5 Durante le campagne elettorali, in che misura i mezzi di informazione di massa, sopratutto le televisioni, concedono uguale spazio ad ogni forza politica (par condicio)?

6 Fra i poteri dello Stato, quale prevale fra potere esecutivo (governo) e potere legislativo (parlamento).    Sotto i sei punti prevale l'esecutivo

7 Quanta fiducia riponete nelle elezioni come mezzo per cambiare le cose?

8 Quanto la giustizia è davvero uguale per tutti?

9 In che misura le forze dell'ordine si comportano nella stessa maniera nei confronti di tutti?

10 Le leggi in vigore tutelano di più i ricchi o i poveri? Sotto i sei punti tutelano i ricchi

11 Secondo voi, quanto è presente fra gli italiani la solidarietà nei confronti degli immigrati?

12 I Sindacati confederali (CGIL-CISL-UIL) quanto rappresentano veramente i lavoratori?

13 Che voto daresti all'ultimo contratto della  tua categoria ?

14 Sta migliorando o peggiorando il potere di acquisto dei salari degli stipendi e delle pensioni? Sotto i sei punti sta peggiorando

15 I diritti dei lavoratori stanno migliorando o peggiorando? Sotto i sei punti peggiorano

16 Quanto conta l'opinione dei lavoratori all'interno delle imprese?

17 La sanità pubblica migliora o peggiora? Sotto i sei punti sta peggiorando

18 La scuola pubblica migliora o peggiora? Sotto i sei punti sta peggiorando

19 Quanto il governo opera per la tutela dell'ambiente naturale?

20 Quanto il governo finanzia l'arte, la cultura e la ricerca scientifica per fini sociali?

21 Il Governo e le forze politiche in parlamento, in che misura agiscono autonomamente dalle posizioni della chiesa cattolica? (laicità dello stato)

22 Che voto dareste al nostro Governo come operatore di pace nel mondo?

23 In che misura è diffusa fra gli Italiani la conoscenza della propria storia?

24 A che livello ponete la conoscenza politica degli italiani?

26 agosto 2014

La diffamazione del quotidiano Libero scuola Goebbels

In questi giorni su Libero quotidiano, versione cartacea e versione web , è apparso un testo diffamatorio e pazzesco. L’articolo in questione s’intitola :” I terroristi islamici sono i nipoti di Trotsky?”. Da un lato il testo preoccupa: il doppio salto carpiato mortale per giungere a tali affermazioni deliranti (terrorismo=trotzkismo) fa davvero rimpiangere i metodi di Goebbels ( “più una menzogna è grande più è credibile”) e si presta alle peggiori provocazioni. Dall’altro denota sottotraccia la preoccupazione della stampa borghese: la figura di Trotsky non è innocua per la società del capitale.

Ma cerchiamo di andare con ordine analizzando il testo di Libero.
Nella parte iniziale si legge:” Nonostante le apparenze, quello che per comodità chiamiamo terrorismo islamico è un frutto al veleno della vecchia Europa, maturato a Parigi sul crinale degli anni Settanta. Qui, nel clima di quella stagione inquieta, l’esule Khomeini, con una complessa elaborazione culturale trapiantò il trotzkismo di cui allora si favoleggiava nel tronco dell’Islam, sostituendo al proletariato l’umma, cioè la comunità dei fedeli…”
Insomma per Libero Khomeini avrebbe trapiantato il trotzkismo sostituendo la lotta di classe con la fede religiosa. Il marxismo rivoluzionario che si fonda sul materialismo storico si sarebbe prestato all'integralismo islamico, per mano, per di più, di un suo profeta reazionario. E’ una cosa non solo falsa ma platealmente assurda e grottesca. Sarebbe come scrivere che la fesa del tacchino è il piatto vegano dell’anno.

Vorremmo ricordare a Libero e ai figli ignoranti della propaganda modello Goebbels che il trotzkismo iraniano fu irriducibile opposizione sia al regime dello Shah Reza Pahlavi ( attraverso il lavoro tra gli studenti al'estero) sia al successivo regime reazionario di Khomeini e del clero sciita.

Il Partito Socialista degli Operai dell'Iran nacque nel febbraio del 1979 in alternativa al Khomeinismo, su un programma classista e rivoluzionario. La repressione brutale del nuovo regime contro l'insieme del movimento operaio e della sinistra iraniana- incluso il partito stalinista del Tudeh che si era subordinato a Khomeini su dettato di Mosca- non risparmiò i trotskisti iraniani. Oggetto di persecuzioni, arresti, torture furono nuovamente costretti in larga parte all'esilio, dove continuarono la lotta. Altro che...”Khomeinismo...trotskista”!.

Ma il testo di Libero si proietta in altri voli pindarici: “Nel nuovo califfato (Isis), il trotzkismo di matrice khomeinista ha raggiunto la sua perfetta declinazione: i non musulmani sono considerati dai guerriglieri alla stregua del nemico di classe; l’internazionalismo, nato marxista, si è fatto islamico: i militanti hanno provenienze disparate in termini di nazione ed etnia; qualcuno arriva dall’Europa. Come accade ai rivoluzionari, dai giacobini in poi, anch’essi conoscono un solo linguaggio: il terrore.”

