"LAVORARE PER IL MONDO" n°2: Sull'espressione "dal basso"
Pubblichiamo un articolo del compagno Gianfranco Pala tratto dalla rivista "La contraddizione", numero 139 (www.contraddizione.it)
TRAVOLTI DALLE FRANE: “DAL
BASSO”
uno slogan privo di coscienza
marxista
__________________________________________
Una volta che si è visto chiaro nei rapporti interni
del tracollo,
tutta la fede teorica sulla necessità dello stato di
cose attuale crolla,
prima che tale rovina abbia luogo nella pratica.
C’è qui dunque un interesse assoluto delle classi
dominanti
a perpetuare questa confusione vuota di pensiero.
Il disgraziato
non vede che, anche se nel mio libro non vi fosse
nessun capitolo sul “valore”, l’analisi dei
rapporti reali, data da me,
conterrebbe la prova e la dimostrazione del reale
rapporto di valore,.
Altrimenti perché sarebbero pagati i sicofanti
ciarlatani, che non
hanno alcun’altra argomentazione scientifica da far
valere se non
affermare che in economia politica è assolutamente
vietato pensare!?
[Marx, lettera
a Ludwig Kugelmann, 11 luglio 1868]
Ancora in tempi
recenti è tornato presuntuosamente alla ribalta, con una
spocchia prepotente degna di ben altre e articolate argomentazioni,
lo slogan “dal basso”. Questa non è altro che una frase politica
solo pubblicitaria e quasi priva di senso, se detta isolatamente e
non invece in una connessione dialettica con la parola d’ordine
“dall’alto”. In effetti quello slogan citato per primo si è
diffuso del tutto malamente come se esso potesse rappresentare
il “massimo di democrazia”, di contro all’invadenza e alla
corruttibilità – presuntivamente attribuite alla burocrazia, e non
alle reali cause profonde della crisi politica – delle dirigenze
dei “partiti” borghesi, o di quelli modellati in pratica a loro
immagine. Il problema è come si possa parlare realmente di
democrazia in fasi storiche in cui occorre coscienza dei
rapporti di proprietà esistenti, mentre ci sono rigurgiti del
fascismo. Senza tali conoscenze la “vecchia” politica
preesistente – il fascismo, il nazismo, il new deal
guerrafondaio, razzisti “perbene” e “cacciatori di streghe”,
di sicuro globalmente anticomunisti – torna sempre a galla. “Grossi
ratti sgusciano da vicoli in sfacelo, seguendo in massa questo
corteo: Viva la libertà – squittiscono – sì, libertà e
democrazia!”, scriveva Brecht nel 1947 nella Germania nazista
distrutta, ricordando il rogo dei libri e il patto di Monaco del
1938. Lui rappresentava quei topi di fogna – ogni stato borghese sa
bene chi furono ieri e chi dopo e ancora oggi in chi siano
raffigurati – come esponenti di oppressione, malattie, inganno,
stupidità, omicidi e rapine, che perciò stridono pur
cianciando di “libertà e democrazia”.
Senonché la pretesa sempre
risorgente di supporre di ripartire unilateralmente, senza unità
contraddittoria, dal basso, ipotizzando di dar-voce-a-tutti è
decrepita e malamente abusata. Non occorre risalire alle epoche
preborghesi, e per noi basta rifarsi alla critica marxista del modo
di produzione capitalistico. Abbiamo rammentato più volte quanto
scriveva Marx ad Annenkov, nel 1846: “rivolgersi ai lavoratori
senza possedere idee rigorosamente scientifiche e teorie ben concrete
significa giocare in modo vuoto e incosciente con la propaganda,
creando una situazione in cui da un lato un apostolo predica,
dall’altro un gregge di somari lo sta a sentire a bocca aperta; un
simile gesto avrebbe affossato il movimento e gettato i lavoratori
tra le braccia dei capitalisti, invece di conquistarli. Finora,
infatti, nulla è stato realizzato se non fracasso ed esplosioni
improvvise e dannose, se non iniziative che condurranno alla completa
rovina la causa per la quale ci battiamo. L’ignoranza non ha mai
giovato a nessuno!”.
Ora appare con evidenza che
questi ammonimenti marxiani sono stati completamente dimenticati.
