iniziative in corso

Tesseramento 2015

Solo la rivoluzione cambia le cose.

Tesseramento 2015

Costruiamo il partito della rivoluzione!

Tesseramento 2015

Mai un passo indietro.

Tesseramento 2015

Licenziamo i licenziatori.

Tesseramento 2015

Solo la classe operaia può costruire l'alternativa.

2 maggio 2015

Foto dal corteo NoExpo - Milano, 1 maggio


Il primo maggio di Milano è tornato ad essere una giornata di lotta contro il capitalismo, questo è un primo risultato di cui bisogna andare fieri.
Quando il corteo si è immesso in via .... ci siamo subito resi conto che non si trattava di una consueta sfilata ma di una manifestazione combattiva, animata da migliaia di giovani studenti, di precari, di disoccupati ma sopratutto di una nuova classe operaia multietnica. Hanno sfilato insieme la minoranza CGIL, SCIOPERIAMO EXPO, i sindacati di base (Cobas, CUB, USB, USI) con migliaia di migranti del S.I. Cobas protagonisti negli ultimi mesi di lotte radicali ed esemplari nel settore della logistica in una veramente non retorica unità di classe tra sfruttati.































Sui fatti di Milano

La manifestazione No Expo del Primo Maggio a Milano ha visto la partecipazione di decine di migliaia di giovani. Giovani scesi in piazza per contestare, da versanti diversi, tutto ciò che Expo incarna, simbolicamente e materialmente: propaganda ipocrita della civiltà del profitto, speculazione selvaggia sul territorio, corruzione dilagante, infiltrazioni mafiose, super sfruttamento del lavoro e negazione dei diritti sindacali. A ciò si aggiunge la coreografia di un'autentica celebrazione di regime da parte del governo Renzi, interessato a fare dell'Expo non solo una leva promozionale del proprio successo d'immagine, ma un ulteriore strumento di rafforzamento del proprio legame coi poteri forti e i loro comitati d'affari: dentro il progetto di costruzione di una Terza Repubblica bonapartista che concentri nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.




L'operazione vandalico nichilista condotta da alcuni settori antagonisti ha procurato un danno profondo alla manifestazione. Un danno ben superiore al numero delle automobili (assurdamente) bruciate. Non solo ha colpito le riconoscibilità delle ragioni anticapitaliste del corteo e il loro potere di impatto sull'opinione pubblica dei lavoratori, ma ha consentito all'intero fronte delle classi dominanti e al loro Stato di rafforzare la pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell'Expo e del Giubileo, contro i diritti e le lotte del lavoro. La canea reazionaria senza freni che si è scatenata in queste ore sui fatti di Milano, dietro la bandiera della “punizione esemplare dei responsabili”, ha questo come obiettivo reale: un ulteriore giro di vite contro il conflitto sociale e i movimenti di massa.

Detto questo, e proprio per questo, non ci accodiamo, come altre sinistre, alla campagna isterica di criminalizzazione che il governo e l'apparato dello Stato hanno intrapreso. Non confondiamo gli idioti coi nemici. La nostra battaglia contro ogni forma di antagonismo nichilista muove da un versante di classe esattamente opposto a quello del governo e della repressione dello Stato. Muove dalla necessità di rilanciare un' opposizione di classe e di massa contro le politiche dominanti, contro la cancellazione dei diritti, contro i disegni reazionari e bonapartisti del renzismo. Muove dal sostegno incondizionato allo sciopero di massa dei tranvieri di Milano contro la lesione dei loro diritti sindacali. Muove dal sostegno alla lotta di massa dei lavoratori della scuola e degli studenti contro i nuovi colpi all'istruzione pubblica e ai diritti dei sindacati scuola. Muove dall'esigenza della ricomposizione delle mille vertenze del lavoro in un'unica vertenza generale unificante, capace di organizzare e far pesare la forza materiale di milioni di sfruttati. L'unica via di un'alternativa anticapitalista.

Il nichilismo distruttivo vive della propria auto rappresentazione dentro le regole del gioco della società borghese. Si accontenta in definitiva della nicchia del proprio immaginario. Non ha altra ambizione che l'emozione di un gesto. I marxisti rivoluzionari hanno un'ambizione ben più radicale: quella di una rivoluzione sociale anticapitalista che che riorganizzi la società su basi nuove. Quella di un governo dei lavoratori che rovesci la dittatura del profitto , liberando la società umana. Portare in ogni lotta il senso e le ragioni di questa prospettiva; sviluppare la coscienza politica della sua necessità contro ogni falsa suggestione riformista : questo è il senso della nostra politica, all'interno della classe operaia e in ogni movimento. Anche all'interno del movimento No Expo.

La lotta all'antagonismo nichilista nelle fila della giovane generazione è solo un risvolto di questa battaglia rivoluzionaria e di classe.

30 aprile 2015

PER UN PARTITO RIVOLUZIONARIO E DI CLASSE, IN ITALIA E NEL MONDO

Il Primo Maggio simbolo dell'unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.
Il Primo Maggio 2015 esordio dell'EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.
Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell'Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell'accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell'impatto dei cambiamenti climatici indotti dall'industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all'abbattimento dei costi da parte dell'industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo.