Qui l'unica perfetta declinazione è quella della demenza. A parte il fatto che il Khomeinismo iraniano è altra cosa dal panislamismo dell'Isis ( come sa qualsiasi osservatore di media cultura del Medio Oriente), occorre davvero una inesauribile stupidità provocatoria per assimilare un progetto internazionale socialista, interamente laico, fondato sull'uguaglianza e la solidarietà dei lavoratori e degli sfruttati, al di là di ogni confine e bandiera sciovinista, ad un progetto religioso integralista, fondato sulla discriminazione religiosa più fanatica, sostenuto e finanziato da settori di ricchissima borghesia araba, nemico giurato della classe operaia araba e internazionale come di ogni diritto democratico più elementare.
Il marxismo rivoluzionario, quindi il trotzkismo, si contrappone al sistema capitalistico, e a maggior ragione a ogni stato capitalista confessionale (Islamico o sionista), nella prospettiva storica di una democrazia socialista internazionale, senza sfruttati e sfruttatori, governata dai consigli dei lavoratori.
Ignoranza e stupidità non danno diritto alla calunnia. Sia essa stalinista o come in questo caso fascistoide. .



http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=4014

1 Goebbels nel 1933, venne chiamato a rivestire la carica di Ministro della Propaganda, e l'equivalente carica all'interno dello NSDAP come Reichsleiter, del primo gabinetto Hitler, carica che mantenne ininterrottamente fino alla sua morte e alla caduta del Terzo Reich.
Goebbels disse nella metà negli anni 30 : "che una menzogna, tanto più era grande tanto più facilmente poteva essere creduta”.

Marcel B.
esecutivo PCL

Ferguson. Un approfondimento

da Proletarier und Kommunisten

Le rivolte di Ferguson ci hanno colto di sorpresa, soprattutto per il grado di coscienza che hanno espresso e che continuano ad esprimere. Per chi ha seguito l’andamento della crisi sistemica, specie negli States, esplosioni di rabbia non erano così improbabili, anzi erano e sono inevitabili.

Ci hanno venduto di tutto sui riots di Ferguson, dalla rivolta razziale a quella contro la violenza poliziesca fino allo stato emotivo dei “cittadini” per il vile omicidio. Quello che nessun borghese vuole ammettere è che le rivolte di Ferguson sono l’embrione di rivolte anticapitaliste più mature.

Ci si potrebbe obiettare di aver tirato fuori la storia dell’anticapitalismo allo stesso modo in cui il mago tira fuori il coniglio dal cilindro, tuttavia pochi che conoscono l’attuale situazione economica delle masse americane (specie di quelle nere) avrebbero il coraggio di farlo.

IL RAZZISMO E’ FUNZIONALE ALLO SFRUTTAMENTO.

I riots di Ferguson sono divampati a seguito di un atto che ha una duplice natura : quella del razzismo e quella della violenza poliziesca. Lo stolto liberal-progressista vorrebbe ridurre le rivolte essenzialmente a questi due fattori ( o magari soltanto ad uno dei due) vedendo il razzismo e la violenza poliziesca come estranei alla società nel suo complesso.

Da marxisti, non possiamo non considerare questi due fattori come essenziali all’interno della società capitalista. Accentuati, oltretutto, dalla grave crisi economica che attanaglia il capitale. Abbiamo già messo brevemente in mostra come razzismo e capitalismo siano strettamente connessi, comunque è necessaria un’analisi più approfondita.

Lo sviluppo del capitalismo americano è strettamente legato allo sfruttamento razziale. Ci è impossibile partire dal principio, comunque è un dato di fatto difficilmente negabile.

Nella crisi sistemica, il capitale a causa di gravi problemi di valorizzazione accentua lo sfruttamento della forza-lavoro impiegata nella produzione e allo stesso tempo accresce le masse di disoccupati a causa dei licenziamenti e della distruzione di una consistente quantità di forze produttive. Gli agglomerati sociali che vivono ai margini del sistema crescono sempre più, sempre meno integrati in esso e a rischio continuo di povertà. Negli States gran parte di questi agglomerati sono composti da persone di colore. Un esempio è New York, dove la percentuale dei disoccupati neri è quattro volte più grande di quella dei bianchi (1).

La natura razzista del capitalismo americano, il quale lo ha utilizzato come fattore principale del suo sviluppo ( facilissimo sfruttare chi gode di diritti inferiori all’operaio bianco), è chiaramente esposta nelle sue mansioni di sfruttamento e marginalizzazione.

Vedere nel disoccupato cronico un potenziale delinquente è una delle prerogative che da sempre caratterizzano la borghesia bianca americana, se il soggetto sbattuto ai margini del sistema dai rapporti di produzione è nero, diventa il capro espiatorio di tutti i giustizialisti e sceriffi d’America, con o senza stella. Evidenziando una tradizione razzista che ha sempre giustificato in nome del profitto l’inferiorità delle masse di colore.