Pertanto con sempre maggiore entusiasmo i “marxisti” – i
“murksisti” per dirla con Brecht, non essendo in effetti marxisti
– si sono buttati su atteggiamenti, parole, e parole d’ordine
populistiche di altra tradizione. È così che la tendenza anarchica
e anarco-sindacalista – fin alle sue manifestazioni
individualistiche conservatrici, se non reazionarie – sia approdata
oggi prevalentemente, come si vedrà, quale “autonomia”, se mai
“operaia”. Ma essa è stata ripresa ineffabilmente da alcune
componenti formalmente marxiste o pure comuniste – avvinghiate
all’ambizione di voler rappresentare la “base” contro il
prepotere delle dirigenze, vero o presunto – in nome della lotta
alla “burocrazia”. Ma una tale burocrazia che, laddove ci sia e
sicuramente c’è, è vista come un fenomeno che ha radici
originarie, e non che invece dipende essa stessa dalla “impotenza
del potere in un momento in cui è possibile non la realtà ma solo
la parvenza di governo, con vecchi partiti evanescenti” [Marx].
Già nella Critica della
filosofia hegeliana del diritto, Marx aveva scritto che “il
potere governativo non è nient’altro che
l’amministrazione,"burocrazia". La burocrazia
ha come primo presupposto l’autogoverno della società
civile [ossia borghese, secondo Marx] in corporazioni.
La burocrazia si fonda sulla separazione dello stato e
della società civile, e presuppone lo "spirito di
corporazione". Le corporazioni sono il materialismo della
burocrazia, e la burocrazia è lo spiritualismo delle corporazioni.
Il medesimo spirito che crea nella società la corporazione, crea
nello stato la burocrazia. Se prima la burocrazia ha combattuto
l’esistenza delle corporazioni per far posto alla propria
esistenza, ora essa cerca di mantenere a viva forza l’esistenza
delle corporazioni per salvare lo spirito corporativo, il suo
spirito. La burocrazia è il formalismo di stato della
società civile. Essa è la "coscienza dello stato", la
"volontà dello stato", la "forza dello stato",
in quanto è una corporazione. La burocrazia è forzata a
proteggere l’immaginaria generalità dell’interesse
particolare, lo spirito di corporazione, per proteggere
l’immaginaria particolarità dell’interesse generale, suo
proprio spirito: lo stato deve essere corporazione, finché la
corporazione vuol essere stato”.
Perciò Marx conclude questa
definizione e genesi constatando che “la burocrazia, in quanto
corporazione perfetta, ha la vittoria sulla corporazione,
burocrazia imperfetta. La burocrazia è lo stato immaginario accanto
allo stato reale. La burocrazia si pretende ultimo scopo dello stato.
Lo spirito generale della burocrazia è il segreto. I
"delegati governativi" sono la vera rappresentanza politica
non della ma contro la società civile. La polizia, i
tribunali e l’amministrazione sono delegati dello stato per
amministrare lo stato contro la società civile. Mediante questi
"delegati" l’opposizione non è soppressa, ma è divenuta
opposizione legale, fissa. L’opposizione è fissata”.
Le circostanze per riprendere in
séguito e sistematicamente, dunque, l’analisi della genesi
materiale della burocrazia – e rispetto a ciò della critica
dimidiata di essa attraverso il ricorso a un populismo spontaneo, cui
il peso del potere stava diventando sempre più insopportabile ma
privo di coscienza di classe – furono offerte a Marx dal colpo di
stato di Napoleone iii. Anche allora il potere dello stato era
centralizzato, con esercito, polizia, burocrazia, clero e
magistratura, e aveva con il governo il controllo del parlamento: lo
stato “sotto il controllo diretto delle classi possidenti, diventò
una fabbrica di enormi debiti nazionali e di imposte schiaccianti;
con l’irresistibile forza di attrazione dei posti, dei guadagni e
delle protezioni esso diventò il pomo della discordia tra le
frazioni rivali e gli avventurieri delle classi dirigenti. A misura
che il progresso dell’industria moderna sviluppava, allargava,
accentuava l’antagonismo di classe tra il capitale e il lavoro,
il potere dello stato assumeva sempre più il carattere di potere
nazionale del capitale sul lavoro, di forza pubblica organizzata per
l’asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di
classe, un regime di terrorismo di classe aperto e di deliberato
insulto della "vile moltitudine", poteri di repressione
sempre più vasti”. Così poté svuotare la forza della società –
l’una dopo l’altra, politica popolare e parlamentare – di tutti
i suoi mezzi di difesa contro l’esecutivo. “La distruzione della
macchina statale non metterà in pericolo la centralizzazione. La
burocrazia non è che la forma bassa e brutale di una
centralizzazione che è ancora inficiata del suo opposto, del
feudalismo” [Marx, Il 18 brumaio; per quest’ultima frase
cfr. solo la prima edizione del 1852].