La vetrina dell'Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L'Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria (Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l'inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre (SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull'Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L'aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell'Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell'Expo (e del Giubileo) con l'imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l'articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull'Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell'opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un'alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All'aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L'esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere. Dall'altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Né si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta (occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c'è ricomposizione di un'altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un'altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell'avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori (renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all'ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l'antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un'alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l'unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l'unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.


L'esigenza di un'altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE ( Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

29 aprile 2015

Forlì 25 Aprile: la squallida piazza

Una lettera che volentieri pubblichiamo e una conseguente breve conversazione


Impressionante la micro-celebrazione del 25 aprile ieri a Forlì… Voi avete saputo cosa ha motivato una così penosa rappresentazione: assenza del palco, minuscolo assembramento al centro della piazza, pochissime sedie per le classi e cittadini, meno ancora i curiosi attorno, complessivamente una gran fretta a far presto?
Ne ho tratto un’impressione concreta dell’aria che tira, per di più rafforzata dalla visita successiva alla mostra fotografica sui forlivesi e la grande guerra che è un retorico esempio (compresa una intera sala, la più grande, dedicata a De Calboli, alla sua carrozzina e alle mazze ferrate dei "perfidi crucchi”…) di cosa non è più lecito fare vista anche la mole di studi che offrirebbero materiale per ben altre analisi.


Gabriele Turci

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Io sono arrivato in piazza mentre suonavano la canzone del Piave. Vengono in mente le solite cose, del tipo un popolo che perde la memoria del passato è un popolo senza futuro, ecc. Ma cosa altro aspettarsi da questa banda di farabutti in malafede? Noi (il PCL) abbiamo volantinato il nostro punto di vista: il tradimento della resistenza con un processo di revisionismo, prima sotteso e fuorviante e poi sempre più (con l'avvento della seconda repubblica) sfacciato e meramente liturgico. Un tradimento e un percorso già segnato fin dal dopoguerra quando i partigiani dovevano fare ore di anticamera per essere ricevuti dalle autorità, mentre gli ex fascisti venivano ricevuti subito.

Tutto sta nel solito concetto che ci divide (fra rivoluzionari e riformisti) e cioè la valutazione del valore progressivo della Costituzione che fu, secondo noi e in base ai fatti che oggi diventano esemplari, non il prodotto della resistenza nella sua accezione più nobile e storicamente maggioritaria (per una società senza padroni), ma il tradimento della medesima con la creazione di un involucro formalmente democratico a copertura del fatto che a comandare erano sempre gli stessi di prima.
Solo se si accetta questa tesi, sempre sostenuta dai rivoluzionari, vien meno lo sconforto che umanamente si prova di fronte a tali pubbliche manifestazioni di inquietante ipocrisia, ma piuttosto siamo spinti dalla ragione ad ammettere che coltivando l'orticello di Togliatti, Berlinguer e soci vari successivi (compresi i partitelli e movimenti centristi o opportunisti della cosiddetta sinistra radicale, pacifista e Costituzionalista), non si va da nessuna parte, sempre che si creda che non bisogna mollare e tenere la barra diritta senza il minimo tentennamento.
Se si pensa che nelle condizioni realizzatesi nel dopoguerra, in Italia e nel quadro internazionale, era oggettivamente quasi impossibile vincere e ciò nonostante " abbiamo dato del filo da torcere ai padroni", non può che emergere la consapevolezza che si può riaprire una nuova stagione per i "giusti" nel quadro della decadenza storica del capitalismo.
Certo! Ci vuole pazienza e una quasi sovrumana sopportazione.

Stefano Falai

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Piuttosto, non sarebbe opportuno cominciare a pensare di organizzare una celebrazione “altra” che segni decisamente il distacco da queste così ipocrite? Certo, proponendola per tempo, a quanti ci stanno, facendola fantasiosa, ma ferma, rigorosa e netta.


Gabriele Turci

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Certo! Sarebbe non solo doveroso nei confronti della Resistenza, ma decisamente opportuno politicamente.
Purtroppo queste idee vengono quando è tardi perché mi pare evidente che una cosa del genere andrebbe fatta il 25 aprile e, come giustamente dici, preparata per tempo; il che significa cominciare a lavorarci almeno due mesi prima.
Ricordiamocene per il prossimo anno.
Tuttavia, di tali opportunità, ricorrenze e argomenti per sputtanare pubblicamente questa banda di maramaldi ce ne sono e ce ne saranno a iosa, si tratta di cogliere quella più evidente e conveniente.
Lavoriamoci sopra nella consapevolezza che sarà dura risalire la china.