Allo stesso modo reprimere con la paura e la violenza poliziesca le comunità nere è il giusto deterrente alle loro aspirazioni di eguaglianza, al loro malessere sociale che non deve esprimersi all’interno della società. Questione razziale e di classe si fondono in una sola grande diseguaglianza.

Razzismo è capitalismo, violenza poliziesca è capitalismo, terrorismo e contenimento delle masse marchi di classi in lotta.


IL PROLETARIATO METROPOLITANO.

Continuiamo a dare i nostri soldi a questi bianchi, viviamo nelle loro case, e così non possiamo certo ottenere giustizia. Non c’è nessun rispetto. Sono sempre pronti a metterti alle strette se non paghi una bolletta … Non se ne può più. (2)

La composizione di classe che è emersa a Ferguson è molto interessante, riporta direttamente agli strati sociali che hanno incendiato la prateria in quel dei riots di Atene.

I “rivoltosi” sono composti in maggior parte da salariati, disoccupati colpiti dalla crisi, lavoratori sottopagati, giovani emarginati… una miscela sociale che unisce le varie categorie di sfruttati dal sistema, geograficamente concentrati negli agglomerati metropolitani, caratteristica mondiale al giorno d’oggi.

Possiamo definire questo proletariato metropolitano come la “massa del XXI secolo”, rigidamente determinata dalle trasformazioni in atto all’interno del sistema di produzione.

Le voci che correvano su e giù nei riots esprimevano gradi di coscienza che solo un pazzo ignorerebbe. Una donna invitava le bande di quartiere all’abbandono dello scontro fratricida per unirsi alle lotta contro la polizia :Dove sono i teppisti, eh? Dove sono le bande di strada quando ne abbiamo bisogno? (2)

e ancora :

È così che ci prendono i soldi: business e tasse, polizia che ferma e multa le persone, le porta in tribunale, le fa rinchiudere – questo è il modo in cui fanno i soldi a St. Louis. Tutto è questione di soldi a St. Louis. Così, se il loro flusso di reddito si interrompe, si organizzano… ‘noi mangiamo, voi morite di fame’, gentrification – ti mettono in un certo quartiere da soli e guardano se davvero muori di fame … Ma non succederà, non a St. Louis. (2)

La rete della lotta di classe si arricchisce di maglie sempre più strette, sempre più fitte, sempre più forti.

L’IMPORTANZA DEI RIOTS DI FERGUSON.

L’importanza che stanno rivestendo questi riots non è sottovalutabile. Come per piazza Syntagma, come per piazza Tahrir, come per piazza Taksim la pratica del riot di massa, espressione di disagio causato dal sistema, ha una centrale importanza nella lotta anticapitalista.

Le nuove pratiche i nuovi linguaggi delle masse nell’epoca della crisi sistemica evidenziano l’irriducibilità della lotta di classe, confermando ancora una volta e per sempre la validità dell’analisi marxista del capitalismo.

I riots di Ferguson sono espressioni di classe, di masse stanche dello sfruttamento. Lontano da dove si sta consumando la battaglia, questo, possiamo affermarlo con certezza : la lotta è di classe!


(1) Statistica americana sulla disoccupazione

(2) Voci nei riots di Ferguson

25 agosto 2014

Una rotonda per Karl Marx contro Comunione e Liberazione e contro il PD


Il Partito Comunista dei Lavoratori, a differenza di certa sinistra complice ed indifferente, contesta di principio la politica del Governo e del PD che non fa altro che continuare la privatizzazione dei servizi, precarizzare sempre di più il lavoro, finanziare la scuola confessionale e che oggi dedica una rotonda a Don Giussani.

La Compagnia delle Opere, e le cooperative collegate, sono un sostegno legalizzato allo sfruttamento senza principi del lavoro. Anche le fantomatiche “cooperative rosse”, vere e proprie imprese private, non hanno nulla a che vedere con il principio fondativo delle cooperative di inizio ‘900.

Triste ma prevedibile che la marcescenza del “Compromesso Storico”, o del “Secondo congresso di Salerno” che dir si voglia, emerga irrimediabilmente nel 2014 quando anche ex sindaci riminesi “comunisti” e “socialisti” (Zeno Zaffagnini, Massimo Conti, Marco Moretti, Giuseppe Chicchi) esprimono ”il debito di riconoscenza che la città ha nei confronti del sacerdote”: un debito (più economico che ideale) di riconoscenza per il tradimento degli ideali che il PCI ha metodicamente demolito, fino ad arrivare al “Bonaparte” Renzi, con i suoi ministri tanto giovani e rampanti quanto reazionari e conservatori, con atteggiamenti “moderni e rassicuranti”, ma con alle spalle la peggior cricca capitalista.