Dunque nella “presa di
possesso di questo colossale edificio dello stato, la burocrazia era
soltanto un mezzo per preparare il dominio di classe della
borghesia, fu lo strumento della classe dominante”. Lo stato
sembrava aver acquistata piena autonomia; la macchina dello
stato si era talmente consolidata di fronte alla società civile, che
fu per essa “sufficiente avere alla testa un cavaliere d’industria,
innalzato sugli scudi dalla soldatesca ubriaca, comprata con
acquavite, salcicce e salame. Un’enorme burocrazia, il dominio dei
preti come mezzo di governo, la preponderanza dell’esercito,
maneggi di borsa, ecc: la parodia dell’imperialismo era
necessaria per elaborare nettamente il contrasto tra lo stato e
la società”. Anni dopo, commentando La guerra civile in
Francia, Marx per il secondo impero dello stesso Napoleone iii,
“il piccolo”, ebbe facilità a osservare come “la speculazione
finanziaria celebrò delle orge cosmopolite; la miseria delle masse
fu messa in rilievo da un’ostentazione sfacciata di un lusso
esagerato, immorale, delittuoso. Il potere dello stato,
apparentemente librato al di sopra della società, era in pari tempo
lo scandalo più grande di questa società e il vivaio di tutta la
sua corruzione. La sua decomposizione, e la decomposizione della
società che esso aveva salvato, vennero messe a nudo”: poté
perciò dire che “l’imperialismo è la più prostituita e
l’ultima forma del potere di stato”.
L’opposizione
è una “ribellione degli scheletri”,
notava Antonio Labriola, Per una democrazia militante. Ancora
oggi è così. “Ma perché non viene fuori un’opposizione
seria, positiva? La camera è forse una riunione di impiegati o deve
finire per essere una burocrazia, capace solo delle rivolte?”. Ecco
come debba essere analizzata, dunque, la genesi storica –
l’ontogenesi dello sviluppo (o per meglio dire l’inviluppo) dello
stato borghese in rapporto alla società che lo integra – della
burocrazia: ossia non rabbassandola a mero slogan, ma cercando
di capire l’origine nell’involuzione di un corpo sociale
quale organismo vivente. L’impotenza di tutti i “vecchi”
partiti (e tra essi il partito comunista non c’è neppure
più, nonostante gli innumerevoli specchietti su cui rimirarsi e
arrampicarsi, disposti da altrettanti gruppuscoli sedicenti
“comunisti” o giù di lì) non si sconfigge con l’ignoranza
ma con la politica come scienza.
“Guai a chi si perde nei vuoti
giri di parole: parolaio! – spiegava Marx a Lafargue intorno al
1865 – Odiare a morte i politicanti da strapazzo e la loro
ciarlataneria. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i
pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare! Mentre altri
architettano piani per sovvertire il mondo e giorno dopo giorno, sera
dopo sera s’inebriano con l’oppio del "domani è la volta
buona!", noi "demonî", "banditi", "feccia
dell’umanità" cerchiamo di approfondire la nostra
preparazione e di approntare armi e munizioni per le lotte future. La
politica è studio”. Ciò che manca ancora oggi è la formazione di
una coscienza di classe, collettiva, per organizzare in
“partito” la parte politicamente cosciente di tutta la
classe operaia.
Viceversa tuttora la rivolta, il
disagio e l’insofferenza di molti segue supinamente il cattivo
senso comune che pretenderebbe di associare simili ribellioni
all’odio individuale, disordinato – e tuttavia indiscutibilmente
ovvio – contro lo stato di classe borghese. I movimenti che
ne discendono hanno, così, la presunzione di ritenere che “un
gregge di somari che sta a sentire un apostolo che predica” sia
capace di esprimere cose sensate – “sensate”, si fa per dire,
invece quanto ciò che allora frulla per la testa dell’“apostolo”
di turno – “dal basso” della sua base di massa, per
abolire lo stato burocratico e repressivo. Così facendo, il
giusto astio rivolto a quello stato di classe rimane solo
un’espressione di livore individuale di massa, che
sfocia non solo nell’indeterminazione storica della specificità
dello stato borghese rispetto all’organo statuale in generale, ma
altresì nella confusione tra il concetto scientifico di politica e
la pseudopolitica praticata dei partiti. Pertanto la lotta contro
l’arbitrarietà e la corruzione di questi si veste degli abiti
della repulsione della politica tout court. Tutto ciò
conferma complessivamente quanto detto sopra circa la totale mancanza
di dialettica tra il “dal basso” e il “dall’alto”.