Stefano Falai

28 aprile 2015

SUL 25.

di Vercingetorix

Le celebrazioni per l’anniversario della Liberazione risentono purtroppo già da diversi anni, ma in modo particolare in questo 70esimo, della vuota retorica nella quale si svolgono e del clima reazionario del “volemose bene” che sta attraversando la politica e la società italiana. Il lungo percorso di ricollocamento al centro del Partito Democratico, già iniziato peraltro ai tempi del PDS, e accelerato bruscamente dalla prassi renziana, ha portato le istituzioni della Repubblica a modificare il contesto sociale di alcune delle più importanti ricorrenze civili del Paese.
Il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia del 1915, tragedia immane per le classi subalterne dei paesi del continente, ha reso ancor più evidente il disarmante quanto vuoto retaggio folkloristico di un paese incapace di fare i conti con sé stesso. La retorica tardo risorgimentale, l’irredentismo, le marcette, la “vittoria mutilata” sono tornate à la page in questo triste 2015, con Giorgia Meloni che chiama a raccolta gli italici fustacchioni il 24 maggio sulle rive del Piave. Peccato però che il confine tra Italia ed Austria-Ungheria nel ’15 fosse tracciato dal fiume Isonzo, mentre il Piave fu la linea in cui il Regio esercito si attestò dopo la celeberrima Caporetto.
La strada aperta inoltre dall’istituzione della Giornata del ricordo, con legge scritta ad hoc da ex MSI, che ha stravolto la narrazione storica del delicatissimo Fronte Orientale della Seconda Guerra mondiale, sdoganando la tanto cara immagine degli italiani “brava gente”, un po’ criminali di guerra ma non troppo in confronto ai cattivoni tedeschi, un po’ mandolino e olio di ricino, un po’ dediti alla pulizia etnica, alla denazionalizzazione, alla persecuzione delle maggioranze allofone e culturali in nome del re e imperatore e del duce ma in fondo bravi ragazzi su cui è piombato senza alcun apparente motivo il bruto “disegno annessionistico slavo” (cit. Giorgio Napolitano), ha disintegrato anche l’essenza del 25 aprile.
Il giorno della Liberazione è quindi diventato un giorno di ferie in cui il perbenismo e la mistificazione storica fanno bello sfoggio di sé. Non più la Resistenza, i liberatori, da una parte ed il Nazifascismo, i soggioganti, dall’altra, con una chiara connotazione morale e storica della guerra che li ha contrapposti, e delle opposte visioni del mondo che li hanno storicamente caratterizzati; bensì una pittoresca sfilata delle divise più orpellate a disposizione delle forze armate della repubblica. Una scampagnata di carabinieri, granatieri, artiglieri, paracadutisti e via discorrendo per le vie delle città. A Rimini c’era pure una simpatica delegazione dei Guardiani delle Reali tombe dei Savoia del Pantheon. Evidentemente la memoria mi difetta ed erro quando mi par di ricordare che il trono d’Italia fino al 1946 era occupato proprio da quei signori lì, i quali dopo aver sostenuto per vent’anni il fascismo e le peggiori avventure coloniali in Africa (nelle quali, per inciso, l’esercito italiano ha commesso una nutrita collezione di atrocità degne del più becero califfo) hanno cercato poi di recuperare un’ipotetica dignità scaricando Mussolini e consegnando il paese all’occupazione tedesca.
Il disegno politico è evidente: il tanto evocato Partito della Nazione ha bisogno di ridisegnare la narrazione storica e trasformarla in un limbo oscuro in cui nessuno ha colpe e tutti hanno meriti, in cui è esistita qualche entità cattiva che poi si è dissolta nell’aria, consegnandoci la meraviglia della Repubblica il cui fulgido figlio è il nostro nuovo capetto Renzi. Tutti belli, tutti buoni e tutti integri, innocenti e puri. Coi fascisti di oggi infatti bisogna parlare, perché la democrazia impone di “parlare con tutti”. E niente conflitti sociali, una bella nazione solida, dalla ferrea volontà e proiettata verso un futuro radioso, quella di Mussolini come quella di Renzi.

La realtà, ovviamente, è ben diversa dal quadretto che il Ministero della Propaganda ci consegna: il conflitto tra capitale e lavoro si inasprisce da un “act” all’altro e le parole d’ordine degli scioperi del marzo ’43 sono più attuali che mai: pane, pace e lavoro. Come sempre sta a noi non arrenderci alle derive interclassiste della narrazione renziana e al mito delle “riforme” che, guarda un po’, si declinano sempre in uno smantellamento dei diritti dei lavoratori e nell’erosione dello stato sociale.