Tra pochi anni forse ci troveremo a intitolare rotonde a Don Inzoli o meglio “Don Mercedes” (condannato in secondo grado per abuso su minori) e ai tanti altri come lui, appartenenti al braccio spirituale del capitalismo.

La comunanza di intenti tra PD e CL dimostra che il compromesso storico continua: tutti questi individui, compresi il PD e suoi alleati, sono dalla parte degli sfruttatori.


NO ALLA SCUOLA CONFESSIONALE

NO ALLA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO
NO ALLE COOPERATIVE-AZIENDE
SI’ ALLA SCUOLA PUBBLICA E LAICA
SI’ AL LAVORO STABILE E SICURO
LAVORARE TUTTI LAVORARE MENO

21 agosto 2014

A 74 anni dall’assassinio di Leone Trotsky

CONTRO L'OPPORTUNISMO E IL REVISIONISMO SENZA PRINCIPI

La politica del partito di Léon Blum in Francia dimostra ancora una volta che i riformisti sono incapaci di apprendere dalle più tragiche lezioni della storia. La socialdemocrazia francese copia servilmente la politica della socialdemocrazia tedesca e si avvia alla stessa catastrofe. Per decine d'anni la II Internazionale si è sviluppata nel quadro della democrazia borghese, ne è divenuta parte inalienabile e va in putrefazione assieme ad essa.
La III Internazionale è entrata nella via del riformismo mentre la crisi del capitalismo aveva posto definitivamente all'ordine del giorno la rivoluzione proletaria. La politica attuale del Comintern in Spagna e in Cina -politica che consiste nello strisciare dinanzi alla borghesia "democratica" e "nazionale" - dimostra che neppure il Comintern è più capace di imparare qualcosa o di trasformarsi. La burocrazia che è diventata una forza reazionaria nell'URSS, non può avere una funzione rivoluzionaria sull'arena mondiale.
L'anarco-sindacalismo ha subito, nell'insieme, un'evoluzione dello stesso genere. In Francia la burocrazia sindacale di Léon Jouhaux è divenuta da tempo un'agenzia della borghesia tra la classe operaia. In Spagna l'anarco-sindacalismo si è sbarazzato del suo rivoluzionarismo di facciata non appena è sopraggiunta la rivoluzione, ed è diventato la quinta ruota del carro della democrazia borghese.
Le organizzazioni intermedie centriste, che si riuniscono attorno al Bureau di Londra, non sono che accessori "di sinistra" della socialdemocrazia o del Comintern. Hanno dimostrato la loro totale incapacità di orientarsi in una situazione storica e di trarne conclusioni rivoluzionarie. Il punto culminante è stato raggiunto dal POUM spagnolo che in una situazione rivoluzionaria è stato del tutto incapace di avere una politica rivoluzionaria.
Le tragiche sconfitte del proletariato mondiale da lunghi anni a questa parte hanno spinto le organizzazioni ufficiali verso un conservatorismo ancora maggiore e hanno portato d'altra parte i "rivoluzionari" piccolo-borghesi delusi a ricercare "nuove vie". Come sempre nei periodi di reazione e di declino, saltano fuori da tutte le parti gli stregoni e i ciarlatani. Vogliono rivedere tutto lo sviluppo del pensiero rivoluzionario. Invece di imparare dal passato, lo "rifiutano". Gli uni scoprono l'inconsistenza del marxismo, gli altri proclamano il fallimento del bolscevismo. Gli uni fanno ricadere sulla dottrina rivoluzionaria la responsabilità degli errori e dei crimini di coloro che l'hanno tradita; gli altri maledicono la medicina perché non garantisce una guarigione immediata e miracolosa. I più audaci promettono di scoprire una panacea e nel frattempo raccomandano di arrestare la lotta di classe. Molti profeti della nuova morale si accingono a rigenerare il movimento operaio con una cura omeopatica etica. La maggioranza di questi apostoli sono diventati invalidi morali senza mai essere stati sul campo di battaglia. Così, dietro la parvenza di nuove rivendicazioni, non si propongono al proletariato che vecchie ricette sepolte da tempo negli archivi del socialismo premarxista.
La IV Internazionale dichiara una guerra implacabile alla burocrazia della II e della III Internazionale, dell'Internazionale di Amsterdam e dell'Internazionale anarcosindacalista, come pure ai satelliti centristi: al riformismo senza riforme, al democraticismo alleato alla GPU, al pacifismo senza pace, all'anarchismo al servizio della borghesia, ai "rivoluzionari" che hanno una paura mortale della rivoluzione. Tutte queste organizzazioni non sono un pegno per l'avvenire, bensì sopravvivenze di un passato in putrefazione. L'epoca delle guerre e delle rivoluzioni le spazzerà via completamente.
La IV Internazionale non cerca né inventa alcuna panacea. Si mantiene fermamente sul terreno del marxismo, sola dottrina rivoluzionaria che permetta di comprendere quello che è, di individuare le cause delle sconfitte e di preparare consapevolmente la vittoria. La IV Internazionale si riallaccia alla tradizione del bolscevismo che ha indicato per la prima volta al proletariato come conquistare il potere. La IV Internazionale caccia via gli stregoni, i ciarlatani e i professori non richiesti di morale. In una società fondata sullo sfruttamento, la morale suprema è la morale della rivoluzione socialista. Buoni sono i metodi e i mezzi che elevano la coscienza di classe degli operai, la loro fiducia nelle proprie forze, la loro disposizione al sacrificio nella lotta. Inammissibili sono i metodi che ispirano agli oppressi il timore e la docilità di fronte agli oppressori, soffocano lo spirito di protesta e di rivolta o sostituiscono alla volontà delle masse la volontà dei capi, alla persuasione la costrizione, all'analisi della realtà la demagogia e la falsificazione. Ecco perché la socialdemocrazia, che ha prostituito il marxismo, e lo stalinismo che è l'antitesi del bolscevismo, sono i nemici mortali della rivoluzione proletaria e della sua morale.
Guardare in faccia la realtà, non cercare la linea di minore resistenza, chiamare le cose con il loro nome, dire la verità alle masse per quanto amara sia, non aver paura degli ostacoli, essere fedeli nelle piccole cose come nelle grandi, osare quando giunge l'ora dell'azione: queste sono le norme della IV Internazionale, che ha dimostrato di saper andare contro corrente e sarà sulla cresta dell'ondata storica che si avvicina.  