Non occorre ripetere ancora una
volta la critica classica – di Marx, Engels e della Ail –
dell’“anarchia” [cfr. Marx - Engels, Critica
dell’anarchismo, che include anche la raccolta dei
documenti pubblicati dall’Ail, per il congresso dell’Aja
1873, contro l’alleanza della democrazia socialista di
Bakhunin], nella persona principale che appunto fu Bakhunin. Dietro
“parole” decisamente estremiste, la tesi bakhuniana, che i due
comunisti definivano tanto “semplice da imparare a memoria in
cinque minuti”, risultava di un accesso così popolare che per essa
era facile raccattare rapidamente degli aderenti, particolarmente tra
“giovani avvocati, laureati e altri "intellettuali"
dottrinari”. Ora qui non interessa discutere in generale
sull’anarchismo bakhuniniano, ma in maniera peculiare
sottolineare la stretta relazione tra le posizioni anarchiche e il
loro rigetto dell’“autorità” che proviene “dall’alto”.
La tesi bakhuniana muoveva,
infatti, dall’idea fissa che non debba esistere alcuna autorità,
cioè in definitiva lo stato sans phrase in quanto male
assoluto, confondendo fin dall’inizio autorità con autoritarismo.
Secondo codesta idea, quella dei marxisti è una menzogna che
nasconde il dispotismo della minoranza governante con l’“autorità”
carpita dai rappresentanti popolari divenuti governanti dello stato;
un governo imposto alla stragrande maggioranza delle masse popolari
da parte di una minoranza privilegiata che “guarderà dall’alto
dello stato tutti i lavoratori comuni; essi non rappresentano più il
popolo”. Fa notare Engels che “una certa autorità, delegata,
e una certa subordinazione si impongono come condizioni materiali in
ogni organizzazione sociale”: tanto più quanto più grande essa
sia, purché si possano controllare e revocare eventualmente tali
deleghe. Certo che sotto il dominio del capitale è sulle basi della
vecchia società che il proletariato “dà al movimento forme
politiche, che più o meno le corrispondono”: ma a es., sostiene
Marx, “la rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci
sia: una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra
parte con mezzi autoritari”. In quale altra maniera si potrebbe
cercare di modificare il corso degli eventi? La “Comune di
Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non ci fosse stata questa
autorità del popolo armato”.
Allora è facile capire perché
nelle fasi di crisi, in particolar modo se profonde, trovi facile
ascolto la posizione anarchica contraria a ogni forma di
delega e favorevole a una presunta “democrazia diretta”; non a
caso fin da allora c’era chi invocava l’“azione diretta”
(come ancora oggi fanno autonomi anarcosindacalisti, a imitazione dei
francofoni, ma non solo). Era contraria all’autorità
esercitata “dall’alto” in appoggio alla popolare autonomia “dal
basso”, contro lo stato burocratico e per l’autonomia anarchica,
contro ogni forma di partito organizzato e per i movimenti. “Forse
che tutto il proletariato sarà a capo del governo?”, si chiedeva
retoricamente Bakhunin, ironizzando sulla forma del partito secondo
Engels e Marx: ma questi, con anche maggiore irrisione replicò
osservando che “forse tutto il sindacato costituisce il comitato
esecutivo? forse che, nell’ordinamento di Bakhunin dal basso
in alto, tutti saranno in alto?”, ossia tutti governerebbero
direttamente senza delegare nessuno [critiche che, come si
vedrà, saranno poi riprese puntualmente da Lenin]. Pertanto non è
un caso che, a es. come adesso, di fronte alla devastante corruzione
di partiti evanescenti che hanno reso inaccettabile qualsiasi delega
a mestatori ladri e farabutti impresentabili, appaia più semplice
accedere a un assoluto rifiuto spontaneo.
Per tale strada la “populazione”
neppure si pone il problema di conoscere le cause della crisi
e quindi di come poter procedere, anziché lottare per raggiungere
con sempre maggiori difficoltà la necessaria coscienza, e poi la
coscienza di classe, buttando via invece la politica insieme
all’acqua fangosa dei partiti in cui il “gregge senza idee” si
è crogiolato. Di qui tutta la “copertura rivoluzionaria”
dell’individualismo, appartenente interamente a un punto di vista
nella società moderna determinato e dominato dalla borghesia e dalla
religione, che spinge i lavoratori nelle braccia dei preti o dei
borghesi. Allora tutto ciò serviva e serve ancora oggi allo scopo
attraverso un populismo d’accatto: esso è stato messo lì per far
ritenere che tutto il proletariato sarebbe stato a capo del
governo, tutto il popolo avrebbe governato e non si avrebbero
avuti altri governanti giacché, scriveva Bakhunin, se “un uomo si
governa da sé, è soltanto sé stesso”.