27 aprile 2015

Fronte unico di lotta contro chi vuole riabilitare il fascismo

Quanto accaduto a Riccione in occasione del 25 Aprile va inserito in un contesto di generale riscrittura della storia: i liberatori diventano oppressori e i fascisti diventano le vittime.
Da quanto scritto dai giornali, anche la CGIL è stata presa di mira da questa ventata reazionaria, che non vuole vedere i simboli dell'antifascismo sventolare nelle piazze. Anche prima del 25 Aprile l'A.N.P.I. di Riccione è stata oggetto di un gravissimo affronto: la Sindaca Tosi ha preferito non coinvolgere l'associazione nell'organizzazione delle celebrazioni. Una straordinaria mancanza di rispetto nei confronti dei Partigiani che, con il loro sacrificio, hanno permesso oggi anche a politicanti come Tosi di diventare i portabandiera di inimitabili castronerie. L'anno passato anche la giunta di centro-destra di Bellaria-Igea Marina si è fatta carico di un altro grande atto di chiaro stampo a-fascista rimuovendo (a pochi giorni del 25 aprile 2014) il monumento alla Resistenza con la giustificazione che era in "stato di degrado".
Noi del Partito Comunista dei Lavoratori, come nostra tradizione, rilanciamo il fronte unico antifascista e lottiamo a fianco di ANPI e CGIL contro chi vuole cancellare la memoria o ancora peggio, con l'inganno di una falsa memoria condivisa, riscriverla per riabilitare il fascismo.

Antisionismo non è antisemitismo: facciamo chiarezza contro la manipolazione del giornalismo cialtrone

Di Leo Evangelista

A seguito delle contestazioni avvenute a Milano il 25 Aprile contro lo spezzone della Brigata Ebraica, come PCL ci sentiamo il dovere di fare alcune precisazioni, prima di ri-pubblicare l’articolo di Contropiano, puntuale ed esaustivo, sull’origine sionista della brigata ebraica.

Come Partito Comunista dei Lavoratori, in qualità di trotskisti e antistalinisti, siamo sempre stati contro le facili e mediocri contrapposizioni che si generano ultimamente ogni qual volta si parla di “questione palestinese”. Necessario è tornare molti anni addietro per fare chiarezza.

Nel 1939 si costituisce la sezione palestinese della Quarta Internazionale: per primi, e da soli contro tutte le fazioni contrapposte (e contro anche il Komintern oramai stalinizzato), rivendicammo uno stato unico laico e socialista che accogliesse, con pari dignità, palestinesi ed ebrei immigrati. Ma tutto ciò doveva nascere all’interno di una rivoluzione araba internazionale, che coinvolgesse tutte le nazioni del medio oriente in quel periodo in fermento contro l’imperialismo occidentale. Questo perché il comunismo in un solo paese non può esistere e la storia ne ha dimostrato tutte le sue deformazioni.

Purtroppo però il “naturale anticapitalismo e anticolonialismo” delle masse (senza distinzione di sorta tra ebrei, mussulmani e cristiani) è stato incanalato in un sentimento viscerale nazionalista. Anche il boicottaggio dei prodotti sionisti attuati da Egitto, Libia, Libano (in risposta a quello dei sionisti nei confronti dei prodotti arabi), non aiutarono minimamente le masse palestinesi, ma solo la classe dirigente araba che possedeva ancora un carattere prettamente feudale. Le famiglie di effendi, che esprimevano tutti i partiti palestinesi escluso quello comunista, fecero loro la voce di protesta delle masse utilizzandola per i propri interessi familistici .

Il 14 maggio 1948 nasce così lo Stato di Israele.

Non ci stancheremo mai, da marxisti rivoluzionari, di contrastare la risoluzione decisa a livello internazionale dalle potenze imperialiste la soluzione “due popoli due stati”, sostenendo che l’unica soluzione alla guerra, al conflitto ed alla pulizia etnica dei palestinesi è la realizzazione di un unico Stato Socialista e Laico, all’interno di un medio oriente socialista, libero dai colonialismi e dal feudalesimo confessionale dei governi amici dell’occidente. Lo Stato di Israele a fine ‘800 era un sogno visionario di qualche intellettuale, ricco sionista.

Nel 1948 era già una realtà e l’imperialismo, come la doppiezza delle potenze occidentale a braccetto con gli errori della dirigenza sovietica, ha portato adesso ad avere due popolazioni: una disarmata, segregata e bombardata da un altro Stato confessionale, quello di Israele, dove i cittadini arabi sono uomini e donne di serie B. Pertanto è possibile costruire un’altra società.

Riaffermiamo che non c’è peggior antisemitismo del sionismo, proprio dovuto al fatto che qualunque nazionalismo (confessionale o no) genera un opposto odio nazionale.

Contro ogni sciovinismo, contro ogni patriottismo, contro ogni guerra imperialista alziamo la Bandiera Rossa della Rivoluzione Mondiale.

La Brigata ebraica e il 25 aprile. Ma di cosa si sta parlando?