Il PCL a fianco dei lavoratori della Mare Spa

di Frecciarossa e Volodia

Il PCL sezione Romagna Domenico Maltoni manifesta il proprio pieno sostegno ai lavoratori della Mare Spa di San Mauro Pascoli, in lotta per salvare il posto di lavoro.

I lavoratori hanno rigettato il ricatto padronale e hanno presentato le proprie richieste, in un clima difficile, in cui non sono mancati anche episodi di razzismo (il 70% del personale della Mare è immigrato).

Ora come sempre il Partito Comunista dei Lavoratori si schiera al fianco degli operai che lottano contro chi vuole scaricare i costi della crisi capitalista sulle loro spalle e anche contro quella burocrazia sindacale (CGIL-CISL-UIL) che fa accordi sulla loro pelle, in perdita per i lavoratori e a vantaggio del padrone, firmando la cassa integrazione e poi la mobilità, avallando di fatto il licenziamento dei dipendenti senza un minimo di lotta.

Segnaliamo la cena e l’iniziativa per la costruzione di una cassa di resistenza e solidale in programma per sabato 23 agosto, ore 19.30 presso Casa Madiba Network.


Per informazioni: ADL Cobas

14 agosto 2014

L’unica voce del sentimento

di Rossosconclusionato

Ultimamente papapovero ha superato se stesso.
Ogni avvenimento o notizia sono stati da lui commentati e con grande riverbero generale sui media: “Fermatevi! Vi prego, fermatevi!", ha detto sulla guerra in Palestina.

Rivolto a chi? Ma a tutti naturalmente! Israeliani e palestinesi accomunati dal medesimo destino demoniaco, prede della violenza dell’uomo che si allontana da Dio. Come se la guerra si facesse per un insensato impulso, le cui origini non esistono in terra ma altrove, nell’imperscrutabile eterea lotta fra il bene e il male.

Più di mille morti palestinesi, in gran parte donne e bambini, bombardati nelle proprie case o nei luoghi dove pensavano di essere sicuri, come le sedi delle istituzioni internazionali. Poche decine di militari caduti israeliani. Uno per cinquanta, in confronto Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, era un moderato.

Ma papapovero non molla. Con quella sua vocina artefatta che trasuda ipocrisia ha gridato al mondo che laggiù, nella striscia di Gaza, in Iraq, in Siria, molti bambini vengono uccisi o feriti e molti altri rimangono senza genitori.

Lo ha detto come se queste cose le sapesse solo lui. Come se solo lui provasse qualcosa, come se il suo autoproclamato e indistinto dolore per vittime e carnefici, fosse l’unico sentimento possibile. Anzi…. l’unico ammissibile.

Ed è così in effetti, l’occidente filosionista, se ne frega dei bambini palestinesi, iracheni, siriani e delega al capo comico la rappresentanza ufficiale della tragedia.

Agli altri non resta che qualche funerale-fiaccolata, sempre meno partecipata, organizzata dai pacifisti. Tanto per dire: "Io non me ne sono fregato” e poi a casa con la coscienza a posto. La colpa è di quelli che non c’erano.

13 agosto 2014

Israele, antisemitismo, sionismo non sono solo responsabilità delle potenze occidentali

Non c'è antisemitismo più grande del sionismo.
La lotta contro l'odioso negazionismo fascista e antisemita dell'Olocausto richiede tanto più oggi il ripudio dell'altro negazionismo: quello della Nabka del 1948 e dei suoi crimini di guerra; quello della feroce pulizia etnica contro il popolo nativo di Palestina, da cui è nato lo Stato confessionale d'Israele con la copertura britannica e il sostegno (anche armato) di Stalin.