Ma ricorda Lenin che “Engels
aveva ragione quando, nelle sua critica al Programma dei comunardi
blanquisti (1873) derideva la loro dichiarazione: "Nessun
compromesso!". Questa non è che una frase, diceva, perché a un
partito militante i compromessi sono spesso e ineluttabilmente
imposti dalla circostanze”. Accedere ai compromessi, necessari
in quanto le “circostanze” sono quelle poste dal potere padronale
al proletariato sconfitto, è invece ritenuto da Bakhunin
inaccettabile, perché “contrario ai principi eterni; piuttosto che
violare i principi eterni è meglio che gli operai e le operaie non
sappiano leggere, né scrivere, né far conti; meglio che
l’ignoranza e un lavoro quotidiano di 16 ore abbrutiscano le
classi operaie, che ricevere l’istruzione da un maestro di scuola
dello stato”. Così alla massa dei lavoratori ancora oggi [vedi le
berciate di Grillo, da fuori dal sistema dei partiti, ma per poco
tempo ancora, o le bischerate di Renzi da dentro, o i nonsense di
“occupy”, “indignados” ecc.] il movimentismo
populista predica l’astensione dalla politica: “gli operai
devono incrociare le braccia e non perdere il loro tempo in movimenti
politici ed economici” – scriveva Bakhunin – e siccome sono
“veramente religiosi e pieni di fede” preferiscono che la “classe
sia crocifissa, la nostra razza perisca”, purché restino
“immacolati gli eterni principi!". In quanto cristiani, devono
“credere nella parola del prete e guadagnarsi il paradiso”. E
così sia ...!
Occorre considerare che Lenin
parlò dei compromessi volontari da fare in quanto
rivoluzionari, addirittura (3 settembre 1917) poco più di un mese
prima della presa di potere, rivolti ai partiti riformisti pseudo
democratici, appena dopo sconfitti, che stavano al governo da sei
mesi. “oggi è sopraggiunta una svolta così repentina e originale
della rivoluzione russa che noi, come partito, possiamo proporre un
compromesso volontario” [certo allora non “imposto dalle
circostanze”]. Di contro all’idea fissa bakhuniniana
dell’“abolizione” (sic) dello stato in quanto
espressione di un’autorità esercitata dall’alto, al quale
contrapporre l’“autonomia” dell’agitazione popolare dal
basso, Marx e i marxisti videro che simili iniziative dal basso non
potevano arrivare mai a un’azione coordinata e consapevole per la
cronica inadeguatezza della coscienza di ciò. Pertanto per
essi la questione dello stato (di classe) – che nel modo
capitalistico di produzione è borghese per definizione – è
logicamente da integrare con l’organizzazione del partito
della parte cosciente della classe operaia: infatti i partiti,
tutti i partiti conformi e adeguati allo stato borghese,
costituiscono già di per sé organizzazioni più o meno coscienti
delle varie fazioni della borghesia nella sua molteplicità di
capitale, mentre non c’è un partito del
proletariato: a meno che appunto non lo si formi in base alla
coscienza e conoscenza della sua classe, altrimenti non si va da
nessuna parte. Perciò la classe operaia ha essenzialmente bisogno
di costituire un proprio partito, mentre la borghesia no,
nelle sue multiformi sfaccettature avendo di fatto, tramite lo stato,
tutto ciò che le occorre.
Ecco come da Marx si deduce,
attraverso la critica all’anarchia, il nesso necessario tra la
formazione del partito della classe proletaria e lo stato da
conquistare e trasformare, la cui forma borghese è quella da
abbattere a favore della dittatura (ossia, per dirla in
termini che non tocchino la suscettibilità dei benpensanti, della
“direzione”) del proletariato. Codesto nesso consiste
appunto nella dialettica da stabilire tra la riflessione
consapevole dall’alto (o dall’esterno come anche si
diceva) e la spontaneità immediata (non lo “spontaneismo”),
carente di coscienza e priva di coscienza di classe, proveniente dal
basso (dall’interno dei movimenti di lotta). Per fare un
paragone economico alla portata della semplice intuizione, la
produzione materiale in qualunque forma e da chiunque sia
fatta è indispensabile per fornire l’oggetto del consumo,
senza la quale cioè nessun consumo sarebbe pensabile e possibile –
anche a dispetto di ciò che blaterano i solóni, accademici e
sinistri. Ma a sua volta il “consumo” di tali oggetti fornisce
l’esito finale a quanto sia stato “prodotto” non inutilmente:
dovrebbe essere ovvio capire quale sia in questa relazione
dialettica il momento produttivo fondante, la causa causante, e
quale quello costituito dal consumo, l’effetto. Di questo tipo
è pure il rapporto di rango razionale tra alto e basso.