La Brigata sionista non ha nulla a che fare con il contributo che cittadini italiani ebrei hanno dato alla Resistenza, aderendo sopratutto alle formazioni partigiane Giustizia e Libertà e Garibaldi. Questo contributo ci fu, e fu molto significativo, sia in termini numerici, oltre 1.000 ebrei ebbero il certificato di partigiano combattente, cento i caduti (numeri elevati se si pensa che erano solo 43.000 i cittadini di razza ebraica censiti nel ‘43 dal regime fascista) sia per il ruolo di primo piano che essi ebbero a livello del CLN. Si pensi a figure come Leo Valiani, Emilio Sereni, Umberto Terracini. Si pensi ai sette ebrei italiani decorati di medaglia d’oro al valor militare, Eugenio Calò, Eugenio Colorni, Eugenio Curiel, Sergio Forti, Mario Jacchia, Rita Rosani e Ildebrando Vivanti [3]; si pensi a Leone Ginzburg.
La Brigata sionista ha tutt’altra genesi e la sua narrazione emerge solo di recente, dal 2004 in poi, quando rappresentanti della Brigata con le loro bandiere iniziano a partecipare alle manifestazioni del 25 aprile in Italia e vengono promosse tutta una serie di iniziative volte a celebrare il loro ruolo. L’obiettivo sembra essere quello di sostituire la narrazione reale, che ci riguarda direttamente molto meno gradita, evidentemente, perché collocata
politicamente e non più in linea con le posizioni odierne delle comunità ebraiche italiane.
Un tentativo di occupazione della memoria della Resistenza italiana. La Brigata sionista non comprendeva ebrei italiani, essendosi costituita nella Palestina del mandato britannico. Ne facevano parte ebrei provenienti dalla Palestina storica che sarebbe poi diventata l’attuale Israele e di ebrei  provenienti da altri paesi del Commonwealth britannico, Canada, Australia, Sud Africa e di ebrei di origine polacca e russa. Era composta da tre battaglioni di fanteria, da un reggimento di artiglieria, uno di genieri e da altre unità ausiliari per un totale di 5.500 unità.
Il corpo venne istituito nel settembre del 1944 [4] dopo una lunga trattativa fra i rappresentanti del movimento sionista, l’Agenzia sionista e il governo britannico, presieduto dal 1940 da Winston Churchill, governo inizialmente non favorevole alla costituzione di una unità militare esclusivamente ebraica. Fu ufficialmente chiamata Jewish Infantry Brigade Group.
Dopo un periodo di addestramento in Egitto e Cirenaica, il 31 ottobre 1944 la Brigata sionista fu imbarcata su due navi nel porto di Alessandria d’Egitto e trasferita in Italia al porto di Taranto. L’esercito inglese non volle che soldati ebrei provenienti dai territori del Mandato britannico in Palestina occupassero posizioni di rilievo nella Brigata, ma l’Haganah, gruppo paramilitare sionista organizzatosi negli anni ’20 in Palestina, creò all’interno della Brigata una sua struttura segreta di comando, che venne alla luce solo a guerra finita [5]. Nei due mesi successivi la Brigata continuò il suo addestramento in Irpinia per essere poi inquadrata, il 26 febbraio del ’45, nell’VIII Corpo d’Armata Britannico.
Il 1° marzo 1945 la Brigata fu schierata sulla linea del fronte nei pressi di Alfonsine in Romagna e combatté con le proprie insegne a fianco di unità italiane, la divisione Friuli del Corpo italiano di Liberazione, e della 3a divisione del Corpo di Armata Polacco. Partecipò a numerose operazioni militari a Riolo Terme, Imola, Ravenna. I 42 caduti riposano nel cimitero di Piangipane (RA). Per motivi di opportunità politica venne posta a riposo presso Brisighella, mentre la Brigata Maiella, il Gruppo Friuli e il Corpo polacco entravano a Bologna il 21 aprile del 45. L’apporto della Brigata sionista alla lotta di liberazione fu limitato al periodo che va dal 3 marzo ‘45 al 21 aprile del ‘45.
La storia della Brigata sionista non termina nell’aprile del ‘45. Il 2 maggio la Brigata venne dislocata nella zona di Tarvisio, dove si dedicò a due attività: il sostegno alla emigrazione clandestina di ebrei verso la Palestina e, secondo alcuni articoli di giornali locali, tratti da libri di storia della brigata pubblicati negli ultimi anni [6], l’operazione denominata NAKAM, Vendetta, la ricerca di criminali nazisti nascosti in Carinzia, prelevati e uccisi
sommariamente nei boschi del Tarvisano. L’operazione fu realizzata attraverso la costituzione, in seno alla Brigata, di cellule di 8-10 persone che agivano indipendentemente l’una dall’altra in tutta la Carinzia, fino al Tirolo orientale e anche a Vienna. Secondo la testimonianza resa nel 2009 da uno degli ultimi protagonisti, Chaim Miller, ebreo viennese, residente in Israele, in visita in Carinzia e nell’alto Friuli: “Ricevevamo indicazioni sulla presenza di ex nazisti dai partigiani iugoslavi. Di giorno facevamo sopraluoghi per localizzare le persone. La nostra uniforme britannica, distinta soltanto dalla stella di David su una manica, ci permetteva di attraversare il confine e di muoverci liberamente. La cattura delle persone avveniva però all’imbrunire. Bussavamo alla porta presentandoci come polizia militare. Invitavamo le persone ricercate a seguirci al comando per essere interrogate, ma anziché al comando le portavamo in Italia dove potevamo agire senza problemi. Raggiungevamo una baita in un bosco tra Tarvisio e Malborghetto, dove la persona fermata veniva interrogata da altri componenti della cellula. Se le accuse
trovavano conferma lo si fucilava sul posto, seppellendolo in una fossa che prima lo avevamo costretto a scavare” [7].