E' un diritto non conoscere la storia. Negarla e capovolgerla in funzione di un crimine è un crimine ancor più rivoltante. 1a
La questione dello stato d’Israele, la sua nascita e la sua formazioni trova radici e le relative responsabilità non solo nelle potenze occidentali (GB-USA), ma anche nelle Russia Stalinista.
Stalin, come è noto, per mantenere il suo potere ha sempre utilizzato ogni mezzo distorcendo la natura stessa del bolscevismo. Stalin ha cancellato la democrazia interna nel Partito Comunista Russa, ha epurato il partito dai suoi oppositori e non, ha ucciso milioni di comunisti, rinchiuso centinaia di migliaia di sinceri comunisti nei Gulag, ha sciolto la Terza Internazionale dopo averla piegata a mero strumento di diplomazia politica ecc. Ma non tutti sanno che quello che Lenin definiva “sciovinismo grande russo” ovvero la capacità di muovere sentimenti nazionalisti era un sentimento ben presente nel Segretario Generale del PCUS.

Negli anni venti, Stalin sta sgretolando (burocratizzandolo) il Partito Bolscevico e per fare questo utilizza ogni mezzo. Anche quello dell'antisemitismo.

Trotsky nel suo scritto "Termidoro e antisemitismo" scrive: Una lunga e persistente battaglia contro la religione ha fallito ad impedire che , ancora oggi, migliaia e migliaia di chiese, moschee e sinagoghe venissero affollate da gente supplichevole. La stessa situazione prevale nella sfera dei dei pregiudizi nazionali. La legislazione da sola non cambia le persone. I loro pensieri, emozioni e concezioni dipendono dalla tradizione, dalle condizioni materiali di vita, dal loro livello culturale ecc.
La battaglia contro l'opposizione rappresentava per la cricca dominante una questione di vita o di morte...
...dopo che mio figlio, Sergei Sedov, è stato accusato di tramare contro gli operai, la GPU ha comunicato alla stampa sovietica ed estera che il nome "reale" di mio figlio non è Sedov ma Bronstein...

Stalin, dunque, veicola i preconcetti religiosi di uno stato operaio contadino come l'URSS per sconfiggere gli oppositori della burocrazia. Sarà lo stesso per altri membri dell'opposizione. Zinov'ev e Kamenev, dopo Trotsky, furono tra i primi a subire gli effetti di questa squallida propaganda, in particolar modo durante il primo processo di Mosca.
...l'accanimento contro l'opposizione a partire dal 1926 assume spesso un completamente ovvio carattere antisemita. Molti agitatori parlavano sfacciatamente "Gli ebrei sono nulla".
Di fatto i nomi di Zinov'ev e Kamenev -scrive sempre Trotsky- sembrerebbero, sono più famosi dei nomi di Radolmilyskij e Rozenlfeld. Quali altri motivi potrebbe aver avuto Stalin di far conoscere il "vero" nome delle sue vittime, eccetto quello di far leva sugli umori antisemiti? Tale atto, privo della minima giustificazione legale, fu, come abbiamo visto, similmente compiuto sul nome di mio figlio.

Trotsky non si limita ad evidenziare l'antisemitismo di partito, ma va oltre e ne intravede gli effetti sulla popolazione:

Se tali metodi sono utilizzati nelle alte sfere, laddove la responsabilità di Stalin è assolutamente inquestionabile, allora non è difficile immaginare ciò che accade nel resto della società, nelle fabbriche e specialmente nei Kolkhoz...

Una battaglia che fino a pochi anni prima, con Lenin in vita, sarebbe stata inimmaginabile...
Stalin, quindi, per sconfiggere l’opposizione alimenta sentimenti antisemiti, senza scrupoli Stalin non si ferma davanti a nulla.
E’ vero anche che molti dei collaboratori di Stalin (gran parte di essi non hanno fatto una buona fine) fedeli e non pensanti erano di origine ebraica. Era ebreo Lazar Kaganovic “autorevole” membro del Presidium del partito comunista sovietico. Lo stesso vale per di Matvej Berman, braccio organizzativo dei Gulag stalinisti e Naftali Frenkel responsabile della costruzione del canale fra il Mar Bianco e il Baltico: opera dal valore della vita di circa 200.000 persone, parte di esse era di origine ebraica. Non si può dimenticare la moglie di Molotov (uomo più influente dopo Stalin negli anni 30) Polina Zhemchuzina di origine ebraica fatta deportare in gulag la quale veniva persa a servizio da Stalin per allacciare rapporti con personalità artistiche di provenienza ebrea.
Quindi Stalin era antisemita?
Stalin ha subito, senza dubbio, le pressioni antisemite. La scuola di teologia di Gori, nel seminario di Tiblisi il respirare, anche solo di rimbalzo, il sentimento ottocentesco della “giudeofobia” (che aveva caratterizzato la Russia Zarista dei pogrom) ha influito nella sua formazione politica.
Stalin sin dall’inizio della sua carriera politica si dovette scontrare con la questione ebraica e come sempre cercò di risolvere il problema in modo amministrativo e burocratico. Questo giustifica la ragione per cui inventò nel 1928 la Repubblica autonoma del Birobidzhan, nella Siberia orientale, un piccolo stato in cui la lingua ufficiale è l' yiddish, ma gli ebrei sono soltanto il 4% della popolazione che si compone di circa 75.000 persone.
Possiamo dire che comunque con certezza che Stalin mosse la sovrastruttura antisemita presente della Russia Sovietica cavalcandola per i propri fini politici