Fin dall’inizio
del secolo xx il tema
dell’errata contrapposizione adialettica tra il “dal basso” e
il “dall’alto” – della quale non si era colta la logica
connessione della duplice necessaria “conservazione ed elevazione”,
l’aufhebung hegeliano – tornò in auge. Lenin, seguendo la
logica hegeliana di Marx, si trovò di fronte a una simile diatriba
scoppiata decenni prima; ma la specificità, nella fase
rivoluzionaria russa, fu determinata, molto più concretamente di
quanto espresse Bakhunin il secolo prima rispetto al marxismo e
all’Ail. La preoccupante novità della nuova fase
rivoluzionaria fu che non pochi sedicenti “marxisti” ritennero,
nella foga delle lotte, nella momentaneità della confusione e dello
smarrimento, di fare proprie le superficiali e non soppesate parole
d’ordine bakhuniniane. Così, “semplicemente imparandole a
memoria in cinque minuti”, è facile pensare anche che non si
avvidero dell’abissale distanza tra il comunismo e l’anarchia,
tra Marx e Bakhunin: fu quest’ultimo, nella ricordata sua folle
sentenza sulla “abolizione dello stato”, che nel suo libro
sull’anarchia disse espressamente “sono collettivista, e niente
affatto comunista”.
Senonché il “dal basso”
divenne uno slogan di molti opportunisti e riformisti e moderati,
fino ai liberali. Non a caso anche il liberale Gobetti, vittima delle
squadre fasciste, sognava la creazione dal basso di un nuovo stato
attraverso il “liberalismo rivoluzionario” – ma noi diciamo
corporativo – che doveva veder partecipare, appunto, “sia
la borghesia capitalistica sia i consigli di fabbrica” [!],
nella “coesistenza e collaborazione di tutti gli elementi
produttivi ... contro i monopoli industriali e contro i rapaci
sindacati operai burocratici”. Ma lo hanno fatto proprio anche i
rivoluzionari-a-parole, per la lotta interna al partito comunista
sovietico, privilegiando i punti di vista di “intellettuali
imbevuti fino al midollo di individualismo borghese” [ricorda Lenin
in Un passo avanti, due indietro (1904)]
rispetto a quelli collettivi.
Il pretesto era che questi
ultimi sarebbero provenuti “dall’alto”, e non che l’alto è
il carattere della struttura organizzativa cosciente del partito –
il cosiddetto “centralismo democratico”: ciò riguardava la
forma-partito, perciò, quale che fosse di volta in volta al
suo interno la linea vincente, con il sovraccarico di “burocratismo”
(altro cavallo di battaglia degli anarchici del xix sec.). Fu poi di
nuovo nella seconda metà del xx sec. che quella attitudine anarchica
antimarxista, pure a séguito delle faide interne al partito
sovietico, divenne emblema delle posizioni anche della
parolaia “ala sinistra” del comunismo: essa si richiamava
vagamente e variamente a posizioni luxemburgiane, trotzkiste,
bordighiste o “autonome” (queste ultime con un riferimento molto
più diretto all’anarchia che non all’analisi marxista),
tutte comunque decisamente antileniniste. Così – sotto l’influenza
bakhuniniana, ... a loro insaputa – costoro predicavano per
un’“organizzazione sociale dal basso all’alto, mediante
libera associazione, e non dall’alto al basso mediante
un’autorità qualsivoglia”. Ma l’“autoemancipazione
delle masse” di cui Marx e Lenin spesso parlavano è tutt’altra
cosa.
In tale àmbito è strettamente
connessa a ciò la dibattuta questione della profonda differenza che
sussiste tra sindacato e partito. Mentre il primo è
espressione come movimento della spontaneità, poco o nulla
cosciente, di tutta la base lavoratrice – la classe in
sé, si diceva un tempo, a partire da quella dei “salariati”,
ma non solo – il secondo incorpora l’organizzazione
dell’avanguardia cosciente del proletariato – la classe
per sé, per dirla con quello stesso linguaggio. Dunque in questo
caso è dall’alto che solo può provenire la stessa
coscienza razionale – il comunismo per il partito della
classe, inteso in senso proprio, marxista – epperò una spontaneità
ben strutturata ha tutti i requisiti per manifestare dal basso
un’incessante lotta sindacale da parte di tutti i lavoratori.