Il giornalista americano Howard Blum, corrispondente del New York Times e di Vanity Fair e vincitore di due premi Pulitzer, nel 2001 scrive un libro sulla Brigata ebraica e su questi eventi [8] e sostiene che una quarantina di uomini della Brigata abbiano preso parte a queste missioni uccidendo, in meno di 4 mesi, 125 tedeschi. I calcoli dei veterani fanno oscillare le esecuzioni fra 50 e 2009. In realtà l’Operazione Vendetta proseguì nella Germania occupata e in altri territori dell’Europa postbellica portando secondo stime alla eliminazione di 1.500 nazisti.
Per il sostegno dato ai numerosi profughi ebrei che dall’Europa centrale si dirigevano o transitavano dall’Italia per raggiungere la Palestina, la Brigata venne in contrasto con i comandi britannici che cercavano di evitare questa attività di supporto all’immigrazione clandestina. Per questo motivo, nella seconda metà dell’estate del ’45, la Brigata fu trasferita in Belgio e in Olanda dove rimase per circa un anno.
Nel luglio del 1946 a causa della tensione crescente in Palestina e del ruolo svolto dalla Brigata, il governo britannico decise di procedere al suo disarmo, alla sua smobilitazione e al rimpatrio degli ebrei nei loro paesi d’origine. Molti dei 5.500 soldati della Brigata sionista provenivano dall’Haganah [10], altri vi aderirono al rientro in Palestina. L’Haganah, nel 1947-1948, insieme all’Irgun e alla banda Stern, fu protagonista della pulizia etnica della
Palestina. Il 29 maggio 1948 a due settimane dalla proclamazione dello Stato di Israele, l’Haganah si trasformerà nelle Forze armate dello Stato di Israele, Tsahal o anche IDF. E trentacinque membri della Brigata sionista diventarono generali di Tsahal.
La Brigata sionista e il 25 aprile del 2004, “una giornata memorabile”
Sul sito http://www.amicidisraele.org/brigata04.htmsi si può leggere l’articolo Brigata Ebraica: una vittoria culturale dell'ADI, del quale riportiamo alcuni stralci:
“Il 25 aprile 2004 è una giornata che noi soci ADI stenteremo a dimenticare. Da anni eravamo stanchi di partecipare (come singoli individui) ai festeggiamenti della Liberazione circondati da bandiere palestinesi. Due anni fa poi, il nostro Segretario Generale Davide Romano lanciò l'idea, subito accolta, di partecipare come ADI alla manifestazione del 25 aprile sotto le insegne della Brigata Ebraica.
Solo l'anno scorso però riuscimmo ad avere i fondi (sic!) per comprare uno striscione degno di tale nome; ed i primi risultati di visibilità, oltre che di dibattito storico, si iniziarono ad intravedere.
Per noi Amici d'Israele era importante qualificarci in maniera diversa: in primo luogo per ricordare gli eroi della Brigata Ebraica ma anche, ed è inutile nasconderlo, per non farci annoverare tra la massa dei manifestanti antiamericani o antisraeliani (o filoarafat, e quindi contro una democrazia palestinese)... Il successo della manifestazione, per il quale dobbiamo ringraziare tutti i partecipanti, è stato però più rilevante dal punto di vista culturale che dal lato delle presenze...Dal lato culturale infatti, siamo riusciti come ADI - in soli 2 anni - ad imporre all'attenzione dei mass-media e del dibattito culturale la questione (della Brigata) Ebraica. Non solo: se vi soffermate sulla scritta riportata sullo striscione potrete notare la scritta: "Brigata Ebraica. Anche loro, 5.000 sionisti, liberarono l'Italia".
L'utilizzo del termine "sionisti" è stato scelto con cura. Con tale messaggio infatti, abbiamo già voluto introdurre la prossima battaglia culturale: quella dello "sdoganamento" del sionismo. Crediamo infatti importante, nei prossimi anni, spiegare agli italiani che il sionismo è un ideale alto, nobile e giusto, al contrario di quanto sostengono le forze politiche di estrema destra e di estrema sinistra - oltre che diversi intellettuali - che lo riducono ad un movimento "colonialista" o "razzista"...Finché infatti il termine sionismo non tornerà ad avere diritto di piena cittadinanza nel dibattito politico e culturale, riteniamo che l'esistenza di Israele - che su esso si fonda - sarà sempre messa in discussione e delegittimata.
ADI - Associazione Amici d'Israele Onlus”
Immancabile il coro dei media più importanti, sul Corsera [11] del 26 aprile, si poteva leggere:
MILANO - «Contro il nefando nemico torna finalmente lo spirito dei Maccabei. I nostri chayalim (soldati, ndr) compongono l' esercito di un popolo disarmato, non imperialista, nazionale ma non sciovinista: l'esercito più democratico del mondo». Così scriveva, in una lettera ingiallita e ora custodita dai familiari, Yacob Levin, arruolato a Napoli nel '44 come traduttore e medico, nella Brigata Ebraica, e poi rinchiuso nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia. L'«esercito più democratico del mondo», composto da cinquemila ebrei sionisti che si arruolarono da volontari con gli inglesi e combatterono in Italia contro l'esercito tedesco. I superstiti di quella pagina rimossa della storia sono pochissimi, quasi tutti in Israele. La Comunità ebraica di Milano ha deciso di ricordarli nel giorno della Liberazione e così ieri, tra tricolori, bandiere arcobaleno, vessilli palestinesi e iracheni, ha sfilato, per la prima volta in un 25 Aprile, anche la «Brigata Ebraica». Una scelta che è un modo per riappropriarsi del passato ma anche per difendersi da quella che il portavoce della Comunità, Yasha Reibman, considera «un'intollerabile commistione. Che ci stanno a fare quelle bandiere palestinesi, irachene, cubane? Proprio loro, cosa c' entrano con la libertà?