LA LUNGA MARCIA VERSO IL SOSTEGNO ALLO STATO D’ISRAELE
Al momento dell'invasione nazista nel territorio sovietico Stalin fece un gesto al mondo ebraico e il 24 Agosto del 1941 fu lanciato un appello per radio che cominciava con le seguenti parole:
"Ai nostri fratelli ebrei in tutto il mondo!"
Era un appello dal tono patriottico (L’internazionale stava per essere sostituita da un pessimo inno nazionalista) che chiedeva al popolo ebraico, quindi gli ebrei di tutto il mondo (vengono riconosciuti come un popolo) di unirsi agli alleati per combattere i nazifascisti e vendicare gli ebrei già uccisi. Sottoscrissero il testo personalità ebraiche che più tardi confluirono nel Comitato Antifascista Ebraico. Subito dopo la creazione del Comitato Mikhoels e Feffer (dirigenti del Comitato) vennero inviati in Gran Bretagna ed in Usa per raccogliere denaro per l'Armata Rossa ed i civili sovietici. Nel frattempo la diplomazia sovietica stava sviluppando la sua idea sulla questione Palestinese
IL sentimento di avversione verso le persone di religione ebraica non diminuì durante la guerra nonostante la rottura del patto con i nazisti (Ribbentrop e Molotov) l’antisemitismo strisciante era duro a morire…
Kruscev, allora primo segretario del Partito in Ucraina:
"Non è nostro interesse che gli ucraini associno il ritorno del potere sovietico con il ritorno degli ebrei". ( Schwarz "Yevrei v SS)
Stava maturando nelle mente di Stalin come poter utilizzare a proprio favore(ovvero per i propri privilegi di casta burocratica) la questione ebraica.
Un testo fondamentale che attraversa la storia del Partito Comunista Russo sulla questione “ebraica” e la creazione dello stato d’ Israele è il libro di Leonid Mlecin: ”L'invenzione del popolo ebraico” che attinge a tutta la documentazione ufficiale Sovietica: dal ministero degli Esteri russo alla Fondazione Internazionale Democratija
Mlečin, di indubbia simpatia sionista e stalinista, riporta in modo pulito e puntuale l’evoluzione di Stalin a sostegno della creazione dello stato d’Israele.
Dal 1941 in Urss era tornato sulla scena politica Maksim Litvinov, che era stato rimosso dall’incarico di ministro degli Esteri prima del patto Sovietico-Nazista (Molotiv-Ribbentrop) forse anche perché di origine ebraica. Litinov sosteneva che la questione Palestinese non poteva essere risolta senza che una delle due parti (arabi o ebrei) non ne fosse stata discriminata (posizione chiara e non ambigua).
La Russia di Stalin mirava al controllo della zona Palestinese e quando le potenze vincitrici (Usa, Urss e GB) del conflitto mondiale si misero al tavolo per discutere della questione Palestina, l’Urss tentò di avere un ruolo egemone, ma ben presto ripiegò dopo il rifiuto della GB a questa scelta su un’altra soluzione: affido congiunto della questione alle potenze vincitrici. Inizia nei fatti il blocco di alleanza diplomatica tra le potenze occidentali e Stalin.
Stalin nel sua più totale approssimazione politica era convinto che molti paesi occidentali in base alle loro contraddizioni interne avrebbero avuto dei problemi sociali. In base a questa miope valutazione Stalin spinse verso la nascita dello stato d’Israele pensando che tale stato potesse creare un duro smacco alla potenza Britannica. IL futuro stato d’Israele nato in Palestina potesse divenire un fidato alleato della “grande madre Russia”.
Oggi non ho più dubbi: lo scopo dei sovietici – scrisse Golda Meir – era estromettere l’Inghilterra dal Medio Oriente. Però, nell’autunno del 1947, durante il dibattito all’Onu, credetti che il blocco sovietico ci appoggiasse perché i russi stessi avevano pagato un prezzo spaventoso per la vittoria e, solidarizzando con gli ebrei che avevano tanto patito per mano nazista, comprendessero e riconoscessero il loro diritto ad avere uno Stato”. Nominata nel ’48 primo ambasciatore israeliano a Mosca, in seguito ministro degli Esteri e primo ministro, la Meir riconobbe il ruolo decisivo avuto dall’Unione sovietica nel fornire armi al giovane Stato ebraico sfidando l’embargo imposto da Usa e Gran Bretagna sulla vendita di armi ad Israele tra la fine del 1947 e l’inizio del 1948: “non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le armi e le munizioni comprate in Cecoslovacchia e trasportate attraverso la Jugoslavia e i Balcani, in quel terribile inizio della guerra. Nelle prime sei settimane potemmo contare sulle mitragliatrici e le munizioni che l’Haganah era riuscita a comprare nell’Europa dell’Est. Nonostante in seguito l’Urss ci abbia duramente avversato, il riconoscimento di Israele da parte sovietica fu allora importantissimo per noi” 1
Nel paese della Rivoluzione Russa montava pertanto l’ illusione che lo stato d’Israele potesse essere un importante pedina nella lotta geopolitica internazione, un’illusione del tutto erronea non solo perché tutti gli uomini, di origine ebraica, che avevano avuto un ruolo da protagonista nella formazione dello stato sionista erano tutti dichiaratamente anticomunisti, ma avevo anche delle non nascoste simpatie imperialiste.
La nascita di uno stato ebraico avrebbe risolto, secondo la concezione stalinista, il problema non indifferente delle centinaia di migliaia di profughi che c'erano allora in Europa.
Infine L’URSS sperava di ottenere i favori e il sostegno degli ebrei di tutto il mondo favorendo al creazione di uno stato ebraico.