Questo tra l’altro significa che il partito, nella misura in cui
per il proletariato abbia perso la battaglia e debba quindi muoversi
ancora entro il modo di produzione capitalistico dominante, non può
che sottostare a “compromessi necessari” con i partiti dello
stato borghese. Ma ciò non vuol dire che non debba fare opposizione,
limitarsi a una “ribellione degli scheletri” e scadere nel
“cretinismo parlamentare”: proprio mentre il movimento sindacale,
in quanto tale, è libero e anzi sospinto verso una lotta
intransigente contro il potere esistente.
Insomma: “sindacato comunista”
è un ossimoro ingiustificabile! È così che si “degrada
la lotta comunista al livello della lotta per gli scioperi”
[Lenin]. “È una verità indiscutibile che "in ogni sciopero
si nasconde l’idra della rivoluzione socialista". Ma ogni
verità astratta diventa vuota frase se la si applica in
qualsiasi situazione concreta. È assurdo pensare che da ogni
sciopero si possa sùbito passare alla rivoluzione” [è ozioso
riportare qui i tanti riferimenti leniniani].
Che il sindacalismo, invece di costituire una palestra per
sviluppare le conoscenze, possa imboccare anche strade sbagliate e
pericolose, è stato dimostrato proprio all’inizio del xx sec.
dall’anarco-sindacalismo di Georges Sorel e Arturo Labriola,
pronubi (... anche nel senso biologico degli insetti) del fascismo
corporativo. Nel secolo precedente c’erano state le falsificazioni
sindacali di Proudhon, della chiesa cattolica, del socialismo
revisionista fino al successivo laburismo fabiano e a tutto il new
deal keynesiano, con tanto di sindacati neocorporativi negli Usa
e, a es., alle sue manovre nella “colonia” italica per pagare la
scissione sindacale, sospingendola tutta verso forme parapartitiche
(non a caso forti in Italia a partire proprio dal mondo cattolico).
La ripresa leniniana della
critica marxenglesiana contro la genesi anarchica delle posizioni fin
qui richiamate è esplicita. Significa la critica del privilegiare i
movimenti spontanei contro la coscienza critica, e tutto ciò si
fonda sull’“illusione di un presunto inevitabile crollo del
capitalismo”. Ora si sa quanto sia una battaglia contro mulini a
vento da parte marxista il biasimo scientificamente provato contro
l’ideologia anarchica individualistica: sono sistemi separati e
conflittuali, perciò una posizione analitica marxista è affatto
incompatibile con l’ideologia bakhuninista, e a quel punto non
c’è motivo e spazio di discussione alcuna; ognuno per la sua
strada. Senonché se l’attacco a Lenin ha altre motivazioni
puntigliose da parte di sedicenti “marxisti”, è necessario
sottolineare che tutte quelle sue posizioni furono già
espresse da Marx stesso.
“La concezione del mondo degli
anarchici è la concezione borghese capovolta. Le loro teorie
individualistiche, il loro ideale individualistico sono
diametralmente opposti al socialismo. Le loro opinioni esprimono il
dominio del caso cieco sul piccolo produttore isolato. La loro
tattica, che si riduce alla negazione della lotta politica, divide i
proletari e in realtà li trasforma in compartecipi passivi di questa
o quella politica borghese, poiché un’effettiva astensione dalla
politica è per i lavoratori impossibile e irrealizzabile” [Lenin,
Socialismo e anarchia]. Dunque la critica leniniana alle
radici anarchiche bakhuniniane e all’errata assunzione delle
loro parole d’ordine – come il “dal basso” (o
“dall’esterno”) – da parte di quei ricordati “marxisti”,
di tutto il xx sec. e ancora di adesso, non ha assolutamente niente
a che fare con il marxismo e con Marx, anzi ne costituisce una
netta antitesi. Se costoro si reputano ancora tali, marxisti e non
appena marxologi – nessuno obbliga a condividere l’analisi
di Marx e la sua dialettica materiale, ché anzi noi siamo in netta
minoranza – si deve tuttavia solo rammentare a costoro l’origine
storica dell’intero processo.
“La classe operaia –
scriveva Lenin fin da prima della prima rivoluzione russa, in Che
fare? (1902) – con le sole sue forze è in grado di elaborare
soltanto una coscienza sindacale”. Perciò, siccome la coscienza
politica di classe non riesce a sorgere spontaneamente dalle masse,
essa può essere data “dall’esterno”; si sa che i
lavoratori, in quanto tali, non dispongono di condizioni materiali
favorevoli, ma possono soltanto a mala pena, e non sempre,
“percepire” il loro antagonismo verso i padroni. In effetti la
coscienza sindacale è tale che i lavoratori si sentano, innanzitutto
materialmente, “legati al capitale, e mai riescono a sviluppare la
consapevolezza della necessità di un’"alternativa"”.