L'associazione tra partigiani e terrorismo è pericolosa e rischia di legittimare l'equazione Israele uguale nazismo, che uccide la memoria di quanti hanno combattuto per la nostra libertà e falsifica la storia». Qualcuno grida «Ringraziate Sharon». Replica Reibman: «Magari ci fossero stati Sharon e Israele, allora»... Da Israele, ora, Giacomo Foà sente l' eco delle polemiche. E non capisce: «E' tutta una confusione. Cosa c'entra l' Iraq? Cosa c'entrano i palestinesi? La Resistenza, i partigiani, la Liberazione erano un'altra storia. Non si può fare un parallelo, è assurdo».
Non è mancata qualche voce critica: il 25 aprile del 2009 Gad Lerner scriveva: “Voglio esprimere in anticipo il mio disagio per l’uso e l’abuso politico dello striscione della Brigata sionista. Il primo a dichiarare che marcerà dietro a tale striscione è stato Guido Podestà, eurodeputato e candidato del PdL della provincia di Milano. A seguire altri esponenti del centrodestra. Si tratta di un abuso e di una invadenza postumi di cui gli ebrei per primi dovrebbero sentire la bassezza. Si vuole piegare quel simbolo a una parte politica e contrapporlo alla presenza altrui” [12].
Ma immediatamente ne fa ammenda: “Mi sono sbagliato, per fortuna, Esausto ma contento, torno ora da una manifestazione del 25 aprile enorme e serena, turbata solo da qualche prevedibile ma sciocca contestazione a Formigoni. Sono lieto di essermi sbagliato, e voglio scriverlo subito. La Brigata Ebraica ha ricevuto i saluti rispettosi di tutte le componenti politiche, compreso Ferrero di Rifondazione. Dietro alle bandiere israeliane e americane ho incontrato il candidato Pdl alla provincia, Guido Podestà. Gli ho stretto la mano. Le strumentalizzazioni che temevo non sono avvenute. Resta la mia impressione di un uso strumentale di quella presenza ebraica nel corteo, meno male che nessuno è caduto nella trappola.
Stavolta sono stato troppo pessimista”, Gad Lerner, 25 aprile 2009,http://www.gadlerner.it/2009/04/25/mi-sono-sbagliato-per-fortuna
La Brigata sionista e il Brand Israel
L’operazione condotta dalla Comunità ebraica di Milano, seguita successivamente dalle altre comunità, è uno dei tanti modi con i quali si vuole stravolgere la storia, è una delle tante iniziative con le quali si vuole sdoganare il sionismo e imporne una visione positiva e salvifica. Una ulteriore operazione di memoricidio dei palestinesi. Una operazione che nulla ha a che fare con la Resistenza italiana contro il fascismo e il nazismo, una operazione che costituisce un vulnus alla coscienza civile e democratica del paese.
Una anticipazione del progetto del Brand Israel, basato sulla menzogna e sulla manipolazione delle menti. A pochi mesi dall’operazione Margine Protettivo, dell’ulteriore massacro nella Striscia di Gaza, le bandiere del colonialismo di insediamento sionista non dovrebbero essere presenti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quelle stesse forze di polizia, protagoniste a Genova nel 2001, saranno pronte a proteggerle.
Ma verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.
Note:
[1] A. d’Orsi, La rimozione nascosta della memoria, “il Manifesto”, 10 aprile 2015.
[2] P. Bevilacqua, Il 25 aprile con i palestinesi , “il Manifesto”, 14 aprile 2015.
[3] M. Sarfatti, Ebrei e partigiani. Una storia da scrivere, “L’Unità”, 13 gennaio 2008.
[4] Il contributo della Brigata ebraica nella campagna d’Italia, 1943-1945,http://www.museofelonica.it/doc/stampa/Sermidiana/feb08.pdf.
[5] J. Paraszczuk, ‘We proved to the world that we can fight’, The Jerusalem Post, December 3, 2010,
http://www.jpost.com/Local-Israel/Tel-Aviv-And-Center/We-proved-to-the-world-that-we-can-fight.
[6] M. Di Blas, Operazione Vendetta: nei boschi di Tarvisio criminali nazisti giustiziati dalla Brigata ebraica, “Il Giornale del Friuli”, 30.5.2009; M. Di Blas, Operazione vendetta nei boschi di Tarvisio, “Il Messaggero Veneto”, 30.5. 2009; A. Cesare, Fare chiarezza su quelle esecuzioni, “il Messaggero veneto”, 31.5.2009
[7] M. Di Blas, cit., “Il Giornale del Friuli”, 30.5.2009.
[8] H. Blum, La Brigata. Una storia di guerra, di vendetta e di redenzione, Net 2005, tradotto da: The Brigade: An Epic Story of Vengeance, Salvation, and World War II, (2001) New York: HarperCollins, [9] G. Di Feo, La Brigata ebraica che continuò la guerra mondiale, “Corriere della sera”, 27 aprile 2000,http://archiviostorico.corriere.it/2000/aprile/27/Brigata_ebraica_che_continuo_guerra_co_0_000427313.shtml.
[10] L’Haganah è stata una formazione paramilitare sionista costituita negli anni Venti a difesa dei coloni ebrei. Nel 1936 l'Haganah mise in campo 10.000 uomini pronti alla mobilitazione, a fronte di 40.000 riservisti. Durante la Grande Rivolta Araba del 1936-1939, partecipò attivamente alla protezione degli interessi ebraici e alla repressione degli insorti arabi, http://it.wikipedia.org/wiki/Haganah.
[11 A. Trocino, VENTICINQUE APRILE IL RUOLO DEGLI EBREI - «Quest' anno anche noi». Sfila la Brigata ebraica”, “Corriere della sera”, 26 4.2004http://archiviostorico.corriere.it/2004/aprile/26/Quest_anno_anche_noi_Sfila_co_9_040426017.shtml.
[12] Gli abusatori della Brigata Ebraica di Gad Lerner, sabato, 25 aprile 2009, http://www.gadlerner.it/2009/04/25/gli-abusatori-della-brigata-ebraica