Il 14 maggio 1948 fu proclamata la nascita dello Stato d’Israele da parte di Ben Gurion, il nuovo Primo Ministro del paese. La sua nascita venne subito riconosciuta da USA e Urss di Stalin. Si formalizzava così un altro punto importante, il problema del popolo palestinese.
Non ricordare nella situazione odierna le pesanti responsabilità di Stalin (la famosa politica reale di Stalin, lo Stalin del metodo comparativo, lo Stalin che non aveva scelta…sic!) alla creazione dello stato d’Israele sarebbe un fatto di cecità politica. Se oggi lo stato sionista porta avanti un massacro indiscriminato verso il popolo palestinese questo è anche dovuto all’empirismo stalinista. La burocrazia sovietica ha sempre mercanteggiato i principi dell’internazionalismo, della rivoluzione internazionale per il mantenimento dello statu quo. Ha utilizzato il movimento operaio internazionale come strumento di pressione internazionale verso le potenza occidentali, della liberazione dal capitalismo a livello mondiale non è mai importato nulla. 

PER UN’ALTERNATIVA ALLO STATO D’ISRAELE
Gli Stati coloniali nascono e muoiono nei tempi lunghi della storia. Nessun artificio, per quanto potente, può resistere alla prova della verità. Governi, potenze, imperi apparentemente indistruttibili ed “eterni” sono crollati . Così sarà prima o poi per il sionismo, col suo carico di orrore e di oppressione. Ma lo Stato sionista e i suoi fondamenti confessionali e razziali non moriranno per evoluzione spontanea, e tanto meno per mano delle diplomazie “democratiche” degli imperialismi alleati e complici. Possono essere rimossi solo per via rivoluzionaria. Sollevazione palestinese nei territori occupati, allargamento della rivoluzione araba contro i governi arabi borghesi, rivolta delle masse arabe israeliane all'interno di Israele, maturazione antisionista di un settore di classe operaia ebraica. Non è possibile prevedere con quali equilibri, combinazione, tempi e dinamica, questi diversi fattori entreranno in gioco. Ma, nella loro imprevedibile correlazione, sono questi i fattori decisivi di una sconfitta del sionismo da un versante storico progressivo. L'unica via possibile, per quanto difficile, per una Palestina unita, libera, laica, socialista, dentro una Federazione socialista del Medio Oriente.

L'alternativa non è la “democratizzazione” del sionismo, quella sì utopia senza futuro; né la “soluzione due popoli due Stati”, truffa filo sionista che copre unicamente da decenni la permanenza e l'aggravamento dell'oppressione; l'alternativa rischia di essere alla lunga uno sfondamento del fondamentalismo islamico tra le fila della giovane generazione palestinese, e in vasti settori del popolo arabo, assieme al rafforzamento congiunto di sionismo e antisemitismo di ritorno. Una spirale tragica non solo per il Medio Oriente e la nazione araba, ma per lo stesso movimento operaio d'occidente, già alle prese con lo sviluppo di un populismo reazionario senza precedenti nel dopoguerra.
Solo la corrente, il trotskysmo, del movimento operaio che si oppose allo stalinismo, ha oggi la titolarità politica e morale di rilanciare la prospettiva storica del disarmo rivoluzionario dello Stato d'Israele. Recuperando il patrimonio originario della battaglia intransigente antisionista di Lenin e di Trotsky. Mettendolo al servizio, innanzitutto, della giovane generazione palestinese ed araba, e dell'avanguardia della classe operaia internazionale..
1a) http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=3993
1 )http://geopoliticalnotes.wordpress.com/2009/01/20/l%E2%80%99urss-e-israele/
Marcel B.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI sez. Roma Marcel B.