Un’adeguata teoria rivoluzionaria – senza la quale,
secondo un celebre aforisma leniniano, non può esserci una prassi
rivoluzionaria – è quella che converge sulla protesta
sindacale dei lavoratori portandoli contro il “rafforzamento
dell’influenza dell’ideologia borghese” verso la coscienza
politica del comunismo e renderli “consapevoli dell’irriducibile
antagonismo fra capitale e lavoro”; la loro “adesione immediata,
istintiva” ha bisogno di essere “approfondita in sede
scientifica” o altrimenti l’“ideologia borghese resuscita, non
tarderà a imporsi spontaneamente alla coscienza dei lavoratori,
resterà utopica, e la prassi velleitaria”. Gli intellettuali non
comprendono queste circostanze e, fanno “anche senza volerlo, gli
interessi del capitale”; può sembrare un paradosso ma il
“movimento spontaneo conduce al rifiuto (inconsapevole) del
socialismo”. Senonché, precisamente in base alla dialettica tra
alto e basso, Lenin, che ha sempre criticato gli
intellettuali che amano giustificarlo, spiega che non ha senso logico
“accusare lo spontaneismo in sé”: sarebbe folle, perciò,
ritenere che possa “maturare la coscienza solo "dall’esterno"
e non anche "dall’interno"”.
“In sostanza gli opportunisti
e la loro difesa di un’organizzazione di partito amorfa, non
fortemente coesa e la loro ostilità verso l’idea ("burocratica")
[evidenziazione di Lenin stesso – ndr] dell’edificazione
del partito dall’alto in basso, e la loro tendenza ad andare dal
basso in alto, dando a qualsiasi professore, a qualsiasi studente di
ginnasio, a ogni scioperante la possibilità di annoverarsi tra i
membri del partito, lo loro inclinazione verso la mentalità
dell’intellettuale borghese e la loro facilità ad abbandonarsi
all’elucubrazione opportunistica e alle frasi anarchiche, e la loro
tendenza all’autonomismo contro il centralismo” – conclude
Lenin nella prefazione di Un passo avanti, due indietro (1904)
– “tutto ciò fiorisce oggi in modo lussureggiante”. È questo
il significato autenticamente marxiano e marxista da dare al concetto
di avanguardia della classe che non può coincidere con la
coscienza politica, invero assai scarsa, di tutta la classe operaia e
della popolazione; così Lenin denotò di “codismo” il
pensare che, con il capitalismo, tutta la classe operaia fosse capace
di elevarsi autonomamente alla coscienza necessaria, di contro
all’esigenza di elevare – anche attraverso la militanza sindacale
in strutture valide solo in sé – strati sempre più vasti al
livello cosciente dell’avanguardia.
Perciò Lenin
vedeva la controrivoluzione borghese in quei
“rivoluzionari” che predicavano una rivoluzione guidata dal
basso, in uno con la creazione di “università della coscienza
popolare sotto la bandiera dell’anarchia”. Pochi
giorni prima della rivoluzione d’ottobre, in La catastrofe
imminente e come lottare contro di essa (settembre 1917)
notò che la fase prerivoluzionaria chiedeva di battere lo
spontaneismo di alcune tendenze sedicenti marxiste. Ed è soltanto in
tale fase che “il controllo veramente democratico, cioè dal
basso, esercitato dai sindacati dei lavoratori” – dai
sindacati! – possa essere considerato. Sulla situazione
politica attuale (marzo 1918) Lenin, per le difficoltà del
giovane potere sovietico diceva, dall’alto del partito, che “la
parola d’ordine generale resta quella di prima: manovrare,
ritirarsi, attendere, continuando con tutte le forze la
preparazione”; i socialisti-di-sinistra e gli anarchici per
l’“assoluta incomprensione di questa verità gran voce esigono
comitati "insurrezionali" e gridano "alle armi",
ecc. Queste grida e questi clamori sono il colmo dell’ottusità;
... senza la disciplina ferrea del proletariato non ci si può
salvare né dalla controrivoluzione né dalla carestia”. Costoro,
per costruire il socialismo dal basso attraverso la
rivoluzione, non esitano a “contagiare con il loro isterismo” il
proletariato.
Partito – autonomia; dall’alto
– dal basso ... Ciao dialettica, ciao ciao - bah!!