Bibliografia:
Romano Rossi, La Brigata Ebraica. Fronte del Senio 1945, Imola, Corso Bacchilega, 2005.
Howard Blum, La Brigata. Una storia di guerra, di vendetta e di redenzione, Net (collana storica), 2005.
F.Bonaiuri, V.Maugeri, La Brigata Ebraica in Emilia-Romagna, De Luca Editori d'Arte, 2005.

26 aprile 2015

Orgogliosamente in piazza con falce e martello, contro i fascismi vecchi e nuovi

Apprendiamo con “stupore” della polemica innescata dal capogruppo di Forza Italia Ragni, scandalizzato dalla presenza in piazza di alcuni esponenti del Partito Comunista dei Lavoratori con le proprie bandiere.
La festa della Liberazione, con buona pace di Ragni e di tutti coloro che vorrebbero riscrivere la storia, non è una sagra di paese né una vuota occasione istituzionale, è una festa intrinsecamente politica, che commemora i partigiani caduti nella lotta contro il nazifascismo, molti dei quali proprio comunisti. Pertanto, aggrediti e aggressori, oppressi e oppressori, partigiani e fascisti non sono e non potranno mai essere sullo stesso piano. Da sempre le bandiere di partito sono presenti a questa ricorrenza, (noi eravamo presenti a Forlì, Cesena e Rimini, insieme alle bandiere di vari soggetti politici…), o perlomeno le bandiere di quei partiti che non si vergognano di proclamare il proprio antifascismo.

Vietare le bandiere con i simboli sotto cui hanno combattuto gli stessi partigiani, in una manifestazione autorizzata per di più, è una proposta inquietante che dovrebbe fare indignare chiunque conosca il significato della Resistenza e della Liberazione.

È altrettanto inquietante che Ragni prenda invece le difese degli autodichiaratisi “fascisti del terzo millennio” di Casa Pound, alleati con il partito xenofobo di Salvini, giustamente e pacificamente contestati in occasione di un’assemblea “pubblica”.

Il clima che si respira nella nostra e in altre città è effettivamente preoccupante: nonostante si siano rese protagoniste di pestaggi e aggressioni (come a Cremona), le organizzazioni neofasciste stanno conquistando spazi di agibilità davvero preoccupanti. Siamo ancora più convinti che i valori dell’antifascismo e della Resistenza siano da tenere vivi tutti i giorni: davanti ai neofascismi che alzano la testa, davanti a istituzioni occupate a smantellare le conquiste dei lavoratori, davanti a forze politiche che esultano alla morte dei migranti, ci troverete in piazza ogni 25 aprile. E ogni altro giorno del calendario. Ora e sempre Resistenza.

Il PCL in piazza a Forlì, Rimini e Cesena per la Liberazione dal nazifascismo

A Forlì....




A Cesena...



A Rimini...


Ma anche ognuno da casa sua!!!!